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La barzel-Letta della ripresa e la tragedia mondialista

La barzel-Letta della ripresa e la tragedia mondialista

di Fabio Calabrese

Enrico Letta è un personaggio grottesco anche in un contesto come la politica italiana, che di fenomeni da baraccone ne ha conosciuti e ne conosce parecchi. Se come presidente del Consiglio non fosse nel fulcro della tragedia di un Paese allo sfascio, sarebbe semplicemente ridicolo e patetico. Ultimamente ha approfittato della notizia di un modestissimo rialzo del PIL dello 0,3% per proclamare, coi toni trionfalistici cui ci ha abituati, l’imminente uscita dell’Italia dal tunnel della crisi.

Un rialzo che un commentatore come Vittorio Feltri ha definito “da prefisso telefonico” e che con ogni probabilità è un semplice “rimbalzo tecnico” a fronte di una perdita complessiva di otto punti percentuali in cinque anni, che è invece un’enormità.
Le recenti misure introdotte da governo con la “legge di stabilità” (così si chiama eufemisticamente oggi la legge finanziaria, ma di stabile c’è solo la tendenza al ribasso e alla disintegrazione della nostra economia), sono solo pannicelli caldi, placebo per un malato terminale.
L’aumento in busta paga di 14 euro (più o meno, tre pacchetti di sigarette) per i pubblici dipendenti, non va certo a compensare l’aumento dell’IVA, la reintroduzione mascherata dell’IMU fusa insieme alla TARES e la decurtazione delle pensioni. Nessun taglio reale ai costi della politica, ai privilegi della “casta” che continua a tenerseli ben stretti e a farci pagare lussuosamente “il merito” di averci portati sull’orlo del baratro e ormai spinti dentro di esso.
E’ la “cura” che abbiamo già sperimentato, con Letta e con Monti prima di lui, a base di vessazione fiscale, che è la prima causa della crisi della nostra economia.
Intanto apprendiamo che l’Italia è stata di fatto espulsa dal G8, il “club” degli otto grandi dell’economia mondiale: è scivolata in nona posizione scavalcata dalla Russia, ma non è affatto detto che ci rimanga, anzi, le previsioni più realistiche sono di una prossima discesa al decimo, all’undicesimo, al dodicesimo posto o ancora più in basso. Per la cronaca, prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia era la quinta potenza economica mondiale, abbiamo già perso quattro posizioni nel giro di pochi anni. Al contrario, la Russia, che all’indomani della caduta del comunismo era un Paese economicamente devastato e alle prese con una difficilissima transizione da un modello a economia dirigista a uno a economia di mercato, oggi ha riguadagnato rapidamente terreno, e tutto lascia credere che ne riguadagnerà ancora, mentre noi stiamo sprofondando.
Avete presente il modo geniale in cui il governo Letta “ha risolto” il problema dei debiti della Pubblica Amministrazione? Dei 98 miliardi di euro che lo stato doveva alle imprese, ne sono stati erogati 14 in tre anni, ma attenzione: non sono stati erogati alle imprese creditrici ma ALLE BANCHE, che li gireranno alle imprese se e solo se queste contrarranno mutui di pari importo. Nello stesso tempo le banche hanno ricevuto dalla BCE prestiti al tasso del 1,5 per cento per finanziare il credito alle imprese, ma queste ultime non hanno visto neppure un euro perché le banche hanno preferito reinvestire in titoli di stato la liquidità così ottenuta. CHIEDETEVI UN PO’ PERCHE’ NELLA CRISI GENERALIZZATA CHE STA STRANGOLANDO LA NOSTRA ECONOMIA CI GUADAGNANO SEMPRE E SOLO LE BANCHE!
Intanto, aziende che sarebbero SANE sono costrette al fallimento perché lo stato non paga i debiti verso di esse, senza neppure la compensazione fra crediti verso la PA, e imposte la cui esazione lo stato continua a pretendere con ferocia anche dai propri creditori, gli imprenditori continuano a suicidarsi, le aziende a chiudere una dopo l’altra, i lavoratori e le loro famiglie a ritrovarsi sul lastrico e, naturalmente, in questa situazione, per i giovani in cerca di primo impiego è impossibile trovare lavoro. Le ultime rilevazioni statistiche ci danno in sei milioni il numero dei senza lavoro, in massima parte nella fascia fra i 18 e i 35 anni.
Noi non dobbiamo dimenticare neppure gli effetti a lungo termine di questa situazione. Più tardi i giovani trovano lavoro, più tardi hanno la possibilità di mettere su casa e formare una famiglia, e questo ha delle ripercussioni pesanti sui trend demografici. E’ stato calcolato che un anticipo o un ritardo di un anno sull’età media in cui una donna ha la prima gravidanza, ha un’influenza in aumento o in diminuzione del 10% sul tasso di fecondità di una popolazione.
In questo modo, nel nostro popolo si formano vuoti sempre maggiori, che l’immigrazione allogena è pronta a riempire. Gli effetti sono meno avvertibili a breve termine, ma sul lungo periodo sono di gran lunga più devastanti di quelli di una guerra perduta. Quella che importiamo sui barconi che provengono dall’altra sponda del Mediterraneo e che, istupiditi da una continua campagna mediatica, siamo così ansiosi di soccorrere, è la nostra morte come popolo.
La cosa forse più paradossale, è che il recentissimo scandalo internazionale, il “Datagate” che ha portato alla luce il fatto che i principali leader mondiali erano (e certamente continueranno a essere) spiati, ma forse sarebbe meglio dire “monitorati” poiché il più delle volte si tratta di proconsoli e reggicoda del potere americano, a differenza di quanto è avvenuto altrove, non abbia minimamente turbato i sonni dei nostri politici, che hanno molte cose da nascondere al nostro popolo ma nulla allo spionaggio yankee, perché sono sempre stati fedeli esecutori degli ordini venuti da Washington. Questi begli esemplari di fauna davvero indefinibile hanno sempre fatto, oltre ai loro personali, gli interessi degli USA, del grande capitale bancario e finanziario, delle istituzioni cosiddette europee, di tutti meno che del popolo italiano, alla faccia dei fessi che sono andati a votarli sprecando del tempo che certo poteva essere impiegato più utilmente.
In questi giorni un fatto di cronaca ha colpito la nostra opinione pubblica: un ragazzo italiano emigrato in Inghilterra, Joele Leotta, un giovane lecchese, è stato brutalmente ucciso, picchiato a morte da quattro persone che si sono introdotte nell’appartamento che condivideva con un altro ragazzo italiano, che è stato a sua volta picchiato con intenti altrettanto omicidi. I quattro energumeni, di nazionalità lituana, hanno accusato i due ragazzi italiani di “rubare loro il lavoro”.
A prescindere dal fatto che di tutto quel che avviene dei nostri connazionali all’estero, al “nostro” governo e soprattutto al “nostro” ministro degli esteri, la radicale Emma Bonino, assai poco gliene tange, come dimostra la vicenda dei nostri marò tuttora detenuti in India. Che farci, è troppo impegnata a soccorrere migranti e dimostrare la sua lealtà agli USA, alla UE, a Israele per preoccuparsi anche degli Italiani; si è trattato di un gesto di brutale e atroce razzismo, MA – badate bene – NON di quel genere di razzismo che piace tanto alla sinistra (sotto sotto) perché le dà l’occasione di stigmatizzare quanti ancora si oppongono al mondialismo multietnico, proprio perché si tratta di un genere di razzismo che del mondialismo multietnico è figlio carnale e conseguenza inevitabile, e non solo perché esercitato da immigrati contro altri immigrati.
Invece di un’integrazione utopica e impossibile come quella sognata dai “nostri” democratici e sinistri vari, in effetti l’immigrazione sta producendo, non solo in Gran Bretagna ma dappertutto, anche da noi, una frammentazione in comunità micro-nazionali dove gli immigrati tendono a raggrupparsi secondo il gruppo etnico di provenienza in realtà chiuse dove gli altri sono esclusi, compresa la “comunità di accoglienza”, cioè coloro che subiscono l’invasione, e del pari sono esclusi i costumi, i modi di vivere e le leggi del Paese “accogliente” che di fatto è privato di sovranità su parti che tendono sempre ad accrescersi, del proprio territorio.
