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La mentalità democratica – terza parte –

La mentalità democratica – terza parte –

di Fabio Calabrese

Può sembrare strano, ma la “spallata” contro le “democrazie occidentali” del ’68 e degli anni seguenti, non portò a una rottura, ma semmai all’intensificarsi delle complicità esistenti fra comunismo e sedicente liberal-democrazia. Fra i politici dell’una e dell’altra parte esisteva, occorre riconoscerlo, una differenza fondamentale: i “compagni” si muovevano in base ad un disegno preciso ed a lungo termine il cui fine ultimo era la “rivoluzione” mondiale; gli altri si limitavano a “governare l’esistente”, a condurre una politica che non aveva perlopiù ideali più elevati o prospettive di maggiore respiro del proprio tornaconto personale, e cercavano di crearsi benemerenze presso quelli che pensavano sarebbero stati i prossimi padroni.
Questa situazione si presentava in tutta Europa, ma con maggiore chiarezza in Italia, dove la DC aveva costruito un potere clientelare-affaristico apparentemente inamovibile, approfittando proprio del fatto che lo spazio dell’opposizione era ingombrato dal più grosso partito comunista dell’Europa occidentale. Molto presto, i vertici democristiani e comunisti avevano tratto le conseguenze dal fatto che le fortune dei rispettivi partiti erano reciprocamente legate, che la gente votava DC per paura del comunismo e PCI per disgusto verso l’impudente sistema di corruzione democristiano, ed era anche chiaro che questo sistema di antagonismi collegati era relativamente stabile (dal 1953, anno in cui la DC perse la maggioranza assoluta ma non quella relativa, al 1991, anno del crollo dell’Unione Sovietica e di Tangentopoli, per quasi quarant’anni, gli spostamenti elettorali e del quadro politico furono minimi) e misero in atto, prima sottobanco poi in maniera sempre più sfacciata, quel sistema di spartizione del potere, tra maggioranza governativa e finta opposizione che è stato variamente chiamato “democrazia consociativa” o “lottizzazione”.
Quando tutto sembrava andare per il meglio, arrivarono prima la “spallata” del ’68 poi il suo inasprimento terroristico rappresentato principalmente (ma non solo) dall’ “attacco al cuore dello stato” delle Brigate Rosse.
Ora, l’esperienza soprattutto sudamericana dimostra che movimenti terroristici di estrema sinistra quali i montoneros o i tupamaros hanno prodotto soprattutto un effetto, quello di “spostare a destra” l’opinione pubblica dei rispettivi Paesi che hanno poi mandato al governo partiti di destra radicale o nei quali sono poi avvenuti dei colpi di stato militari, perché, contrariamente a quanto ci viene dato ad intendere, anche un colpo di stato, per riuscire ha bisogno di avere fra la popolazione del consenso, disponibilità a collaborare, quanto meno acquiescenza; di ciò si rese conto a sue spese diversi anni dopo in Spagna il colonnello Tejeiro.
Il modo opportuno per impedire lo spostamento a destra dell’opinione  pubblica italiana da parte dei nostri democratici, fu la fabbricazione di qualcosa che paresse un’offensiva terroristica “nera” parallela e simmetrica a quella delle Brigate Rosse, la cosiddetta “strategia della tensione”.
Si è cominciato con l’attribuire ai “neofascisti” una strage, quella avvenuta alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano dopo aver mandato libero quello che con ogni verosimiglianza era il vero colpevole, l’anarchico Pietro Valpreda. Per sottrarre quest’uomo alla giustizia, il PCI  tentò di portarlo sui banchi parlamentari, facendone l’erede di Salvatore Moranino e non riuscendoci, ottenne una legge ad hoc per farlo uscire di galera.
Quante volte vi siete lamentati del fatto che la giustizia italiana non funziona? Che un delinquente, scaduti i termini di carcerazione preventiva, torna in libertà fino a quando non si è concluso l’ultimo grado del procedimento, la sentenza della cassazione, cosa che può richiedere tranquillamente più di un decennio, lasciandogli tutto il tempo di commettere altri reati anche se è già stato condannato in primo grado e in corte d’assise? Questo è un effetto della legge introdotta allora, forse l’unica a prendere il nome non dal suo proponente ma dal suo primo beneficiario, la legge Valpreda, che da allora è rimasta nel nostro ordinamento.
Senza nessuna reale base, un testimone, un indizio convincente, fu accusato della strage Franco Freda, uno scrittore ed editore “nero” che impugnava contro la democrazia le armi della cultura, alla lunga più devastanti di qualsiasi bomba, ed al quale fu riservata una lunga odissea giudiziaria che ha qualcosa di allucinante, fino ad essere costretti ad assolverlo dopo avergli rovinato la vita, per la totale inconsistenza di elementi a suo carico.
Naturalmente, però, questo era solo l’inizio.
Provate a riflettere su questo: tutte le cose che sono state dette sui “servizi segreti deviati” non sono e non possono essere che sciocchezze: i servizi segreti sono uno strumento d’importanza fondamentale nella politica di uno stato; i suoi vertici dipendono strettamente dal governo; se hanno agito durante gli “anni di piombo” non può essere stato per destabilizzare, ma semmai per stabilizzare la situazione politica. Sicuramente alcuni degli attentati compiuti in quegli anni hanno avuto come esecutori materiali giovani del sottobosco della destra extraparlamentare; giovani sprovveduti cui “qualcuno” che sicuramente non era ciò che diceva di essere, aveva fatto credere che mettendo una bomba avrebbero “fatto la rivoluzione”. In un caso almeno, si trattava di un ragazzo infermo di mente, Ermanno Buzzi, autore materiale della strage di piazza della Loggia a Brescia, poi ucciso in carcere in circostanze mai chiarite, prima che potesse fare i nomi dei mandanti.
Il punto più atroce della “strategia della tensione” fu probabilmente raggiunto nel 1980 con la strage alla stazione di Bologna; non si  è mai saputo chi ne fosse l’autore, ma essendo Bologna la città più“rossa” d’Italia, fu subito indicata come strage “fascista”. Ho sempre avuto il sospetto che chiunque abbia messo quella bomba contasse proprio su questo, nell’intento di criminalizzare un’intera area politica.
I più giovani stentano ad immaginare quello che significava vivere quegli anni, con i cortei che salmodiavano: “Uccidere i fascisti non  è reato”; ed avevano ragione, perché uccidere uno di noi era sempre un delitto, ma non era un reato che sarebbe stato perseguito dalle autorità: ricordiamo gli assassinii di Sergio Ramelli e di Mikis Mantakas, ragazzi freddati in agguati di tipo mafioso; la strage di via Acca Larenzia a Roma, con tre nostri ragazzi freddati a pistolettate mentre tentavano di difendere una sede del MSI dalla teppaglia “rossa” e forse più orribile di tutti, il rogo di Primavalle, sempre a Roma, l’incendio dell’appartamento di un dirigente locale del MSI nel quale morirono carbonizzati i suoi due figli, uno dei quali un bambino ancora piccolo. Nessuno è stato indagato per questi delitti: uccidere i fascisti non era reato, né nel ’45-’47 né allora.
La bestiale violenza dei “compagni”  è ciò che più colpisce sul piano umano, ma non è il dato politico più rilevante: che il comunismo non fosse/non sia/non possa essere altro che bestialità assassina, violenza, intolleranza, lo sapevamo da un pezzo; il dato politicamente più rilevante è la rete di complicità, di connivenze, d’impunità subito pronta a scattare a protezione dei “compagni” da parte dello stato democratico-borghese. Noi alla contrapposizione fra comunismo e liberal-democrazia non ci crediamo. Per forza, abbiamo constatato sulla nostra pelle che era/è una menzogna!
Gli anni ’80 furono caratterizzati soprattutto dal tentativo (velleitario) dei socialisti di Bettino Craxi di modificare il sistema politico italiano, che indirettamente ne mise in luce assai bene il funzionamento, la sua natura  molto diversa da quel che poteva sembrare all’apparenza.
Il concetto del leader socialista era in fondo molto semplice: un’inversione dei rapporti di forza fra PSI e PCI avrebbe potuto portare in futuro anche in Italia ad una situazione non diversa da quella che si verificava nella maggior parte degli stati a democrazia occidentale, con una sinistra a guida socialista che si alternasse al potere con un blocco liberal-conservatore guidato dalla DC. Più facile a dirsi che a farsi: il progetto craxiano aveva due grosse pecche, la prima era quella di trovare la DC altrettanto ostile del PCI: in teoria, se la Democrazia Cristiana fosse stata realmente non totalmente difforme da come cercava di presentarsi agli Italiani, avrebbe dovuto accogliere in maniera favorevole un progetto tendente a ridurre “l’anomalia italiana” con la scena politica ingombrata dal più grosso partito comunista dell’Europa occidentale; in pratica la “democrazia bloccata” che ne derivava, il fatto di non dover mai essere realmente chiamata a rispondere del sistema di corruzione, malaffare, appropriazione indebita della cosa pubblica, che aveva creato, era essenziale al mantenimento del potere democristiano.
La seconda pecca era rappresentata dal fatto che Craxi poteva contare su di una “truppa” di uomini allevati e cresciuti politicamente in quello stesso sistema che cercava di emendare, ed in pratica aveva a disposizione gli stessi strumenti politici della DC e del PCI: clientelismo, sottogoverno, lottizzazione, malaffare, e non si vince nessuna battaglia con truppe dove ciascuno  è privo di finalità che vadano al di là del proprio personale tornaconto.
Il progetto craxiano fu schiacciato come un facocero che si sia venuto a trovare fra due elefanti. Quando scoppiò la tempesta di tangentopoli, le responsabilità furono fatte ricadere soprattutto sul PSI, che non le era certo estraneo, ma che non ne aveva, in ultima analisi, le responsabilità maggiori. La cosa più squallida è stata dopo di ciò, vedere gli eredi di ciò che era rimasto del PSI fare comunella con gli ex comunisti che avevano distrutto il loro progetto politico: gente senza spina dorsale, tutti natiche da appoggiare su poltrone di governo o sottogoverno; ma lo sappiamo, l’ultimo vero uomo dotato di testicoli robusti aveva mollato i socialisti durante la prima guerra mondiale.
Tuttavia, questa esperienza almeno un merito l’ha avuto, quello di mostrare in tutta chiarezza di che pasta fosse fatto l’anticomunismo democristiano e dei democratici in genere, nel momento in cui costoro agivano di concerto coi comunisti per salvare un comune sistema d’intrallazzi e reciproche complicità.
Le vicende degli ultimi vent’anni non si prestano ad una lettura diversa da questa. Per quanto riguarda l’Italia, il crollo dell’Unione Sovietica ha tolto ai nostri connazionali la paura del comunismo, ma non l’indignazione per il sistema di corruzione democristiano, ed i “compagni” sedicenti ex comunisti hanno saputo approfittarne con destrezza, divenendo la forza egemone di un centrosinistra nella cui orbita sono stati attratti la maggior parte dei cocci della DC e dei suoi antichi alleati, eppure le prime battute di Tangentopoli, l’inchiesta giudiziaria-ciclone che ha sconvolto il sistema politico italiano, avevano evidenziato alcune cose che poi sono state prontamente nascoste sotto il tappeto da una magistratura in buona parte controllata dagli ex comunisti, ossia il fatto che il PCI, sedicente forza di opposizione, era coinvolto negli scandali, nell’appropriazione illecita di denaro pubblico non meno di quanto lo fossero democristiani e socialisti.
Se andiamo a vedere quel che è accaduto nel resto d’Europa, però, la musica è esattamente la stessa: dovunque è stata presa per buona la conversione dei comunisti alla liberal-democrazia nel giro di una notte, la loro repentina metamorfosi in “socialisti” o “democratici di sinistra”,  è stato offerto loro un mantello sotto cui nascondere le loro vergogne, in un contrasto che non potrebbe essere più stridente con il trattamento riservato a noi, che subiamo una discriminazione ed un’emarginazione che durano ormai da tre generazioni, e che involontariamente ci riconfermano nel ruolo di soli veri oppositori di questo sistema.
Sono passati quasi vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, una “Norimberga del comunismo” non c’ è stata, né è probabile che possa esserci in futuro.
Vi rendete conto di cosa significa questo? La liberal-democrazia condivide le responsabilità morali del comunismo: i milioni di vite spezzate, popoli soffocati per decenni nella privazione della libertà e dei diritti umani fondamentali, nell’oppressione e nella miseria. 
Io ho esaminato il caso italiano, perché è quello che conosco/conosciamo meglio, ma se ci spostiamo altrove in Europa, troviamo che dappertutto valgono le stesse “regole”, “uccidere i fascisti non  è reato”, mentre ai “fascisti” non è consentito nemmeno aprire bocca senza esporsi a conseguenze pesanti; se dovessimo accettare per buona la caricatura falsa ed antistorica, sganciata dal contesto storico, del “fascista” come energumeno intollerante pronto a togliere agli altri la libertà di espressione e magari la vita, allora non ci sarebbe dubbio: dovremmo concludere che “i fascisti” sono loro, i democratici.
Citiamo alcuni casi, fra i molti di cui si potrebbe fare menzione: nella tollerantissima Scandinavia, Daniel Wretstrom, un ragazzo “nostro” ucciso a coltellate nel 2001 da una gang “multietnica”; gli aggressori, riconosciuti da numerosi testimoni furono “condannati” a pochi mesi di affidamento ai servizi sociali. Cosa dire della Francia? Qui fanno testo i nove (nove!) attentati tutti fatti con lo scopo di uccidere, contro lo storico “revisionista” Robert Faurisson, uno dei quali all’interno dello stesso palazzo di giustizia (si fa per dire!) parigino, tutti regolarmente impuniti, l’ultimo dei quali l’ha lasciato sfigurato. Sempre a Parigi, il caso particolarmente straziante di Fabrice Benichou, un ragazzo di diciannove anni che stava distribuendo un “nostro” giornale, aggredito a sprangate da un commando sionista e lasciato agonizzante sul marciapiede (senza essere soccorso da nessuno, s’intende), fino a quando non trovò la forza di trascinarsi fino a casa propria per spirare fra le braccia dei genitori. Questi sono casi sui quali la magistratura francese (come quella italiana riguardo agli omicidi di Ramelli e Mantakas, alle stragi di via Acca Larenzia e Primavalle) non ha neppure fatto finta d’indagare.
In compenso, contro i “fascisti” ed in particolare “i revisionisti” che vorrebbero quanto meno condurre indagini su quanto  è stato detto al processo di Norimberga, si moltiplicano le fattispecie di reato d’opinione. Il caso clamoroso dello storico inglese David Irving oggetto di una lunghissima persecuzione giudiziaria per nulla di più grave che aver espresso le proprie idee, è il più noto e clamoroso, ma non è che la punta emergente di un esteso iceberg di repressione.
Ed allora, onestamente, il dubbio viene. Se da una parte si portano ricerche ed argomenti, dall’altra si risponde con violenza e repressione, a chi si può credere?

L’intolleranza dei democratici non ha limiti né senso del ridicolo. Uno dei più importanti scienziati oggi viventi, il linguista Noam Chomsky ha osato sostenere che anche ai revisionisti va concesso il diritto di esprimere le loro idee. E’ bastato, Noam Chomsky è stato subito incluso nella “lista nera” dei revisionisti ossia, secondo i democratici, dei razzisti, degli antisemiti,  è una logica che funziona come la scomunica medievale: chi dà rifugio a uno scomunicato, chi intrattiene rapporti con lui, è lui stesso automaticamente scomunicato. Piccolo particolare che rende grottesca tutta la vicenda: Noam Chomsky è ebreo.

“Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa professarle liberamente”, diceva il grande Voltaire. Fosse vivo oggi, Voltaire sarebbe certamente considerato un pericoloso estremista di destra.
Alcuni anni fa, in Germania è scoppiato un caso che ha fatto versare fiumi d’inchiostro e di veleno: si è scoperto che uno dei più importanti scrittori tedeschi contemporanei, Gunther Grass, ha tenuto a lungo nascosto il fatto di aver militato, allora sedicenne, negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale in un battaglione carri delle Waffen SS.

A mio parere, sapendo degli ostacoli che ciò avrebbe comportato alla sua carriera letteraria, Gunther Grass ha fatto benissimo a tenere nascosta la cosa. E’ da notare che Grass non è sospettato di essere un nazista, né di esserlo stato in gioventù. Chi conosce almeno un poco la storia della seconda guerra mondiale, sa che le Waffen SS erano una forza militare i cui combattenti nulla avevano a che spartire con i campi di concentramento e nulla ne sapevano. In particolare, negli ultimi mesi del conflitto, dopo l’attentato di von Stauffenberg e l’epurazione che ne era seguita nella Wehrmacht, all’epoca in cui Grass raggiunse l’età per essere arruolato, le SS erano divenute di fatto la residua forza militare della Germania; il motivo per il quale Grass è stato costretto a nascondere ciò di cui nessun uomo, mai, in nessuna circostanza, dovrebbe essere obbligato a vergognarsi, di aver difeso la propria Patria in guerra, è il timore di una sorta di contaminazione magica per aver portato una divisa con le rune sul bavero, una circostanza che evidenzia l’aspetto stregonesco e superstizioso dell’antifascismo e della democrazia.

