Ma quanto ci è costato un processo per sapere se Berlusconi va a puttane?

Ma quanto ci è costato un processo per sapere se Berlusconi va a puttane?
di Michele Rallo
Confesso di non aver seguito il cosiddetto processo Ruby. Credevo e credo che l’Italia abbia ben altri cavoli cui pensare, e che le abitudini intime di un anziano signore non debbano riguardare altri che lui. Soprattutto se questo anziano signore ha pagato salatamente la sua libertà da vincoli matrimoniali: 36 milioni di euro all’anno, ovvero 100.000 euro quotidiani, qualcosa come 4.000 euro (8 milioni delle vecchie lirette) per ogni singola ora del giorno o della notte; tanti la 9^ Sezione Civile del Tribunale di Milano ha stabilito che il Cavaliere debba pagare alla ex consorte a titolo di “mantenimento”.

Ciò posto, devo dire che, della sentenza che ha condannato Silvio Berlusconi a 7 anni di carcere ed alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, non mi ha sconcertato tanto la durezza da Tribunale della Santa Inquisizione, quanto piuttosto la sua “filosofia”. Una filosofia — se così vogliamo chiamarla — che sembra ignorare del tutto uno dei princìpi fondamentali che garantiscono l’equilibrio del nostro sistema giudiziario, quello dell’onere della prova. Secondo tale principio, non è l’imputato che deve provare di essere innocente, ma è la pubblica accusa a dover dimostrare la colpevolezza dell’imputato. Nel caso in specie — dunque — la Procura della Repubblica milanese avrebbe dovuto provare che il Cavaliere aveva avuto rapporti sessuali a pagamento con una determinata donna, che era consapevole che costei era minorenne, e che — in altra occasione — aveva concusso i dirigenti della Questura di Milano; non era Berlusconi a dover dimostrare che tutto ciò non era avvenuto. Ora — almeno a giudicare dai resoconti che ho avuto modo di leggere — sembra che il Pubblico Ministero non sia stato in grado di suffragare adeguatamente le teorie accusa torie. Anzi, la pretesa vittima dell’atto prostitutivo ha negato la circostanza, ammettendo di essersi spacciata per maggiorenne e pure appartenente alla famiglia Mubarak (come da passaporto falsificato esibito alla stampa); inoltre, i funzionari di polizia che sarebbero stati concussi avrebbero negato la concussione. In altri termini, quella che i giuristi chiamano “verità processuale” sarebbe stata tutta in favore dell’imputato. Il Tribunale, invece — ove le mie impressioni fossero fondate — avrebbe sentenziato in base ad un proprio intimo convincimento: che Berlusconi, cioè, fosse colpevole di tutto quanto ascrittogli e che i testimoni avessero asserito il falso.
Se così fosse realmente stato (e mi auguro sinceramente di sbagliare) saremmo in presenza di un precedente gravissimo. Da oggi in poi — in altri termini — qualunque cittadino italiano rinviato a giudizio non dovrà preoccuparsi tanto della sua difesa processuale, quanto piuttosto dei “pre-giudizi” (cioè dei convincimenti precostituiti) di chi è chiamato a giudicarlo.
Altro non voglio aggiungere, se non una personalissima considerazione: tre anni di processo e una cinquantina di udienze, indagini, intercettazioni telefoniche e compagnia cantando. Quanto è costato tutto questo alle tasche del contribuente italiano? Per arrivare a cosa? Per sapere se Berlusconi va a puttane? Non sarebbe stato meglio impiegare quegli stessi soldi per una maxi-indagine contro i tantissimi aguzzini che, nella civilissima Milano, tengono in stato di schiavitù migliaia di ragazze di ogni razza e di ogni età, obbligandole a prostituirsi?
Nota di Ereticamente
Ringraziamo l’Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani

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Categorie: Attualità, Berlusconi, Processo, Rallo

Pubblicato da admin il 5 Luglio 2013

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