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Abracadabra

Abracadabra



di Fabio Calabrese
Ripensando alle osservazioni che ho inserito in “I due volti della modernità”, un’ulteriore considerazione mi è venuta – viene – spontanea. Proviamo solo a immaginare che la frase di Ernst Haeckel che ho citato sia stata detta da qualche ricercatore della nostra epoca invece che del XIX secolo, che se le differenze che constatiamo fra bianchi e neri si trovassero fra due chiocciole nessuno avrebbe esitazioni a classificarle in due specie diverse. Che cosa succederebbe?

Non è difficile da capire: la censura democratica scatterebbe immediatamente: questa persona sarebbe aggredita da tutte le parti, lo si accuserebbe di essere un fascista e un razzista; se fosse un docente, gli si impedirebbe di tenere lezione, se osasse tenere una conferenza sarebbe aggredito e svillaneggiato, le riviste rifiuterebbero i suoi articoli, gli editori i suoi libri, in breve il suo posto di lavoro sarebbe a rischio, sarebbe ridotto al silenzio, forse alla fame, e potrebbero scattare per lui anche implicazioni penali, perché in democrazia certe opinioni sono un reato.
Io non vorrei adesso aprire un dibattito sulle differenze fra gli uomini, che esse esistano, comprese quelle razziali, mi pare che dovrebbe essere del tutto pacifico, se non si insistesse a imporci forzatamente il dogma democratico dell’uguaglianza. Vorrei adesso piuttosto porre l’attenzione sull’ampiezza, la capillarità, l’efficienza del sistema repressivo democratico, largamente basato sul fatto di trovare ampie e zelanti collaborazioni fra i campioni della democrazia stessa che, quanto più si pongono “a sinistra”, tanto più sono ostili a qualunque forma di pensiero che non ubbidisca ai dogmi di un rigido conformismo.
Lo stesso trattamento, infatti, viene riservato, ovviamente, a chi contesta una qualsiasi delle convinzioni che l’ideologia democratica vuole imporci a ogni costo: a chi avanza dubbi sull’entità dell’olocausto, a chi vorrebbe in qualsiasi modo riabilitare il fascismo, a chi osa avanzare il sospetto che alle differenze anatomiche tra uomo e donna possano corrispondere differenze psicologiche e comportamentali che non siano il prodotto dell’educazione, e da un po’ di tempo anche a chi trova qualcosa di anomalo, di innaturale nel matrimonio fra persone dello stesso sesso. La libertà di pensiero concessa dalla democrazia si riduce ogni giorno di più, e i “compagni” sono i censori più zelanti, il loro fine sembra essere quello di rendere la gente incapace di pensare.
Sarà per questo che comportamenti e atteggiamenti che in altri tempi sarebbero sembrati irrazionali o francamente stupidi, oggi sono accettati come la normalità. Nel mio articolo precedente come in altri già comparsi su “Ereticamente” o in altre sedi, ho illustrato l’aspetto superstizioso e stregonesco del “pensiero” democratico, ma è un argomento sempre suscettibile di ulteriori approfondimenti, anzi si può dire che più si scava, meno se ne vede il fondo.
Prendiamo un campo che in apparenza dovrebbe essere quello quanto più razionale e oggettivo possibile, che riguarda più strettamente le condizioni reali di vita della gente: l’economia. Ho già evidenziato in altri miei scritti che questo terreno, che dovrebbe essere quello della massima razionalità, per come viene trattato dal pensiero dominante è a tutti gli effetti una pseudo-scienza che si basa su due presupposti impliciti, non dichiarati e assolutamente falsi, che esista qualcosa di definibile come l’interesse globale della società e che le vicissitudini economiche, l’andamento dei mercati, siano qualcosa di imprevedibile e indipendente dai comportamenti umani, come se parlassimo di meteorologia.
E’ invece vero che all’interno di qualsiasi società esistono interessi in conflitto, che una ristretta minoranza di persone appartenenti allo strato più alto del capitalismo bancario e finanziario può agire e di fatto agisce per il proprio personale tornaconto a danno dell’interesse, del benessere, del futuro di tutti gli altri, e che le crisi sono provocate e manipolate allo scopo di impadronirsi delle risorse prodotte dalla società, di trasformare il lavoro di molti nella ricchezza di pochi.
