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21 novembre 1920: “le donne restino a casa” (parte seconda)

21 novembre 1920: “le donne restino a casa” (parte seconda)
di Giacinto Reale
E’ chiaro che, dopo quello che è accaduto, i socialisti del capoluogo emiliano cerchino la rivincita: l’occasione propizia sembra essere proprio quella dell’insediamento del Consiglio comunale, che consacra la vittoria elettorale alla recenti amministrative; la cerimonia è prevista all’interno di quel palazzo D’Accursio, già obiettivo, durante la guerra, di decine di manifestazioni di protesta, ripetutamente assalito dagli interventisti che intendono protestare contro i “tedeschi d’Italia” .

E’, quindi, più che prevedibile che anche stavolta ci sarà battaglia; gli squadristi fanno chiaramente capire che non sono disposti a retrocedere; il 19 novembre diffondono in città e attaccano alle cantonate un volantino dattiloscritto, del quale il Questore ha vietato la regolare diffusione e sequestrato gli originali in tipografia,nel quale di dice:

Cittadini, i massimalisti rossi, sbaragliati e vinti per le piazze e le strade della città, chiamano a raccolta le masse del contado, per tentare una rivincita, per tentare di issare il loro cencio rosso sul palazzo comunale ! Noi non tollereremo mai questo insulto ! Insulto per ogni cittadino italiano e per la Patria nostra, che di Lenin e di bolscevismo non ne vuol sapere. Domenica, le donne e tutti coloro che amano la pace e la tranquillità, restino in casa, e, se vogliono meritare dalla Patria, espongano dalle loro finestre il tricolore italiano. Per le strade di Bologna, domenica, devono trovarsi solo fascisti e bolscevichi. Sarà la prova: la grande prova in nome d’Italia !

Per meglio essere pronti, i fascisti bolognesi chiedono aiuto ai camerati delle altre città, ma la sera del 20, con un camion, arrivano solo venti squadristi da Ferrara, avvisati da uno studente di Medicina che studia presso l’Università del capoluogo. Si arriva così alla giornata del 21: la mattina, circa 400 fascisti improvvisano un corteo per le vie del centro, e poi si radunano nella loro sede di via Marsala; l’impegno, che hanno ottenuto dal Prefetto “mediatore” che nessuna bandiera rossa verrà esposta sul palazzo comunale e che verranno rispettate le persone dei consiglieri di minoranza, li convince a restare tranquilli,ma vigili.

La promessa però, come era prevedibile, non viene mantenuta: i socialisti hanno stipato il palazzo D’Accursio di guardie municipali, vigili del fuoco, agenti daziari, dipendenti comunali di provata fede, guardie rosse provenienti da fuori città, e si sentono sicuri, in grado di dare una lezione ai provocatori fascisti; è così che, verso le 14,30 sulla torre degli Asinelli viene issata una bandiera rossa.

In un attimo, gli squadristi escono di corsa dalla loro sede, travolgono gli esili cordoni di truppa che li separano dalla piazza, e irrompono da due parti; uno si arrampica veloce sulla torre per togliere la bandiera, mentre gli altri cominciano a premere sulla folla ammassata in piazza.

Poco importa, ed è sempre difficile in questi casi, accertare chi abbia sparato i primi colpi: certo è che, dal balcone di palazzo D’Accursio si affacciano le guardie rosse, vedono al folla che corre, pensano all’attacco fascista e tirano bombe a mano sulla piazza; è una strage: alla fine, sul selciato, cosparso di “copricapi, ombrelli, bastoni ed oggetti abbandonati nel disordinato rosso fuggi-fuggi” si conteranno dieci morti innocenti ed una sessantina di feriti.
Ma non è ancora finita: al rumore delle deflagrazioni, gli attivisti socialisti radunati all’interno del palazzo irrompono nella sala del Consiglio, inveendo contro i consiglieri della minoranza; esplodono anche alcuni colpi di pistola, che colpiscono a morte Giulio Giordani e feriscono altri due consiglieri.

Lo sdegno, in tutto il Paese è grande: la figura del caduto; il comportamento irresponsabile delle guardie rosse che hanno “bombardato” una folla inerme, e per di più della loro stessa fede politica, temendo chissà quale pericolo; il gran numero di vittime innocenti, tutto contribuisce a far crescere la condanna dell’opinione pubblica stanca, sempre più stanca, delle violenze dei rivoluzionari rossi.

I fascisti “danno il bando” a Missiroli, direttore del Resto del Carlino, accusandolo di essere troppo vicino ai socialisti: egli non può più rientrare in città, e il 5 aprile rassegnerà le dimissioni dal giornale; i nazionalisti, dal canto loro, “bandiscono” da Bologna i consiglieri della maggioranza comunale ed i maggiorenti del Partito socialista che, se inadempienti, saranno “svillaneggiati e sputacchiati sul grugno”; altrettanto faranno, infine, gli studenti della locale Università, che boicottano le lezioni e gli esami di laurea dei professori in odore di socialismo.

La reazione è forte, ma l’indignazione della pubblica opinione sarebbe ancora maggiore, se solo si sapesse che, la sera stessa dell’eccidio, a Castel San Pietro si tiene regolarmente il programmato banchetto di ringraziamento per il risultato elettorale, al quale partecipano anche gli on. Graziadei e Bombacci, provenienti da Bologna, che commentano a tavola i fatti della giornata, minimizzandoli come un deplorevole incidente, del quale essi non hanno colpa.

Sarà vero, come sostiene Missiroli, un bolognese che  conosce bene i suoi rossi concittadini, che i comunisti invocano Lenin, ma il loro Dio è Gargantau ? (fine)
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Categorie: Fascismo, Mussolini, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 12 Ottobre 2013

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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