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La mentalità democratica – prima parte –

La mentalità democratica – prima parte –
di Fabio Calabrese
Nota dell’ Autore: questo articolo è un po’ vecchio, risale a qualche anno fa, e non sono riuscito a pubblicarlo finora da nessuna parte, ma non credo abbia minimamente perso di validità per il tempo trascorso, anzi tutt’altro. (Fabio Calabrese)
Durante il periodo natalizio sono andato in libreria. I libri, in genere, sono il tipo di regalo che preferisco sia fare sia ricevere. Ad un certo punto, mi è capitato fra le mani un testo che aveva l’aria di essere lì a prendere polvere da un po’, La mentalità autoritaria di Theodor Adorno. Per curiosità, gli ho dato una sfogliata. Il “pensiero” della cosiddetta scuola di Francoforte non è, sinceramente, la cosa che io ami di più. Per un autentico marxismo si può provare almeno il rispetto che merita un avversario valente, ma prendere un po’ di marxismo, un po’ di psicanalisi, un po’ di fenomenologia, un po’ di esistenzialismo, mescolare il tutto fino a farne una pappa immangiabile ed illeggibile, è una cosa che nel contempo desta compatimento ed irritazione.

Almeno ad uno sguardo superficiale, questo libro mi è sembrato molto simile ad un’altra famosa bufala pseudo-filosofica, pseudo-psicologica, pseudo-sociologica, la famigerata Psicologia di massa del fascismo di Wilhelm Reich.
Certo, Adorno ha quanto meno usato un linguaggio più cauto di Reich, che ha sparato corbellerie come quella di cercare di spiegare il fascismo con “l’impotenza orgasmica”, cosa che fa semplicemente sghignazzare se pensiamo all’indiscussa virilità di uomini come Benito Mussolini o Gabriele D’Annunzio, ma il vizio di fondo rimane esattamente lo stesso, quello di immaginare che una data struttura caratteriale debba per forza identificarsi con l’adesione ad un movimento politico, perché, esattamente come nel caso di Reich, “gli autoritari” di cui parla Adorno sono esattamente coloro che si richiamano alla nostra “area”, senza tenere conto del fatto ovvio che “autoritari” intesi caratterialmente, come del resto fanatici, imbecilli, corrotti, ma anche galantuomini, intelligenti, tolleranti, possono trovarsi in ogni punto dello schieramento politico.
Il risvolto di copertina precisava che in questo libro per la prima volta era stata attuata una sintesi del metodo psicanalitico con quello sociologico proprio della scuola di Francoforte, e mi è venuto da sorridere, perché tanta scienza, o tanta presunzione di scienza, mi è sembrata davvero sprecata.
Io credo e spero di non rappresentare un caso assolutamente atipico, ma le ragioni della mia scelta di campo politica mi pare di averle spiegate più di una volta: il fatto di essere nato a Trieste, su di un confine difficile, dove l’italianità è sempre minacciata, con alle spalle una nazione in cui la “democrazia antifascista” affermatasi (impostaci!) nel dopoguerra ha grandemente indebolito il senso di appartenenza nazionale; il fatto di essere nato negli anni ’50 e di essere approdato alla scuola superiore durante il periodo del ’68, quando i “compagni”, tutti di estrazione sociale elevata stavano distruggendo con la scuola tradizionale un importante strumento di promozione sociale, che mi ha messo d’emblee di fronte a tutta l’ipocrisia del movimento “rosso” ed alla falsità della sua presunzione di stare con le classi lavoratrici; infine, più avanti, dopo il declino della mostruosità “rossa”, l’emergere di nuove minacce alla nostra identità nazionale: la globalizzazione e l’americanizzazione sempre più spinte da un lato, dall’altro l’immigrazione che, in una nazione in ristagno demografico, rischia di cancellarne l’identità etnico-biologica.
