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Il nichilismo

Il nichilismo

di Flores Tovo

Oggi si fa un gran parlare di nichilismo, ma pochi conoscono il profondo significato di questa parola. La sua etimologia è comunque chiara, poiché deriva dalla parola latina nihil, che significa appunto nulla. Ma qual è il senso filosofico che si dà a questo termine? Ebbene si cercherà ora di spiegarlo.
La prima autentica teorizzazione in epoca moderna del nichilismo si ha con il filosofo tedesco  Max Stirner,  che nella sua opera “L’unico e la sua proprietà”  diede la prima ed esatta definizione di questa parola.  Egli, infatti, pone a mo’ di suo emblema il detto: “Io ho riposto la mia causa nel nulla” (1). Con ciò egli intendeva dire che l’unico, il singolo umano, nega e rifiuta ogni forma di trascendenza sia etica che religiosa o politica, in quanto egli fonda tutto il senso dell’esistere solo in se stesso, tant’è che egli afferma:
Io non sono nulla nel senso della vuotezza, bensì il nulla creatore, il nulla dal quale io stesso, in quanto creatore, creo tutto” (2). Ciò significa che l’uomo diventa il padrone di se stesso, abbandonando di fatto qualsiasi riferimento a Dio o al sacro, che appunto rappresentano ciò che è trascendente, che è al di là del mondo naturale e che è coglibile solo con la mente. In un famoso romanzo di Dostojevskij, “I demoni”, si trova un personaggio, Kirillov, che si suicida senza nessun motivo, se non quello di dimostrare di essere del tutto il signore della sua vita e della sua morte.
Tuttavia il più grande nichilista dei nostri tempi è stato Nietzsche che ebbe a dire di se stesso di essere il primo perfetto nichilista d’Europa, che ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo, dato che lo ha vissuto  dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé.
Egli quando si riferisce al nichilismo dietro di sé sicuramente indica la volontà del nulla propria del cristianesimo e del platonismo. In queste due vedute, ma in particolare nel Cristianesimo, egli comprende come i valori supremi da esse propugnati siano valori contro la vita, come la compassione, la redenzione, la fuga da questo mondo, l’umiltà, il perdono, il pentimento; valori vituperati, come sottolineava il filosofo olandese Spinoza, che rappresentano la volontà di potenza della plebe, l’istinto dei sofferenti e dei mediocri contro i ben riusciti e i forti. Un nichilismo, tuttavia, che pur negando i valori vitali quali il coraggio, la forza, la bellezza del corpo, la sessualità felice, la lotta, la distinzione, la generosità spontanea, si fondava non sul soggetto umano in sé, bensì sulla trascendenza divina o ideale. Quindi il fondamento non stava nella finitudine umana, ma in Dio, nell’eterno, nell’Infinito.
Si può allora affermare che il nichilismo del Cristianesimo (sul platonismo si apriranno altre considerazioni) è solo etico-esistenziale, ma nonreligioso, poiché l’uomo finito non ha il fondamento in sé in quanto finito, ma nell’infinito, in Dio. 
Nietzsche è contro questo nichilismo, ma nonostante ciò egli si dichiara un perfetto nichilista.
Come dobbiamo allora intendere il nichilismo nicciano?  La risposta che egli ci dà è chiara: il perfetto nichilista è colui che fa propria la morte di Dio, che accetta l’eterno ritorno dell’uguale, che si arma della propria volontà di potenza: ovvero il superuomo. Costui rifiuta ogni trascendenza, ama la vita così come essa è, con tutte le  sue gioie e nei suoi dolori, con  sua innocenza crudele e dura. Egli ama l’eternità dell’attimo all’interno del divenire, non l’eternità dell’immutabile trascendente. Il nichilista perfetto è perciò un neo-pagano che esalta la vita in sé e per sé. Egli non ha ideologie, non ama i surrogati di Dio, come possono essere le ideologie politiche, ma diventa il creatore di un mondo, del suo mondo.
Sulla scia della riflessione nicciana sul nichilismo troviamo le profonde indagini di due grandi filosofi del Novecento, Junger ed Heidegger, espresse in un memorabile libro dal titolo di “Oltre la linea”(3). In particolare Heidegger parte da presupposti teorici del tutto diversi rispetto a Nietzsche. Egli ritiene sì che Platone sia stato il fondatore teorico del nichilismo, non tanto per motivi etico-esistenziali, ma per essere stato il fondatore della metafisica, in base alla quale tutto ciò che esiste è ragione, con l’equazione essere=pensiero. Si tenga presente, ironia della sorte, che tutta la filosofia di Platone aveva lo scopo di combattere il relativismo nichilistico dei Sofisti e in particolare di Gorgia, che riteneva che la vita fosse preda del caso e quindi del caos. Ebbene dopo più di due mila anni Platone sarà “incolpato”  da un altro grande filosofo di essere il responsabile del vero nichilismo che, secondo lui, è quello della metafisica. Ma perché la metafisica per Heidegger è nichilismo?
