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La parola tra passato e futuro

La parola tra passato e futuro
di Mario M. Merlino
Da professore – e non solo – ho sempre invogliato i miei alunni a parlare, magari dicendo sciocchezze, piuttosto che rimanere timidi prigionieri della ragionevolezza e, di fatto, di una insopportabile noia. Quel disagio che si riscontra, ad esempio, in treno dove vi è sempre qualcuno che confonde lo scompartimento in una riunione psicanalitica di gruppo. Avremo tutto il tempo di coltivare il silenzio in compagnia del disfacimento della carne di orbite vuote e del moltiplicarsi di vermi. Entrando nel Tempio, voluto da Sigismondo Malatesta e realizzato da Leon Battista Alberti, lasciando le atmosfere assolate e vacanziere della Rimini, culi e tette, ombrelloni di giorno discoteche di notte, in fondo, sulla destra, vi è la cappella dedicata a Ixotta, tanto chiacchierata quanto amata, ove può leggersi quel ‘Tempus loquendi Tempus tacendi’ tanto caro al poeta Ezra Pound.

(Durante un esame a cui partecipavo in qualità di commissario esterno, di fronte ad un alunno che nulla sembrava capire e nulla di fatto sapeva, nel tentativo disperato di dargli il classico calcio in culo e un inutile attestato, gli chiesi se almeno sapesse cosa fosse una natura morta. Ebbe a dire: ‘Un albero tagliato’, rivolgendosi a noi tutti, alquanto scossi e provati, con un sorriso a trentadue denti, convinto e soddisfatto di aver infine azzeccata la risposta. Va da sé che non gli fu negato quel calcio al fondo dei pantaloni e il diploma… Se, fra i lettori di Ereticamente, qualcuno troverà a ridire – meglio, comunque, ridere –, fermo nell’ostinata convinzione che il sapere deve essere misurato in voti, gli ricordo che i guardamacchine sono usi dare del ‘dottore’ a tutti… Se fosse rimasto muto, lo sguardo ebete, forse un moto d’irritazione ci avrebbe spinto a proporgli di ripetere l’anno).
– Anni ’50 e inizio anni ’60: la parola è simile ad ali tarpate quale voce sommessa e soffocata dalle convenzioni dalle convenienze (le mie sorelle non avrebbero mai accettato d’essere corteggiate da chi non avesse l’aura almeno del ‘borghese piccolo piccolo’ e gli studenti del liceo classico si distinguevano dall’obbligo di dover portare a scuola giacca e cravatta. Era l’eredità del caffè per i ‘galantuomini’, l’osteria per i ‘proletari’ dell’800 e di una parte del ‘900. Era l’eredità di un sistema di valori scritti con lettere maiuscole e sangue generoso che, ormai vili maschere esangui, esigevano il loro mantenersi nelle forme e nel linguaggio).
– Anni fine ’60 e tutti anni ’70: la parola si rende a strumento, nella gabbia del ‘tutto è politica’, di un dogmatico ideologico feroce manicheismo, ‘o con me o contro di me!, dai punti esclamativi ovunque e dappertutto, contro le forme e il linguaggio ma proponendosi in nuove forme e nuovi idiomi (in un garage all’inizio della via Prenestina c’è la sede di Servire il popolo, i fedeli seguaci del pensiero marxista-leninista del Grande Timoniere, che però non ne volle sapere di affidare loro l’aurora gloriosa del suo pensiero a base di banali proposizioni offerte nel ‘libretto rosso’. I seguaci portano i capelli corti la camicia bianca la giacca senza cravatta il cesso è privo di porta perché ogni forma d’intimità è proibita… Le radio alternative non trasmettono le canzoni di Lucio Battisti, troppo ‘intimiste’ e con marcate tendenze ad un fascismo becero e sviolinato. La comunicazione è segnata da rigorose procedure e riti verbali. Fece scalpore quando il giornale di Lotta continua si aprì ad una sorta di ‘lettere al direttore’ dove emersero stati d’animo bisogni sentimenti che se ne fregavano di unire nella lotta i padri vecchi e nuovi del marxismo in marcia…).
Anni ’80 e a seguire: cos’è questo insistere sulla parola? (liceo classico Stellini di Udine. Il presidente degli esami di maturità giustifica e assolve un tema con ‘appena’ quattordici errori grammaticali perché, a suo dire, ciò che conta è il contenuto. Già, la mia risposta è pronta: ‘ben venga la sua decisione di sanare tutto e tutti, ma evitiamo di naufragare nel vuoto dei contenuti’…). Viva Céline con i suoi puntini di sospensione, la sua ‘petite musique’! Viva I diari di Parigi di Ernst Juenger ove, se la sostanza ormai tace, la forma si dovrebbe fare carico d’entrambi!… (Classe VB, liceo scientifico Francesco d’Assisi, mi sfugge l’aggettivo ‘periglioso’ e, bontà sua, Alessandra è l’unica ad osare di chiedere cosa significhi. Beh, grosso modo equivale a pericoloso… E, allora, perché non parli come mangi, se n’esce quel damerino vezzoso e garbato di Paolo. ‘Vedi – gli spiego, paziente – se ti dico di andare a Weifer Saiwa intendo mandarti a fanculo!’. Poco professionale, lo so…).

Tempi e luoghi della nostra memoria con la giacca e la cravatta, con i capelli lunghi e lunga la barba, con le dita nel naso e le ascelle sudate in metropolitana. Dalla scimmia all’uomo e ritorno… Dalla scoperta del fuoco e della ruota alla tecnologia più sofisticata… E con noi la parola. Viva Heidegger, ‘l’uomo abita nella casa del linguaggio’! E se diciamo sciocchezze, beh, ci si perdoni!, sciocchezze sì ma sempre e comunque siano sono e saranno voce di rivolta…
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Categorie: Educazione, Linguaggio, Merlino, Scuola

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 3 Novembre 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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