Ad avviare la società italiana e quelle del resto dell’Europa sulla strada di quella che ormai dal 2008 non è più una crisi ma, a meno di radicali cambiamenti, un declino irreversibile, a creare le premesse di questo declino, i “compagni”, i marxisti, quella sinistra verso la quale per atavica abitudine una parte dei ceti lavoratori da ancora il proprio appoggio ignara del fatto che essa ha smesso di tutelare da gran tempo i loro interessi, ha dato e continua a dare un contributo non disprezzabile. Per decenni hanno fatto una guerra senza quartiere agli imprenditori, ignorando o facendo finta di ignorare che il tessuto produttivo italiano è composto principalmente di piccola industria, e che ogni ditta che fallisce significa decine o centinaia di lavoratori sul lastrico, permettendo così ai grossi gruppi industriali, alle grandi catene di distribuzione, alle banche, alla finanza di acquisire più facilmente le aziende, e oggi che il grande capitalismo bancario e finanziario mascherato dietro le istituzioni “europee” con cui sono sempre stati complici, sferra il suo attacco decisivo alla proprietà, al benessere al futuro di tutti, fanno finta di non vedere e proclamano per bocca del loro guru Walter Veltroni che “la lotta di classe non esiste”.   
Il dominio dell’economia che dovrebbe essere quello della massima razionalità, è invece dominato da componenti irrazionali, scaramantiche, superstiziose, stregonesche. Prendiamo quello che ha tutta l’apparenza di un dato oggettivo, il famoso (o famigerato) PIL. Oggi che siamo in recessione, il nostro PIL è regredito, è tornato – ci dicono – al livello di vent’anni fa. La nostra situazione economica è uguale a quella di allora? Ne siamo sicuri? La mia è – credo – una famiglia tipica: quattro persone e due redditi da lavoro. Venti-venticinque anni fa avevamo figli piccoli pagavamo la baby sitter e il mutuo e si riusciva a mettere qualcosa da parte. Oggi si stenta ad arrivare a fine mese. Io credo che chiunque abbia più di trent’anni non fatichi a ricordare situazioni dello stesso genere.
Il PIL di alcuni Paesi del Terzo Mondo come il Brasile o l’India registra – ci dicono – incrementi tra il 5 e il 10% l’anno. Se il dato fosse reale, costoro dovrebbero aver ormai raggiunto il livello di benessere dei Paesi industrializzati. Mah! Se andate a vedere alla periferia di Rio De Janeiro o a quella di Calcutta, trovate le stesse favelas, le stesse bidonville  miserabili che c’erano venti, cinquanta, settanta anni fa, dove vive un’umanità in condizioni di degrado ai limiti della sopravvivenza, e sia chiaro che – come nel passato – ci entrate a vostro rischio e pericolo.
Io ho l’impressione che questo famigerato PIL sia un indice fittizio o per meglio dire manipolato, la cui esistenza serve a veicolare l’essenza dell’ideologia progressista: sono possibili occasionali e temporanei ritorni all’indietro, come sta avvenendo in Europa dal 2008, ma la tendenza globale sul lungo periodo è ascendente: se le cose oggi non vanno meglio di ieri, vanno pur sempre meglio dell’altro ieri e domani saranno ancora migliori.
Io mi domando come sia possibile pensare che in un mondo che non aumenta certo di dimensioni, ma ogni giorno è come se si riducesse, sempre più sfruttato, inquinato, devastato, impoverito, e dove la specie umana continua la sua espansione demografica, sia possibile una crescita della disponibilità di risorse pro capite. La logica e il semplice buon senso ci dicono che se si deve dividere una torta fra più persone, aumentando il numero dei commensali, si ridurrà la fetta di ciascuno. Ma la logica e il buon senso non sembrano avere corso tra i “maghi” dell’economia.
Se qualcuno sostenesse di possedere una formula magica, un abracadabra pronunciando il quale si possono risolvere tutti i problemi, non credete che in altre epoche meno “evolute” e più sagge, costui sarebbe stato guardato con comprensibile scetticismo?
Nella nostra epoca “progredita” la gente sembra diventata più credula, TERRIBILMENTE più credula, ed ecco che qualcuno è venuto fuori con la formula magica, l’abracadabra per risolvere tutti i problemi economici e –  quel che è più tragico – è stato preso sul serio: la formula dell’abracadabra è semplice, di una semplicità sconcertante: privatizzare, privatizzare, privatizzare.
Di mezzo c’è senza dubbio il fallimento dello statalismo dirigistico, dell’economia di piano che caratterizzava il sistema sovietico e gli altri Paesi del “socialismo reale” dell’Europa dell’est. Poiché un eccesso non funziona, allora mettiamoci a giurare e spergiurare sull’eccesso opposto. Mi chiedo se davvero occorra essere laureati e avere un master in economia alla Bocconi per ragionare in maniera così rozza.
Su di un piano di pensiero appena leggermente superiore (come passare dallo scimpanzé al bonobo, ma siamo ancora molto lontani dall’homo sapiens), l’attuale tendenza neo-liberista viene giustificata così: l’offerta di beni e servizi da parte di una pluralità di imprenditori privati li pone in concorrenza fra loro, quindi ognuno di loro tenderà a offrire il servizio o il prodotto migliore possibile al prezzo più contenuto possibile. Questa concezione neo-liberista è oggi considerata talmente forte, talmente persuasiva, talmente vincente da essere stata proclamata dagli economisti il PENSIERO UNICO a cui tutti dovrebbero giocoforza adeguarsi, eppure tutte le volte che è stata applicata all’economia reale, non ha prodotto altro che disastri.
In realtà, le obiezioni che si possono sollevare contro di essa sono parecchie. Per prima cosa, siamo sicuri che in condizioni di sedicente libero mercato l’utente abbia davvero libertà di scelta? Un qualsiasi accordo fra i produttori di un settore che decidono di offrire lo stesso prodotto agli stessi prezzi può vanificare questa libertà, così come si è scoperto qualche anno fa essere accaduto fra le compagnie di assicurazione riguardo alle polizze automobilistiche, gioco in questo caso tanto più facile perché il cliente è legalmente obbligato all’acquisto, ma il discorso va ben oltre questo caso, e lo riprenderemo fra poco.
Un’altra rilevante obiezione, è che ci sono dei servizi per i quali l’esborso dell’utente può coprire soltanto una parte dei costi e che, se lasciati in mani private, avrebbero un costo che li renderebbe accessibili solo a una parte della comunità, quella più economicamente avvantaggiata. Gli esempi più rilevanti sono l’istruzione e la sanità: quando in questi comparti si lascia spazio all’iniziativa privata, si manifestano evidenti effetti distorsivi, così ad esempio abbiamo scuole private riservate ai figli di un’ élite di privilegiati che nel tentativo – si suppone – di allargare la fascia di coloro che vi hanno accesso, godono di ingenti agevolazioni e finanziamenti pubblici, mentre la scuola pubblica presenta segni di degrado piuttosto evidenti. Per la sanità vale un discorso analogo, con la differenza – forse – che qui un maggior numero di persone è costretta almeno occasionalmente ad accedere obtorto collo alla fascia alta perché quando si tratta della salute non si bada a spese. Abbiamo il paradosso di medici che esercitano intra moenia, cioè che lavorano nelle strutture pubbliche e all’interno delle stesse possono esercitare attività professionale privata. Come tutti sappiamo, si può accedere alla stessa visita o allo stesso esame compiuto dallo stesso medico “in privato” o attraverso la struttura pubblica; nel primo caso, si paga considerevolmente di più, nel secondo i tempi di attesa diventano biblici, quasi infiniti.
In questi casi, scuola e sanità, l’iniziativa privata non migliora il servizio ma sottrae risorse, contribuisce a degradare il servizio pubblico, che è poi quello che resta accessibile alla maggior parte dei cittadini. Il meccanismo della sanità, poi, è particolarmente perverso, perché l’iniziativa privata si concentra sui settori più “interessanti” economicamente e lascia alle strutture pubbliche la gestione di quelli che lo sono di meno, e la sanità italiana, soprattutto nelle regioni meridionali, è diventata una voragine senza fondo che inghiotte denaro pubblico offrendo un servizio sempre più degradato.
Esistono poi settori nei quali l’intervento pubblico coincide con l’esercizio della sovranità e l’infiltrarsi dell’iniziativa privata significa la perdita dei residui diritti che rimangono ai cittadini: difesa nazionale, ordine pubblico, giustizia. Il giorno che una polizia mercenaria arresterà un cittadino per farlo comparire davanti a un tribunale privato a rispondere a un codice di giustizia privato, il sogno liberista si sarà trasformato nel più atroce incubo kafkiano. Noi ci siamo ancora lontani, sembra, ma negli Stati Uniti mica tanto.
Non occorre girarci attorno all’infinito, fino agli anni ’40 del XX secolo si sono confrontati in Europa e nel mondo oltre alle società a economia di mercato capitalista, due modelli di socialismo, uno disfunzionale, che ha finito per essere il più gigantesco aborto della storia, l’altro invece che funzionava eccome, ed è proprio questo il motivo per il quale capitalismo e “socialismo deforme” con la falce e martello si sono coalizzati per distruggerlo scatenando la guerra più gigantesca della storia umana. Non è davvero possibile credere che queste forze non abbiano preparato e intenzionalmente provocato la seconda guerra mondiale attirando la Germania in una trappola, inducendo i Polacchi a rifiutare qualsiasi trattativa sulla questione di Danzica, esattamente come nel 1914 GLI STESSI REGISTI OCCULTI avevano approfittato della comprensibile reazione dell’Austria all’ assassinio del proprio principe ereditario per provocare il primo conflitto mondiale.
