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21 novembre 1920: “le donne restino a casa” (parte prima)

21 novembre 1920: “le donne restino a casa” (parte prima)

di Giacinto Reale

Si avvia a fine l’anno della “minorità fascista”, ma ci saranno ancora due episodi che, per la loro drammaticità, per la risonanza che avranno, per le conseguenze che determineranno, sono destinati a fare veramente da spartiacque tra due periodi del fascismo, che, fin qui sostanzialmente defilato rispetto alla grande politica nazionale sarà avviato, d’ora in poi,  ad iniziare la marcia inarrestabile che si concluderà con la conquista del potere il 28 ottobre del ’22.
Troppo totalizzante è, forse, De Felice, che, a proposito del passaggio di testimone che si verifica nelle file fasciste tra la fine del ’20 e l’inizio del ’21, così si esprime:
Molti si persero per strada, parecchi passarono al campo avverso, i più si trovarono, quasi inavvertitamente, ad essere, ad un certo punto, altri rispetto a quelli che erano stati al principio, soppiantati nell’effettiva guida del movimento da elementi nuovi, di diversa origine e formazione, legati a realtà diversissime.
E’ comunque certo che il ricambio umano e le correzioni di rotta che si verificheranno nei mesi a venire, anche, e forse soprattutto sotto la spinta di avvenimenti esterni non sempre previsti, costituiscono il presupposto indispensabile per l’affermazione finale: il fascismo del biennio trascorso, minoritario, scapestrato ma, in fondo, privo di vere prospettive, deve, se vuole dare un senso alla propria azione ed al sacrificio dei caduti che va assumendo proporzioni sempre più rilevanti, “mettere da parte” qualche velleitarismo, una confusione di linguaggi  ed un certo estremismo verbale controproducente, per cominciare seriamente a pensare di poter costituire l’alternativa al sistema liberaldemocratico, sotto la imprescindibile  guida di Mussolini, che è l’unico che può traghettare il movimento in questo difficile passaggio.

Per ora, però, è l’azione di piazza a far da padrona: a Bologna, il 21 novembre, in coincidenza con l’insediamento del nuovo consiglio comunale, si verificano gravi incidenti, che culminano nella morte del consigliere, mutilato di guerra, Giulio Giordani, uno degli elementi, peraltro, più concilianti della minoranza antisocialista.

L’intera vicenda ha un prodromo nella giornata del 4 novembre, allorché, per festeggiare la vittoria, i fascisti cittadini (tra i quali si va affermando la figura dell’operaio ex anarchico Leandro Arpinati) danno vita ad una serie di manifestazioni, che coinvolgono tutta la cittadinanza non rinunciataria, ad eccezione, quindi, dei socialisti che, anzi, si riuniscono all’interno della Camera del lavoro, dove convergono un centinaio di guardie rosse, in gran parte provenienti da Imola, armate di moschetto.

Il segretario confederale, Ercole Bucco, con preoccupate telefonate alla questura si sforza di giustificare il concentramento con il timore di un attacco squadrista che, peraltro, effettivamente si verifica verso la mezzanotte, quando un centinaio di fascisti, guidati dal Tenente Attilio Pappalardo, muovo sulla sede sindacale; dall’interno dell’edificio partono, in risposta, una serie di colpi di fucile che feriscono proprio il Pappalardo, il quale viene subito arrestato dalla forza pubblica, prontamente accorsa dopo le ripetute  richieste di soccorso da parte degli assediati.

L’intervento ha, però, un risvolto non previsto: infatti, la successiva perquisizione della Camera del lavoro, da dove sicuramente sono partiti i colpi, porta al rinvenimento, nell’abitazione del Bucco, (proprio lui che ha chiamato la forza pubblica !) di una decina di fucili, settantasei rivoltelle ed alcuni tubi di gelatina.

Tutti i presenti sono arrestati, e la cosa finirebbe lì, se Bucco, interrogato in Questura sulla provenienza delle armi, non avesse la malaugurata idea di tirare in ballo “la sua signora”, alla quale esse sarebbero state consegnate da sconosciuti, dopo i primi incidenti; il gesto, perlomeno è poco “elegante”: quando i verbali sono pubblicati dalla stampa, il discredito per tutta l’organizzazione sindacale è enorme; i salaci commenti degli spiritosi bolognesi si sprecano, e i fascisti se ne vanno in giro canticchiando:

Il fortunato è Bucco / Che mangia e non lavora  
Il fortunato è Bucco / Che mangia e no lavora
E quando è nei pasticci / Ci mette la signora

Aldilà del sarcasmo, a nessuno sfugge la stranezza del comportamento socialista che, da un lato mobilita e arma i suoi attivisti, dall’altro chiede e richiede la protezione delle Autorità –quelle stesse Autorità alle quali dice di non riconoscere alcuna legittimità- alla prima minaccia di scontro, salvo poi lamentarsi se questa protezione si trasforma, come in questo caso, in un danno.

Qui come  altrove, i bellicosi propositi hanno bisogno, per realizzarsi di non trovare ostacoli imprevisti, ma, addirittura di incontrare il consenso vile di chi ne deve subire il danno, come accade con i timidi borghesi e bottegai; Gioda, che conosce bene i suoi “polli” lo ha detto in una lettera a Mussolini con la quale ha riferito, in verità non molto preoccupato,  i minacciosi intendimenti dei socialisti  contro i pochi fascisti torinesi,  nel maggio del ’19: “per accopparci occorre però una cosa semplicissima: la nostra disposizione a lasciarci accoppare…”. (segue)
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Categorie: Arpinati, Fascismo, Mussolini, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 6 Ottobre 2013

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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