A tal riguardo è necessario spiegare la concezione di questo filosofo sulla verità. Il significato autentico di questa parola, egli dice, è quello originario dei primissimi pensatori quali Anassimandro, Eraclito e Parmenide, che la definivano come “alètheia”, cioè come dis-velamento, come ri-velazione.
In quanto tale la verità ha allora un doppio aspetto: quello svelato, e che è posto in luce, e quello velato, che sta nascosto. Ma la luce da dove proviene? Essa non può provenire originariamente dall’uomo in quanto ente finito, ma da un luogo che concede all’ente finito umano, che Heidegger chiama esserci, di aprirsi alla verità. Questo luogoè l’Essere stesso che rende possibile all’esserci di essere. Per Heidegger l’Essere è di per sé indefinibile in quanto tale, anche se, pur nel suo mistero, esso può essere compreso principalmente o come svelatezza che accade (Lichtung) ( da licht che in tedesco significa luce), cioè come radura luminosa entro cui gli enti si manifestano (l’Essere è anche il principio di manifestazione), oppure come linguaggio, in quanto il linguaggio è quell’evento attraverso il quale l’Essere si eventualizza, oppure ancora come coappartenenza fra Essere stesso ed esserci, poiché costui ha il privilegio di domandarsi cos’è l’Essere.
Proprio perché l’Essere è ciò che entifica l’ente ( per ente si intendono tutti gli esseri viventi e le cose) e lo lascia essere, si viene a constatare una evidente subordinazione dell’esserci, che è ente rispetto all’Essere. Tale subordinazione viene altresì chiamata da Heidegger differenza ontologica, cioè una differenza di esistenza. L’esserci si caratterizza per la sua assenza di  fondamento (abgrund), mentre l’Essere, pur non risolvendosi interamente nell’ente, tende a configurarsi come “lichtung per l’ente stesso.
E’ chiaro in questo contesto l’implicito riferimento a S.Agostino, o a Lutero, quando costoro affermavano  che l’uomo è aperto alla verità, ma non è la verità.
Ma la verità, che è “alètheia”, non è mai del tutto svelata all’esserci, perché ogni rivelazione dell’Essere nell’ente (nell’esserci) risulta accompagnata da un parallelo nascondimento dell’Essere in se stesso. In altre parole tutto ciò che è luminoso è tale perché proviene da una zonaoscura. L’Essere ha quindi un profondo legame con ciò che è di per sé oscuro, ossia il non-essere. Ciò significa che in Heidegger Essere e Non-essere coincidono, rispettivamente come principi di manifestazione anche sensibile e di non-manifestazione. Anzi il nulla per Heidegger esiste ed è esperito come la negazione completa della totalità dell’ente, ossia come l’esperienza dell’angoscia, che è la situazione emotiva di una vita autentica, di una vita per la morte. Il nulla fa: esso discostandosi permette all’essere di entificarsi. Senza l’attività del nulla l’Essere non potrebbe essere, cioè non potrebbe manifestarsi. L’essere sta al non-essere e quindi sta al tempo che è l’evento che fa essere presenti gli enti.
L’uomo, l’esserci, non è quindi la verità, anche se la può possedere parzialmente, in base alla sua capacità di comprendere l’Essere a seconda delle epoche. Per esempio nel mondo romano la veduta generale dell’Essere era politica, nel medioevo religiosa, nell’epoca moderna fisico-matematica e tecnica. Tuttavia mai all’ente è consentito la totale comprensione dell’Essere proprio per la sua differenza ontologica. Tutto questo spiega perché Heidegger considera Platone il responsabile iniziatore di quell’evento che egli chiama seinvergessenheit” (oblio o dimenticanza dell’Essere). L’oblio dell’Essere segna infatti l’inizio della metafisica razionale e perciò del nichilismo, perché per Heidegger metafisica e nichilismo sono la stessa cosa. Platone scambia l’Essere per l’ente. Egli ritiene che l’intelletto umano sia in grado di conoscere l’idea, che per lui è la visione eterna della verità. L’ente (l’esserci, il filosofo) pretende di conoscere perfettamente l’Essere, ottenendo una assoluta “adaequatio rei et intellectus” , cioè una corrispondenza perfetta fra la nostra mente e quella dell’Essere.  E sulle orme di Platone troviamo Aristotele, Tommaso, Cartesio, l’Idealismo razionalistico degli inizi dell’ Ottocento e tutta la metafisica dell’Occidente. Tale pretesa è l’atto di superbia più grande, anzi, possiamo aggiungere noi, è il vero peccato originale, perché si innalza l’ente all’Essere,  sostituendo l’Essere con il soggetto umano.  Platone ha affermato, insomma, che il vero è ciò che risulta visibile agli occhi dell’intelletto (all’idea), e con ciò egli ha finito per ridurre la verità alla correttezza del pensare e del volere, esaltando di fatto l’uomo ponendolo al pari dell’Essere e di Dio e quindi di fatto sostituendoli. Ma l’antropocentrismo è nichilismo.