Di ciò abbiamo altri esempi; così, dopo la guerra, i reparti dell’aviazione da caccia della RSI, che avevano continuato ad abbattere i quadrimotori alleati che radevano al suolo le nostre città ed ammazzavano la nostra gente, furono declassati a reparti di artiglieria contraerea, ma poiché nessun combattente della RSI ha più fatto parte delle forze armate postbelliche, ad essere “punite” sono state le insegne di quei reparti.
Anche in questo, pare che non vi sia nemmeno il limite del senso del ridicolo a ciò a cui democrazia ed antifascismo possono giungere: recentemente in Austria sono stati messi fuorilegge i tradizionali bottoni rivestiti di cuoio dei loden, il cui disegno potrebbe ricordare quello della svastica.
Se noi andiamo a fare un giro per le nostre città ed osserviamo gli slogan politici scritti sui muri, si potrebbe avere davvero l’impressione che la guerra civile sia finita l’altro ieri o sia ancora in corso, mentre la “guerra fredda” sembra ormai storia vecchia di secoli.
Non è quanto meno singolare che in tutta Europa le leggi sul “reato d’opinione” (che poi stranamente vanno a colpire sempre una certa area politica) siano state recentemente inasprite mentre semmai il trascorrere del tempo, l’allontanarsi nel passato degli eventi della seconda guerra mondiale sarebbe stato logico pensare avrebbero portato ad attendersi una loro attenuazione? In Italia per ultima abbiamo avuto la legge Mastella, che ha inasprito le precedenti leggi Scelba, Reale e Mancino, ma in tutta Europa la tendenza  è assolutamente la stessa.
Se tanto sta avvenendo, è perché c’è sotto qualcosa che non è stato detto, qualcosa che ci si è ben guardati dal rendere troppo chiaro, e che non riguarda quanto è avvenuto in Europa settant’anni fa, ma l’oggi, il nostro presente.
Io credo che a suo tempo tutti noi abbiamo salutato con soddisfazione la caduta del muro di Berlino ed ancora di più lo sgretolarsi della stessa Unione Sovietica, era la fine della guerra fredda, del mondo diviso. Bene, ammettiamolo, ci siamo illusi. Mentre alcuni di noi si spingevano a sognare un mondo finalmente pacificato, negli Stati Uniti prendeva l’avvio il PNAC, il “Project for the New American Century”. In cosa consiste questo “progetto”,  è facile da capire: l’estensione ed il rafforzamento dell’egemonia di quella che è già la prima potenza mondiale, al punto che su questo pianeta non vi sia nulla e nessuno in grado di opporsi al potere degli Stati Uniti.
Noi non dobbiamo però credere di avere a che fare con un imperialismo esclusivamente razionale. Nella storia non è mai così, la ragione non consente di avere la buona coscienza della sopraffazione, anzi spesso la impedisce. Naturalmente, quella che ci interessa non è la mentalità dell’americano medio che è, come sempre, un pupazzo manovrato, ma il pensiero profondo che guida il comportamento delle élite statunitensi.
Soprattutto per noi latini con una cultura di base cattolica, è difficile capire fino in fondo cosa sia il calvinismo, la dottrina della predestinazione e quella sorta di ascetismo al contrario che deriva dal vedere nel successo materiale il segno del favore divino. Si tratta di una concezione cristiana? A questo è più difficile rispondere, dal momento che il calvinismo propende per una “lettura” nettamente veterotestamentaria. Si può essere cristiani se si tiene in non cale Gesù e i vangeli? Io direi che i calvinisti sono cristiani all’incirca quanto gli islamici, dato che pure il Corano riserva un piccolo spazio al “profeta Issa”; di sicuro, è una mentalità che s’incontra molto bene con l’ebraismo. Una favola inventata da uno scrittore inglese del XVII secolo in vena di bizzarrie, è diventata il mito fondante della non-nazione americana, un po’ come se noi riconoscessimo il nostro antenato totemico in Cenerentola o in Cappuccetto Rosso; la favola secondo la quale gli anglosassoni sarebbero i discendenti delle dieci tribù perdute d’Israele, quel  che serviva per ricollegare un espansionismo planetario a delle aspettative messianiche. Siamo, come si vede, fuori dal cristianesimo: se gli anglosassoni sono i discendenti delle dieci tribù perdute, se gli Stati Uniti sono il “nuovo Israele”, allora è ancora “l’antico patto” di Mosè quello che li vincola; quello nuovo venuto con Cristo non li interessa, non li riguarda. Gli Americani mentono quando dicono di essere una nazione cristiana; forse mentono prima a se stessi che agli altri, ma mentono.
Ciò si traduce nella convinzione messianica (in senso veterotestamentario) di essere destinati dal disegno divino a dominare il mondo assieme all’Israele antico e rinato; è, è quasi inutile dirlo, una concezione fortemente razzista per la quale i “gojm”, i sottouomini, quel 95% dell’umanità che rimane fuori dal “patto” mosaico, contano solo nella misura in cui tornano utili alla realizzazione di quel dominio che èil “manifesto destino” dei superuomini a stelle e strisce e/o circoncisi.
In questo contesto, si comprende bene perché negli ultimi anni, a partire dal 1990 circa, in tutto il mondo “occidentale” le leggi contro i presunti “reati d’opinione” revisionisti sono state inasprite, ed anche perché una “Norimberga del comunismo” non c’è stata ed almeno nelle intenzioni di chi comanda nel sedicente mondo libero, non ci sarà mai.
Non è un caso che il questi anni si è andato sempre più affermando in concetto di pensiero unico, ossia la pretesa che dopo la caduta dell’Unione Sovietica ed il crollo dell’idolo comunista non vi siano alternative al pensiero liberal-democratico che dovrebbe cementare in un unico blocco “l’occidente giudeo-cristiano”. Ora, il “pensiero unico” è precisamente la negazione della libertà di pensiero, e con essa, di tutte le libertà fondamentali dell’uomo.        
“L’occidente giudeo-cristiano”, poi, si suppone dovrebbe fare blocco contro il mondo islamico, cui  è stato delegato il compito di fungere da surrogato di quella minaccia esterna che in altri tempi era rappresentata dal blocco comunista; un ruolo che per la verità al mondo islamico calza assai male, considerando che, in primo luogo, questa contrapposizione è stata creata dagli Stati Uniti stessi con l’appoggio alla politica aggressiva contro il mondo arabo ed alla riduzione in condizioni di subalternità e di permanente emergenza umanitaria dell’etnia palestinese da parte di Israele e le aggressioni contro l’Irak e contro l’Afghanistan, poi trasformatesi in costossissime occupazioni militari di cui gli Stati Uniti cercano di scaricare il peso sugli “alleati” (i vassalli!) europei, e considerando anche l’obiettivo dislivello economico e tecnologico esistente fra le due realtà.
Cosa si debba pensare del “cristianesimo” made in USA credo di averlo già spiegato, cerchiamo ora di capire cosa significa in questo contesto “occidente”. In altri tempi, “occidente”, oltre che un punto cardinale, significava l’Europa più le sue propaggini extraeuropee: le Americhe e l’Oceania. A partire dalla conclusione della seconda guerra mondiale, il significato di questo termine si è capovolto, perché non sta più a indicare l’egemonia europea su altre aree del mondo, ma l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa. Se noi non siamo proni ad accettare la dominazione americana, esso non significa nulla in cui ci possiamo riconoscere: diciamolo chiaro una volta per tutte: noi non siamo “occidentali giudeo-cristiani”, noi siamo europei.
L’espressione più chiara di questa mentalità “occidentale”  è stata, dopo l’attentato di presunta matrice islamica alle Twin Towers ’11 settembre 2001, il libraccio scritto dalla non rimpianta Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio.

