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Essere protagonisti, non camerieri…

Essere protagonisti, non camerieri…
di Mario M. Merlino
Il filosofo Francesco Bacone rilevava particolare dispregio verso quel tipo di intellettuale, a suo dire seguace acritico e pedissequo dell’aristotelismo, e ne faceva paragone con il ragno dalla cui bocca produce la ragnatela – parole e ancora parole a descrivere il mondo e dettarne le leggi – che, di fatto, finisce per imprigionarlo e sottrarlo alla concretezza del reale. Franz Werfel nel romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh, riprendendone l’immagine, scrive: “Il sapiente sta senza muoversi come un ragno in mezzo alla rete di raggi ch’egli tende sopra l’universo”.

Nessuna pretesa di discettare di filosofia, di metodo deduttivo o induttivo, di ritrovarmi impelagato nello scontro tra coloro che difendevano pigrizia mentale e interessi collaudati dietro la formula dell’Ipse dixit e tra coloro che, al contrario, per usare una espressione in voga al tempo in cui la mia giovinezza si maturava all’ombra del ’68, intendevano ‘assaltare il cielo’. E, dunque, si rassicurino i miei lettori…
E Werfel continua: “Ma quando il discorso cadeva sulla politica, sulla guerra, su scottanti questioni attuali, il farmacista s’inquietava. Egli non amava avere conoscenza di cose simili. Il mondo quale trastullo di dipendenze esteriori e d’interessi interiori era una perturbazione umiliante. Acquistava valore solo se trasportato nella lontananza disinteressata della contemplazione. Ultimo orgoglio dello spirito!”. M’è tornato a mente e l’ho ritrovato in edizione del 1941, rilegato, fra i tanti libri che un iraniano, dedito al vino e alla birra, simile agli zingari rovistanti nei cassonetti della spazzatura, mette in vendita alla cifra abbordabile di euro uno.
Così era, in un certo senso, mio padre. A noi figli che gli si rimproverava una esistenza ai nostri occhi inquieti monotona e grigia – lavoro e a casa libri soprattutto di storia e la musica classica alla radio, ci rispondeva che egli conosceva il mondo – e ne dava dettagliata e precisa dimostrazione – attraverso la lettura e questo gli appariva un sapere ben più alto del mio zaino e sacco a pelo. Non riusciva a convincerci, ma oggi mi appare non  avesse poi torto osservando uomini mediocri e vicende infime.
E m’è tornato a mente nel momento in cui, aprendo la pagina del ‘faccia libro’, mi sono ritrovato immagini e commenti sulla riunione al Parco dei Principi di ieri pomeriggio (sabato nove). E, se polemica v’è – ed è di certo polemica quanto vado scrivendo, si badi bene, essa è priva di arroganza e presunzione, di maiuscole e punti esclamativi, soprattutto non è diretta ai tanti amici (camerati) che legittimamente ed onestamente e idealmente si rivolgono a queste iniziative con rinnovata fiducia  inguaribile speranza e voglia ancora di mettersi comunque in gioco.
Nietzsche scriveva: “Io vivo in esilio per dire la verità” (anche se egli ebbe a disdegnare, ad esempio in Umano, troppo umano, proprio il principio di verità considerandolo solo una opinione con maggiore forza e circostanze per imporsi…). Io, dunque, orfano e tanto basta, simile ad Heidegger, che rimproverava a Platone d’aver gettato le basi del fraintendimento della metafisica da cui discende e si nutre il vero…
In pratica si auspica e si promette di rinnovare sigle e simboli antecedenti la destra onnivora del berlusconismo. Strappati all’ostracismo di formule tipo ‘arco costituzionale’ e divenuti uomini di governo (nell’incapacità di esserne all’altezza) e di potere (quello di accedere ai salotti-bene di escort e, soprattutto, di mettere il dito, anzi le dita, nel barattolo della marmellata), io credo, ad una sola condizione: dimenticare in fretta e nulla pretendere della propria storia antecedente, insomma identità valori uomini idee radici e inviarle senza rimpianto al macero – mi raccontava l’amico Adalberto Baldoni che il trasloco da via Quattro Fontane a via della Scrofa ha fatto sì che tutta la documentazione sul Movimento Sociale andasse perduta. “Uccisione del padre”, si è tentati di far propria la sentenza del dottor Freud…
Che forse l’estromissione di decenni da ogni leva decisionale, la prigione dorata (dove si alimentava il mito aristocratico greco della kalokagathia e della comunità di cuori puri e menti sane), l’anatema verso coloro che tentavano di sperimentare nuove percorrenze e prospettive nuove (la Caravella, ad esempio, a Valle Giulia) fosse solo il segno di una debolezza che andava protetta da facili e allettanti infezioni? Che solo – pensavano – nell’isolamento, a volte sdegnoso sovente rancoroso, una comunità si sarebbe mantenuta fedele alle sue esaltanti e tragiche origini.
Tornare indietro per rinnovare cosa e a quale fine? Il congresso di Fiuggi, luogo della fine di una stagione e al contempo dell’inizio di un’altra. Uno spazio invalicabile in un ipotetico viaggio a ritroso. Perché oltre quel confine non c’è il riconoscere l’equivoco di un partito nato consegnando l’elenco del Fascismo clandestino, di un partito che poteva sopravvivere solo se in grado di garantire un anticomunismo assoluto, zoccolo duro da bilanciare certi ondeggiamenti della Democrazia Cristiana (il che voleva dire, in clima di guerra fredda, essere sotto il cappello protettivo degli USA), di un partito truppa di riserva per i luoghi comuni di una borghesia timorosa e restia al rinnovamento.
Se ci fosse questa consapevolezza, beh, si potrebbe guardare a questi tentativi con un certo affetto, disincanto, certo, ma con un angolo di simpatia (e scrivo sympatheia nel suo etimo originario), no, nessun viaggio di ritorno perché, nell’immaginario collettivo costruito ad arte, il ‘vecchio’ Movimento Sociale è l’erede, complice, del ‘male assoluto’… Eppure è solo quel ‘male assoluto’ che può dare e ri-dare identità uomini idee valori progetti e alternative legittime e praticabili. La Carta del Carnaro, la Carta del Lavoro, I diciotto punti di Verona, liberati da alcune contingenze storiche, sono forse cosa morta? Non credo, e, in ogni caso, sono il segno di una volontà verso il cambiamento la rinascita la riscossa… Senza questa storia ogni tappa non è diretta a ri-trovare la terra perduta ma le ambizioni le vanità le poltrone; già, proprio e soltanto, le poltrone perdute…

L’esilio, allora, non è lo sdegnoso rifugio a non volersi sporcare mani e piedi, non è la torre d’avorio di miserabili presunzioni, le grandi idee e i concetti più distanti per nascondere la miopia della propria quotidiana pochezza… è, al contrario, quella “grandezza, (che) vuol dire dare una direzione” – sempre il rimando è a Nietzsche. Essere distanti per saltare il relativo e scoprire come “la via più breve fra due punti è quella che passa per le stelle”, e qui il rimando è a José Antonio…
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Categorie: destra, Interni, Merlino, Politica

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 11 Novembre 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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