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La favola del progresso

La favola del progresso
di Fabio Calabrese

Quella nella quale abbiamo la ventura di vivere, è una cultura eminentemente irrazionale che sembra fondata sulla capacità del popolino di credere alle cose più contrarie alla realtà purché gli vengano propinate e ripetute con sufficiente frequenza dal sistema mediatico.
In un articolo di qualche tempo fa, “Abracadabra”, mi ero occupato del famoso PIL, questo indice economico che dovrebbe indicare la ricchezza prodotta annualmente da ciascuna nazione (diviso per il numero di abitanti, dovrebbe poi dare il reddito pro capite, e lasciamo stare il fatto che il reddito pro capite è un indice NOTORIAMENTE inattendibile. Quando, come accade nella stragrande maggioranza dei Paesi del Terzo Mondo, meno del 10% della popolazione è titolare di oltre metà della ricchezza prodotta, il reddito pro capite non significa nulla, e indici molto più attendibili sono costituiti dal tasso di scolarità, dal numero di medici o di posti letto per abitante, dall’incidenza di malattie facilmente curabili, dalla disponibilità di acqua potabile, e via dicendo), ma lo stesso PIL è a mio parere un indice che ha una scarsissima credibilità.

Oggi, ci dicono, siamo in recessione e, invece di gonfiarsi annualmente, come ci raccontano avrebbe fatto fino al 2007, il PIL è sceso e saremmo tornati ai livelli di vent’anni fa. Chiunque ha almeno quarant’anni può rispondere senza difficoltà alla domanda: siamo sicuri che oggi stiamo come nel 1993, non è che ce la passavamo molto meglio allora? Forse a quell’epoca dovevamo confrontarci con una pressione fiscale che superava la metà del reddito? Forse che quotidianamente ci giungevano notizie di fallimenti di aziende e licenziamenti in massa, magari col doloroso contorno di suicidi cui assistiamo oggi? Forse che per i giovani era di fatto impossibile inserirsi nel mondo del lavoro? Forse che avevamo livelli di disoccupazione da Terzo Mondo?
Parliamo del Terzo Mondo, sempre stando agli indici di questo famigerato PIL, alcuni Paesi emergenti che poi sono fra le aree più vaste e popolose di questo pianeta, come l’India o il Brasile registrerebbero incrementi che si collocherebbero tra il 5 e il 10% l’anno o addirittura a due cifre, se avessimo a che fare con un dato reale e non con l’oggetto di una manipolazione dettata da motivi ideologici, ci dovremmo aspettare che questi Paesi avessero raggiunto e superato gli standard di vita dei Paesi “occidentali” a economia industriale, ma stranamente se andate a vedere le favelas intorno a Rio De Janeiro o la sterminata bidonville che è la periferia di Calcutta, vi trovate la stessa miseria e lo stesso degrado che vi regnavano decenni addietro.
Questo indice è certamente manipolato. L’economia è un campo nel quale DOVREBBE regnare la massima razionalità e obiettività: bisogni, costi del loro soddisfacimento, risorse disponibili. Eppure anche qui domina l’ideologia. La “filosofia” del PIL è quella di uno sviluppo costantemente ascendente. Ci possono essere occasionali, momentanei regressi, ma la tendenza generale è ad andare sempre per il meglio. Lungi dall’essere il terreno dell’obiettività, oggi l’economia è uno dei più solidi bastioni dell’ideologia progressista diffusa nella nostra cultura a svariati livelli una sorta di abito mentale di cui per tantissime persone è impossibile liberarsi.
Eppure, se guardiamo le cose senza pregiudizi, ci accorgiamo che esso non solo non è supportato da nulla, ma è in conflitto col più elementare buon senso: in un sistema limitato, dotato di una quantità finita di risorse, quale è il nostro pianeta, non ci può essere uno sviluppo illimitato. La nostra tecnologia si basa principalmente sull’uso di risorse energetiche non rinnovabili: i combustibili fossili, nell’arco di pochi decenni abbiamo consumato quelle risorse che la natura ha impiegato miliardi di anni a produrre e devastato quegli ecosistemi che sono il frutto di miliardi di anni di evoluzione. L’inquinamento è l’altra faccia dello sperpero energetico: le risorse consumate ritornano nell’ambiente sotto forma di prodotti di scarto e veleni. Non c’è solo carenza e costi crescenti dell’energia, si stanno rarefacendo le materie prime, l’acqua, la terra da coltivare, intanto cresce la fame energetica di Paesi in via di sviluppo come l’India e la Cina, e la pressione sull’ambiente di un’umanità ormai arrivata a sette miliardi di persone, diventa sempre più forte, l’utopia di un progresso illimitato si deve necessariamente infrangere contro i limiti fisici ed ecologici di un sistema chiuso quale è il nostro pianeta.
La logica e il semplice buon senso ci dicono che una risorsa disponibile in quantità limitate, consumata scriteriatamente, diventerà sempre più rara e finirà a scadenza più o meno breve, e che se si aggiungono commensali attorno alla tavola, la razione di ciascuno di essi diminuirà. La cultura “occidentale” è basata sullo spreco: il consumo di energia e di materie prime pro capite di uno statunitense, è circa il doppio di quello di un europeo, eppure non si può proprio dire che negli Stati Uniti si viva bene il doppio che in Europa, anzi è del tutto verosimile il contrario. Il Terzo Mondo sulla cui sorte siamo invitati così spesso a impietosirci, fa la sua parte con uno sviluppo demografico irresponsabile.
Tutte queste non sono cose che scopro io adesso. Erano già state evidenziate nel 1970 da “I limiti dello sviluppo”, un rapporto redatto da un team di ricercatori italiani riuniti sotto la firma collettiva di Club di Roma. Questo rapporto basato su rigorose ricerche scientifiche, privo di addentellati ideologici, basato su informazioni obiettive e in fondo su un’ovvietà, “non è possibile uno sviluppo illimitato in un sistema limitato”, fu ferocemente attaccato e boicottato dai “sinistri” di ogni tipo. I progressisti vogliono che caschiamo nel baratro a occhi chiusi.
Esiste una legge fisica fondamentale, il secondo principio della termodinamica, che prevede una crescita costante dell’entropia, cioè del passaggio dell’energia da una forma utilizzabile a una inutilizzabile, ma se si fossero mantenuti i ritmi e le tecnologie precedenti l’età industriale: il legno come principale materia prima, energie rinnovabili come quella del vento, della corrente dei fiumi, del sole, la trazione animale, una popolazione mondiale inferiore al miliardo di persone, avremmo potuto andare avanti tranquillamente ancora per milioni di anni.
I politici, che dovrebbero guidare le società e sono sempre gli ultimi a capire le cose, e risolvono tutti i problemi a chiacchiere, hanno coniato un’espressione che in realtà non significa nulla: “sviluppo sostenibile”, ma l’unico “sviluppo” realmente sostenibile sarebbe una situazione di equilibrio o di decrescita. E’ semplicemente impossibile portare sette miliardi di persone a standard di vita simili a quelli occidentali senza distruggere qualsiasi risorsa per le generazioni future. E teniamo conto che si calcola che, prima di cominciare a declinare numericamente, la popolazione mondiale raggiungerà i 15 miliardi di persone fra mezzo secolo, più del doppio di quella attuale, con la spaventosa pressione sull’ambiente che possiamo immaginare. Quante specie animali nel frattempo seguiranno la sorte della tigre di Sumatra e del rinoceronte nero?
Pensare che in un ambiente sempre più depauperato di risorse, sempre più devastato, sempre più povero anche in termini biologici, un’umanità sempre più numerosa dove diminuiscono proporzionalmente le risorse a disposizione di ciascuno – a cominciare da quelle più elementari come l’acqua – , possa andare incontro a sorti “magnifiche” e “progressive” (e a proposito, quanti si ricordano che il buon Giacomo Leopardi disse questa frase in senso ironico?), è un’idea talmente contraria alla realtà che bisogna chiedersi come essa abbia potuto instaurarsi, prendere piede in gran parte della cultura cosiddetta occidentale e diventare una sorta di religione che resiste a tutte le smentite dei fatti. Da dove nasce la favola del progresso?
Effettivamente per circa un secolo, dalla metà del XIX alla metà del XX secolo nel mondo cosiddetto occidentale, per un periodo doppio considerando la sola Gran Bretagna, abbiamo assistito a una crescita quasi costante di benessere economico e di diritti per le popolazioni, nonostante crisi periodiche e anche gli spaventosi carnai di due guerre mondiali, ma questo è ancora poco per spiegare la pervasività dell’idea progressista che si è guadagnata un solido posto nella compagine delle favole, delle leggende, delle idee più o meno folli con cui gli uomini si rappresentano la realtà.
Come sempre, a livello popolare, l’atteggiamento prevalente è quello di farsi imbonire dai propri presunti leader, e tanto meglio se promettono radiosi paradisi a venire, ma appena ci spostiamo su di un piano più intellettuale, occorre chiedersi come mai una tendenza vagamente favorevole limitata a una parte ristretta della specie umana, e punteggiata da frequenti episodi di crisi fra cui due spaventose ecatombi planetarie, sia stata scambiata per la chiave della storia dell’umanità dalla notte dei tempi a un immaginario e infinitamente luminoso avvenire.
