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Sandro e Laura, una storia che va rispettata

Sandro e Laura, una storia che va rispettata
di Mario M. Merlino


Sandro e Laura annunciarono l’arrivo della primavera, una primavera che calò rapida in autunno con i suoi colori grigi cupi il dilatarsi delle ombre l’umidità nelle ossa il bavero alzato della giacca. E le vampate improvvise  atroci delle bombe l’urlo prolungato delle sirene e quel sangue generoso e quello ignaro confusi sull’asfalto mentre il gelo attanaglia il cuore e la follia domina la mente l’abbaiare delle pistole i lacrimogeni e le molotov. I sogni, i soli che ci rendono liberi, si trasformarono in incubi perversi e gli ideali, soffocati dall’odio ideologico, strapparono dalla viva carne e resero decrepita la giovinezza. (I romanzi, quelli venuti del dopo, su cui ci stiamo intrattenendo forse troppo a lungo, hanno anche questo: recuperare, tramite i sentimenti e le emozioni, ‘il paradiso perduto’, un’età dell’oro negata da quella del piombo).

Sandro e Laura una premessa mancata e recuperata, pur se tardivamente, viva icona, l’incipit disattivato, a cui venne tolta la spina. (Ed io aggiungo, senza vanto o presunzione alcuna, come fummo nonostante tutto i più forti i più generosi i più capaci di stare in piedi fra le rovine rispetto ai nostri coetanei avversari che dovettero fare i conti, terribili sotto il peso della ideologia, tra l’azione collettiva e il personale esperire. Ed anche questa è una lezione che si può ricavare dall’epilogo della loro storia. Il mondo così folto di graziosi falliti, come sosteneva Drieu la Rochelle, l’abbiamo poco condiviso e per fortuna).
Nel corridoio del terzo piano Angela piange silenziosa e imbarazzata. Mi ha fatto chiamare dal bidello. Ed ora cerca le parole per ringraziarmi in quanto, unico fra i professori della figlia, ho cercato di difenderla da una sorta d’antipatia generatasi nei suoi confronti. I presunti miei colleghi, more solito, abbisognano di un capro espiatorio, di un tribunale del popolo, dell’ombra della ghigliottina e del colpo alla nuca. Ovviamente con rigida motivazione didattica e dintorni. Cialtroni… Sono ben conscio che una ragazzina di sedici anni, graziosa disattenta impertinente, possa entrare nella linea di fuoco della cattedra registro ammonizioni.
Essere insegnanti, però e in primo luogo, equivale essere fra coloro che lasciano un segno di merito e non la ferita putrescente della tortura. Un tempo, sano, si parlava di modelli educativi e di vocazione all’insegnamento… D’altronde, ‘là dove il sapere non è una sapienza trasmessa in una esperienza, chiunque è abbonato a un’università che è una casella postale’ (Roberto Calasso, La rovina di Kasch). E cosa possono condividere, oltre la campanella l’aula la lavagna e i gessetti colorati, quegli esseri inutili che, pretendendo senza autorità se non di carte bollate professarsi professori, vorrebbero mettere a confronto la banalità del loro quotidiano, travestito con la barba di Marx il pizzetto di Lenin e i baffoni di Stalin?
Al telefono: ‘Se pensi di uscire con me solo per una pizza e una scopata, lascia perdere. Ho una storia che va rispettata. Se domani diranno che sono la donna di un nero, non me ne frega niente; ma non voglio che dicano che sono la puttana di un fascista’. E mi raccontavi di quando, studentessa di liceo, urlavi contro il cielo muto le finestre serrate e i marciapiedi deserti il mio nome maledetto. Poi, in un tardo pomeriggio autunnale, abbiamo affondato il passo sulla spiaggia abbandonata all’onda silenziosa e al vento che ci portava odore di terre lontane. Avevi freddo. Ti ho avvolto con la mia sciarpa. Fragile riparo, lo so. E ancora la trama dei giorni, la resa al quotidiano… Quanti tradimenti sono stati perpetrati contro il linguaggio del corpo in nome dello sventolio di bandiere rosse pugni chiusi le dita ad imitare la canna della rivoltella mentre, di notte, mi guardavi sorpresa e spaurita di fronte a sensazioni che ti erano e avevi negato. Anche questo appartiene al detto non detto nella memoria narrante come rossi e neri si odiarono si combatterono e seppero anche, in alcuni casi, amarsi…
Le divinità delle fonti e delle selve sono state sradicate e la ‘metafisica del boia’, di cui Nietzsche parla e di cui Marx e Freud si fecero a loro modo profeti, s’è imposta prima che anche il suo orgoglio vendicativo , rivestito di carità e pietà, venisse annientato da quel nulla, che è al contempo di se stesso carnefice e vittima….

E, qui, con altri accenti intenti e motivazioni Shakespeare insegna che ‘il resto è silenzio’ o, per dirla con il mio amico il Califfo, ‘è noia’. Noia, in fondo, come nostalgia di quando eravamo autenticamente vivi nonostante le prigioni dei pregiudizi parole d’ordine miti rispettivi e in conflitto fra loro e prima che si aprissero e si chiudessero quelle formate da sbarre e chiavistelli.

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Categorie: Amore, Antagonismo, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 22 Aprile 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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