Un discorso di questo genere ci porterebbe lontano. In questa sede, limitiamoci a notare che i cambiamenti economici e sociali non avvengono con la stessa rapidità dei mutamenti politici. Sia pure in maniera meno radicale ed efficiente del nazionalsocialismo tedesco, anche il fascismo italiano aveva creato un sistema di protezioni sociali a vantaggio delle fasce più deboli della popolazione e un sistema economico basato sull’integrazione fra pubblico e privato, e purtroppo non è arrivato a vedere i frutti di questo lavoro, perché il boom economico degli anni ’60, l’ingresso a pieno titolo dell’Italia fra le nazioni a economia industriale, è stato una conseguenza del lavoro fatto precedentemente dal fascismo, i buoni semi piantati che sono infine germogliati nonostante la gelata della guerra.
Un dato fra tutti mi sembra di particolare rilievo: tutti gli indici economici mostrano che le differenze fra nord e sud della nostra Penisola fra 1920 e 1970 hanno cominciato a ridursi, ma dopo tale data “la forbice” ha ripreso ad allargarsi, visibile conseguenza del ritorno a politiche liberiste che arricchiscono i ricchi e impoveriscono ulteriormente i poveri.
L’efficiente sistema delle partecipazioni statali creato dal fascismo che aveva consentito la ripresa dopo i disastri della guerra e il boom economico degli anni ’60, è stato progressivamente smantellato a partire dagli anni ’80 e ’90, e nella demolizione di questa “bieca” eredità del “bieco ventennio” si sono distinti i governi guidati da Giuliano Amato e da Carlo Azelio Ciampi e soprattutto Romano Prodi che è stato il grande demolitore dell’IRI, quell’Istituto per la Ricostruzione Industriale creato dal fascismo e che era stato il volano della nostra ripresa economica dopo il primo e dopo il secondo conflitto mondiale. Tutti e tre questi gentiluomini sono uomini di sinistra, il segno forse più evidente del fatto che alla sinistra delle condizioni di vita delle nostre classi lavoratrici, in ultima analisi non gliene importa un tubo.
Ai “maestri” dell’economia di solito manca qualcosa che dovrebbe essere invece a disposizione anche di chi non ha fatto la Bocconi, un po’ di cultura storica. Per comprendere quali siano le conseguenze a lungo termine dell’attuale trend, basterebbe esaminare con un po’ di attenzione la storia italiana dove troviamo un esempio di situazione economica che presenta fortissime analogie con la situazione europea attuale: anche in questo caso, vi fu un’estesa privatizzazione e il controllo delle dinamiche economiche passò nelle mani delle banche, cui lo stato affidò ogni cosa, compresa l’emissione di moneta.
Nel 1266 Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia fu invitato dal papa a invadere il regno di Sicilia che allora comprendeva tutta l’Italia meridionale, per toglierne la corona a Manfredi figlio dell’imperatore Federico II, poiché la Chiesa era decisa a distruggere la dinastia sveva. Poiché Carlo era praticamente un privato, ricorse a massicci prestiti dei banchieri genovesi e pisani, lasciando loro in cambio la gestione dell’economia del regno una volta ottenuta la corona siciliana.
Bisogna notare che fin allora, cosa che sicuramente è ignota a Bossi e Maroni, il meridione era la parte più avanzata della nostra Penisola, favorito dalla sua posizione di ponte naturale con Bisanzio e il Medio Oriente: i Normanni e poi gli Svevi vi avevano costruito uno stato efficiente e moderno, non permettendo all’anarchismo feudale o comunale di prendere piede. Con le tabulae melfitanae Federico II l’aveva dotato della prima costituzione moderna. Rimangono testimonianza di quel periodo le splendide cattedrali di Palermo e Monreale, la corte palermitana dove iniziò la letteratura italiana in lingua volgare, la scuola di medicina di Salerno e l’università di Napoli che ancora oggi porta il nome del grande imperatore svevo, le prime istituzioni europee di livello universitario, prima di Oxford e della Sorbona.
La conquista angioina segnò il passaggio delle attività economiche nelle mani di banchieri forestieri che non avevano alcun interesse a sviluppare l’economia del regno, ma solo a sfruttarla quanto più possibile. Questo, oltre al trapianto di un baronato parassitario di origine francese, provocò il crollo del nostro meridione che precipitò in un abisso di arretratezza dal quale si può dire non sia del tutto uscito nemmeno oggi a otto secoli di distanza, e ci dà l’esatta misura del destino che la BCE sta preparando per noi.