Sulla reale fattibilità tecnica di un’azione del genere nel cuore degli Stati Uniti, con i mezzi di sicurezza e di controllo del proprio spazio aereo di cui questi dispongono, sono stati sollevati dubbi molto seri (si veda l’eccellente libro inchiesta di Maurizio Blondet Auto-attentato in USA).

Io al riguardo non dispongo di altrettanta competenza, ma penso che si possa dire almeno questo: esiste almeno un precedente nella storia americana, dove le vite di cittadini sono state scientemente sacrificate dal governo in un momento in cui si riteneva di dover dare “una sferzata”, di creare un clima di mobilitazione dell’opinione pubblica, un precedente che presenta inquietanti analogie con l’11 settembre 2001: Il 7 dicembre 1941, l’amministrazione americana era perfettamente al corrente dell’imminenza dell’attacco giapponese contro la base navale di Pearl Harbor; le portaerei, giudicate indispensabili per la prosecuzione del conflitto furono tempestivamente allontanate, mentre le corazzate, considerate ormai obsolete e sacrificabili, rimasero a fare da bersaglio, e le vite dei marinai imbarcati su di esse sacrificate all’esigenza di creare un clima bellico nella popolazione, esattamente – ritengo – come è stato fatto sessant’anni più tardi.
Ma torniamo al libraccio della Fallaci: viene da chiedersi, quale orgoglio? Orgoglio per che cosa? Per avere il guinzaglio americano stretto attorno al collo? Ma questo è un orgoglio da cani, non da uomini! Ed ancora di più, quale rabbia? Rabbia per che cosa? Quei tremila morti delle Twin Towers rappresentano nulla di più della messe di vite umane che i bombardamenti angloamericani potevano cogliere su di una città di medie-piccole dimensioni in un qualsiasi giorno della seconda guerra mondiale, sono sicuramente molto meno dei bambini iracheni morti per malattie che altrimenti sarebbero state facilmente curabili in quindici anni di embargo, molto meno dei vietnamiti bruciati vivi dal napalm, delle vittime dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, molto meno dei tedeschi fatti morire di stenti dal piano Morgenthau. La carne degli Americani vale forse più della nostra, di quella dei Tedeschi, degli Iracheni, dei Vietnamiti, di quella di tutti gli uomini torturati e crocifissi dall’ambizione americana di estendere all’intero pianeta una democrazia che è solo la maschera del loro dominio? 
Una come la Fallaci, che era considerata una delle migliori penne del giornalismo italiano avrebbe dovuto almeno sapere che la parola “rabbia” come l’ha usata nel titolo di questo pamphlet è una forma colloquiale; in italiano corretto, come una volta s’insegnava anche ai bambini delle elementari, si dice “ira”. In italiano corretto, “rabbia” è sinonimo di idrofobia.
A meno che Oriana Fallaci non avesse voluto inconsciamente suggerirci proprio questo, di essere una cagna idrofoba fiera di essere tenuta al guinzaglio dagli Americani.
Se mi è concesso il paragone, la libertà è più simile ad un essere vivente che ad un meccanismo, non è possibile limitarla o cancellarla in un settore particolare senza ferirla nella sua interezza (ammesso che questo sia lo scopo di coloro ai quali rispondono quelli che ci governano. Io, per quanto mi riguarda, ho l’impressione che toglierci qualsiasi libertà di pensare sia precisamente ciò che costoro vogliono, fare di noi altrettanti burattini contenti di avere sul groppone 130 basi americane, mentre i nostri ragazzi stanno a farsi ammazzare in Afghanistan, in Irak, in Libano o dovunque agli USA faccia comodo).
Che ogni uomo dovrebbe essere libero di esporre liberamente il proprio pensiero purché lo faccia con le armi della persuasione e della dialettica, senza prevaricare il prossimo con la violenza o l’intimidazione o l’uso di un potere repressivo, mi pare un principio che una volta ammesso, non dovrebbe presentare eccezioni, ma ammettiamo per pura ipotesi che vi siano degli argomenti in ordine ai quali questo principio non si possa applicare, come l’apologia del genocidio di cui gli storici revisionisti sono falsamente accusati (perché voler rivedere la contabilità dell’Olocausto non significa di per sé approvare o giustificare la soppressione anche di una sola vita umana per motivi ideologici o razziali; in realtà, ciò che temono gli eredi dei vincitori del secondo conflitto mondiale, è il confronto con i loro crimini).
Cominciamo con il dire che se vi è una cosa peggiore delle leggi ingiuste, è la loro ingiusta applicazione, perché tutte le leggi con le varie fattispecie di “reato d’opinione” che sono state introdotte in Italia ed in Europa negli ultimi sessant’anni hanno inteso colpire sempre e solo una precisa parte politica, esattamente quella di chi ha osato raccogliere i vessilli degli sconfitti nel secondo conflitto mondiale, che non  è disposto ad accettare la subordinazione dell’Europa sotto il tallone sovietico ed americano (oggi solo americano, ma la differenza non è poi così grande) come definitiva, che non vuole vedere disperso definitivamente quel che ancora rimane in piedi della più grande civiltà della storia umana, che ha ancora il coraggio di proclamare con orgoglio: “Io sono europeo”.
Da molti anni, per fare un esempio, nell’ordinamento giuridico italiano esiste la legge Scelba, che fra le altre cose proibisce a un partito di dotarsi di una struttura paramilitare. Questa legge è stata sistematicamente violata dal PCI che aveva in piedi fino agli anni ’80 la struttura paramilitare nota come “Gladio rossa”. Avete mai sentito parlare di qualche dirigente comunista incriminato o tanto meno condannato in base alla legge Scelba? Andiamo, sappiamo benissimo per chi (o meglio contro chi) è stata fatta questa legge, chi è destinata a colpire.
Analogamente, fra le fattispecie di reato introdotte dalla recente legge Mastella  c’è l’apologia di genocidio. A Trieste vi sono ancora parecchi slavo-comunisti che non perdono l’occasione di inneggiare al maresciallo Tito e alle foibe. Credete davvero che sarà mai applicata contro costoro?
Il punto importante, però, è un altro: una volta introdotte delle eccezioni al diritto di espressione, una volta ammesso il “reato d’opinione”,  è come lo strappo su di una tela, si allarga sempre di più, fino a che chi non è d’accordo in tutto con il potere dominante oppure non si piega a una silenziosa acquiescenza, non ha più la possibilità di esprimersi.

Alcuni esempi renderanno chiaro il concetto: nel 2007 è stato arrestato in Spagna lo scrittore austriaco Gerd Honsik; la sua colpa? Essere autore di un libro, Il piano Kalergi, nel quale spiega come è stata programmata e si sta rapidamente attuando la distruzione definitiva dell’Europa, attraverso il declino demografico programmato e l’immigrazione che in un futuro non  certo lontano porterà alla sostituzione delle etnie europee con un’ibrida torma “multirazziale” infinitamente più malleabile alle esigenze del capitalismo mondiale e della globalizzazione, consumatori del mercato globale, tanto più facilmente plagiabili, quanto più privi di cultura e identità.

