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Berlusconi e la crisi: scelta giusta nel momento sbagliato

Berlusconi e la crisi: scelta giusta nel momento sbagliato


di Michele Rallo
Butto giù queste riflessioni poche ore dopo le dimissioni dei ministri PDL dal governo Letta. Chiedo anticipatamente scusa — perciò — se non saranno aggiornate con eventuali novità dell’ultima ora.
E vengo al dunque. Al di là della storia infinita dell’accanimento giudiziario contro Berlusconi (vero o presunto o parzialmente vero che sia) la conclusione traumatica del primo governo Letta va letta (scusate il bisticcio) con un’altra chiave di… lettura. Questa compagine, infatti, non è che la continuazione del governo Monti ed obbedisce alla medesima logica: garantire che l’Italia continui a pagare gli interessi alla speculazione finanziaria ed agli organismi bancari e parabancari europei; ciò, naturalmente (e non potrebbe essere diversamente) ricorrendo alla spremitura fiscale ed al massacro sociale. Queste cose le sapevano tutti. Le sapeva Letta, quando ha presentato un programma di governo assolutamente fantasioso (taglio dell’IMU, congelamento degli aumenti IVA, eccetera). E le sapeva benissimo anche Berlusconi, quando si è imbarcato nel governo di larghe intese facendo finta di credere alle promesse del nipote di zio Gianni.

Adesso, però, si è reso conto che Jo Condor voleva legargli le mani, pretendendo da tutti i partiti della coalizione il sostegno incondizionato ad una “legge di stabilità” dai contenuti che si annunziavano draconiani. Il Cavaliere, dunque, ha dovuto per forza staccare la spina al governo, per non dover condividere una politica assolutamente impopolare, come e peggio di quella del governo Monti. Ma ha staccato la spina nel momento e nel modo peggiori: quando una parte dell’opinione pubblica ritiene ancòra che il governo Letta possa servire a salvare il salvabile, e accostando in qualche modo questa decisione al preannunziato voto del PD in favore della sua decadenza. Due autogol con un tiro solo. Sarà, infatti, accusato di essersi lasciato guidare da interessi personali; e — soprattutto — da questo momento in poi gli sarà attribuita la responsabilità di ogni guasto economico: dall’aumento dell’IVA (voluto da Letta) alla riproposizione dell’IMU (voluta dai sostenitori della patrimoniale), fino a quello che è l’obiettivo finale della Merkel e delle banche americane: il commissariamento delle finanze italiane da parte della cosiddetta “troika” (Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale).
In sostanza: sarà anche un abile comunicatore, ma come stratega il Cavaliere si è rivelato un disastro. Eppure, era nelle condizioni ideali per vincere su tutta la linea. Bastava che si attrezzasse per dirigere il suo partito da casa, senza altra preoccupazione se non quella di aspettare che Letta fosse costretto a smettere di bluffare e a dichiarare che gli “impegni con l’Europa” rendono impossibile ogni tentativo di rilancio dell’economia. A quel punto — e solo a quel punto — avrebbe dovuto provocare la crisi e presentarsi al popolo come l’alternativa allo sfascio. Ma… c’è un ma. Per far ciò, Berlusconi avrebbe dovuto scegliere definitivamente la strategia del populismo, dell’uscita dall’Unione Europea e del ritorno alla sovranità monetaria nazionale. E, probabilmente, il Cavaliere non se la sentiva e non se la sente di imboccare una strada del genere. Una strada che potrebbe nascondere insidie pericolose: primavera araba docet.

Nota di Ereticamente
Ringraziamo l’Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani
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Categorie: Berlusconi, Interni, Politica, Rallo

Pubblicato da admin il 7 Ottobre 2013

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