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Una tarda primavera

Una tarda primavera


di Fabio Calabrese

Una tarda primavera insolitamente piovosa caratterizza questo maggio 2013, un tempo umido che pare adatto a far germogliare e proliferare muschi, muffe e putredini di ogni tipo, forse il più adatto a riprendere il discorso sull’ignobile e parassitario teatrino della politica italiana, di cui eviterei di occuparmi ancora se non fosse per il fatto che ancora una volta incalzano novità che non possono essere ignorate.
In tutta sincerità, non credevo che al governo delle larghe intese ci saremmo arrivati, per il PD sembra rappresentare un notevole azzardo che un cittadino mediamente informato può vedere come una sorta di suicidio politico: vedere i vertici di quello che vorrebbe presentarsi come il maggior partito “riformatore” avvinghiati in un lubrico abbraccio con i berlusconiani che tanto odiano a parole, parrebbe  come invitare i loro elettori a votare in massa per Grillo,  verrebbe da dire che s’impicchino pure all’albero che preferiscono, o almeno è così che sembra che stiano le cose all’apparenza, ma noi conosciamo troppo bene questi finti ingenui, finti riformatori, finti tutto, per sottovalutarli neppure per un momento.

Se ce ne fosse stato bisogno, a ricordarcelo è venuta l’elezione del Capo dello Stato. La mancata elezione di Romano Prodi sembrerebbe essere stata in apparenza uno scacco per il PD infertogli dai suoi stessi parlamentari, invece è stata una mossa ben calcolata, perché il sollievo di aver evitato una presidenza Prodi avrebbe ed ha indotto quelli del PDL a sostenere qualsiasi altro candidato i Democratici avessero proposto, e infatti hanno votato compatti per la rielezione di Napolitano quegli stessi che sette anni fa giuravano che avrebbero fatto le barricate se un ex comunista fosse salito al Colle.
E’ un esempio classico di quel che nel gioco degli scacchi si chiama gambit: sacrificare un pezzo per aprirsi la strada verso l’obiettivo desiderato.
Oggi probabilmente il PD conta molto sull’azione giudiziaria delle “toghe rosse” che non è stata minimamente rallentata ma semmai intensificata col varo delle “larghe intese”. Una volta tolto di mezzo Berlusconi a opera dei magistrati, i Democratici potranno dire di aver semplicemente raccolto i cocci del PDL. Quest’ultima è una formazione inconsistente che ha mostrato segni di sfaldamento tutte le volte che l’uomo di Arcore ha accennato a farsi da parte, e se decapitato del suo leader (e dei non certo trascurabili mezzi economici di quest’ultimo) il cosiddetto Popolo della Libertà si squaglierebbe/si squaglierà come neve al sole. Se poi i grillini aiutano, mostrando già segni di declino come è avvenuto alle regionali del Friuli Venezia Giulia, o mostrano chiaramente di non essere diversi dal resto della Casta, come hanno fatto ultimamente rifiutando di rinunciare alla diaria parlamentare, il gioco è fatto.
Certo, c’è qualche rischio ma per il PD il gioco vale la candela: il controllo dell’Italia con l’appoggio di solo circa un terzo dell’elettorato.
Un’altra cosa che pensavo, e che invece si è verificata puntualmente, è che se si fosse arrivati al governo delle larghe intese, non sarebbe stato affatto un governissimo, ma un governicchio, un governino di basso profilo, perché il gioco dei veti incrociati tra PD e PDL avrebbe “fatto fuori” gli esponenti più rappresentativi di entrambi gli schieramenti, e in effetti il governo del neo-premier Enrico Letta è di profilo talmente basso da essere sotterraneo, mentre lo stesso premier è un personaggio anonimo e incolore da burocrate della politica, che forse riuscirà a reggere un po’ di tempo, esiteranno a sfiduciarlo perché può fare pena persino ai vecchi marpioni annidati a Montecitorio.
Una delle ragioni, quella che ha forse maggiormente influito sulla scelta del nostro giovanissimo bis-presidente, è il fatto che Enrico Letta è, fra i vari esponenti del PD, quello più gradito al PDL perché nipote di Gianni Letta, fedelissimo di Berlusconi. Mettendo insieme i moderati più moderati dei due schieramenti, questo governo – è stato notato da molti – si presenta come una sorta di Democrazia Cristiana resuscitata, tanto più che Letta, messo a punto “lo squadrone” di governo con una ventina di viceministri e una cinquantina di sottosegretari (tanto per non farsi mancare nulla), ha deciso di farlo esordire con una riunione “di spogliatoio” IN CONVENTO.
Io penso che tutti coloro che si rallegrano del fatto che abbiamo finalmente il governo, andranno presto incontro alla più amara delusione. Prendiamo ad esempio la questione della pressione fiscale abnorme che grava come una macina al collo sulla nostra economia. Forse Letta abolirà l’IMU, si sa che il Cavaliere ci tiene in maniera particolare e ne ha fatto una condizione per non togliere l’appoggio del PDL al governo, ma si sa anche altrettanto bene che se lo farà, sarà solo un gesto simbolico, perché l’eventuale abolizione dell’IMU sarà compensata da un aumento delle aliquote su altre imposte, in modo che la pressione fiscale rimarrà invariata o aumenterà, perché così vuole la UE di cui Letta, come probabilmente ogni futuro premier italiano, non è altro che un commesso, perché così i nostri politici si sono impegnati con il micidiale “fiscal compact” che hanno firmato con leggerezza e senza preavvertirci (tanto i sacrifici mica li fanno loro, li accollano A NOI).
