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Il gigante buono che piange il suo Duce

Il gigante buono che piange il suo Duce
di Mario M. Merlino
Da ragazzetto circolava una canzoncina, che oggi farebbe gridare allo scandalo il ministro dell’integrazione e tutti i suoi sodali. Ne ricordo l’inizio: ‘Il tucul è una capanna dove Zambo fa la nanna…’ e il seguito lo si può immaginare. Io, però, ricordo con affetto e, in qualche modo, con rispetto un altro Zambo e di lui voglio scrivere. Perché appartiene anche lui al medesimo immaginario di Moana Pozzi e di Peppe il Matto, simboli di quella (sotto?) cultura nazional-popolare o, più semplicemente, voce del tempo con il quale mi sono confrontato in gioventù.

Di Zambo l’immagine più significativa rimangono due fotografie su un quotidiano svedese. Un ritaglio di giornale mostratomi da chissà chi e in chissà quale circostanza. La didascalia faceva riferimento, aiutandomi con il tedesco, al gigante buono che piange il suo Duce. Il volto è rugoso con il naso da pugile il mento squadrato i capelli crespi, cotto dal sole, e copiose le lacrime che gli scivolano, simili a pioggia lieve e spessa d’autunno, mentre in ginocchio appoggia le grandi mani sulla bara di Mussolini alfine consegnato al riposo nella cripta di Predappio e alla storia di una comunità che, in ogni giorno dell’anno, ne visita la tomba. Anche questo è Fascismo, ingenuo emotivo a volte sciatto e folcloristico, un po’ becero, ma autentico alla faccia e a sfida di troppe elucubrazioni distinguo sofismi diatribe. Un Fascismo a cui è sufficiente l’amore e la fedeltà al proprio capo – occorre, poi, altro? -, incarnazione dell’idea oltre la morte.
Sono cresciuto al Colle Oppio, un grande giardino pieno di ruderi romani, fra cui la neroniana Domus Aurea, e da cui si può ammirare il Colosseo che, al tramonto, s’incendia ed è capace di evocare antiche suggestioni di un paganesimo mai sopito nella mente e nel cuore… Mi ci portava mia madre quando ero ancora in carrozzina e poi, da bimbetto, a giocare con gli altri ragazzini in sognanti praterie e in battaglie fra cowboy e pellerossa prima di pensare che valeva combatterle anche da grande (comunque e sempre da cattivo dalla parte dei buoni e non viceversa!)… E, qui, sotto le Terme di Traiano, in spazi ricavati dalla pietra la prima sezione del MSI, a cui mi iscrissi dal 1962 fino al congresso di Pescara del ’65.
Un pomeriggio me ne sto fuori della sezione con Mario Giuliana, giovane profugo istriano, che ha lasciato la famiglia nelle foibe e la casa requisita dagli slavi, ospite fisso e non sempre gradito di parenti. Con un solo abito grigio e una maglia nera di cui, a sera, lavava collo e polsini. Un accanito frequentatore di tutte le biblioteche. Ha con sé le poesie di Majakovskij, il più grande famoso futurista russo, e di cui legge dei versi. Fra cui la poesia dedicata a Lenin e là dove, ‘battete in piazza il calpestio delle rivolte’, descrive piazze e strade ondeggianti bandiere rosse… Non fa in tempo a terminare il verso che Zambo ci si precipita addosso, sferzandoci con il giubbotto arrotolato. E’ una furia, l’irrompere allo stato puro della natura nel suo scatenarsi. ‘Partigiani! Merde!’, non resta che latitare veloci e attendere che si calmi…
Zambo – nessuno conosce il suo vero nome – vive sulle panchine; quando fa particolarmente freddo trasforma il biliardo della sezione in giaciglio. Un corpo massiccio sotto un insieme di maglie dai colori i più difformi; solo nei movimenti è lento chè, bersagliere sul fronte russo, è tornato con i piedi congelati. Si racconta che sia arrivato al Colle Oppio portandosi in spalla un busto del Duce in bronzo e in tasca una bomba a mano in caso qualcuno avesse da ridire. Qualcuno mi deve aver detto che ha un fratello sindaco in qualche cittadina della Calabria. Ogni tanto la polizia lo carica sul treno con il foglio di via, ma ogni volta scende alla prima stazione e trova il modo di rientrare a Roma. Una notte l’ho visto lavarsi la testa dal sangue alla fontanella dopo uno scontro impari con i compagni. Come se nulla fosse, anzi oserei dire che fosse quasi contento. Uno spirito semplice e libero, figura rassicurante per le mamme che sanno di avere un sicuro protettore dei loro bambini che gli si aggrappano in gruppo e lui se la ride felice. Si accontenta di una pagnotta di pane casareccio e di una minestra alla mensa dei frati. Uno spirito orgoglioso e libero che non chiede nulla a nessuno ed è insofferente verso chiunque vorrebbe aiutarlo…

Un fascista anarchico… Ai confini del nero… Qualche volta tornava ai giorni della Russia e si faticava a tradurne il senso in un misto di dialetto e italiano sgrammaticato. ‘La mitragliatrice scottava sul Don tanto che le ultime raffiche cadevano a pochi metri con i proiettili liquefatti. I sovietici avanzavano e, ad ogni fila che veniva falciata, se ne sostituiva un’altra. E senza fine. Finchè ci siamo aperti un varco con la baionetta e il calcio del fucile urlando Italia! Italia! e gridavamo perché non volevamo dar loro soddisfazione di arrenderci e perché, in qualche parte ad occidente, c’era la strada per tornare a casa…’.
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Categorie: Duce, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 11 Agosto 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. gianalfonso

    Ogni volta che leggo un tuo pezzo , coi brividi che mi percorrono, vedo una parte di me stesso, grazie

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g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli