Radici profonde non gelano

Radici profonde non gelano
di Franca Poli

Nei primi mesi del 1945, fino all’epilogo di fine aprile che tutti conosciamo, la vita dei militi della Repubblica Sociale fu messa a dura prova da attentati e bombardamenti alleati. Dal gennaio, alla primavera e anche dopo, Tommaso e Costanza vissero una successione di eventi repentina e drammatica. Il loro bambino era appena nato e Tommaso aveva chiesto all’amico bergamasco di ospitare la moglie e il figlio in un posto sicuro, così Costanza fu ricoverata in una vecchia fattoria dove potevano sfamarsi e collaborare all’attività agricola e dove Tommaso non andava mai per non creare sospetti e non mettere a repentaglio la loro vita e quella di chi li ospitava.

Infatti si andavano formando sempre più numerose, in quel periodo, delle bande di partigiani che si nascondevano sui monti e nei boschi. Perlopiù erano composte da renitenti alla leva, poi vi erano una buona parte di malviventi veri e propri,(furono quelli che alla resa dei conti si macchiarono dei delitti peggiori, di omicidi e saccheggi) individui che erano stati condannati per reati comuni e irresponsabilmente liberati in qualche sortita, infine vi era anche una minima parte di veri combattenti. Non fu la “grande” partecipazione di popolo, ma fu proprio quest’accozzaglia di individui, vestiti nel modo più strano, senza un’ uniforme, a formare la Resistenza. Il 99% dei componenti altro non attendeva che l’ora di tornare a casa infischiandosene dell’interesse nazionale. Gente ingovernabile, senza alcuna disciplina che combatteva per Badoglio pur chiamandolo “bastardo”.
Dimostrare che il popolo era estraneo a tutto questo è alquanto facile. Basta osservare i risultati delle elezioni politiche del 2 giugno 1946, dove il PCI, preminente nella Resistenza, ebbe un risultato mediocre, inferiore anche a quello dei socialisti. Aveva vinto la Democrazia Cristiana, che nella lotta armata aveva avuto, al contrario, un peso irrilevante. Segno evidente che il partigianato non fu quel fenomeno spontaneo che si è voluto far credere e che la “lotta di popolo”, artatamente costruita a tavolino a guerra ampiamente finita, è una suggestiva immagine molto lontana dalla realtà dei fatti. La resistenza, altro non fu che l’esecuzione delle disposizioni date da Churchill e messe in atto dai vari Longo, Parri, Cadorna etc… La cinica strategia prevedeva la creazione dei SOE (Special Operation Executive) per coordinare azioni di sovversione e sabotaggio al fine di “incendiare l’Europa”. Diretta conseguenza fu la guerra civile. L’Inghilterra si assunse gli oneri di tale manovra, per l’Italia spese ogni mese 160 milioni di lire. Il documento fu firmato all’atto della costituzione del Comitato di Liberazione Alta Italia fra il generale comandante supremo alleato Wilson e Alfredo Pizzoni, Ferruccio Parri, Giancarlo Pajetta, ed Edgardo Sogno. E proprio a questi ultimi venivano ripartiti i fondi nelle seguenti percentuali: Liguria 20 – Piemonte 60 – Lombardia 25 – Emilia 20 -Veneto 35. Ovviamene in cambio si era firmato che il CLNAI avrebbe ceduto ogni autorità, eventualmente conquistata, all’esercito alleato non appena lo stesso avesse assunto il governo dei territori“liberati”.
La storiografia partigiana indica questo periodo come il secondo Risorgimento d’Italia. Una mistificazione che fa rabbrividire. Il Risorgimento aveva cercato di unire gli Italiani, mentre l’antifascismo volle dividerli, discriminando in perpetuo chi era stato coerente con un passato prossimo altamente condiviso o che comunque non aveva fatto in tempo a salire sul carro del vincitore.
In realtà fu il fascismo “l’apice del risorgimento italiano ed anche l’ultimo atto del risorgimento nazionale, ed il più disperato tentativo di dare ai popoli unità, costituendo uno stato forte” non lo dico io, ma Giuseppe Prezzolini (Manifesto dei conservatori 1972) e proseguiva “il fallimento di questo tentativo dovuto a forze estranee al Paese, ha condotto l’Italia a cercar di diventare una provincia dell’Europa(….)in alternativa alla sudditanza dalla Russia.”
Il fascismo e Mussolini furono per ventidue anni espressione del popolo italiano tutto, tranne pochissime eccezioni. Ciò che è stato scritto dopo sono bugie volute da chi nascose le sue ambizioni di governo dietro la facciata del “volere popolare”, quando invece il popolo era stato sepolto dalle macerie delle bombe sganciate dai liberatori. Come non citare, uno su tutti, il bombardamento della scuola di Gorla presso Milano dove trovarono la morte duecento bambini coi loro insegnanti. Fu un atto di vero e proprio terrorismo. Solo così si spiega l’inutile sacrificio di tanti innocenti con un’azione che nulla aveva di strategia militare, senza obiettivi nei dintorni e avvenuto in mattinata, con piena visibilità. Un popolo che aveva subito rappresaglie provocate da colpi di mano inutili e irresponsabili e che ciononostante non era insorto né a Roma né a Milano, contro ogni aspettativa, frustrando le attese comuniste, e anglo-americane. Ricordiamo come il vile attentato di Via Rasella, compiuto con gli alleati ormai alle porte, avesse il solo scopo, fallito, di far insorgere i romani.
Il popolo aveva, al contrario, spontaneamente offerto un altissimo numero di volontari alla RSI. E mentre nel regno del Sud alti papaveri dell’esercito e vecchi arnesi della politica studiavano come rientrare nel giro senza pagare dazio, altre persone: uomini, donne, vecchi e ragazzi di ogni ceto e condizione si donavano con disperato amore alla Patria combattendo per la causa che giudicavano più onorevole senza chiedersi se sarebbe stata quella vincente. 