Forse mi sbaglio, ma in tutto ciò non vedo altro che la tendenza molto umana e molto naturale a cercare di difendere se stessi, i propri diritti, il proprio futuro, quello dei propri figli, nulla che richieda per essere compreso, le elucubrazioni pseudo-psicanalitiche di Reich o quelle pseudo-sociologiche di Adorno.
Ad un tratto ho avuto un’intuizione. Teniamo presente il fatto che entrambi i testi, quello di Adorno e quello di Reich sono stati partoriti (abortiti, defecati, fate voi) nel periodo fra le due guerre mondiali, e cerchiamo di capire quanto orribile debba essere stata quell’epoca per un “compagno”. Finalmente “le trame della reazione” avevano fallito, non erano riuscite ad impedire la nascita dello “stato dei lavoratori” in Russia, e sembrava di essere alla vigilia della grande rivoluzione planetaria preconizzata da Marx in tutta Europa e nel mondo; quando ecco sul più bello comparire i movimenti fascisti: non si trattava di un’opposizione proveniente dai ceti privilegiati, altoborghesi, aristocratici e padronali come per la “reazione” le “destre” tradizionali con cui finora i “compagni” avevano combattuto la loro battaglia, ma di movimenti di massa che raccoglievano milioni di uomini in massima parte proprio di estrazione “proletaria”.
Occorreva spiegare ciò, per quanto fosse inverosimile, in termini di patologia personale degli aderenti ai movimenti fascisti e/o radicalmente anticomunisti, perché l’altraspiegazione, quella più ovvia e naturale, che il sedicente “stato dei lavoratori” era un gigantesco fallimento, che non era altro che una spaventosa e brutale autocrazia di cui proprio i lavoratori, che si vedevano di fatto negati i loro diritti ed i loro bisogni, che ricevevano la loro ricompensa in termini di oppressione e miseria assicurate, erano le prime vittime, sarebbe stata troppo distruttiva per il movimento “socialista”, sarebbe equivalsa alla sua auto-sconfessione.
(D’altra parte, interpretare l’anticomunismo in termini di patologia psicologica, è una sorta di vizio necessario del comunismo stesso, ed è la ragione per la quale nell’Unione Sovietica, terminata la stagione più truce dei lager staliniani, i dissidenti venivano internati nei manicomi, un’aberrazione alla quale le elucubrazioni, queste si al limite del disturbo psichico, di un Wilhelm Reich hanno certamente fornito argomenti).
Se le cose stanno in questi termini, allora sarà forse il caso di capovolgere il binocolo di Adorno e di Reich, è piuttosto la mentalità democratica che occorre indagare come patologia.
Una cosa va detta subito: fino a tutto il XIX secolo, i termini “democrazia” e “sinistra” avevano un significato chiaro e preciso; da un certo momento in poi hanno invece preso ad indicare esattamente il contrario di ciò che s’intendeva fino ad allora. Fino al 1917, essere “democratici”, essere “di sinistra” significava essere per l’ampliamento delle libertà e dei diritti, ed essere dalla parte delle classi lavoratrici, essere per l’allargamento del suffragio (il diritto di voto) finché non è divenuto universale, essere per la libertà di opinione, il diritto di associazione politica e sindacale, il diritto di sciopero, le riforme a tutela delle classi lavoratrici, lo stato sociale, l’istruzione aperta a tutti, e via dicendo.
Con la “rivoluzione d’ottobre” (che poi rivoluzione non fu, fu piuttosto un putschmilitare), queste parole cambiano radicalmente di segno, essere “democratico”, essere “di sinistra”, essere “socialista”, essere “comunista” (si noti il destino di questa parola, che doveva significare “mettere tutto in comune” ed è passata ad indicare la più egoistica tirannide, od il più egoistico sistema di tirannidi mai comparso nella storia), significa ora esattamente il contrario di tutto ciò, essere sostenitori o fiancheggiatori della più tirannica autocrazia, oppressiva ed affamatrice, mai apparsa nella storia umana.
“La pretesa delle antiche aristocrazie di governare la società nel proprio esclusivo interesse”, ha scritto in modo ineccepibile Jean François Revel, “non è scomparsa, si è reincarnata nelle classi dirigenti del socialismo reale”.
Un’obiezione a questo punto è facile da prevedere: “Si, d’accordo”, si dirà, “per quanto riguarda i regimi comunisti, ma tra questi e le democrazie rappresentative di tipo occidentale c’è un abisso”.
In teoria  è così, ma l’esperienza dimostra che non esiste abisso che non possa essere colmato spianandone i bordi e gettando detriti sul fondo; ed in particolare occorre evidenziare che: tra comunismo e democrazie occidentali è esistita ed esiste un’estesissima rete di complicità che non è venuta mai meno neppure nei tempi della guerra fredda quando poteva significare solo una resa incondizionata ai programmi di conquista mondiale della tirannide “rossa”, ed inoltre che, soprattutto a partire dalla caduta dei regimi comunisti dell’Europa dell’est, la stessa democrazia occidentale mostra una tendenza evidente a trasformarsi in una tirannide dove c’è sempre meno spazio per la libertà di pensiero.
Procediamo con ordine. Recandosi a Bucarest poco prima del 1989, era possibile vedere la realtà del comunismo nella sua forma più pura: avremmo visto il gigantesco palazzo del dittatore Ceaucescu, più grande della reggia di Versailles, e tutto attorno le catapecchie di un popolo stremato, ridotto alla fame. Chi poteva (o può, visto che ancora oggi, almeno in Italia, i “rifondatori” comunisti non mancano) essere tanto insensato e masochista da volere questo? Addossarsi impegno e sacrifici, magari rischiare la libertà o la vita per mostruosità di questo genere? Quale perversione della normale sensibilità morale umana era/è all’opera?
Dopo il 1989 e la caduta del muro di Berlino, le mostruosità del comunismo sono apparse con tutta evidenza, così come il fatto che la popolazione degli stati “socialisti” non desiderava altro che sbarazzarsi di quei regimi, e li ha buttati a calci fuori dalla porta del potere non appena i blindati dell’Armata Rossa hanno smesso di sostenerli, ma  è assolutamente falso sostenere che anche molto prima di allora per chiunque lo volesse, non fosse possibile avere informazioni sufficienti per capire che razza d’inferno fossero questi “paradisi dei lavoratori”.
In realtà, tutto ciò non oltrepassa per nulla la nostra capacità di comprensione, ma occorre tenere presente che non c’è tanto una spiegazione unica, quanto una serie di fattori che vanno considerati. Per prima cosa, ricordiamoci quanto insegnava Max Weber: “Le istituzioni tendono a creare uomini che credono in esse”, e partiti e sindacati sono certamente istituzioni. Dopo la rivoluzione d’ottobre, quanti si saranno rifiutati di accorgersi che il principe azzurro (o rosso) venuto a liberare la bella prigioniera classe lavoratrice era un orco peggiore di quello da cui aveva avuto la pretesa di liberarla? Molte persone, specialmente se cresciute mentalmente all’interno di un’organizzazione orientata in un certo modo, rifiuteranno il disinganno per tutta la vita, non vorranno o non potranno liberarsi mai dai loro paraocchi mentali; specialmente se il partito e/o il sindacato consentiranno di ottenere dei vantaggi immediati, per la classe lavoratrice, s’intende, ma ancor più, nel caso di militanti, per il tornaconto personale di questi ultimi.
