fbpx

Più furbi di quel che si pensa

Più furbi di quel che si pensa


di Fabio Calabrese
 

Ancora una volta sento un senso di profonda nausea all’idea di occuparmi di quell’immondezzaio che è “il teatrino della politica” italiana, un “teatrino” che tra l’altro non sembra presentare alcun collegamento con la situazione di un Paese in profonda sofferenza, che sta sempre più scendendo la china del declino e, mai come oggi, avrebbe bisogno di una “vera” guida politica, un teatrino che non è altro che la maschera nemmeno tanto difficile da penetrare, di interessi personali e di casta, ma qualcosa a proposito dell’elezione del “nuovo” Capo dello Stato, della riconferma di “Napo, orso capo”, bisognerà pur dire.
Noi ormai dovremmo essere abbastanza smaliziati per sapere che quando l’immagine di un certo evento o di una serie di eventi che ci forniscono i mass-media è del tutto in contrasto con quella che ne si può avere appena fatti due conti, i due conti che la gente comune quando ascolta i commentatori politici di solito non fa, allora abbiamo tutti i motivi per pensare che sotto ci sia un imbroglio ancora più grosso.

APPARENTEMENTE l’esito delle elezioni presidenziali sembra darci l’immagine di una classe politica goffa e un po’ bambinesca che, incapace di porre fine ai propri litigi, fa appunto come i bambini costretti a ricorrere alla maestra o al vecchio nonno a fare da paciere. Bene, io credo che quest’immagine non sia per nulla credibile, e il fatto che tutti i mass-media cerchino con insistenza di accreditarla, è di per sé sospetto.
Per prima cosa occorre notare che una classe politica, una “casta” che, come la nostra, in un regime di sedicente democrazia e senza i mezzi coercitivi dei sistemi dittatoriali (o almeno facendone un uso molto discreto, perché poi la sostanza non cambia) è riuscita a moltiplicare i propri privilegi e a mettere le mani sulla ricchezza di un Paese in una misura che nelle altre “democrazie rappresentative” non trova riscontro, può essere composta da tutto meno che da ingenui.
In secondo luogo, Giorgio Napolitano che oggi succede a se stesso, a mio modesto parere può essere considerato tutto meno che una figura super partes. Forse qualcuno se l’è scordato, ma è un uomo che viene dai ranghi del PCI, è stato “magna pars” di questo partito dai tempi resistenziali, l’ha seguito nelle varie trasformazioni di facciata che si sono succedute dopo il 1991, e di esse si è perso solo l’ultima tappa, la confluenza nel bicefalo mostro PD assieme agli ex democristiani, in quanto all’epoca già inquilino del Colle.
Su quest’uomo che regge il Quirinale da sette anni, e dovrebbe ora continuare per altrettanti salvo interventi di Madre Natura, sarà forse il caso di farsi qualche domanda. Tutti noi ci ricordiamo di Sandro Pertini. Come per l’attuale inquilino del Colle, anche in questo caso l’aspetto di nonno saggio e bonario che incantava una parte dell’opinione pubblica nascondeva una realtà del tutto diversa.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, Pertini era stato uno dei capi partigiani più spietati, e durante il suo settennato diede il via a quella politica di concessioni verso la Jugoslavia che doveva culminare nella vergognosa capitolazione del trattato di Osimo.
Allo stesso modo, neppure oggi è il caso di fidarsi troppo dei presunti nonni bonari quando vengono dalle file della sinistra. Alcune domande sono perlomeno d’obbligo: come mai negli anni della Guerra Fredda, quando a qualsiasi leader comunista di qualsiasi parte del mondo era interdetto l’ingresso negli Stati Uniti, lui vi aveva invece libero accesso? Perché mai nel 2006 il centrodestra che aveva minacciato le barricate se alla presidenza della repubblica fosse stato eletto un ex comunista, ha invece fatto salti di gioia per l’elezione di Napolitano? Ci sono maligni che sospettano che quest’uomo fosse (sia, oggi il PCI non esiste più, ma c’è il PD) l’occulto trait d’union fra PCI e massoneria.
Non si comprende per quale motivo la rielezione di Napolitano dovrebbe essere vista come una vittoria di Berlusconi, tranne per il fatto di avere un pretesto per attribuire una volta di più la responsabilità per i guai dell’Italia a qualcun altro che non sia la sinistra, e l’uomo di Arcore che ha una stima di se stesso ben superiore alla realtà, compiacendosi di questa simbolica vittoria a tavolino che gli viene accordata, si presta una volta di più al gioco.
TUTTI i nomi emersi come papabili per la competizione al Colle (e ricordiamo che si tratta non solo della più alta, ma anche della più longeva carica dello stato italiano, destinata a ingombrare la scena politica per sette anni) sono stati di uomini di sinistra: Marini, D’Alema, Prodi, Amato, Rodotà, oltre ovviamente allo stesso Napolitano. Paradossalmente, la candidatura che avrebbe maggiormente “limitato i danni” sarebbe stata quella di Stefano Rodotà, uomo si di sinistra, ma non legato alla nomenklatura del PD (che infatti non l’ha minimamente preso in considerazione benché fosse forse il solo candidato a godere di un vasto consenso popolare), ma chiedere a quelli del PDL e in particolare all’uomo di Arcore di convergere sul nome proposto dal Movimento 5 Stelle nonostante la rispettabilità della persona, sarebbe stato veramente chiedere troppo alla limitata intelligenza politica di questo movimento e del suo leader.