Lo si voglia o no, è un argomento che non ha nulla a che spartire con l’Olocausto.
E’ amaramente ironico pensare che sotto la “bieca” dittatura franchista Gerd Honsik sarebbe stato pienamente libero di esprimere le sue opinioni, meglio ancora, di rivelare fatti di questa portata la cui divulgazione terrorizza il potere democratico. E’ un fatto, che quando si afferma la democrazia, la libertà di espressione si riduce o scompare.
In Italia non stiamo certo meglio, ricordiamo il caso di Maurizio Blondet che dopo la pubblicazione di Auto-attentato in USA è stato licenziato dal giornale “L’avvenire”; anche le reali responsabilità dell’11 settembre 2001, ovviamente, è un argomento che non ha nulla a che fare con l’Olocausto, ma la tendenza è chiara, fra poco noi, se non a prezzo di gravi rischi, non potremo più dire la nostra su nulla. 
La croce più pesante sulle spalle, però, probabilmente ce l’hanno i Rechtsradikaler . Un tedesco può avere tanti motivi non differenti dai nostri per una militanza “di estrema destra”; in fondo, nessuna nazione europea ha avuto dai vincitori nella seconda guerra mondiale un trattamento peggiore di quello subito dalla Germania, pensiamo solo all’entità delle mutilazioni territoriali subite, da Koenigsberg sul Baltico (oggi la città natale del grande Immanuel Kant è la russa Kaliningrad) fino alle rive dell’Oder, allo smembramento della Germania durato dal 1945 al 1991, al ferreo regime comunista subito dai Tedeschi orientali in quella che con ironico eufemismo era chiamata DDR (Repubblica Democratica Tedesca), ai dodici milioni di profughi, alle migliaia di morti ammazzati di quanti hanno cercato riparo all’Ovest, alla carestia che secondo recenti rivelazioni, è stata fatta imperversare per tre anni in Germania in ottemperanza al piano Morgenthau.
Tutto ciò per i “devoti” democratici non conta nulla: un Rechtsradikal sarà comunque “un neonazista”, lasciando intendere con questa terminologia vergognosa che sia qualcuno che non desideri altro che riaprire le camere a gas.
Una notizia di qualche anno fa illustra tutto ciò alla perfezione, solo che mi devo scusare con voi per non avere raccolto i dati con precisione; colpa mia, per l’indignazione ho lasciato che il sangue mi montasse alla testa; comunque, in sintesi, il fatto è questo: un signore è stato eletto consigliere di Land (è un ente territoriale tedesco intermedio fra la nostra provincia e la nostra regione) nelle liste del NPD, il partito di estrema destra, come indipendente, perché non vi era nemmeno iscritto. In conseguenza di ciò, ha perso il lavoro, perché gli è stata ritirata la licenza di spazzacamino.
L’articolista che ha dato la notizia (che ha avuto pochissima eco sulla stampa, come del resto le vicende di Honsik e di Blondet, provatevi invece ad immaginarvi se un teppista od un brigatista rosso subisse una restrizione di qualche tipo, diventerebbe di colpo un cocco dei media), ha commentato tale provvedimento asserendone la giustezza perché la licenza di spazzacamino consente di entrare nelle case della gente per pulire le canne fumarie ed egli non avrebbe voluto dover far entrare in casa “un uomo simile”.
Questo giornalista, terrorizzato che un fascista potesse in qualche modo contaminare la sua “democratica” fuliggine, ha mostrato la stessa mentalità di un bramino indiano che vive nel terrore che un paria possa anche solo sfiorarlo o calpestare la sua ombra mentre cammina per strada.
Mostratemi un democratico, ed io vi farò vedere un bigotto conformista e intollerante.  

      


******* Fine *******

     
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Categorie: Comunismo, Democrazia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 28 Luglio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Ottima conclusione, bisogna ridefinire il lógos della destra italiana e non solo in questo senso. La destra é identitaria (e di conseguenza sociale) o non é niente.

  2. Anonymous

    Una ‘destra’ sociale potrebbe esserci perchè FN e CPi sono due strutture valide e serie a livello giovanile e preoccupano gli avversari democratici. Il problema è che uno dovrebbe essere laico e l’altro più avanguardista nei fatti e non negli slogan. Se i loro dirigenti aprissero alla cultura alla storia alla filosofia greco-romana e studiassero meglio i moderni Nietzsche, Heidegger, Hegel, spengler, il nostro Evola e tutti gli intellettuali europei e in particolar modo i francesi argomenti politico sociali da contrapporre al pensiero unico ce ne sarebbero a iosa.

  3. Anonymous

    La destra è antifascista

Rispondi a nota1488

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