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La mentalità democratica – seconda parte –

La mentalità democratica – seconda parte –

di Fabio Calabrese

Si sente spesso dire che nelle culture extraoccidentali manca il concetto di adolescenza: c’è il brusco passaggio rappresentato dai riti d’iniziazione; prima di essi si è bambini, una volta compiuti, si è adulti; tuttavia, non sarebbe sbagliato dire che è proprio l’adolescenza come fatto in sé che è tipico delle moderne società occidentali. In altri tempi e in altri luoghi, il raggiungimento della maturità fisiologica, psicologica, sessuale e sociale erano all’incirca abbinati; nelle moderne società occidentali, mentre, con il miglioramento delle condizioni alimentari i tempi della maturazione fisica e sessuale si sono abbassati, quelli della “maturazione sociale” con il raggiungimento di uno status d’indipendenza rispetto alla famiglia d’origine e la possibilità di formarsi una famiglia propria, si sono allontanati sempre di più. Questa “forbice” che continua sempre più a dilatarsi, è ciò che noi chiamiamo adolescenza. Da qui deriva tutta una serie di situazioni conflittuali, tra il giovane che si sente capace di una vita autonoma che non gli è consentita, e la famiglia d’origine che finché continua a provvedere al suo mantenimento (peraltro sempre più oneroso) vorrebbe, di solito con scarsi risultati, continuare almeno a dettare le regole.
Nella scuola, fin troppo spesso, su questo ribellismo di fondo fa facilmente presa l’azione ideologica anche troppo ben mirata dei docenti di sinistra, in massima parte ex sessantottini che poi, con singolare schizofrenia, sono quegli stessi che si lamentano del costante degrado delle istituzioni scolastiche verificatosi negli ultimi quarant’anni.
Che la “contestazione” del 1968 fosse manovrata dai servizi segreti dell’Est europeo, che fosse una sorta di sostituto di quell’aggressione militare che “l’ombrello nucleare” americano rendeva impossibile, questo mi pare che sia oggi ragionevolmente provato; fu anche un’azione di conservazione sociale con mascheratura progressista, perché i contestatori, tutti di estrazione altoborghese, venivano a distruggere con la scuola “selettiva e meritocratica” un importante strumento di promozione sociale.
Fra tutti i nostri “intellettuali” sagaci come capre, Pasolini fu l’unico a capirlo, e gliela fecero pagare cara. Pur essendo uno ragazzo quattordicenne appena sbarcato alle superiori, la cosa apparve chiarissima anche a me.
A riflettere a posteriori sulle vicende storiche di allora, appare paradossale che proprio mentre da noi era in corso la “contestazione”, all’ Est vi era stata la breve stagione della “primavera di Praga” ed il suo soffocamento ad opera dei blindati sovietici. Possibile che a costoro che pretendevano di essere l’avanguardia intellettuale della nostra società, non dicesse proprio nulla il fatto che un intero popolo lottasse disperatamente e vanamente per liberarsi dal sistema politico che essi volevano imporre anche a noi? A suo tempo, Benedetto Croce aveva parlato del marxismo come di un “paio di occhiali sociologico”; parlare di paraocchi sarebbe stato di certo più appropriato.
Certo, gli attuali adolescenti sono molto diversi da quelli di quarant’anni fa: meno motivati, più vuoti, più apatici, molto meno interessati alla politica ai destini complessivi di una società, molto più influenzati dalle mode, dallo spettacolo, dall’effimero, ipnotizzati dalla cartapesta mediatica ricoperta di lustrini, sempre più incapaci di assimilare cultura. Ma tutto questo non è che l’effetto ultimo del ’68, perché quello che una generazione non acquisisce dai propri predecessori, non potrà trasmetterlo alla successiva od alle successive: quel che si è perso nel ’68 è stato soprattutto il rispetto per l’istituzione scolastica in sé e per la figura dell’insegnante, che non era solo l’acquiescenza ad un’autorità, era anche rispetto ed attenzione per il sapere che la scuola ed il docente potevano trasmettere. Venuto meno questo, la voragine della scuola si è man mano allargata per  perdite successive, per una trasmissione delle nozioni sempre più inefficace nel tempo.
Dove pascolano le iene, avanza sempre qualche briciola per gli avvoltoi e gli sciacalli; sul solco della devastazione “rossa”, forse la cosa più penosa è vedere quanti giovani sono pronti ad assorbire in maniera del tutto acritica tutto quel che i mass media presentano come “trasgressivo” e “giovanile”, dall’abbigliamento alla sedicente musica (perlopiù rumore rincretinente), senza accorgersi che sono tutte cose che fanno parte di un meccanismo consumistico.
Occorre ricordare che “la trasgressione” o meglio ancora la ribellione in sé non è un valore, occorre avere una coscienza precisa di a che cosa ci si ribella, ed in nome di che cosa; altrimenti i comportamenti “trasgressivi” diventano con fin troppa facilità comportamenti autodistruttivi, come è avvenuto ai giovani che sono caduti nella tossicodipendenza.
Il comunismo è stato, è dove è ancora al potere, fuori da ogni dubbio, la più spaventosa tirannide della storia umana, e la milizia a favore di questa mostruosità si può spiegare solo in termini di patologia politica, ma se noi andiamo ad esaminare la cosiddetta democrazia liberale, non è che le cose stiano così radicalmente altrimenti. Vi sono due ordini di fatti che dobbiamo considerare: le estese complicità di cui il comunismo ha goduto e continua a godere all’interno della democrazia “liberale” e la tendenza di quest’ultima a trasformarsi essa stessa in un regime totalitario o forse, semplicemente, a svelare il suo volto totalitario in certi momenti ipocritamente dissimulato.
La cosa paradossale è che per quasi mezzo secolo, dalla conclusione della seconda guerra mondiale al crollo dell’Unione Sovietica, le liberal-democrazie europee hanno vissuto sotto la minaccia costante di un’invasione dall’est, trattenuta soltanto dall’ “ombrello nucleare” americano, e per di più con all’interno la “quinta colonna” rappresentata dai partiti comunisti occidentali.
Questa situazione che in altre epoche avrebbe probabilmente prodotto uno spirito da fortezza assediata, una nuova solidarietà reciproca, invece, ha portato ad una vera e propria rimozione psicanalitica del pericolo sempre incombente, perché quelli erano anche gli anni del benessere, in cui ben pochi avevano voglia di cimentarsi in battaglie ideali; meglio allora la classica politica dello struzzo di nascondere la testa sotto la sabbia, e la convinzione del tutto infondata che trattando i comunisti da gente rispettabile, costoro si sarebbero comportati da gente rispettabile.
Peggio ancora, coloro che denunciavano senza peli sulla lingua gli orrori ed i pericoli del comunismo, erano per ciò stesso sospettati di essere o collocati senz’altro tra i fascisti: l’amore per la libertà faceva di te un nemico della democrazia.
La ragione per la quale le liberal-democrazie consentivano e consentono a questo genere di imposture, era pur sempre di trovare una ratio convivenza accettabile con il totalitarismo “rosso” intenzionato a sopprimerle, e sembrava di poterla trovare nell’antifascismo. Il mito dell’antifascismo, della resistenza, dell’unità antifascista è un’impostura creata a beneficio non dei comunisti, che hanno già il mito concorrente della lotta di classe, ma dei liberal-democratici. L’unità antifascista, se mai è esistita, ha preso consistenza a guerra conclusa, a bocce ferme, a cose fatte e solo nelle celebrazioni retoriche, non nella realtà.