Infatti per Heidegger l’esserci non ha fondamento: o meglio il suo fondamento, che egli chiama la Cura, è un nullofondamento. L’esserci viene dal nulla e finisce nel nulla. Egli ètemporalmente soltanto perché il nulla si è momentaneamente ritirato acconsentendo all’essere di entizzarsi. Ecco che si spiega perché per Heidegger oblio dell’Essere, metafisica razionalistica, antropocentrismo rappresentano il destino storico dell’Occidente, ossia della terra del tramonto (dell’Essere).
E Nietzsche, il nemicodi Platone e del Cristianesimo (il platonismo dei poveri, come egli lo definisce), non è in realtà il distruttore delle certezze metafisiche. Anzi, per Heidegger ( che ha dedicato un’opera enorme per dimensioni e profondità intellettuale a Nietzsche) egli è l’ultimo dei metafisici (4).
Infatti costui riduce l’Essere a volontà di potenza, e quindi alla volontà creatrice dell’uomo,
innalzando l’esserci addirittura a superuomo, che diviene con ciò la regola e la misura delle cose. Una volontà che è concepita come essenza dell’ente, come noumeno, e che è una dionisiaca volontà di volontà, che non riconosce altro essere oltre se stessa e che si celebra superomisticamente nell’eterno ritorno di sé. Possiamo dire che con Nietzsche, secondo Heidegger, abbiamo l’apoteosi del nichilismo.  Abbiamo cioè il trionfo definitivo del soggettivismo e lo smarrimento completo della differenza fra Essere ed ente.
Una volontà di potenza, che secondo il filosofo Ernest Junger, trova la sua incarnazione concreta nella tecnica contemporanea. Nel suo libro “L’operaio”  (5) questo filosofo vede il nichilismo eroico dell’azione tecnica, e quindi il superuomo attuale diventa di fatto il tecnico. Nelle opere successive, in particolare nel “Trattato del ribelle”  (6), egli considera la tecnica, soprattutto nel suo attuarsi politico, come un moderno Leviatano, come un pericolo planetario , che si rivela con tutta la sua forza terrifica grazie alla potenza che può diventare insieme demoniaca e automatizzata. Un tiranno moderno che non ha più bisogno di ideologie forti, ma di pensieri deboli e quietistici che gli consentano di uniformare in tutti gli aspetti del vivere, perché in effetti l’omologazione risponde ad una razionalità semplice e funzionale .
La tendenza della tecnica è infatti quella di ottenere un unico consumatore, un unico pensiero, un’unica religione, un unico mercato, un’unica morale, un’unica legislazione e infine, perché no, un’unica razza (il meticcio universale).
La tecnica vuole la semplificazione. Heidegger comprese la profonda verità delle analisi jungeriane, approfondendone gli aspetti ontologici, riguardanti cioè il rapporto Essere-esserci, scrivendo un saggio fondamentale per la comprensione del mondo attuale che s’intitola “La questione della tecnica”  (7). In questo scritto Heidegger ritiene che la tecnica moderna non si dispiega nella forma di una semplice produzione ( o meglio pro-duzione, cioè condurre a favore della natura rendendo manifesto qualcosa che prima risultava assente, come per esempio un ponte), ma si dispiega come pro-vocazione, ossia dal trarre fuori dalla natura energia da impiegare e da accumulare per creare un fondo (bestand) in cui ogni cosa trova la sua precisa collocazione. La tecnica moderna, inoltre, è strettamente connessa con la scienza e tale interdipendenza ne costituisce l’ “essenza”. Un’essenza che viene definita  come “das Gestell” (scaffale), che però per Heidegger ha il significato di impianto o imposizione, ovvero di totalità del porre tecnico. Il “Gestell è, in altre parole, la configurazione tecnica dell’essere dell’ente che si rivela come pro-vocazione, ossia come sfruttamento generale della natura sulla quale viene imposto il tallone di ferro della meccanizzazione più implacabile. 
