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Miei cari vecchi filosofi

Miei cari vecchi filosofi


di Mario M. Merlino
Di Diogene Laerzio nulla sappiamo, nulla ci è stato tramandato. Fuori dal tempo, cittadino di ogni luogo. Qui il fascino delle sue favole che egli, con garbata ironia o fidente e certo, chiama Vite dei filosofi. E a noi così lo accogliamo e, suo tramite, rivestiamo quei pensatori della nostra infanzia, accolti tra gli eroi di Salgari, i fratelli Grimm e i primi film in bianco e nero con gli indiani, cattivissimi, e i cow-boy, eroicissimi. Talete, ad esempio, che è annoverato fra i sette saggi dell’antichità e deriso da una vecchia (con Platone diviene una servetta frigia) perché a osservare le stelle finisce in un fosso oppure Pitagora che mostra sotto la veste una coscia d’oro o, in fuga da Crotone, si rifiuta di nascondersi in un campo di fave perché aveva sempre aborrito cibarsene…

Dedurre che sia vissuto a mezzo del terzo secolo dopo Cristo è una delle tante ipotesi, care ai filologi, i quali si affrettano a stupirsi essi stessi d’aver messo in piedi una delle tante interpretazioni possibili (ci avvertono che della scuola empirica egli tratta e, dunque, ci troviamo già in età cristiana e Plotino ha esposto il suo filosofare. Già, si chiedono inquieti, ma di costoro non c’è traccia…). Pignoli all’eccesso, scettici per natura, pavidi nell’enunciare…
E, allora, si capisce bene con quanto ostile silenzio, dileggio e sarcasmo di cui profusero a piene mani, critica puntigliosa e severa, puntando il dito adunco contro l’eresia, l’oltraggio, la provocazione, accogliessero l’opera ardita di uno di loro e ai loro occhi degenere, quel Nietzsche de La nascita della tragedia. Un dio danza ebbro e canta; un dio s’erge consapevole delle sue forme scultoree; Dioniso ed Apollo entrambi si cercano abbisognano l’uno dell’altro si compenetrano mostrando all’uomo il suo essere finito, preda del fato, irritante nella tracotanza e disperato nella sconfitta, eppure capace di star in piedi fra le rovine e gridare contro il cielo se fredde si fanno le stelle e contro la terra se aride si rendono le zolle…
Diogene Laerzio si cimenta nel trascrivere aneddoti ma anche i contenuti filosofici di ciascuno di coloro che egli reputa degni e non sono pochi – l’opera si divide in dieci libri e, dopo un breve Proemio sull’origine della filosofia, parte da Talete (e noi suo tramite manteniamo questo percorso) per arrivare ad Epicuro. Opera dedicata ad una donna, di cui non abbiamo conservato il nome, di cui però immaginiamo l’interesse e l’intelligenza verso le cose del pensiero (‘Per te che sei giustamente dedita allo studio di Platone e di quel filosofo con amoroso zelo ricerchi il pensiero al di sopra di ogni altro’…). E lo precisiamo per coloro che insistono nel considerare le donne dell’antichità nel solo ruolo, subordinato all’imperio dell’uomo, di fedeli madri e governanti della casa o di offrire il riposo del guerriero nel calore del loro corpo. (Collocando nel passato quello che, in fondo, è il loro intimo e radicato sentire). La curiosità intellettuale con le capacità di penetrare nell’intricato mondo del domandare, quale complessa ragnatela, l’emergere in ogni tempo e luogo il competere il superare e il superarsi e, sempre e comunque, l’eterno fascino del linguaggio del corpo (dove si accede al segreto dell’esistenza) che va ben oltre l’appagamento dei sensi, beh, idiota colui che non l’intende non l’ammira non lo rispetta…
Cosa m’intriga in lui? L’ho scritto all’inizio: essere egli senza tempo e in alcun luogo. Se si vuole, simile ad O-mero (nella cui cecità s’è voluto riconoscere proprio la sua ignota presenza). Del resto, l’arte non abbisogna dell’onor di firma. Anche in ciò la musica, pensava Schopenhauer, priva della parola, con il suo ambiguo rimando alle cose, dischiude le porte sulla nientità e ci sottrae al richiamo fallace del desiderio-dolore… Alla nientità, il cui specchio non è altro che l’eternità. Quale differenza, prigionieri del divenire, tra l’essenza dell’una e la non-essenza dell’altra gettiamo simili a dadi nel piatto dell’inutile scelta?
Diogene Laerzio un nome e nulla di più; la sua opera e nulla di meno… Ah, se potessimo leggere L’Infinito senza sentirci addosso il fiato pesante, di cui se ne faceva pena, del Leopardi con i suoi malanni e miserie, goffo e ridicolo… ‘e il naufragar m’è dolce in questo mare’, mentre non riusciva a guardare oltre una modesta siepe, incapace di arrampicarsi e prendere a calci i barattoli e rompere con una sassata i lampioni…
Ecco il fascino di coloro che possiedono la sola corazza della parola e non ci lasciano un volto, una moglie petulante ed orrida come Santippe, una biografia, uno straccio di annotazione su se stessi… Viva tutti i Diogene Laerzio, capaci loro malgrado, forse, di collocarsi ‘ai confini del nero’ (la pubblicità m’assale!) e magari andare ben oltre per riporre nel nulla il dono prezioso lasciatoci a testamento…
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Categorie: Diogene Laerzio, Filosofia, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 11 Settembre 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Anonymous

    Mago Merlino, ringrazio Ereticamente per avermi dato la possibilità di conoscere la tua cultura . Pensare che eri un ricordo poco felice.
    Complimenti

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