Di solito, queste comunità tendono a ritagliarsi una “nicchia ecologica” di attività di cui cercano di prendere in mano la gestione nelle società di arrivo, escludendone con metodi perlopiù violenti tutti gli altri, si forma una serie di racket: dei lavavetri, delle bambinaie, delle badanti, dei negozi di abbigliamento, della ristorazione, fino alla prostituzione e allo spaccio di stupefacenti. Chi non appartiene al gruppo etnico che in quella zona ha preso in mano quella specifica attività, o non ne ha ottenuto in qualche modo il permesso a esercitarla, può aspettarsi ritorsioni di tipo mafioso, come è successo ai due ragazzi italiani, e lasciarci la pelle come il povero Leotta.
I nostri sinistri e democratici assortiti che sono tanto più criminali quanto più si professano buonisti (e fra costoro vanno contati in prima fila gli agit-prop in tonaca o clergyman che formano i ranghi della Chiesa cattolica), usano spesso indicare gli Stati Uniti come esempio di una società multietnica riuscita dove l’integrazione avrebbe funzionato. Beh, è probabile che non potrebbero sbagliarsi più di così (o dire deliberate falsità più di così), e che quella che chiamano integrazione non sia altro che un sogno utopico da “anime belle”.
La realtà dietro la facciata della società multietnica americana è stata ben illustrata da Sergio Gozzoli nel suo eccellente saggio “L’incolmabile fossato” pubblicato nel 1984 sul n. 19 de “L’uomo libero”, un saggio che con gli anni trascorsi ha solo confermato la sua validità, e di cui vediamo un piccolo stralcio:
“Fusione e integrazione  [dei diversi gruppi etnici che compongono gli Stati Uniti] furono talvolta facili, altre volte difficili. In taluni casi vennero ottenute solo con la più spietata delle violenze, in altri non avvennero mai del tutto. Alcuni di questi gruppi persero presto tutte le connotazioni nazionali originarie, altri le conservano ancora oggi dopo quattro, cinque, sei generazioni.
Le differenze di razza, di religione, di cultura creano sacche e compartimenti stagni. Ma non si tratta mai, come in altri Paesi multirazziali — India, URSS, Sud Africa — di grosse sacche e grossi compartimenti geograficamente ben delimitati: i loro confini dividono non gli Stati, le contee o i distretti, ma le città e i quartieri, talvolta i marciapiedi opposti della stessa strada. Ed essi non convivono l’uno accanto all’altro, ma piuttosto si sovrappongono l’uno sull’altro, coincidendo in tutto o in parte con un diverso status culturale ed economico.
Dai banchi di scuola agli uffici di collocamento, dalle relazioni sessuali alle carriere pubbliche, dai contatti interpersonali alle stratificazioni sociali, tutto subisce la pesante influenza dell’appartenenza all’uno o all’altro gruppo; e i rapporti son difficili e tesi, carichi di una incontenibile potenzialità di ricorrente violenza”.
Forse pensate che l’analisi di Gozzoli sia, oltre che datata, un tantino di parte? Allora provate a confrontarla con il quadro che lo scrittore statunitense Tom Wolfe fa della situazione americana nel suo ultimo romanzo “Le ragioni del sangue”, di cui vi do uno stralcio della recensione di Alessandro Gnocchi pubblicata su “Il Giornale” di mercoledì 23/10. Essa ci consente di vedere che la situazione analizzata da Gozzoli trent’anni fa non si è da allora certo modificata in meglio.
“Le tragedie e le polemiche di queste settimane hanno riportato al centro dell’attenzione il dibattito sull’immigrazione, sulle frontiere, sul multiculturalismo. Alcuni romanzi in uscita affrontano il tema di petto, con prospettive, come è normale che sia, molto diverse fra loro. “Le ragioni del sangue” (Mondadori) di Tom Wolfe è forse quello più atteso. Il grande scrittore statunitense ha scelto di ambientare la sua storia a Miami. È l’autore stesso a spiegare il motivo: la città della Florida è l’unica al mondo in cui oltre metà della popolazione sia di recente immigrazione. I cubani sono i più numerosi. I bianchi non ispanici, diventati una minoranza con incredibile rapidità, ora sono appena il 12 per cento degli abitanti. Inoltre, a Miami, gente proveniente da un altro Paese ha preso legittimamente il potere e il controllo delle istituzioni. Il laboratorio perfetto per Wolfe, acuto osservatore dei mutamenti sociali.
La metropoli multietnica del XXI secolo, che potrebbe essere anche nel nostro futuro, è protagonista de Le ragioni del sangue. Le diverse comunità vivono una accanto all’altra ma sono piccoli mondi chiusi agli «stranieri». Manca ogni ipotesi di convivenza, figuriamoci quanto fascino eserciti lo Stato. Non c’è collante ideologico né religioso che tenga. Tutto è frammentato. Attraversare i quartieri di Miami, racconta Wolfe, è come passare da piccola patria a piccola patria. In questo caos, ci si aggrappa al concetto arcaico di tribù. All’interno di ogni enclave dominano le ragioni del sangue, come recita il titolo (quello originale, Back to Blood, era ancora più esplicito). Le regole del proprio gruppo etnico sono superiori alla legge, un intralcio da aggirare. È un fallimento totale così riassunto da uno dei personaggi: «Tutti odiano tutti»”.
Fenomeni un tempo esclusivi degli USA, che oggi immigrazione, globalizzazione e mondialismo portano sempre più in Europa e dentro casa nostra. Vi è chiaro adesso CHE COSA ha ucciso Joele Leotta?
Non dobbiamo ovviamente pensare che i non-europei siano migliori dei lituani. In più, quando si tratta di islamici (che costituiscono la maggioranza degli immigrati non-europei), c’è l’aggravante del disprezzo e dell’odio ideologico verso gli Europei, occidentali, non mussulmani, “bianchi”. Come purtroppo sappiamo, una delle regioni europee oggi più impestate dalla presenza degli extracomunitari è la Scandinavia, dove questi ultimi hanno destramente approfittato della generosità degli stati sociali esistenti nella parte settentrionale del nostro continente.
Negli ultimi tempi, ha destato sensazione in Svezia una ricerca,nata come tesi di laurea, di una giovane sociologa, Petra Akesson, sulle bande giovanili di immigrati, che sono responsabili del 90% dei reati che avvengono sul suolo svedese, condotta soprattutto a Malmoe, città dove ormai gli immigrati sono la maggioranza e i nativi vivono in una situazione di costante terrore di furti, aggressioni, stupri, dove le ragazze sono costrette a tingersi i capelli di nero perché essere riconosciute come native significa essere sotto la costante minaccia di stupro. La Akesson, che è una ragazza adottata originaria dello Shri Lanka e non ha lineamenti scandinavi, non ha avuto difficoltà a raccogliere le confidenze dei membri delle bande di immigrati, che per costoro non sono confessioni ma vanterie. Essi si ritengono letteralmente “in guerra contro gli Svedesi”, e in effetti il loro comportamento – furti, stupri, aggressioni- è precisamente quello di un esercito invasore. Ecco la dichiarazione di uno di questi figli dell’accoglienza e dell’integrazione:
“Il potere per me significa che uno svedese deve guardarmi in faccia, gettarsi a terra e baciarmi i piedi”.
Uno svedese, un tedesco, un francese, un italiano, è esattamente lo stesso. Questa è esattamente la direzione in cui ci spingono il buonismo cattolico e di sinistra e “l’identità culturale” inassimilabile degli immigrati. Siamo in guerra, quando prenderemo coscienza di ciò e ci decideremo a combatterla? 
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Categorie: Economia, Politica, Società

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Novembre 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Accad

    Un popolo che rinnega i propri dei (o la propria cultura) è un popolo morto!
    Se e quando riusciremo a rivoltarci sarà troppo tardi, perchè la lotta si ridurrà ad una serie di fasce territoriali senza collegamento o strategie comuni. In questo “noi” siamo maestri basta guardarsi intorno per individuare una serie di bande disarmate, soprattutto politicamente e intellettualmente, l’un contro l’altra (questo sì) armate.

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