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Procure militanti e giustizia di regime

Procure militanti e giustizia di regime
di Enrico Marino
Poteva Silvio Berlusconi costituire disponibilità valutarie a proprio vantaggio all’estero approfittando dell’enorme giro di denaro movimentato dalle aziende Mediaset? E qualora ciò sia avvenuto, lui era in grado di saperlo o ne era all’oscuro? Francamente non sappiamo rispondere a queste domande con certezza, ma le probabilità potrebbero essere equamente spartite al 50% senza che nulla cambi ai fini del nostro discorso. Infatti, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il processo Mediaset non ha affatto fugato, la sostanza vera della questione è di natura squisitamente politica perché a quelle due domande ne va aggiunta una terza: è lecito che un cittadino nel momento in cui assume un ruolo pubblico per 20 anni sia fatto oggetto di una mole impressionante di accertamenti, indagini e processi senza che ciò, unico caso conosciuto, non venga vissuto e interpretato, non solo dai suoi sostenitori, come una persecuzione giudiziaria, un accanimento e una ritorsione di natura politica da parte di poteri a lui ostili? Tanto più se gran parte delle indagini e delle accuse vengono sollevate e condotte da procure militanti, inquinate da magistrati di sinistra, con metodi spesso scorretti e in diretta intesa con testate giornalistiche e organi di informazione.

