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Prima e ultima volta

Prima e ultima volta


di Mario M. Merlino
Pochi anni fa una giovane giornalista dello staff di Michele Santoro venne a farmi una proposta ‘indecente’ dopo essersi fatta dare il numero del mio cellulare dall’amico Ugo Maria Tassinari. Si sentiva protetta, si fa per dire, più che dal fascino femminile dal fatto d’essere stato io professore nella commissione agli esami di maturità al liceo romano Socrate. Mi disse – io non  lo ricordavo (plausibile, però, dal momento che ho sempre pensato come penalizzare qualcuno fosse il segno del fallimento dell’insegnante più che dell’alunno) – che la commissione l’avrebbe voluta bocciare e che io mi ero imposto per la promozione.

Visto dove era approdata, le replicai scherzando (ma non troppo!?), che avrei fatto meglio a non difenderla perché il giornalismo alla Santoro, persona arrogante e presuntuosa, decisamente sgradevole, è figlio dell’illuminismo, cioè di chi si ritiene sempre ‘dalla parte della ragione e mai del torto’ (Francesco Guccini, Dio è morto). E del suo figlio naturale e degenere, il giacobinismo, con accenti calvinisti e rousseauiani, dove chi esprime opinioni avverse è un idiota da chiudere in ospedali psichiatrici (Wilhelm Reich e Ezra Pound negli Usa; i dissidenti sovietici nella Russia di Breznev) o, tout-court, il male da estirpare con l’uso della ghigliottina (e, difatti, il suo inventore era medico così pietoso da voler rendere l’esecuzione della condanna a morte più ‘umana’ eliminando la mannaia. E qui  s’inserisce anche la convinzione progressista della superiorità delle macchine sul lavoro manuale).
Andiamo al dunque, direbbe il mio amico Federico, accompagnando il tono imperioso con il gesto della mano a stringere le dita a pugno. Bene: la proposta indecente era se la potevo aiutare per un servizio, concordato ed approvato dal ‘pontifex maximus’ Michele I (augurandoci unico e magari anche presto detronizzato), sui ‘mazzieri’ del vice-sindaco Alemanno (o Ale-magno o Ale-danno. Chi, poi, sia il vero sindaco, si sa, e quindi mi astengo a nominarlo!). Mi porse anche un foglietto dattiloscritto con alcuni nomi, noti anche se non tutti direttamente conosciuti (per mia fortuna e rispetto verso la mia modesta persona!), ed accanto le cifre del loro compenso, magari solo per portare la borsa o tenere aggiornato il diario delle visite e appuntamenti e colloqui, che di fatto diviene come i cancelli del Paradiso… si aprono solo se la serratura è ben oleata…
Nomi di gente che, negli anni del terrorismo, ebbero – alcuni di loro – il sicuro coraggio di esporsi di uscire la mattina di casa senza sapere se vi sarebbero tornati di affrontare l’avversario manu militari i chiavistelli le sbarre della repressione la latitanza (mai dorata modello Cesare Battisti) la testa fracassata… Tutto questo le dissi. E aggiunsi che, se era da porsi la domanda per quali oscuri percorsi una simile ardita inquieta giovinezza s’era andata infangando nella palude del potere, avrei potuto riflettere sul mio eventuale impegno, nonostante le molteplici riserve verso il modello di trasmissione e i suoi conduttori.
(Perché in quegli anni divenne figura forte di riferimento Corneliu Zelea Codreanu, il movimento legionario della Guardia di Ferro fatto ‘in quantità di sacrificio ed amore’, e perché, poi, prosciugatasi l’onda lunga dell’un contro l’altro armati, il sacrificio si trasformò in corsa verso le poltrone e l’amore verso il proprio tornaconto).
Con diretta onestà mi rispose che non le interessava, a lei interessava fare un servizio contro Alemanno e i suoi accoliti.
Non accettai, non potevo accettare… C’è uno sporcare l’identità della nostra storia, renderci tutti di razza plebea agli occhi del mondo avverso, consentire di rispolverare quei luoghi desueti falsi e comuni sul fascismo braccio armato della borghesia mosca cocchiera del capitale depravazione e odor di cadavere da affrontare sul lettino dello psicanalista connubio tra delinquenza e politica come elemento il denaro a cementare le sintonie o, più banalmente, poter girare con macchine di lusso indossare buoni abiti cenare in ristoranti con vip e placare modeste voracità ormonali con disponibili fanciulle dalla coscia lunga. Tutto questo di fatto può essere catalogato alla voce ‘infamità’ (ed è la loro e questa infamità non si può non si deve loro perdonare).
C’è, poi, una infamità complice della parola, messa al servizio di altre sporcizie, di un essere volgare, che sa di fogna di rimestamento del fango e che lucra su fogli di questura e tribunali su apparizioni in televisione in registrazioni via radio. Non può essere la mia, senza volermi trasformare in icona che le tavole sono infrante e da nichilista ne ho orrore e sospetto. Ecco perché ho rifiutato eppure… vedendoli ancora qui proporsi con i loro volti sorridenti ammiccanti promettenti ipocriti falsi grugno da maiali, beh, non mi viene la tentazione di comporre il numero del cellulare di quella giornalista, ma certo d’aprire la finestra sul terrazzino e (io) faccia al sole e il culo (il loro) da prendere a pedate…
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Categorie: Attualità, Merlino, Roma

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 15 Maggio 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Anonymous

    Che monnezza, a calci avresti dovuto prenderla, senza tanti complimenti….

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g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli