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Destra? No,grazie!

Destra? No,grazie!
di Mario M. Merlino
Dietro l’ingombro tavolo di legno scuro campeggiava un quadro dalla cornice sottile dove era riportata una citazione del filosofo spagnolo Ortega y Gasset, autore de La rivoluzione delle masse che, nell’ambiente (così si definiva l’area prima che anche questo termine si frantumasse sotto il maglio di Berlusconi e la dispersione in cento rivoli, presuntuosi e arroganti, di colonnelli con eserciti ridotti, modello I ragazzi della via Pal) aveva trovato fortuna: “Essere di destra di centro(questa era una aggiunta arbitraria ma necessaria) o di sinistra è uno dei tanti modi per un uomo di definirsi imbecille”.

Egli riteneva che in una società giusta ed equilibrata vi fosse a base la massa e, su di essa, le élites politiche e culturali, a cui si  riconosceva il diritto di rappresentare le redini dell’ordine costituito. La modernità, con le sue rivoluzioni in nome della quantità, aveva prodotto il dissolversi di questa concezione e le masse si erano dichiarate capaci di interpretare esse stesse e da sole la funzione di rappresentarsi. Era, dunque, la vittoria dell’uomo volgare (da spirito liberale e coerente se n’era andato in esilio all’avvento di Franco). Qui, in questo studio, al primo piano della tipografia, era il regno di Walter Gentili, terreno neutrale, ove ciascuno si faceva stampare e manifesti e volantini ed opuscoli, spesso lasciando un conto irrisolto… E, all’inizio degli anni ’80, vi ho trascorso tanto del mio tempo. E, ancora, quando ‘l’aria’ di Roma s’era fatta pesante mentre dalla Corte d’Assise di Catanzaro arrivavano richieste di condanna definitiva e assoluta, egli ebbe in modo accorto e rasserenante il compito di tenere i contatti con la mia famiglia, essendomi dato io al ritiro forzato…

Nessuno si stupiva nessuno si scandalizzava nessuno si contrariava o si sentiva offeso nella definizione di ‘imbecille’, anche quando di fatto lo era, anche perché Ennio Flaiano, fustigatore dei costumi in sintonia con quanto era stato Leo Longanesi, s’era accorto che l’imbecille nascosto in ciascuno di noi stava ottenendo successo… E ciò valeva anche per gli uomini del doppiopetto, assisi negli scranni di Palazzo Madama e di Montecitorio, lesti ad accordi sotto banco con la DC, e per quelli, al momento più modesti, che dovevano accontentarsi di lucrare briciole, ma pur sempre della torta, magari uscendo al momento della votazione dall’aula di un qualsiasi consiglio comunale o provinciale. Sebbene si vedessero costretti a professare fede democratica e ai fondamenti della Costituzione, salvo arrampicarsi su terreno ambiguo e scivoloso quando gli si chiedeva dell’antifascismo, in privato nelle sezioni in colloqui con ‘i vecchi amici’ mai e poi mai usavano per se stessi il termine ‘destra’.

E avevano ragione perché la distinzione di destra e sinistra era nata, in modo casuale e quindi arbitrario, al momento della Rivoluzione dell’’89, quando l’emiciclo dei rappresentanti della borghesia vogliosa di diritti e di potere, rispetto alla presidenza, aveva imposto a ciascuno di sedersi il più prossimo ai suoi e, così, i moderati s’erano scelti il lato destro e i giacobini quello sinistro. Consuetudine rimasta ed estesasi, simile a reazione di fisica simpatia, a tutti i successivi parlamenti inauguratisi sull’onda di quanto la Francia aveva messo in scena. E se erano – ed eravamo – testimoni reduci ed eredi del Fascismo, in primo luogo di quello della Repubblica Sociale, cosa si aveva a spartire con i ‘ludi cartacei’ (altra espressione che ricorreva sovente quando qualcuno, della base, si sentiva ardito a sollevare critica e lo si voleva immediatamente zittire)? Uomini d’azione eravamo a menar le mani per conquistarci l’entrata nelle scuole, occupare la piazza e irridere ai nostri avversari con canti del Ventennio e braccia tese. L’intellettuale era un insieme di vecchiette froci e ragazzini con i foruncoli…

