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CANAGLIE…..

CANAGLIE…..


di Giacinto Reale
Confesso una speciale simpatia per le “canaglie”: “canaglie politiche”, innanzitutto, ma non solo.
 
Ci metto dentro anche certa ligera milanese e non solo degli anni cinquanta (le “tute blu” di via Osoppo, con l’ex partigiano Ugo Ciappina, la banda di Paolo Casaroli, ex “Decima Mas”, con il vice Romano Ranuzzi -rifiutato perché troppo giovane dalla GNR, se ne era andato tra i partigiani, assetato di avventura- che si suicida dopo la cattura del capo per non cadere nelle mani della polizia), e Albert Spaggiari con la sua ascia bipenne al collo, mentre restano fuori lo psicopatico anarco-comunista Pietro Cavallero e i burini ammanigliati col potere e coi Servizi di “Roma criminale”.

Insieme a loro, con un accostamento che potrà apparire singolare, i “maledetti delle lettere”, da Rimbaud a Celine, da Kerouac a Bukowski, e anche gli scanzonati cazzottatori delle “serate futuriste” o un insospettabile Dostoievskij… passioni di gioventù.
Ma è del canagliume politico che voglio parlare, di quel canagliume che viene fuori nei momenti di storia “eccezionale” e che, se le cose vanno bene, diventa “fulgido esempio”, mentre se vanno male resta nell’inferno della delinquenza politica, quando non comune.
 
In Italia, il suo momento di gloria fu lo squadrismo fascista, al quale arrivò per il tramite dell’arditismo di guerra e della palestra fiumana… Camillo Pellizzi lo testimonia efficacemente: “(all’epopea squadrista hanno partecipato) fior di canaglie… sì, dico canaglie; di quelle a cui la storia avvenire costruisce dei monumenti. Banditi, come quelli che posero le prime pietre di Roma, pirati, come quelli che iniziarono la Repubblica Veneta o la potenza Britannica, avventurieri come i Paladini dell’epopea cavalleresca, come certi nobili delle Crociate. Sublimi canaglie che si redimevano in un principio di passione etica, in una fiamma di spirito collettivo, in una disciplina anche interiore di obbedienza e sacrificio” (Camillo Pellizzi, “Problemi e realtà del fascismo”, Firenze 1924).
È un fenomeno che si trova solo in campo fascista: le “canaglie” che pure vi furono dall’altra parte (e ve ne furono, eccome) erano diverse: ciniche, spietate e “ideologiche” fino al parossismo, come Franco Moranino, Giuseppe Marozin e Adriano Venezian, o manovali della violenza al servizio del comunismo come Vittorio Vidali.
Per i fascisti era diverso: in loro lo scatenamento dell’energia primordiale era istinto puro, vocazione personale, arricchita e nobilitata dalla presenza di due elementi altrove non riscontrabili: la fedeltà al Capo (prima ancora che all’idea) e la disponibilità a gettare sul piatto della bilancia innanzitutto la propria vita, con sprezzante indifferenza.

Sono queste, in fondo, le caratteristiche che più mi attraggono, perché in me, cresciuto alla cartesiana scuola della ragione, sono appena presenti: fedeltà al capo, sì, però… con quanti distinguo; offerta della vita: sì, certo, ma in circostanze estreme, non come se fosse un gioco giornaliero, da rinnovare in continuazione.

E poi, dico la verità: i piccoli borghesi con aria da intellettuale mi annoiano: so già in anticipo quello che diranno e quello che faranno; i loro percorsi di pensieri, sentimenti ed azioni possono essere i miei… guardarmi allo specchio è un gioco che non mi è mai piaciuto…
 
Vuoi mettere, l’imprevedibilità dei ragionamenti, delle intuizioni, dei comportamenti di una “canaglia”, abituata a muoversi come un lupo in territorio ostile, sempre, che ostile sente questo mondo.
Provo a fare qualche nome, con un’avvertenza: mi limiterò al periodo dello squadrismo fascista, che poi, all’epilogo, quelli che vengono normalmente individuati come i “cattivi” (sì, perché la “canaglia” è cattiva per definizione, anche se capace di generosità sconosciute ai “buoni”) avevano dalla loro una copertura di ufficialità, rappresentavano –comunque- l’ordine e l’autorità, che sono, però, i peggiori nemici delle “canaglie”:
 
Albino Volpi e Franco Colombo a Milano, Piero Brandimarte a Milano, Bruno Frullini, Umberto Banchelli e Amerigo Dumini a Firenze, Tommaso Beltrani a Ferrara, Arconovaldo Bonaccorsi a Bologni; i primi nomi che mi vengono a mente, perché destinati in seguito a “fama” nazionale, ma con loro tanti altri, le molte centinaia di ex squadristi finiti al confino perché incapaci di irreggimentarsi, i dissidenti di sempre, le incorreggibili teste matte.
E ci metto pure – e forse sbaglio, perché magari era tutto fuorché una “canaglia”- Giulio Taiti, settantenne macellaio di Forte dei Marmi, che, all’avvicinarsi del fronte, lascia ai familiari, prima di andarsene al Nord con la sua Brigata Nera, un biglietto, nel quale dice di “compiangerlo solo se fosse morto tra due lenzuola. Se una pallottola lo avesse colpito con le scarpe ai piedi, dovevano allora far festa e seppellirlo con la camicia nera” (così in Dongo, l’ultima autoblindo, di Florido Borzicchi, Roma 2009). Il suo desiderio sarà realizzato: cadrà a Dongo, colpito nella scalcinata autoblindo di Pavolini.

Mi pare sia stato La Rochelle a scrivere “I falliti, che gente adorabile, sono loro che danno colore al mondo”; e sono d’accordo: le “canaglie” sono sempre anche dei “falliti”….un impiegato o un bottegaio “canaglia”, nel senso che ho detto, non può esistere
 

E proprio dallo scrittore francese muove Maurizio Serra, acuto ed intelligente indagatore di personaggi, fatti ed idee “contro”, per arrivare al Malaparte che si accompagna a Dumini nella Firenze squadrista (testimonierà anche a suo favore al processo Matteotti) e si entusiasma di Bonaccorsi nella Spagna in guerra:
“Certo, è difficile non entrare in contato con Dumini quando si dirige i sindacati fascisti di Firenze, ma da qui a legarsi a lui ce ne corre. E qui arriviamo ad un nodo psichico non secondario. Malaparte… prova anche una certa attrazione per i bassifondi. Un altro personaggio di questo genere che incontreremo in seguito sarà Arconovaldo Bonaccorsi… È nota la tendenza di certi intellettuali in cerca di virilità a far causa comune con la teppaglia. Drieu, che soffriva di questo complesso autodistruttivo, ne ha dato un’interpretazione quasi psicoanalitica nei Cani di paglia.
Ma è difficile capire quali meccanismi potessero scattare in un uomo sano, indifferente al vizio e che aveva già sufficientemente provato la propria forza fisica e morale nella grande guerra, come Curzio. Eppure, l’incanaglirsi a buon mercato lo seduce” (Maurizio Serra, Malaparte vite e leggende, Venezia 2012).
Ho finito, ma vi devo una spiegazione: queste due paginette non sono il frutto occasionale di qualche ora di insonnia, no: hanno un’origine precisa: il ritrovamento tra le vecchie carte di quello scatolone senza fondo che ognuno di noi conserva in soffitta, di due paginoni del Secolo d’Italia del gennaio 1990, con il racconto del figlio di Telesio Interlandi –una “canaglia” del pensiero come poche- sulle vicende ultime del padre all’epilogo della RSI… ne parlerò prossimamente.
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Categorie: Squadrismo, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 8 Novembre 2013

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. Janus H.V.

    Interessante articolo. Molto intrigante per le cose che prospetta. Ognuno di noi, che abbia militato nelle formazioni giovanili ha o ha avuto particolari simpatie per le cosiddette “canaglie”. Io, ad esempio, ammiravo incondizionatamente Ettore Muti, per la spavalderia da autentico guascone che il suo personaggio ispirava. Spero che negli articoli a venire si parli anche di lui che, certamente non fu un intellettuale ma un eroe scanzonato!

  2. C’è un articolo su Ettore Muti scritto dalla nostra Franca Poli. Questo post ha riscosso tanto successo perchè l’ Eroe è stato raccontato da un punto di vista inedito cioè da una Donna…vai a ritroso che lo trovi…Grazie

  3. Janus H.V.

    Grazie Admin, l’ho fatto e non me ne sono pentito. Insolita prospettiva ma gradevolissima.

  4. Anonymous

    Vorrei ricordare che Telesio Interlandi nella sua qualità di direttore della rivista “La difesa della razza” ( il cui capo redatore era Giorgio Almirante) nel vano tentativo di suscitare una cosciena razziale tra gli italioti, si attivò per far girare un film nella mussoliniana Cineceittà di Roma, un film, attualissimo e inquietante. In pratica Interlandi prevedeva quello che l’Europa sta conoscendo ora, l’invasione di orde di africani nel vecchio continente. Queste orde di invasori di colore, si davano alla rapina,al saccheggio, allo stupro delle bianche, in pratica centinaia di migliaia di Kabobo il picconatore di Milano all’opera. Purtroppo tale film, per volgari motivi di denaro non venne mai realizzato. Un vero e proprio peccato. Sarebbe stato un film da proiettare in tutte le sale cinematografiche del continente. Un film preveggente, in quanto a detta di studiosi di demografia il continente nero conoscerà entro qualche decennnio, un boom demografico che porterà la popolazione nera verso un miliardo di bipedi.Mentre l’ Europa,che conosce un tasso di denatalità spaventoso si sta suicidando a forza di aborti e divorzi. Il prossimo conflitto mondiale sarà di carattere razziale…guai ai pietosi,guai agli inermi!

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