Qui ha fatto gioco certamente IL FRAINTENDIMENTO dell’evoluzionismo darwiniano: bastava ignorare gli aspetti fondamentali della teoria di Darwin: la dura e aristocratica legge della selezione naturale, e il fatto che l’evoluzione si svolge secondo i tempi lunghi delle trasformazioni geologiche, e mantenere solo l’idea di uno sviluppo ascendente. Più sullo sfondo ancora, le idee degli illuministi, a cominciare da quella di una palingenesi messianica delle società umana (qui fa gioco soprattutto Rousseau), l’utopia del cosmopolitismo, eccetera eccetera, ma ancora di più sullo sfondo la concezione cristiana della storia come sviluppo lineare e non ciclico con tanto di paradiso finale per i giusti, e via dicendo, perché la modernità, compresi i suoi aspetti più aberranti, è figlia del cristianesimo, è – potremmo dire – cristianesimo tornato alla virulenza antica dopo essere stato a lungo controbilanciato da concezioni europee: l’eredità romana e le tradizioni germaniche, su cui ha preso il definitivo sopravvento a partire dalla Riforma protestante, ma è inutile insistere ulteriormente su di una storia che tutti conosciamo.
Per quanto poco realistica, la leggenda del progresso ha alcuni importanti vantaggi psicologici: in ragione dell’interpretazione distorta del principio evoluzionistico, autorizza qualsiasi imbecille a sentirsi più in gamba e più intelligente di suo padre e delle generazioni che l’hanno preceduto (da qui il ribellismo di fondo e l’insofferenza verso tutto ciò che è tradizionale), e induce l’illusione, assai comoda per chi comanda, che in fondo tutto va per il meglio e che se oggi le cose vanno male, andranno immancabilmente meglio in futuro.
Le persone vissute fra la metà del XIX e quella del XX secolo potevano avere una fondata speranza che la vita dei loro figli sarebbe stata migliore della loro. Noi oggi questa speranza non la possiamo più avere, ma dobbiamo essere consapevoli e preparati al fatto che l’avvenire è cupo.
Oltre ai fenomeni che abbiamo già visto, per quel che ci riguarda come Italiani, dobbiamo considerare in primo luogo gli effetti perversi della globalizzazione. Dal punto di vista dell’economia, il lavoro – lo sappiamo – è una merce come tutte le altre, e a noi cittadini dei Paesi industriali che formano quel che impropriamente si chiama “l’Occidente” tocca confrontarci sul mercato globale con un Terzo Mondo dove i costi della manodopera sono bassissimi. I Paesi come la Germania e quelli scandinavi che hanno puntato sull’alta tecnologia, si sono posti per tempo in una “zona di sicurezza” dove il Terzo Mondo non può fare concorrenza, ma l’Italia, dove l’innovazione tecnologica è scomparsa da trent’anni, con un tessuto industriale composto prevalentemente da piccole industrie e lavorazioni a bassa tecnologia, subisce in pieno gli effetti di una crisi da cui non si vede via d’uscita. Ciò è aggravato dalla delocalizzazione, ossia dal fatto che gli industriali tendono a fuggire dall’Italia e a spostare i loro stabilimenti dove la manodopera costa meno.
Oggi però con l’immigrazione, la globalizzazione e la delocalizzazione ce le abbiamo dentro casa: un esempio, l’industria del mobile del Triveneto è stata di fatto distrutta dalla concorrenza delle aziende cinesi trapiantate in loco, a cui la manodopera non costa praticamente nulla, avvalendosi del lavoro dei loro connazionali in condizione di schiavitù. E’ da notare che le numerose richieste di intervento da parte sia di industriali sia di lavoratori alle autorità e ai sindacati, sono cadute sempre nel vuoto per il timore delle une e degli altri di parere razzisti. Il fantasma del razzismo, la paura di parere razzisti, è come l’ago di una bussola: in ogni caso è un coltello che finisce per puntarsi contro di noi, italiani ed europei nativi.
I nostri giovani, per resistere alla concorrenza degli immigrati, saranno costretti ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie, a lavorare di più, con minore retribuzione e minori diritti. Noi stiamo già vedendo, e vedremo sempre di più nei prossimi anni, vanificato un secolo di conquiste sociali.
Si prova un senso di amaro sarcasmo vedendo alcuni articoli che ogni tanto compaiono sulle riviste di divulgazione “scientifica” i cui redattori sembrano essere  tra gli ultimi rimasti a credere alle “magnifiche sorti e progressive” che con totale indifferenza ai fatti, all’esperienza dell’ultimo mezzo secolo, con un progressismo da anni ’50 continuano a disegnarci un’umanità futura espansa nello spazio, e uomini di un tempo futuro più evoluti di noi dal cervello e il cranio ipertrofici che li rendono simili ai personaggi dei fumetti.
Non è un caso che dopo lo sbarco sulla luna nel 1969 nessun altro corpo celeste sia stato più raggiunto dagli esseri umani e che dopo le missioni Apollo non si sia tornati più neppure sul nostro satellite: la colonizzazione spaziale è un’utopia: tranne il nostro nessun pianeta del sistema solare è abitabile, e per raggiungere quelli di altri sistemi, stante il fatto che l’insuperabilità della velocità della luce non è un limite tecnico come lo fu quella del suono, ma una costituente fondamentale dell’universo, per raggiungere quelli di altri sistemi occorrerebbe un tempo che eccede di centinaia o di migliaia di volte la durata della vita umana.
Quanto agli ipotetici uomini del futuro dal cervello ipertrofico, è un fatto che l’intelligenza non sta aumentando, ma regredendo nella specie umana. In mezzo secolo, il Q.I. Medio è sceso da 100 a 99 per le popolazioni bianche e da 85 a 84 per quelle di colore. E’ interessante il fatto che nonostante questa diminuzione, lo scarto di 15 punti tra bianchi e colorati è rimasto esattamente lo stesso, una chiara riprova del fatto che esso non è di origine ambientale ma genetica. La perdita complessiva di intelligenza è stata sicuramente molto maggiore di un punto percentuale, perché occorre considerare anche il declino demografico delle popolazioni bianche nei confronti di quelle “colorate” meno intelligenti.
Che i neri siano meno intelligenti dei bianchi, che il loro Q.I. medio si situi esattamente a metà strada fra quello medio delle popolazioni bianche e il ritardo mentale (fissato a 70), è un fatto che padroni del vapore, i media del regime, i patiti dell’integrazione, i “sinistri” di ogni genere hanno tentato in ogni modo di evitare che sia conosciuto, si tratta tuttavia di un fatto noto e accertato, e “i compagni” (quelli che contano) sono i primi a saperlo benissimo, tanto è vero che nella scuola hanno introdotto il provvedimento sui BES (Bisogni Educativi Speciali) per permettere ai figli degli immigrati   di conseguire promozioni e diplomi senza studiare e imparare alcunché.
Apprendiamo che ci sono alcuni patiti di “Star Trek”, ultimi, patetici, epigoni del progressismo, che vorrebbero farsi ibernare per essere svegliati quando l’umanità vivrà in condizioni simili a quelle della loro serie televisiva preferita. Che buon pro gli faccia! Credo che dovranno attendere per l’eternità.
Un “buon” parassita, se la sua sopravvivenza è legata a quella dell’ospite, evita di ucciderlo e di arrecargli più danni del necessario. Lo sfruttamento che nel corso del tempo alcuni uomini hanno esercitato su altri uomini, sfruttamento a cui l’avvento della democrazia in uno col sistema economico liberal-capitalistico non ha certo posto rimedio ma soltanto aggravato, presenta forti analogie col parassitismo nel mondo animale. Oggi noi vediamo che in Europa si sta passando da uno sfruttamento-parassitismo “convivente” a uno virulento. Con la “crisi” (che non è affatto qualcosa di casuale o episodico) che stiamo vivendo dal 2008, assistiamo al saccheggio delle risorse, delle ricchezze prodotte dal lavoro dei popoli europei a favore di una classe di capitalisti-finanzieri-eurocrati. Quali motivi possono aver spinto costoro a passare da una fase di parassitismo “convivente” a una virulenta?
Il motivo può essere uno solo: garantirsi una “zona di sicurezza”, di risorse accumulate, di posizioni di forza in vista del fatto che l’economia e le società “occidentali” basate sul consumo di combustibili fossili e di energie non rinnovabili sono più vicine al collasso di quanto non si pensi.
A un livello più basso, noi possiamo vedere come nelle nostre città, approfittando delle difficoltà delle famiglie ad arrivare alla fine del mese, si siano diffusi i compro-oro. C’è qualcuno che pensa che presto il contante non avrà alcun valore, e punta sull’oro. E’ un calcolo che in vista del crollo prossimo venturo potrebbe rivelarsi sbagliato, perché è probabile che in questo caso nulla che non abbia un valore d’uso avrà ancora valore di scambio, forse sarebbe più saggio tesaurizzare carburante, viveri non deperibili, sementi, e armi e munizioni.

