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14 luglio 1920: il battesimo dello squadrismo (seconda parte)

14 luglio 1920:  il battesimo dello squadrismo (seconda parte)

di Giacinto Reale

Come esponente di spicco del fascio romano, si va affermando Giuseppe Bottai, Ardito e futurista, letterato e uomo d’azione, che non ha davvero, per i rivali nazionalisti, troppa simpatia:
…Nel complesso, sono quindi della brava gente: invadenti, scocciatori, rompiscatole, ingenui e grossolani nelle loro astuzie elettorali, patriottardi più che patrioti, sensibilità acutissima alle glandole lacrimali, quando si tratta di strappare applausi creando un cerchio di commozione alle spalle dei morti, in tutta la loro aria di sufficienza contegnosa una tinta di antiquato e di muffito. Sono i provinciali del mondo politico, scarpe grosse e cervello fino; ma è quella finezza sorniona che ha più a che fare col raggiro e con l’intrigo che con l’intelligenza…Non abbiamo rancore per loro. E’ vero che da più giorni vanno dicendo peste e vituperio di noi, è vero che i loro “giovani” hanno una lingua da donne di servizio alla spesa, ma tutto ciò non ci interessa. Ci secca. E li preghiamo di farla finita. Si ricordino che noi siamo come quel monsignore che, dopo avere cristianamente sopportato il secondo schiaffo sacramentale, caricava senza pietà il suo manesco interlocutore.

Eguali, se non maggiori, sono e rimarranno le diffidenze nazionaliste verso i fascisti: il rapporto tra nazionalisti e fascisti, laddove come a Roma le due realtà sono destinate a convivere, è molto sui generis, fatto di convergenze  e diffidenze reciproche, di solidarietà ed attriti, di simpatie ed antipatie personali; alla base c’è un senso di fastidio da parte dei nazionalisti verso i nuovi arrivati che, nel giro di pochi mesi, riusciranno là dove essi hanno fallito o non hanno avuto nemmeno il coraggio di cimentarsi: battere sul campo l’intolleranza leninista ed attrarre masse di autentici contadini ed operai.
All’elitismo ed al rigore ideologico dei nazionalisti, i fascisti contrapporranno un sincero populismo ed un fattivo pragmatismo, che costituiranno la chiave di volta del loro successo: “cafoni” pronti a rimboccarsi le maniche per raggiungere un obiettivo, animati forse anche da quella “miracolistica del progresso” che non fa parte del bagaglio di convinzioni nazionaliste.
Nella prospettiva delle camicie azzurre, inoltre, il ricorso alla violenza è generalmente escluso, e, se tollerato, lo è solo in funzione temporanea, per un ristabilimento dell’ordine costituito ed un ritorno alla legalità; nei programmi fascisti – della base fascista e squadrista – la pratica dell’illegalità è invece “rivoluzionaria”, giustificata da un progetto ideale e politico che tende a realizzare una nuova legalità ed un nuovo ordine.
Rumorosi, spesso sguaiati nelle loro manifestazioni, disordinati ed improvvisatori anche nelle divise, i fascisti non possono andare d’accordo, soprattutto sul piano umano con i “cugini”, come testimonia Piazzesi nel caso di Firenze:
Oggi sono usciti fuori i “paini”, i nazionalisti, in una prima esibizione ufficiale. Puliti puliti, lindi lindi, sculettanti come sartine, con una camicia azzurra color del cielo: gambali gialli, guanti bianchi. Sembravano di zucchero filato, proprio come quei santini che si vendono sui banchi delle fiere. Saranno stati una trentina, ma, con tutto quell’azzurro, riempivano la strada. Prima qualche frizzo, poi una foresta di pernacchie; infine, dopo un battibecco con quelli della “Giglio rosso” –noi non li degnammo neppure di uno sguardo- rimediarono qualche pedatone nel sedere e se ne andarono, così, mesti mesti, con il loro stendardo, che venne restituito da quel mascalzone di Bocca, ma con le punte del tridente storte all’ingiù, perché “non è opportuno lasciare andare in giro  i ragazzini con degli arnesi pericolosi”.
Naturalmente, le insofferenze caratteriali possono passare in secondo piano di fronte alle diversità programmatiche che pure vi sono e vengono superate solo dal comune riferimento all’esperienza di guerra non rinnegata ed ai diritti della vittoria a gran voce rivendicati; sotto il profilo istituzionale, i nazionalisti sono rigidamente monarchici, mentre i fascisti continuano ad essere in gran parte agnostici, quando non dichiaratamente repubblicani; in materia di socialità, i primi sono convinti difensori della borghesia, anche come categoria economica, mentre i secondi sono dichiaratamente antiborghesi; per ciò che concerne la politica interna, i nazionalisti sono per la difesa comunque e innanzitutto dell’ordine costituito, mentre gli squadristi si muovono in una prospettiva “rivoluzionaria” che prevede lo scontro fra tre “contendenti”: i sovversivi, lo Stato liberaldemocratico ed essi stessi.
In qualche caso, soprattutto nel Mezzogiorno, dove tradizionalmente le camicie azzurre hanno le loro roccaforti, le rivalità sfoceranno anche in conflitti armati (a Taranto e nel Napoletano, in particolare); più in generale, laddove sono presenti con proprie sezioni, essi predicheranno l’inutilità della costituzione di un Fascio  “concorrente”   e cercheranno, finchè possibile, di assorbire e mettere la sordina agli entusiasmi dei giovani, irrequieti mussoliniani. (fine)

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Categorie: Balkan, Fascismo, Mussolini, Squadrismo, Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 27 Settembre 2013

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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