Questa sì fu guerra di popolo. Gli italiani che avevano aderito alla Repubblica Sociale, furono definiti col termine dispregiativo “repubblichini” e tacciati di aver perso la guerra militando alle dipendenze dei tedeschi in uno stato fantoccio. In realtà le cose stavano molto diversamente:

  • Al sud la moneta di scambio era di occupazione; gran parte delle truppe regie vestiva uniformi alleate; i soldati erano adibiti alle mansioni più umilianti; ogni atto di governo esigeva la preventiva autorizzazione degli alleati; stampa, propaganda trasmissioni tutto passava al vaglio della censura anglosassone.
  • Al nord si batteva moneta e si emettevano francobolli; il Ministro della Difesa Graziani comandava un’armata dove militavano anche tedeschi alle sue dipendenze. Leggi e regolamenti venivano emessi senza sottostare all’approvazione tedesca, così come quotidiani e o periodici, funzionavano scuole, fabbriche e uffici e anche quando (com’è naturale) l’alleato cercò d’ingerirsi, la Repubblica restò autonoma, con una perfetta organizzazione statale dal primo all’ultimo giorno, cosa mai concessa al governo del sud.
Nel bresciano e nel bergamasco le formazioni partigiane che operavano, in maggioranza, erano le “Fiamme verdi”, che si dimostrarono tra le meno violente. A prevalente orientamento cattolico, formate principalmente da intellettuali, a causa della distanza dai partiti, e dal mancato proposito di ricorrere nei posti di potere, non ebbero una grande risonanza, però a parte pochi eccezionali episodi, non si macchiarono di gravi eccessi. In quei mesi Tommaso, sempre adibito al reperimento dei viveri per la truppa, in una sola occasione ebbe modo di venire a contatto con un drappello di partigiani. Un giorno tornando da un’escursione in montagna, accompagnato da due commilitoni, si vide circondato. Furono disarmati e fatti disporre in fila indiana, i partigiani volevano condurli alla loro base. A un certo punto, approfittando di un attimo di distrazione, Tommaso con il coraggio della disperazione fece esplodere, lanciandola avanti a loro, una bomba a mano che aveva nascosto nei pantaloni. Nell’attimo di confusione che si creò, si gettò da un dirupo urlando “Scappate!” e dopo essere rotolato per la scarpata, si mise a correre quanto più forte poteva, mentre in lontananza sentiva risuonare degli spari. La sera, al rientro in caserma uno dei suoi commilitoni lo aveva raggiunto, dell’altro non si ebbero più notizie.
La storiografia ufficiale ha sempre fatto coincidere il bene coi vincitori e il male coi vinti, mentre per bocca dello stesso Ferruccio Parri si legge in (l’Italia partigiana) che “vi fu nel movimento partigiano il buono e il cattivo, gli eroi ed i saccheggiatori, i generosi e i crudeli, ci fu un popolo con le sue virtù e i suoi vizi. Poi sono venuti partigiani dell’ultima ora, pessima razza in generale. Poi sono venuti gli sfruttatori e i profittatori della partigianeria”.
E’ oltremodo vile oltre che sciocco voler far credere, come è sempre avvenuto, che gli appartenenti alle formazioni volontarie della RSI e in particolare alla “famigerata” X MAS fossero dei briganti, un’accozzaglia di malviventi, quando invece furono uomini d’onore ai quali non fu mai concessa possibilità di replica. L’assioma secondo cui le crudeltà erano regola nella RSI e solo eccezione dall’altra parte, viene smentito dalla realtà dei fatti. Dall’attento esame di documenti storici si evince che “garibaldini”(comunisti), partito d’Azione (giellisti) e persino la banda del cattolicissimo Vian compirono azioni gratuite e infami. Vi furono episodi commessi durante la guerra, anche dagli alleati, di una gravità tale da essere giudicati, ma mai nessuno si sognò di levar la voce contro la Russia e l’America per “crimini contro l’umanità”. Crimini che durante i processi di Norimberga o di Tokyo furono addebitati solo ai vinti, come se questi avessero combattuto da soli.