Per chi di noi il libro e il pensare altro ed oltre era nel DNA questo mondo ci appariva al contempo stretto e affascinante. Angelino Rossi, i cui pugni erano magli, dopo aver cambiato i connotati ad un omaccione che s’era permesso d’essere ‘sgarbato’ al bar del Prenestino, mi si rivolse e fattosi consapevole che ero un sedicenne piccolo borghese, esile e occhialuto, mi impartì una delle prime lezioni comportamentali del buon attivista: “Prima mena e poi discuti”.

Ovviamente ciò non li assolve dalle pecche, la prima fin dall’origine, e cioè fattisi convinti della sconfitta assoluta alimentare, nonostante ciò, nostalgie animosità spirito di rivincita e soprattutto anticomunismo. Già. Del comunismo conoscevamo ‘il sangue dei vinti’, prima molto prima che Pansa si potesse comprare un castelletto o casale in Toscana. E, senza poter fare il confronto, la superiorità della dottrina sociale del Fascismo (superiorità che riconosco anche oggi dopo aver letto tanto di Marx e dei suoi emuli). E si correva il rischio, voluto, di farci passare come improvvidi e stolti ‘trinariciuti’ (felice espressione di Guareschi) mentre, nel dibattere fra noi giovani davanti al piatto fumante d’una carbonara, nella trattoria gestita da due anziani e il figlio ritardato, o sulle panchine del Colle Oppio si era ricchi di sogni di ideali e di idee, per ore e, con Josè Antonio, “sopra di noi scintillano le stelle”…

Ma, qui, mi preme sottolineare come di destra parlasse Adriano Romualdi, che però, ben consapevole dell’equivoco, vi aggiungeva l’aggettivo ‘vera’ o la scriveva con la maiuscola proprio per evidenziare la frattura con una destra borghese parlamentare esangue e vile, nonostante riconoscesse – in linea con le affermazioni di Renzo De Felice, suo professore di laurea – come il Fascismo germinasse nella riscossa della piccola borghesia, i ceti medi, dal comunismo bolscevico e dall’egoismo liberale. Una destra, dunque, che destra non era e che raccoglieva dietro l’utilizzo del termine un coacervo di forze ‘rivoluzionarie’. E proprio questo suo essere troppo allineato con una interpretazione defeliciana e discepolo di quelle fobie del Barone, aristocratico dispregiatore d’ogni concessione plebea, ci portò a prendere da lui la distanza in quel primo marzo del ’68 a Valle Giulia. E, se si vuole, citare il Pasolini dell’ultima sua poesia, Saluto e augurio, dove riconosce l’esistenza di una Destra divina in tutti noi…

Destra? No, grazie!

Allora cominciamo a toglierci di dosso ogni incrostazione, ogni limite imposto da uno spazio concentrazionario d’imbecillità, con i suoi correlati linguistici e di comportamento e di difformità (chiedo venia all’autrice di un articolo di ironica efficacia che, però, si presta al fraintendimento su cosa sia di destra e cosa sia di sinistra. Articolo ove aver citato Giorgio Gaber me lo rende caro pur nella contrarietà). Se il tempo, auspicabile sì ma senza poterne determinare quando e come si avvererà, dei bastoni e delle barricate è o sarà, beh, intanto una sana rivoluzione delle parole che, va da sé, non sono la chiacchiera ci può confortare nell’attesa anche come momento chiarificatore di ciò che siamo in questo malo presente fummo in battaglie destinate alla sconfitta ma vissute irridenti e ostinate e, in primo luogo vogliamo essere contro l’anagrafe impietosa e i troppi nemici che non guastano mai…

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Categorie: Adriano Romualdi, destra, Merlino, Ortega y Gasset

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 17 Novembre 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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