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Governo Letta: quello dei pannicelli caldi

Governo Letta: quello dei pannicelli caldi

di Michele Rallo

E’ inutile perdere tempo a recriminare. Il governo Letta c’è, e dovremo sorbircelo fino a quando non andrà in crisi. O, meglio, fino a quando non sarà travolto dalla crisi. Perché la crisi ci sarà. È soltanto questione di tempo. Non in autunno — come preconizza Grillo — ma fra uno o due anni, quando quelli che io chiamo “i costi dell’Europa” diventeranno insostenibili. Unica alternativa: cominciare con lo smantellare pezzo per pezzo quel che Monti ha fatto nei diciassette mesi del suo austero governo, e poi andare oltre in una disperata corsa all’indietro per riprenderci tutti i pezzi di sovranità nazionale che, dal 1992 in poi, abbiamo ceduto all’Unione Europea. 


Ma credete voi che un frequentatore dei club globalisti, possa ergersi a giustiziere del Moloch eurocratico? Bene che vada, Letta junior potrà togliere l’IMU sulla prima casa, tanto per dare un contentino al principale di Letta senior; o qualche altra cosetta del genere. Pannicelli caldi, in sostanza, qualche aspirina per curare una polmonite doppia. Ma certamente il nipote di zio Gianni non riuscirà a incidere su quello che è il grande problema della nostra economia: la crescita inarrestabile di un già abnorme debito pubblico. Un debito immancabilmente destinato a lievitare ancora, com’è dimostrato dal fatto che la Banca d’Italia abbia già programmato per l’anno in corso ben 24 aste di BTP, senza contare quelle di BOT e di CTZ. Che cosa ciò significhi è chiaro anche ai bambini: un ulteriore indebitamento a ritmi forsennati, peraltro scanditi dalle “pagelle” delle agenzie di rating (Standard & Poors, Moody e onorata compagnia) che determineranno il tasso di remunerazione dei nostri titoli di debito.

E questo mentre il giulivo nipote ha da poco ribadito (durante il suo viaggio di dicembre negli USA) l’imperativo di mantenere “gli impegni assunti con l’Europa”. Impegni divenuti più gravosi dopo che, l’anno scorso, il suo predecessore e sodale ha sottoscritto due nuovi accordi comunitari: il Trattato di Stabilità (o “fiscal compact”) e il Meccanismo Europeo di Stabilità (o “fondo salva-Stati”). Con il primo ci siamo impegnati a realizzare nuove economie per 45 miliardi di euro l’anno (per 20 anni); e con il secondo ci siamo obbligati a nuovi esborsi per una media di 25 miliardi di euro l’anno (per 5 anni, salvo rinnovo).

Un governo non succube dei dogmi eurocratici affronterebbe una situazione del genere riappropriandosi della sovranità monetaria e tornando a battere moneta; come fanno gli Stati Uniti o il Giappone, che pure hanno un debito di gran lunga superiore al nostro. Ma noi, allo stato, non possiamo farlo, perché abbiamo privatizzato la Banca d’Italia (dal 1998) e perché abbiamo ceduto i suoi residui poteri alla Banca Centrale Europea (dal 1999). Occorrerebbe, allora, denunziare i trattati-capestro, riprenderci la nostra sovranità politica ed economica, e abbandonare l’Unione Europea. Ma queste sarebbero certamente decisioni inaccettabili per quei salotti buoni dei poteri forti (il Bilderberg, l’Aspen, la Trilateral) che il Letta ama bazzicare.
Il nuovo governo, perciò, reggerà fino a quando riuscirà a curare con i suoi pannicelli caldi e con le sue aspirine la salute di questo disgraziato paese. Poi imploderà dall’interno, abbandonato dagli stessi partiti che oggi lo sostengono e che domani tenteranno di prendere le distanze dallo sfascio totale causato dai “costi dell’Europa”
Nota di Ereticamente
Ringraziamo l’Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione
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Categorie: Attualità, Europa, Governo, Rallo

Pubblicato da admin il 5 Maggio 2013

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