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Ma fatemi il piacere!

Ma fatemi il piacere!

di Fabio Calabrese
Ricevo da parte degli amici di “Ereticamente” la richiesta di commentare un post riguardante Julius Evola e una frase del suo testo “Cavalcare la tigre” recentemente apparso su facebook.
“Evola con il suo pensar che un negro purché tradizionale possa esser italico è qualcosa di veramente fuorviante! Julius Evola è la battuta d’ arresto di tutto un percorso storico-sociale legato all’accentramento politico ed economico dei poteri e di socializzazione dello stato. Julius Evola è anti-fascista!!! Julius Evola è anti-nazista!!! Julius Evola è anti-socialista!!! Julius Evola è anti-umano!!! Il Cavalcare la tigre è l’ecatombe del pensiero che diviene azione… I suoi scritti andrebbero bruciati nei roghi!!! Il buco nero in cui si è arrestato un processo sociale rivoluzionario in grado precedentemente di cambiare il mondo!”

Il nome dell’autore non ha troppa importanza, anche perché si cela dietro un evidente pseudonimo, so però che si tratta di un camerata.
Che quello che per tutta la sua vita è stato un intellettuale isolato possa essere “La battuta d’arresto di tutto un percorso storico-sociale legato all’accentramento politico ed economico dei poteri e di socializzazione dello stato”, questa penso sia una cosa che nessuno vorrà credere; il raggio d’azione di un individuo isolato, sia pure un pensatore importante, non può avere tanto peso sui grandi movimenti storici, un intellettuale può solo esprimere, rendere visibili – qualcuno con più, qualcun altro con meno sensibilità e acume di altri – le tendenze insite nel proprio tempo.
Assieme a queste affermazioni, i redattori di “Ereticamente” mi hanno fatto pervenire un loro commento:
Fermo restando che non stiamo criticando Evola pensatore ma “Cavalcare la tigre” che scritto in un periodo storico dove la destra neofascista diventava protagonista di una nuova stagione politica, voleva dare la spinta necessaria per risvegliare anche il mondo della nostra cultura.
Anche Franco Freda se non ricordiamo male si è espresso a tal proposito, e riteniamo che dopo l’esperienza del centro culturale Ordine Nuovo l’ambiente politico missino è stato incapace di riproporre un modello sociale e politico rivoluzionario anzi, al contrario, ha trasformato i suoi militanti e peggio la classe dirigente in una voce reazionaria e conformista andando verso un percorso contrario rispetto agli ideali evocati”.
Da un lato, si vede bene che la questione si restringe a una singola opera di Evola, “Cavalcare la tigre” che sarebbe un testo particolarmente infelice, dall’altro si allarga tantissimo, e concerne un problema molto più vasto, la trasformazione dell’area neofascista da movimento ispirato al fascismo a “destra” conservatrice e reazionaria, trasformazione con cui l’opera dello stesso barone siciliano si sarebbe in qualche modo intersecata.
Si tratta di un problema molto ampio a cui sarà bene dedicare quanto prima un lavoro apposito che adesso non è qui il caso di anticipare se vogliamo concentrarci su Julius Evola. Per ora sarà il caso di limitarsi a dire che questa “svolta” destrorsa e reazionaria è esattamente il contrario del fascismo, delle tendenze emerse fra le due guerre, almeno le migliori, perché come in tutti grandi movimenti storici, anche quello del fascismo è stato un fiume nel cui letto non è sempre scorsa acqua limpida.
D’altra parte bisogna anche considerare il clima degli anni della Guerra Fredda dal 1945 al 1989 (ed è stato un bel po’ di tempo), quando di fronte alla minaccia dell’imperialismo sovietico, la scelta atlantista e filo-americana sembrava la scelta del male minore, e fino a prova contraria, bisogna sempre fare salva la buona fede delle persone. Altra cosa, naturalmente, sarebbe essere atlantisti e filo-americani OGGI che la minaccia sovietica è scomparsa da quasi un quarto di secolo, questa è (a vostra scelta) una scelta da venduti o da idioti.