Parliamo dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese, che ammontano a 90 miliardi di euro, di questi il governo Monti si era impegnato a pagarne 40, adesso si sa che ne arriveranno appena 14 nell’arco di due anni. Forse non è chiaro a tutti cosa questo significhi: ogni impresa che fallisce – e molte sono ridotte al fallimento dall’insolvenza della Pubblica Amministrazione – significa decine o, a seconda dei casi, centinaia di lavoratori che vanno ad aggiungersi alla lista dei disoccupati.
I soldi per pagare i debiti della Pubblica Amministrazione non ci sono, come non ci sono fondi per consentire un alleggerimento della pressione fiscale, però stranamente i soldi per pagare lucrose buonuscite agli “onorevoli trombati” sono saltati subito fuori, così come ci sono quelli – ci mancherebbe altro – per pagare i costosissimi aerei da caccia F 35 alcune parti dei quali sono prodotte in Israele.
E’ possibile che i mesi da novembre 2012 ad aprile di quest’anno abbiamo rappresentato un momento di relativo sollievo per questa nostra disgraziata Italia, c’era si il governo Monti, ma dimissionario, e quindi drasticamente limitato nella possibilità di fare ulteriori danni oltre a quelli che aveva già prodotto.
Qualche anno fa il Belgio ha attraversato una lunghissima crisi di governo durata un anno e mezzo, eppure non risulta che i Belgi si siano ridotti alla disperazione o siano sprofondati nel caos. Stranamente, di questa crisi si è parlato pochissimo sui media italiani. Io ho la sensazione che riguardo a questa crisi sia stato messo il bavaglio all’informazione perché gli Italiani non potessero rendersi conto di un fatto basilare: che nel migliore dei casi i politici sono inutili e nel peggiore dannosi, anche molto dannosi, così come lo sono certamente i nostri.
Adesso Letta può mettersi al lavoro e attuare fedelmente le direttive della UE, che poi sono tutte volte contro di noi.
Nell’agenda di Letta cosa ci può essere? Sicuramente nulla che vada nella direzione della diminuzione della pressione fiscale e della creazione di posti di lavoro, che ridia ossigeno a questa Italia che sta affondando, CHE HANNO FATTO AFFONDARE, ci saranno forse i matrimoni gay e con tutta probabilità la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati.
Non sono certo il primo a notare un fenomeno che denuncia lo scollamento sempre più profondo fra la democrazia e i popoli che essa pretenderebbe di rappresentare: di fronte a richieste vitali che non può o non vuole esaudire: lavoro, soprattutto per i giovani, un po’ di liquidità in più che permetta di incrementare i consumi, la possibilità in altre parole di vivere dignitosamente, la democrazia risponde “concedendo” “diritti” non richiesti o che possono interessare solo un numero esiguo di persone: libera droga, matrimoni gay, il diritto magari di cambiare sesso.
Naturalmente, si farebbe troppo onore a Enrico Letta pensandolo come l’autore di simili trovate: le nozze gay e la cittadinanza agli immigrati li vuole la UE, questa associazione a delinquere volta a distruggere i popoli europei e che, con suprema ironia, si fa chiamare Unione Europea.,
Buttare zavorra dentro una barca che sta affondando, è il massimo dell’insensatezza, eppure questo governo di cui l’aria paciosa e anonima del suo premier spinge a sottovalutare la pericolosità, e che ha già fra le sue fila una congolese ministro per l’integrazione, si appresta a fare proprio questo: importeremo sempre più immigrati, cioè accattoni (nel migliore dei casi), prostitute, ladri, papponi, magnaccia, stupratori, delinquenti che già oggi sono responsabili della metà dei fatti di sangue che avvengono in Italia e cosa che veramente non si può considerare senza angoscia, ma questo governo ha già dato il via a tale sciagurata prassi come se non bastassero le altre forme di emergenza sociale, addirittura ministri!
Berlusconi ha cercato di rassicurare i suoi affermando che in Italia lo ius soli, ossia il principio che chiunque nasce su suolo italiano (o magari a bordo di un barcone nelle nostre acque territoriali) è automaticamente cittadino italiano, non si attuerà mai. L’uomo di Arcore non si rende ancora conto che ormai non conta nulla, o solo quel tanto che al PD conviene fargli credere di contare. Il PD, grazie al truffaldino “porcellum” (che nessuno vuole realmente abolire) ha la maggioranza alla Camera, e sull’introduzione dello ius soli può quasi di sicuro contare sull’appoggia dei grillini certamente animati dallo stesso masochismo antinazionale tipico della sinistra che caratterizza il PD.
Berlusconi è un uomo che si crede molto più furbo di quanto effettivamente non sia, in fatto di furbizia, dovrebbe prendere lezioni da Bersani. Con quella sua aria di eterno sconfitto, Bersani è riuscito a far incassare al PD entrambe le presidenze delle Camere, la riconferma di Napolitano al Colle, la presidenza del Consiglio e i governatorati della Sicilia e del Friuli Venezia Giulia. Un altro paio di sconfitte così e, fossero ancora i tempi, avrebbe potuto proclamare la repubblica dei soviet.