Quale considerazione abbiano i banchieri per la loro clientela, lo dimostrò il potentissimo banchiere e lobbista Enrico Cuccia definendo i piccoli risparmiatori “il parco buoi”. Questo siamo noi per loro: bestiame da sfruttare.
Ma c’è di più: torniamo al nostro argomento iniziale: tutto il pensiero liberista si basa sul presupposto che l’utente abbia una libertà di scelta fra operatori tra i quali esiste una concorrenza reale che tenderebbe a migliorare l’offerta di beni e servizi. E se questa libertà di scelta fosse totalmente falsa e apparente? In questo caso, tutto il PENSIERO UNICO crollerebbe come un arco cui sia stata tolta la chiave di volta. EBBENE, A QUANTO PARE, E’ PROPRIO COSI’.
Qualche anno fa alcuni ricercatori economici hanno condotto una ricerca il cui esito importantissimo per tutti noi, è caduto sotto una pesante censura, e che sarebbe andato del tutto perduto se non fosse per l’incontrollabilità del web che sfugge alle intenzioni censorie che percorrono la democrazia.
Come sappiamo, la proprietà di qualunque cosa tranne i nostri effetti personali (ma anche delle nostre case gravate da mutui ipotecari) è legata a un gioco praticamente infinito di scatole cinesi; non esiste un’azienda che non sia partecipata da altre aziende le cui azioni sono controllate da banche e altre aziende, talvolta dalle banche statali che però a loro volta sono partecipate da privati, e via dicendo.
Questi ricercatori hanno cercato di ricostruire una mappa del potere economico mondiale risalendo le ingarbugliate catene delle partecipazioni e dell’azionariato, chi controlla che cosa, un’impresa simile a quella di costruire una mappa virtuale dell’intero pianeta, come è stato fatto con Google Earth. Alla fine si sono accorti con vera sorpresa che tutto converge verso un unico nucleo: una ventina di famiglie strettamente imparentate deterrebbe qualcosa come l’80% della ricchezza mondiale, e i loro nomi, Rotschild, Goldmann Sachs e via dicendo, fanno pensare molto più alla circoncisione che non al battesimo. Anche in questo nucleo ristretto alcuni sarebbero più importanti di altri, e la famiglia Rotschild possiederebbe da sola all’incirca metà della ricchezza dell’intero pianeta.
E’ chiaro che cosa abbiamo di fronte: un potere con il quale gli stati nazionali stentano a competere, e se, in ossequio al dogma liberista, rinunciano a esercitare un controllo sull’economia, non possono che diventarne docili e ricattabili strumenti.
Alla fine tutto si tiene: anche il fenomeno dell’immigrazione non è, insieme alla crisi economica, altro che l’altra branca della tenaglia destinata a stritolarci, perché il progetto di dominazione mondiale di cui l’accaparramento della ricchezza planetaria è una parte, vuole un mondo ibridato e imbastardito, dove non vi siano popoli, nazioni e culture che possano opporre resistenza, un ibrido “mercato globale” planetario. Non è tempo di ubbie liberiste e democratiche, di abracadabra ma di lotta per la nostra sopravvivenza.
In campo economico, questo significa buttare a mare i dogmi liberisti, il sedicente pensiero unico, e ritornare a percorrere la via del socialismo nazionale.  
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Categorie: Economia, Mondialismo

Pubblicato da Fabio Calabrese il 18 Giugno 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Questo articolo vale 6 milioni di articolini fuorvianti dei comunisti in affanno del sito “comedonchisciotte.org”. La pura e semplice veritá, da un Ariano per gli Ariani (e per tutti quelli con un po’ di cervello).

  2. Anonymous

    Caro Professore,
    Quando un paese lascia partire i giovani laureati e diplomati per rimpiazzarli coi disperati che arrivano con le zattere, significa che i 2trillions e rotti di debito pibblico non li paghera’ MAI per cui il destino non puo’ che essere quello dellArgentina nel 2001′ ossia la bancarotta e la conseguente (ulteriore) servitu’ sine die…
    Che fare? Creare un movimento,un partito, che rispecchi la comunita’ di popolo e l’ identita’ di quanti ancora sono orgogliosi di appartenere ad un popolo che ha piu’ di 2000 anni di vicende e sofferenze comuni…

    Abbiamo un esempio che e’ la Russia di Putin, oppure la Grecia di di Alba Dorata che si ribellano alla schiavitu’ che cercano di imporci;

    Non ho idea di come iniziare

    Saluti

    Antonio

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