Fatta questa precisazione e ripromettendomi di riprendere in mano l’argomento scomodo del rapporto fra noi e la Guerra Fredda (anche il fatto che in quest’epoca i nostri ambienti sono stati spesso e volentieri infiltrati da personaggi e con metodi tutt’altro che puliti), devo dire che in tutta onestà, anche se fare di Evola “la battuta di arresto di tutto un processo di accentramento politico-sociale”, l’acme della svolta da fascismo a reazione, è certamente esagerato, l’interpretazione degli amici di “Ereticamente” mi suona un po’ troppo assolutoria nei confronti di un pensatore di indubbio interesse e che ha considerevolmente influenzato la nostra “Area” ma il cui modo di vedere non può essere assolutamente accettato a occhi chiusi.
Io credo di averlo già spiegato con chiarezza nel mio articolo “Ma quale tradizione?” che è una risposta alle accuse farneticanti riservate a Evola da quel disgustoso (a giudicare dalle cose che scrive) individuo che è don Curzio Nitoglia (poveri i suoi parrocchiani!), che è arrivato a presentarcelo addirittura come un indemoniato, quando è palese che se c’è un invasato, è lo stesso don Curzio, che è arrivato addirittura a qualificare Evola come ebreo in quanto siciliano (infatti è notorio che andando da Messina a Palermo passando per Capo Passero, gli unici edifici di culto che s’incontrano sono sinagoghe). Ma piuttosto non era ebreo il fondatore della religione di cui don Curzio è ministro?
Nel contempo, però, precisavo di ritenere di dovere alla memoria di Julius Evola il rispetto spettante a un vecchio maestro che è stato una parte importante della mia formazione intellettuale negli anni giovanili, ma che rappresenta una forma di pensiero che oggi sono ben lontano dal sottoscrivere in toto.
E’ il momento di approfondire meglio questo concetto, e diciamolo pure, devo dissentire dagli amici di “Ereticamente” (e so già che quanto dirò non sarà troppo ben accetto a molti camerati), il “problema Evola” non si riduce alla battuta infelice contenuta in uno dei suoi libri.
Il vero problema è fino a che punto il tradizionalismo “integrale” o no che sia, possa essere realmente assimilato alle posizioni politiche, culturali, ideologiche che riconosciamo come “nostre”.
Avrei quasi voglia di cavarmela con una battuta: uno dei libri di Evola reca il titolo: “Il fascismo dal punto di vista della destra” o, a seconda delle edizioni, “…visto da destra”. Avesse invece scritto “La destra dal punto di vista del fascismo”, sotto questo riguardo la sua posizione sarebbe stata più credibile.
Ma forse questa storia è meglio raccontarla facendo un passo (che in realtà è un percorso di vita e di esperienza politica di quarant’anni) indietro.
Come la maggior parte di noi, sono approdato nelle file della Giovane Italia poi Fronte della Gioventù quattordicenne o quindicenne spinto da un sentimento forse ingenuo forse confuso, di patriottismo e anticomunismo. Qui, lo ricordo come fosse ieri, ebbi il primo incontro col pensiero di Julius Evola sotto forma di uno snello fascicoletto, “Orientamenti” che, bisogna ammetterlo, è scritto piuttosto bene come introduzione divulgativa. Non ci misi molto ad accorgermi che lì “c’era sugo”, si andava ben oltre la politica e gli slogan c’era un pensiero ampio e articolato che rendeva conto della civiltà umana nel suo insieme, dava un senso alla cultura e alla storia. In breve presi “una cotta” per Evola, credo di essermi procurato, divorato poi riletto e meditato attentamente tutti i suoi libri che era possibile reperire, persino il ponderoso “Tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, di cui Evola era semplicemente il traduttore. Per un certo periodo arrivai a considerarmi buddista dopo aver letto “La dottrina del risveglio”.
Un vero e proprio idillio intellettuale, un innamoramento che però non era destinato a durare.
Questa è storia di molti di noi, forse quasi tutti noi, sembra che nel pensiero evoliano ci sia qualcosa di intrinsecamente instabile, di ex evoliani pare sia pieno il mondo, molti ne sono usciti in direzione del cristianesimo, del cosiddetto tradizionalismo cattolico, io no. Non so che percorso abbiano compiuto costoro, ma vi posso raccontare quello che ho fatto io.
Nello stesso tempo, stavo compiendo gli studi superiori e poi sono arrivati quelli universitari. A questo riguardo, ho sempre avuto un atteggiamento che qualcuno troverebbe bizzarro, non mi sembrava che quelle che dovevo imparare fossero solo nozioni da memorizzare e poi dimenticare in fretta una volta fatto l’esame ma che almeno una certa parte di esse contenesse cognizioni importanti per capire la vita e il mio posto del mondo. Soprattutto mi interessavano la storia, la filosofia e le scienze naturali. Non mi poteva sfuggire la profonda differenza che esiste fra il linguaggio e il modo di pensare di Evola e quello della maggior parte dei filosofi che mi toccava studiare. Il linguaggio (e anche il pensiero) di Evola è completamente diverso da quello di questi ultimi: è puramente assertivo, non porta prove, dimostrazioni, argomenti, direi che quasi non si preoccupa nemmeno di persuadere, lo si crede e basta! Non è quello di un filosofo, è quello di un profeta ispirato, di un leader religioso carismatico, e questo è certamente coerente con il ritenersi in possesso o poter attingere a un presunto pensiero sovra-razionale.
Indubbiamente si può riconoscere a Evola il merito di aver fondato una nuova religione, e non abramitica, in un’epoca spiritualmente povera come la nostra, ma se si doveva rimanere alla fede in un dogmatismo vero per auto-proclamazione, tanto valeva rimanere o tornare a essere cattolici (e in effetti, come dicevo, molti hanno fatto proprio questa scelta).
Per me, una soluzione, un escamotage di questo genere era assolutamente improponibile. Dai miei, persone di estrazione popolare che ai loro tempi non si erano proprio potuti permettere studi superiori, avevo ricevuto un’educazione alquanto tradizionale: Dio, patria e famiglia, ma non ci avevo messo molto ad accorgermi che due elementi di questa triade, Dio e patria, non possono proprio stare assieme. Un po’ di conoscenza storica basta a far comprendere le responsabilità del cristianesimo nella dissoluzione dell’impero romano e della Chiesa cattolica nel tenere l’Italia smembrata per quell’enorme lasso di tempo che va dall’inizio del Medio Evo al risorgimento. A Trieste la Chiesa è stato dalla parte dell’Austria fino al 1918 e comunque degli sloveni fino al 1945, è occorsa la nascita della Jugoslavia comunista per indurla ad assumere un atteggiamento diverso circa l’italianità di questa città. Di nuovo, devo sospendere un discorso che ci porterebbe lontano, ma che credo di aver già svolto con ampiezza su queste pagine: in breve, tornare al cristianesimo, cattolico o meno, per me era un’opzione inaccettabile.
Quale sia la “bussola” che ho seguito da allora, ve l’ho già spiegato, si sintetizza nel motto latino che è anche il titolo di un mio articolo che trovate su “Ereticamente”: NULLIUS IN VERBA, non giurare sulle parole di nessuno, non accettare mai un’opinione in base all’autorevolezza o presunta tale di chi l’ha pronunciata, ma solo se gli argomenti che porta sono persuasivi. Non si giura sulla parola di nessuno, ma molti possono portare insegnamenti utili.
L’assunto di base del “tradizionalismo integrale” che esisterebbe o sarebbe esistita una tradizione primordiale dalla quale tutte le altre derivano, di cui tutte le altre sono particolari adattamenti a circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, di cultura dei popoli che se ne fanno portatori, non è dimostrabile e non mi sembra nemmeno credibile, è come dire che tutte le strade portano nella stessa direzione. Quanto meno, occorrerebbe ipotizzare DUE tradizioni primordiali, una che ha dato origine ai monoteismi abramitici (ebraismo, cristianesimo, islam) e un’altra da cui sono derivate tutte le altre tradizioni, perché un punto è assolutamente chiaro: quando un tradizionalista “integrale” (usando questa parola per indicare le convinzioni espresse da Julius Evola e da René Guenon prima della sua conversione all’islam, anche se fra le due cose ci sono parecchie differenze) aderisce a una religione abramitica, non “approfondisce” le concezioni che ha professato fino a quel momento, LE RINNEGA!
Su cosa verterebbe poi il contenuto di questa tradizione primordiale, il mistero è assoluto. Per quanto riguarda la “pars destruens”, la parte negativa delle rispettive dottrine, la condanna del mondo moderno, Evola e Guenon sono ovviamente d’accordo, ma quando andiamo a vedere la “pars construens”, la parte positiva ( e parliamo – è ovvio – del Guenon precedente la conversione all’islam), scopriamo che non sono d’accordo su nulla.
Julius Evola aveva una profonda ammirazione per il buddismo, cui ha dedicato uno dei suoi libri migliori, “La dottrina del risveglio” che ha ricevuto l’imprimatur della Pali Society che è la società che a livello internazionale viglia sull’ortodossia dei testi buddisti. Guenon al contrario del buddismo aveva una concezione pessima, lo riteneva una degenerazione sovversiva dell’induismo. Evola ha dedicato molto spazio anche alle dottrine estremo-orientali: il bushido nipponico in primo luogo, la filosofia di vita contenuta nel famoso codice d’onore dei samurai, ma anche al taoismo cinese, ed ha ritradotto il “Tao-te-king”, il libro sacro taoista in una versione emendata e più corretta fin dalla traduzione del titolo “Il libro del Principio e della sua Azione”, rispetto alle versioni più comunemente note nel mondo occidentale dove di solito è tradotto come “Il libro della Via e della Virtù”. Per il pensiero estremo-orientale, Guenon invece non ha mai avuto la minima considerazione.
Nei confronti dei monoteismi abramitici, Julius Evola ha sempre avuto una posizione di chiusura totale considerandoli, a mio parere pienamente a ragione, come la radice della sovversione moderna, Guenon invece è stato sempre molto più disponibile verso di essi ben prima della sua conversione all’islam, ricordiamo che fra le sue opere ce n’è una dedicata al “Simbolismo della croce”.
Insomma, se si cerca di definire in che dovrebbe consistere questa tradizione “integrale” o “primordiale”, davvero non si sa che pesci pigliare.
Occorre ammettere che questa idea del rifiuto TOTALE del mondo moderno è un’utopia. Una nazione che oggi rinunciasse allo sviluppo tecnologico, sarebbe destinata a essere in breve una nazione povera e arretrata, succube e facile preda delle altre che non  compiuto un simile passo, se avesse rinunciato pure alle armi da fuoco, sarebbe del tutto indifesa dal punto di vista militare. E poi, diciamolo francamente e in tutta onestà: chi di voi di fronte a un problema di salute vorrebbe essere curato oggi con salassi e sanguisughe?
Si comprende bene che la frase che si è citata all’inizio di questa disamina non è solo una frase particolarmente infelice di un’opera infelice, che considerare le cose in questi termini è davvero troppo assolutorio, anche se occorre tenere presente che ai tempi in cui Evola l’ha scritta, il caso del “negro italico”  o con pretesa di essere tale, era un caso piuttosto ipotetico, cosa che sciaguratamente oggi non è più, grazie all’immigrazione che ci porta sempre più in casa soggetti di questo genere o candidati a un simile ruolo.