Lo ius soli lo vuole la UE, lo vuole il PD, quindi è certo che si farà, e Berlusconi con l’appoggio del PDL al governo delle larghe intese, non è riuscito a ottenere nemmeno una tregua nella guerra che gli fa la magistratura milanese, le “toghe rosse”.
A questo mondo non ci sono solo brutte notizie. E’ scomparso a un’età che nessuno può ritenere precoce, 94 anni che hanno indotto qualche maligno a sospirare “era ora”, il senatore a vita Giulio Andreotti. Sicuramente quest’uomo che, se si potesse cancellare la sua partecipazione alla vita politica e ricordare solo per il romanzo “Pranzo di magro per il cardinale” e la particina nel film “Il tassinaro” di Alberto Sordi, la sua fama presso la posterità avrebbe tutto da guadagnarci, si è portato nella tomba molti segreti oscuri della nostra storia recente, segreti che dubito molto saranno rivelati ora o in un prossimo futuro.
Figura di spicco della Prima Repubblica, è stato ministro e presidente del Consiglio più volte di chiunque altro, sempre nella “stanza dei bottoni”, sempre al centro del più vasto sistema di corruzione e di malaffare, da molti indicato come il trait d’union fra la DC e la criminalità organizzata, fu chiacchieratissimo il suo presunto incontro con il boss mafioso Totò Riina con tanto di scambio di bacio sulle guance all’uso delle cosche, ma ancora più sospetto l’assassino del giornalista Mino Pecorelli, ucciso poco dopo aver annunciato la pubblicazione sul suo periodico “Osservatore politico” di strabilianti rivelazioni su Giulio Andreotti.
Il regime democristiano di cui Giulio Andreotti è stato uno dei massimi esponenti, è stato un frutto avvelenato della Guerra Fredda: la minaccia sovietica e la presenza in Italia del più forte partito comunista nell’area occidentale, avevano prodotto un quadro politico sostanzialmente immobile. Non dovendo in ogni caso temere il giudizio popolare, i democristiani avevano realizzato un estesissimo sistema di corruzione, di appropriazione privata della cosa pubblica, di tangenti, di mazzette, un sistema a cui gli altri partiti, prima gli alleati, poi gli apparenti nemici comunisti, hanno a loro volta dato una partecipazione entusiasta.
Il crollo dell’Unione Sovietica ha avuto come effetto di rimbalzo da noi la sparizione della DC, ma la mala pianta della corruzione si è rivelata assai più difficile da estirpare, tutte le volte che, nel ventennio trascorso da allora, inchieste giudiziarie o giornalistiche hanno scoperchiato il calderone della politica, hanno sempre messo in luce lo stesso verminaio.
Riguardo ad Andreotti personalmente, io però ho sempre avuto l’impressione che un po’ ci giocasse, che posasse a individuo ancor più inquietante e misterioso, in possesso di tenebrosi segreti di quanto effettivamente non fosse.
A mio parere, Andreotti sapeva bene che c’è una parte degli Italiani per i quali un delinquente che si fa beffa delle leggi è “uno in gamba”, e che tende a tributare alla furbizia, anche la più abietta, quel prestigio che invece spetterebbe all’intelligenza. Su costoro, la sua contorta – è proprio il caso di dirlo – figura ha esercitato un fascino che egli si è industriato in ogni modo di incrementare, ha costruito il suo potere facendo leva sui lati peggiori del nostro carattere nazionale.
Certo noi non lo rimpiangeremo.
Un’altra notizia ancora è venuta a caratterizzare le atmosfere di questa primavera tardiva: l’attrice Valeria Marini è ultimamente convolata a nozze (non sappiamo quanto giuste e non ci interessa di saperlo). Ma siamo ridotti così male da doverci occupare pure del gossip? Aspettate un momento, perché la notizia che ci interessa è un’altra: sapete chi c’era fra i testimoni (otto in tutto) dello sfarzoso matrimonio? Fausto Bertinotti!
A suo modo, è un fatto storico: l’uomo che ha cercato di rifondare il comunismo, di rimettere la sinistra dietro le orme di Marx, l’ultimo leader carismatico della sinistra vecchia maniera sancisce definitivamente il rientro in quell’ambiente mondano e alto-borghese al quale in fondo ha sempre appartenuto, ambiente tanto più variegato di pulsioni “rosse” e radical-chic quanto più chiaramente si profila il divorzio tra sinistra e classi lavoratrici.
Del comunismo, di questa ideologia che come forse nessun’altra ha ingombrato la storia del XX secolo, che ha cercato di riplasmare in maniera totale l’essere umano e che per realizzare il suo sogno impossibile ha, in tutto il mondo, fatto scorrere fiumi di sangue, condannato centinaia di milioni di persone alla morte, all’oppressione, alla miseria, cosa rimane oggi almeno in Italia dopo l’uscita di scena del suo ultimo guru carismatico?
Rimane il grosso corpo acefalo del PD, partito di burocrati che non hanno idee marxiste perché non ne hanno di alcun genere, tranne quella del mantenimento e dell’estensione del proprio potere, entità ibrida creata a imitazione caricaturale dei Democratici americani, dove convivono ex comunisti ed ex democristiani e che con la loro amalgama dimostrano che già prima della fine della prima repubblica nessuno di loro credesse più da un pezzo in quel che proclamava.
Rimangono poi i relitti, i rifiuti in tutti i sensi dei Centri Sociali e dei no global, discesi subito a un livello tale da non avere alcun disegno politico tranne l’esercizio della pura violenza.
Questa ideologia nata con il fragoroso boato di un’esplosione rivoluzionaria, muore oggi con un balbettio quasi inaudibile.
    
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Categorie: Attualità, Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Maggio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Impeccabile istantanea della nostra italietta, nata dalla resistenza, svezzata nei “casini” ed allenata nei circhi più osceni dell’equilibrismo più laido. Professore, una domanda: lei è un attento studioso di storia, questo bagaglio immenso che lei detiene, quale tipo d’involuzione Le fa presagire.? ……o forse dovremmo cominciare col credere che il Sole, non sorgerà più.? Giuseppe Campagna

  2. Anonymous

    A complemento dell’ottima fotografia di questo nostro povero Paese, vittima di 70 anni di colonizzazione (e per il quale non possiamo aspirare ad avere una classe dirigente superiore a quella della Nigeria, con tutto il rispetto per quel Paese), osserverei che con centomila giovani laureati e diplomati che scappano e con questa fobia di voler accogliere a tutti i costi i disperati dall’africa, non possiamo certo pensare di risollevarci; ma quali riforme strutturali? Per diventare piu’ competitivi nel vendere cianfrusaglie agli angoli dellle strade?
    Brutto da dirsi ma ci aspetta uno scenario tipo “Blade Runner”, per chi vide quel film…

  3. Anonymous

    Caro Campagna:
    Lei mi chiede di fare il mestiere più difficile del mondo dopo quello di genitore, quello di profeta. Personalmente, non penso che accadrà gran che nel breve periodo. Gli Italiani negli ultimi cinque anni hanno subito un saccheggio imponente delle loro risorse, ma non sono ancora alla disperazione, perché hanno ancora molte risorse accumulate nei decenni e dalle generazioni precedenti. Siamo o siamo stati un popolo laborioso e parco. Fra un paio di anni, credo, saremo davvero alla disperazione, quella che crea la rabbia e la ribellione, e a questo punto potrà succedere di tutto.
    Saluti.
    Fabio Calabrese

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