Un caso a parte riguarda poi il rapporto fra il marxismo e gli intellettuali, o presunti tali. Presso costoro, gran parte del fascino del marxismo è dato dal fatto di consentire di credere di essersi impadroniti, con uno sforzo intellettivo veramente modesto, dei meccanismi del divenire sociale, culturale e storico, una “chiave magica” che apre tutte le porte con la “genialità” dell’ovvio e del banale; perché, che non è la coscienza dell’uomo a creare il suo essere, ma il suo essere a crearne la coscienza, che l’organizzazione di una società dipende dall’economia, dai modi di produzione ossia di procacciare e distribuire il necessario e il superfluo, dai livelli dello sviluppo tecnologico, sono banalità che vorrei vedere chi non sottoscriverebbe.
Il guaio è però che tutto questo è, bene che vada, null’altro che una prima, rozza approssimazione che smette di funzionare molto presto: ad esempio, si presuppone che nel momento in cui “il proletariato” prende il potere, tutti gli strumenti di mediazione sociale e di verifica del consenso siano diventati inutili, non ci si avvede, o si fa finta di non avvedersi, che “il proletario” che ha acquisito un potere illimitato su milioni di suoi simili, smette di essere tale, e il sogno di emancipazione marxista si converte nella più atroce delle tirannidi.
Negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, un promettente giovane leader socialista, Benito Mussolini, si mise a studiare seriamente sociologia ascoltando le lezioni di Vilfredo Pareto, ed esse contribuirono certamente ad allontanarlo dal marxismo, ma sicuramente fino al 1989 ed ancora oggi, le formulette di Marx sono state e continuano ad essere un comodo mezzo per molti mezzi intellettuali per ostentare un’inesistente profondità di pensiero.
Non possiamo però fermarci qui. Gli intellettuali o presunti tali costituiscono in tutto il mondo “occidentale” (per ora accettiamo per buono questo concetto) una potente consorteria che rende impossibile fare carriera nel mondo delle lettere senza “pagare il pegno” di una militanza a sinistra. Pier Paolo Pasolini, ad esempio, era uno che del comunismo sapeva esattamente cosa pensare, avendo avuto un fratello, partigiano anticomunista della brigata Osoppo, trucidato dai comunisti alle Malghe di Porzus, però sapeva bene anche che senza la tessera del PCI non c’era alcuna possibilità di fare carriera nel mondo delle lettere. Andò avanti così finché non ne poté più e nel 1968, in occasione degli scontri di Valle Giulia prese posizione contro i contestatori. Fu subito espulso dal PCI con il pretesto della sua omosessualità, del resto largamente nota da tempo. (Tutto da ridere, se pensiamo che Rifondazione Comunista ha non molti anni addietro portato sui banchi parlamentari un transessuale).
Moltissimi di questi presunti intellettuali di sinistra occupano posizioni chiave nel giornalismo, nei mezzi di comunicazione, dove hanno un peso determinante nel (de)formare l’opinione pubblica o, ad un livello più basso, nella scuola, nell’insegnamento, nel (de)formare le giovani generazioni, hanno un’influenza che non può essere sopravvalutata, perché spesso è impossibile per tutta la vita liberarsi dell’imprinting negli anni giovanili.
Quello del rapporto fra sinistra e condizione giovanile è un discorso ancora a parte. Diciamo subito che un certo spirito ribelle nei giovani in età adolescenziale è un fatto del tutto normale, “biologicamente programmato”, che assolve due importanti funzioni, quella di creare quel distacco emotivo rispetto alla famiglia d’origine che consentirà al giovane di inserirsi in una vita adulta autonoma e creare un proprio nucleo familiare, e quella, nel passaggio da una generazione all’altra, di consentire il ri-adeguamento della cultura (nel senso largo in cui questa parola è usata in antropologia) ai tempi, svecchiandola e liberandola degli elementi non più funzionali.
Ma quel che di per sé è normale, può diventare patologico. Due fattori concorrono in particolare a dilatare ad una dimensione patologica il normale ribellismo giovanile: una situazione storico-sociale abnorme ed una ben mirata azione ideologica.

(fine prima parte)
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Categorie: Comunismo, Democrazia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 20 Luglio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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