“Alla giustizia col G maiuscolo non ci credevo neppure quando facevo il mio mestiere; figurati ora, dopo tutto quello che ho visto nei vari rami dell’organizzazione politica e militare del PdA (Agosti a Bianco 27/12/44). Fin da quei lontani giorni fu ben preciso il disegno di “appropriarsi” del Paese. Le forze politiche si schierarono su fronti diversi e si uccisero anche tra di loro, (se ne parla poco), pur di raggiungere, finita la guerra, ognuno per proprio conto e prima degli altri, il traguardo del potere. La suddivisione fra le varie correnti partitiche iniziò fin da allora mentre i “garibaldini” di Ercole Ercoli o Palmiro Togliatti che dir si voglia, non facevano mistero di operare per attrarre l’Italia nell’orbita di Mosca, ogni altro schieramento ha avuto le sue mire, che alla fine hanno consegnato il Paese in mano ai cosiddetti “liberatori” che ci schiacciano sotto il tallone e di cui siamo ancora oggi, succubi e schiavi.
Quando Milano fu “liberata”, il comandante della piccola caserma dove prestava servizio Tommaso, in ottemperanza a ordini superiori, congedò i suoi militi. Mussolini era morto, la guerra finita e perduta, non restava niente altro da fare. Al contrario di molti soldati che cercarono immediatamente di raggiungere le loro abitazioni, Tommaso, mentre tutti scendevano a valle e i partigiani prendevano il potere nei vari comuni del bergamasco, salì in montagna per riabbracciare finalmente sua moglie e suo figlio. Si tolse a malincuore la divisa e, a causa di una leggera indisposizione del bambino, ritardarono la partenza di qualche tempo ma questo, forse, salvò loro la vita. Anche lassù giungevano i clamori di quello che i “vittoriosi” partigiani stavano combinando a valle. Si compivano stragi di ex combattenti della RSI quasi in ogni città, a Como, Sondrio,Brescia e Pavia.
Il 28 aprile 1945, nella casa canonica di Oderzo, il paese che loro conoscevano bene e dove avevano vissuto fino a poco tempo prima, fu firmato, alla presenza del parroco, e del nuovo sindaco della città, un accordo tra il Comitato di Liberazione Nazionale, e due rappresentanti della RSI.
L’accordo, prevedeva la consegna delle armi in cambio di un lasciapassare partigiano, il risultato fu la resa incondizionata di tutte le forze fasciste di Oderzo. In totale circa 600 uomini. La brigata “Cacciatori della pianura” delle Brigate Garibaldi, legate al Partito Comunista Italiano, non accettò l’accordo del Comitato di Liberazione Nazionale .
I comandanti venuti a sapere dei fascisti arrestati, decisero arbitrariamente di considerare nullo l’accordo e di istituire un cosiddetto tribunale di guerra, presso il Collegio Brandolini di Oderzo. I verbali del processo, secondo i partigiani, furono sottratti da qualcuno o distrutti da un incendio. Le prime eliminazioni avvennero già la mattina del 30: tredici prigionieri furono prelevati dalle carceri, fucilati lungo le rive del Monticano e gettati nel fiume. Molti altri furono massacrati senza pietà fra il 30 aprile e il 15 maggio. La maggior parte, ben 113, fu uccisa al Ponte della Priula, frazione di Susegana e gettati nel Piave.
Tommaso e Costanza, anche dietro consiglio dell’amico che li ospitava, si fermarono ancora qualche mese in montagna, il bambino cresceva e si fortificava, Costanza cucinava saltimbocca alla romana per tutti e Tommaso andava a spaccare legna nei boschi. Solo all’approssimarsi dell’autunno 1945, salutarono i loro benefattori e si avviarono verso la pianura. Tommaso non parlò mai volentieri della sua storia, ritornato a casa, pensò a ricostruire, a ridare dignità alla sua famiglia, a pacificare, lui sì: ”Cercammo di dimenticare ciò che tutto il mondo volle farci credere e cioè che avevamo combattuto dalla parte sbagliata“ Ripongo gelosamente, nel fondo del baule,la camicia nera che ci ha raccontato la sua storia. Resterà conservata per mia figlia e per i suoi figli ancora, a ricordo di un passato che non deve essere né dimenticato, né offeso e affinché i valori che portarono certi giovani ad abbracciare una scelta, fin dall’inizio, insostenibile, possano un giorno risorgere.

“Non tutto ciò che luccica è oro, non tutti quelli che vagano sono perduti; il vecchio che è forte non appassisce, radici profonde non gelano.” (Gandalf in La Compagnia dell’Anello”)
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Categorie: Identità, Rsi

Pubblicato da Franca Poli il 17 Ottobre 2013

Franca Poli

Franca Poli, appassionata di storia recente, consulente del lavoro ma scrittrice e poetessa per divertimento. Scrivo, per passione da quando appena ne fui in grado pensai di vergare a grandi lettere il mio nome sui muri della camera da pranzo. Ecco scrivo da sempre e con lo stesso successo di allora.

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