Per prima cosa, occorre essere consapevoli che potremmo doverci trovare a lottare per la nostra sopravvivenza e per dare un futuro ai nostri figli, in maniera più diretta e fisica di quel che abbiamo fatto finora, ma è un’eventualità che non ci deve spaventare, almeno sarà venuta l’ora della chiarezza.
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Categorie: Economia, Scienza, Società

Pubblicato da Fabio Calabrese il 30 Agosto 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Lo confesso, non sono riuscito a terminare tutto l’articolo, ho avuto un sussulto che me ne ha impedito la continuazione quando ho letto questa frase: “i combustibili fossili, nell’arco di pochi decenni abbiamo consumato quelle risorse che la natura ha impiegato miliardi di anni a produrre e devastato quegli ecosistemi che sono il frutto di miliardi di anni di evoluzione”. Evoluzione..? Darwin & C…? Anche qui.?! No, grazie… tutto mi sarei aspettato di leggere su un sito del genere, eccetto che quello che mi può esser propinato, volendolo, in un accesso di autolesionismo, molto “pieralbertangiolescamente” su Superquark… alquanto ironico che poi l’articolo si apra cosí: “Quella nella quale abbiamo la ventura di vivere, è una cultura eminentemente irrazionale che sembra fondata sulla capacità del popolino di credere alle cose più contrarie alla realtà purché gli vengano propinate e ripetute con sufficiente frequenza dal sistema mediatico”. Eh già!, e le fanfaluche evoluzionistiche son proprio tra queste..! Ma a quanto pare esse si annidano anche fra le menti che si ritengono ben lontane da esse… se non è Kali Yuga, questo…

    Saluti

  2. Anonymous

    Caro Anonimo: Il darwinismo è un’idea che nelle nostre culture è oggetto dei più vistosi fraintendimenti. Ne ho parlato in diverse sedi, ma forse per evitare di rifare tutto il discorso, qui avrei dovuto non usare il termine. Arguisco che se avessi scritto “miliardi di anni di storia naturale” tutto sarebbe filato liscio. Quanto a Piero Angela, lo lascerei proprio perdere, è diventato il riferimento dell’ottimismo progressista più scontato e fasullo.
    Diciamo così, che se si usasse il termine “evoluzione” nel suo vero significato, cioè “trasformazione nel tempo delle specie viventi” senza appiccicarci giudizi di valore, non ci sarebbero problemi. Ma perché mai UNA PAROLA dovrebbe provocare reazioni fobiche al punto da rinunciare a capire la sostanza de discorso?
    Saluti.
    Fabio Calabrese

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