La tecnica moderna è allora il compimento ultimo della metafisica, intesa come oblio dell’Essere. L’esserci perde completamente il senso della verità, credendo di essere lui la verità e da pastore dell’essere quale era nei tempi antichi si trasforma, o meglio crede di trasformarsi, in padrone dell’Essere. La natura viene perciò piegata, ingabbiata, saccheggiata. Gli dei che  vivevano nei boschi, nei campi o sui monti fuggono via come già annunciava il poeta romantico Hoelderlin, e il mondo “…si trasforma in una foresta pietrificata entro cui si muove il caos.” come scriveva H. Miller nel suo “Tropico del Capricorno”. Tutte le ideologie, le fedi, le religioni vengono spazzate via inesorabilmente dall’impianto, ed ogni popolo ne viene coinvolto in un processo di globalizzazione senza scampo: si guardi, per esempio, all’attuale “sviluppo” della Cina o dell’India. Il” “Gestell” è il morso della tarantola che ipnotizza gli uomini, riducendoli in macchine omologate senza differenze.
Esso, quindi, rappresenta il massimo pericolo che l’umanità abbia corso. L’esserci crede di poter dominare la tecnica, ma in realtà è un giocattolo, dice Heidegger, in mano a questa. Infatti la tecnica è pur sempre un modo attraverso il quale l’Essere si rivela all’uomo. Credere di dominare la tecnica vuol dire credere di dominare l’Essere. Ma l’esserci, che è ente senza fondamento, non potrà mai diventare signore dell’Essere.
Vi è in Heidegger, come si può dedurre, un strettissimo legame correlativo fra differenza ontologica, metafisica, oblio dell’essere e nichilismo. E solo recuperando il senso della differenza ontologica fra Essere ed esserci si potrà uscire dalla metafisica e perciò dal nichilismo.
Ma come uscirne?
Secondo Junger l’esserci può resistere e salvarsi frequentando luoghi, che sono sì organizzabili, ma che sfuggono all’Organizzazione (al Gestell). Luoghi che egli chiama con un nome suggestivo: la terra selvaggia (die Wildnis). Uno spazio in cui non solo si può combattere, ma anche vincere. Chi dimora entro la terra selvaggia non dovrà avere paura della morte (chi non teme la morte vive autenticamente), dovrà vivere intensamente l’eros (chi ama non è controllabile), vivere l’amicizia (poiché essa aiuta a superare le difficoltà anche estreme), e ancora amare l’arte, poiché il vero bello eleva lo spirito oltre l’indifferenziato prodotto dal “Gestell”. L’abitante della terra selvaggia è l’Anarca, il Ribelle solitario che, a differenza dell’anarchico, non è il rivoluzionario che vuole cambiare il mondo, perchè può esteriormente accettare la sottomissione alla legge e all’ordine, ma che è anche libero, nel suo intimo, da ogni vincolo.
Per Heidegger, invece, l’esserci, di fronte ad un pericolo supremo, può avere ancora una possibilità di salvezza. Se la tecnica, come pro-vocazione, è pur sempre una forma di disvelamento dell’Essere nell’esserci, essa può contenere la possibilità di un disvelamento più originario, che vada oltre al “Gestell” e che faccia spazio ad una verità più profonda dell’Essere. Insomma dal nichilismo della tecnica non si esce con meno tecnica, ma con più tecnica, una nuova tecnica capace di riportare gli dei nel nostro mondo. Bisogna, dice Heidegger, attendere il compimento e riflettere sull’Essere, perché solo il domandare è la pietà del pensiero. Certo è, come egli scrive  nella sua ultima intervista, che solo un dio ci può salvare. Ma quale dio possa essere non si sa. Potrebbe essere  un nuovo dio incarnato, o forse  il “pòlemos” (il conflitto, la guerra) eracliteo, ma questo non dipenderà più dall’esserci, cioè da noi.                                               
                                                 
===============
NOTE E BIBLIOGRAFIA
1. M.STIRNER, L’unico e la sua proprietà, ed. Demetra, Bussolengo 1996, p.414.
2. IDEM, p.13.
3. JUNGER-HEIDEGGER, Oltre la linea, ed. Adelphi, Milano 1989.
4. M.HEIDEGGER, Nietzsche, ed. Adelphi, Milano 1994.
5. E.JUNGER, L’operaio,, ed. Longanesi, Milano 1984.                             
6. E.JUNGER,Il trattato del ribelle, ed. Adelphi, Milano 1990.               
7. M.HEIDEGGER, La questione della tecnica, sta in “Saggi e discorsi”, ed. Mursia, Milano 1976.    
8. F.NIETZSCHE, La volontà di potenza, ed. Bompiani, Milano 1992.
9. V.VITIELLO, Utopia del nichilismo, ed. Guida, Napoli 1983.
10.F.VOLPI, Il nichilismo, ed. Laterza, Bari 1999.
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Categorie: Filosofia, Heidegger, Nichilismo, Nietzsche, Platone, Stirner

Pubblicato da Flores Tovo il 26 Agosto 2013

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