Senza contare poi le continue violazioni del segreto istruttorio per cui determinate notizie uscivano dagli uffici dei PM in palese violazione della correttezza e della legalità. In conclusione, attraverso tre decenni di emergenze i magistrati italiani hanno assunto – nella concomitante crisi delle altre istituzioni – un profilo squisitamente politico e la magistratura italiana in questi anni è largamente uscita dai binari costituzionali per diventare una cosa del tutto diversa dall’ “ordine autonomo e indipendente” ma non sovrano delineato dall’art. 104 della Carta con l’elevarsi al disopra dei due poteri costituzionalmente previsti creando una situazione di conflitto gravemente lesiva degli equilibri politici ed istituzionali.
Questa situazione, che non ha eguali nel mondo occidentale, è resa più esplosiva dall’aperta collusione di frange politicizzate di questo ordine con la sinistra italiana e con poteri economico finanziari. L’egemonia odierna del giudiziario, cui il solo Berlusconi (anche per oggettivi interessi di parte) oggi ha opposto resistenza, è insomma un prodotto storico della fragilità delle istituzioni democratiche italiane, che di fronte alle grandi emergenze del Dopoguerra hanno mostrato la corda e innescato la supplenza della principale istituzione “non democratica” del sistema. Queste posizioni sono così monolitiche e talmente insediate nella gestione del potere che le uniche scosse e le uniche fratture registratesi all’interno del blocco giudiziario sono avvenute al suo interno per lo scontro tra le sue componenti più politicizzate e radicali.
Mesi fa uno scontro durissimo vide opposti Giorgio Napolitano e Pietro Ingroia a proposito della così detta trattativa Stato-Mafia e di alcune intercettazioni telefoniche tra Napolitano e l’ex ministro Mancino. Nella disputa tra la procura di Palermo e il Colle, la Corte Costituzionale fu chiara: le intercettazioni andavano distrutte. Il conflitto di attribuzione richiesto dall’inquilino del Colle tagliò le gambe al Pm e a quella corrente giustizialista che non accettava che il capo dello Stato non potesse essere intercettato mentre tutti gli altri sì. O tutti con l’ombrello o tutti a bagnarsi. I cittadini avevano il diritto di sapere cosa era avvenuto in quegli anni di stragi tra le massime istituzioni e le cosche. C’era stata o no la trattativa? E in cambio di cosa? Molto probabilmente la cessazione delle bombe e degli omicidi eccellenti si era avuta attraverso un alleggerimento del carcere duro per tanti boss mafiosi. Era bene conoscere ciò che si erano detti Napolitano e Mancino, ma purtroppo la legge non è uguale per tutti.
Quando si tratta di intercettare e di divulgare tutto ciò che riguarda Berlusconi va bene mentre quando tocca ad altri allora interviene la Corte Costituzionale a porre il divieto. E infatti la cosa apparentemente più sorprendente fu la dura presa di posizione nei riguardi di Ingroia adottata in questa circostanza da tanti magistrati assolutamente indifferenti, invece, davanti ad altre illegittimità consumatesi negli anni ai danni del capo del Pdl. Dopo l’aspra critica subita dai vertici dell’Associazione nazionale magistrati, la presa di distanza venne dall’interno di Magistratura democratica, la corrente di sinistra di cui Ingroia era sempre stato un esponente. Quel documento si allineò esplicitamente con i vertici dell’Anm giungendo a rimproverare al Pm una “esasperata sovraesposizione mediatica”, l’impostazione “personalistica e autoritaria” delle indagini, la costruzione di “verità preconfezionate” e un’eccessiva ricerca del “consenso” nelle piazze. E mentre i vertici di Md, Movimento e Unicost approvarono documenti contro i suoi comportamenti, l’aggiunto di Palermo venne difeso da un gruppo di giudici e Pm che vedevano in lui l’icona della resistenza alle pressioni politiche esterne e ai controlli interni.
Questo scontro tutto all’interno della casta giudiziaria ricalca esattamente un vistoso precedente di potenti beneficiari della copertura politica dei giudici: quello dello scandalo del Sisde del 1993. Di fronte al diluvio di rivelazioni dannose per i vertici istituzionali del Paese da parte del Prefetto Riccardo Malpica, ex direttore del Sisde, e dei suoi uomini arrestati con accuse di peculato riguardo l’uso di fondi a loro disposizione, gli allora procuratori di Roma Vittorio Mele e Michele Coiro (Md) agirono non per far venire a galla tutta la verità, ma per insabbiarla. Malpica e gli altri giunsero ad accusare Oscar Luigi Scalfaro e Nicola Mancino di averli spinti a mentire riguardo ai fondi extracontabilità del Sisde affinché non emergesse che anche loro ne avevano ricevuti. Nella Procura di Roma una corrente sosteneva che si dovesse procedere senza esitazioni nei confronti di chiunque. E i sostituti più giovani apprezzavano questo atteggiamento come un esempio di esercizio imparziale dell’azione penale, sganciato da ogni valutazione di opportunità. Si opponeva il fronte che aveva alla sua testa Magistratura Democratica e i suoi esponenti di spicco all’interno del Palazzo, come Giovanni Salvi e Pietro Saviotti.
La convinzione “pregiuridica” dei giudici di sinistra era che i cinque del Sisde fossero iscritti a un’operazione diretta a pilotare gli esiti dell’inchiesta verso un approdo politico antisistema che avrebbe trascinato le istituzioni nel discredito e che, pertanto, l’operazione andava soffocata sul nascere. Prevalse questa seconda posizione, e fu deciso di arrestare il flusso delle rivelazioni degli inquisiti sollevando un nuovo capo di imputazione contro di loro: “attentato agli organi costituzionali” art. 289 del Codice penale. La trovata funzionò, e il caso Sisde prese a sgonfiarsi. Le stesse caratteristiche di questo precedente si ritrovano nella vicenda della disputa tra Quirinale e Procura palermitana. Anche in questo caso la sinistra giudiziaria per evitare la crisi delle Istituzioni che avrebbe potuto rappresentare un pericoloso argomento in mano alla destra per chiedere e attuare un profondo e radicale cambiamento di tante obsolete e imbalsamate norme costituzionali è corsa in aiuto del sistema e della sua tenuta conservativa e stabilizzante a dispetto di qualunque ricerca di verità e di giustizia.
Una volta di più non possiamo fare altro che recriminare per l’assenza sulla scena politica di una forza di destra sociale e identitaria che con equilibrio e con credibilità, della quale sono privi sia il Pdl che il Pd, avrebbe potuto avviare una seria riforma della giustizia al di fuori di ogni atteggiamento semplicemente punitivo o complice.

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Categorie: Attualità, Berlusconi, Giustizia, Marino, Politica, sinistra

Pubblicato da admin il 10 Agosto 2013

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