La realtà dei fatti è che durante la cosiddetta resistenza (ed anche nel biennio successivo) i comunisti hanno condotto una guerra civile doppia, contro i fascisti e contro le formazioni partigiane non comuniste, “badogliane”, poiché il loro scopo non era quello di “restaurare la democrazia” ma di fare la loro presunta “rivoluzione”, come avvenne contemporaneamente nei Balcani dove la guerra civile fra titini e cetnici superò in ferocia quella contro tedeschi e fascisti, come era accaduto in Spagna dove parallela alla guerra civile “ufficiale” contro il franchismo, ve ne fu da parte comunista un’altra contro le altre formazioni “repubblicane”, perché è ben chiaro che lo scopo dei comunisti, dovunque, in ogni parte del mondo, è sempre stato lo stesso: instaurare la dittatura “rossa” e cancellare qualsiasi altra forza politica tranne loro stessi.
Tra gli episodi più luminosi (nel senso che ci illuminano sulla sua vera natura) della resistenza si può certamente ricordare quello delle Malghe di Porzus. In questa località friulana, i partigiani comunisti della brigata Garibaldi, dopo aver catturato e disarmato con l’inganno i partigiani non comunisti della brigata Osoppo, li massacrarono a sangue freddo.
(Ho sempre trovato disgustoso e vergognoso il modo in cui, giocando sulla somiglianza di colore fra le camicie rosse e la bandiera rossa, i comunisti hanno strumentalizzato la figura del nostro eroe risorgimentale: nel dopoguerra, costoro utilizzarono l’effigie di Garibaldi come simbolo del loro sedicente “fronte popolare”).
Come retroscena a questa vicenda c’era l’accordo sottobanco fra il PCI di Togliatti ed i comunisti jugoslavi: la promessa della cessione alla Jugoslavia di tutto il Friuli fino al Tagliamento in cambio dell’aiuto jugoslavo al PCI per fare “la rivoluzione” in Italia. Nell’ottica di questo infame pactum sceleris le formazioni partigiane operanti in Friuli e nella Venezia Giulia si sarebbero dovute mettere agli ordini del IX Corpus jugoslavo. Comprendendo bene dove si andasse a parare con ciò, i partigiani della Osoppo rifiutarono di farlo, e furono brutalmente assassinati fino all’ultimo.
Un altro bell’esempio di “resistente” fu il capobanda comunista Salvatore Moranino; questi aveva trovato un bel modo, semplice, poco faticoso e pratico per sbarazzarsi delle formazioni partigiane “badogliane”, quello di denunciare i loro movimenti alle SS. Dopo la guerra, il PCI lo fece eleggere deputato per impedire imbarazzanti procedimenti giudiziari contro di lui, poi, non essendo riuscito a farlo rieleggere alla seconda legislatura venne fatto fuggire all’Est dove venne accolto come “perseguitato antifascista” (ruolo perfetto per un ex confidente delle SS e della Gestapo) e gli fu affidato il compito di insultare l’Italia dai microfoni di Radio Praga.
Poi si dice che i comunisti sono atei, ma se i loro modelli sono tratti direttamente dalle Scritture: Caino e Giuda!
Sono storie molto edificanti, anche se ovviamente i libri di storia non le menzionano mai; ci mostrano cosa intendessero i comunisti per azioni di guerra o rivoluzionarie: massacrare a sangue freddo gli inermi (continuarono fino alla fine del 1947 a massacrare coloro che si erano arresi; i ragazzi della RSI e le nostre ausiliarie, regolarmente stuprate e torturate prima di essere trucidate: aver difeso la Patria fino all’ultimo, era un crimine che gli uni e le altre dovevano pagare nella maniera più atroce), ma dimostrano anche che l’unità antifascista non è mai esistita, è un mito inventato dai liberal-democratici per illudersi che la “resistenza” per i “compagni” fosse qualcosa di più che una tappa sulla via della “rivoluzione”, ossia dell’instaurazione di una tirannide sanguinaria dello stesso tipo di quelle che i loro confratelli ideologici avevano creato od andavano creando in Unione Sovietica, nell’Europa dell’est o altrove.

(fine seconda parte)
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Categorie: Comunismo, Democrazia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 Luglio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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