Essa è tipica della mentalità dei tradizionalisti (“integrali” o d’altra specie che siano), mentalità formalistica che non è o non dovrebbe essere la nostra, che si attacca ai simboli, ai riti, ai “carismi” e perde di vista quello che è essenziale, CIOE’ LA PRESERVAZIONE DI UNA SPECIFICA SOSTANZA UMANA.
Io non vorrei qui esagerare con l’auto-citazione, ma questo punto oggi di vitale importanza l’avevo già trattato sulle pagine della nostra pubblicazione in un articolo che s’intitola “Il cioccolatino e l’incarto”. Mi si perdoni il paragone dolciario, ma il tradizionalista che si concentra sui riti e sui simboli e ignora la sostanza umana, antropologica che la tradizione dovrebbe supportare, si comporta come colui che guarda e mette in bocca l’incarto e butta via il cioccolatino, scambia la forma per la sostanza delle cose.
Questa idea del nero (o immigrato non europeo di qualsiasi varietà, s’intende) tradizionalista, mi sembra di una bizzarra incongruenza. Se questa gente segue le PROPRIE tradizioni, è una cosa che non ci riguarda, a patto che non cerchino di imporle a noi, e dobbiamo essere coscienti che le loro tradizioni comprendono cose piuttosto ripugnanti come il burqa e l’infibulazione; se per ipotesi si mettono a seguire le nostre, la cosa sa di scimmiottatura. In Francia fra le due guerre veniva fatta cantare ai bambini delle scuole una canzoncina che diceva: “I nostri antenati erano Celti, erano biondi con gli occhi azzurri”, ma veniva fatta cantare anche nelle colonie ai bambini africani. C’è qualcuno a cui sfugge il grottesco della cosa?
Proprio per la vaghezza e l’indefinibilità estrema di questo tradizionalismo “integrale” sui cui contenuti abbiamo visto che tra i due “maestri” più importanti, Evola e il Guenon pre-conversione, non c’è il minimo accordo, molti, moltissimi finiscono per buttarsi su di una “tradizione positiva” che poi è regolarmente una religione abramitica. Molti sono diventati “tradizionalisti cattolici” passando a tutti gli effetti nel campo nemico. René Guenon scelse infine l’islam, e diversi guenoniani l’hanno seguito in una simile scelta che è stata però seguita autonomamente anche da altri, ad esempio un Claudio Mutti (i cui meriti nel dibattito revisionista non voglio però disconoscere per questo) e ultimamente anche Franco Cardini dopo aver rotto coi suoi amici tradizionalisti cattolici, sembra avviato sulla medesima strada.
In tutta sincerità, mi domando sempre più se questo concetto di tradizionalismo, oltre a essere, come indubbiamente è, una fonte di problemi a non finire, ci sia di una qualche utilità.
Ritenersi portatori di un pensiero, di una conoscenza sovra-razionali, esoterici e poi andare a buttarsi ai piedi della croce oppure prosternarsi tre volte al giorno in direzione della Mecca? Proporsi di rendere italici per conversione gli allogeni senza rendersi conto che la loro presenza sempre più massiccia ci sta portando all’estinzione come popolo?
Ma fatemi il piacere!
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Categorie: Cavalcare la Tigre, Julius Evola, Tradizione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Maggio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. “Prosternarsi tre volte al giorno in direzione della Mecca”… cinque, cinque, caro Fabio… una volta ancora, pur avendo origini politiche completamente diverse, ci troviamo d’accordo… questa storia della “Tradizione Unica Primordiale” (cfr. http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/100806) è veramente un equivoco-chimera… anche perché, guarda caso, si parta di qua o di là, sempre riconduce infine alla superstizione trogloabramitica… “NULLIUS IN VERBA”… ma come ti permetti!… sia “Don” Nitoglia sia il fondatore della Loggia massonica francese denominata “La Grande triade” ti vedranno, con labbro piegato a compatimento-disprezzo, preda di influenze demoniache, telluriche, sovversive…
    IN ALTO I CUORI.

    Joe Fallisi

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