Il fatto che il leader del centrodestra, di questa “armata Brancaleone” che ha dimostrato palesi sintomi di dissoluzione tutte le volte che ha accennato a farsi un po’ da parte, sia sempre lui da un ventennio, tende a nascondercelo, ma andando a fare un paio di conti si scopre facilmente che questo “ventennio berlusconiano” ha conosciuto una presenza maggiore di governi di centrosinistra, eppure, costoro che hanno governato per più lungo tempo rispetto al “cavaliere” possono sempre lavarsene le mani e buttare per intero su di lui e sui suoi la responsabilità sia della gravissima crisi in cui oggi si dibatte l’Italia, sia dell’esteso sistema di corruzione e di malgoverno della cosa pubblica, due cose strettamente collegate e dalle quali i “compagni” non potrebbero obiettivamente chiamarsi fuori.
Pierluigi Bersani è un politico abile soprattutto nell’arte di farsi sottovalutare, di cucirsi addosso il ruolo di eterno perdente, questo gli consente – per usare un modo di dire proverbiale – di “fare lo scemo per non pagare il dazio”.
Si veda la “non vittoria” alle ultime elezioni politiche. Onestamente, è difficile immaginare cosa la sinistra potesse aspettarsi di più di questa “non vittoria”, poiché la maggioranza dell’opinione pubblica non è di sinistra. C’è stata l’immensa, quasi geniale, furbizia del M5S, dei grillini e del loro carismatico leader ex comico, che sono riusciti a portare a sinistra una protesta che voleva essere dichiaratamente anti-sistema ed esprimeva l’insoddisfazione soprattutto del ceto medio.
Beppe Grillo del resto l’ha detto chiaramente più volte: se il Movimento 5 stelle esiste, è per catturare e portare a sinistra un malessere e una protesta che altrimenti potrebbero andare in direzioni “populiste” e “anti-europee” (avverse cioè a QUESTA Europa dei plutocrati che stanno riducendo i popoli europei alla fame), “di destra” sul modello dell’ellenica Alba Dorata. Ma se la gente le cose tanto meno le capisce, quanto più chiaramente le si spiegano, questo non lo si può imputare interamente a Grillo.
Da queste elezioni il PD è uscito il primo partito, con una netta maggioranza alla Camera (effetto dei meccanismi intricati della legge elettorale, il tanto contestato “porcellum”, che si capisce bene perché non si sognino minimamente di riformare, con il bonus ulteriore di avere, grazie a Grillo e all’artificioso M5S, due terzi complessivi del parlamento schierati “a sinistra”, cosa finora per l’Italia del tutto inedita.
Occorre tenere presente che finora tutte le volte che con l’aiuto dei “poteri forti” la sinistra è riuscita a ritagliarsi una maggioranza parlamentare, questo non è mai corrisposto a un reale mutamento dell’opinione pubblica, ma è avvenuto con escamotage al limite del colpo di stato, come dopo la fine del primo governo Berlusconi, quando una fetta di Forza Italia guidata da Lamberto Dini che ne ebbe come premio la presidenza del Consiglio, denominatasi “Rinnovamento italiano” transitò armi e bagagli nel centrosinistra, o quando nel 2006 una formazione aggregata al centrodestra passò al centrosinistra alla vigilia delle elezioni, dando a Romano Prodi una risicatissima maggioranza. Ora le cose sono cambiate e gli Italiani hanno fatto un altro passo verso il suicidio, grazie a Grillo.
Che aria tira, in realtà non occorreva essere dei geni dell’analisi politica per capirlo subito: il PD si è aggiudicato al primo colpo le presidenze delle Camere (compreso il senato con l’aiuto dei grillini) e alle elezioni presidenziali si è subito visto che dei possibili candidati non di sinistra di cui si è osato appena bisbigliare il nome (Gianni Letta, ad esempio) nessuno aveva la minima chance.
Apparentemente, la candidatura di Romano Prodi al Colle, finita come sappiamo, per Bersani è stata un clamoroso autogol, e lui stesso non ha fatto nulla per attenuare quest’impressione, l’ha anzi accentuata con dichiarazioni drammatiche:
“Uno su quattro (dei grandi elettori del PD) è un traditore”. Certo, il nostro livello etico è peggiorato, visto che duemila anni fa era un traditore uno su dodici.
E’ invece verosimile che questa candidatura sia stata da parte di Bersani una mossa estremamente abile, un vero match ball. Il segretario del PD non poteva non sapere che quella di Prodi era una candidatura impresentabile anche agli occhi del suo stesso partito: Romano Prodi è l’uomo che ha sfasciato l’IRI e svenduto le aziende di stato a Carlo De Benedetti, l’uomo legato alla Goldmann Sachs che ha pilotato la transizione dalla lira all’euro nella maniera peggiore per l’economia italiana, che dal 2006 al 2008 è stato alla guida del governo più incapace, paralitico e immobile della storia, fino a quando la maggioranza che lo sosteneva non è implosa, permettendoci così di anticipare di due anni quella crisi economica che nel resto del mondo è arrivata con lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime negli USA, e nella quale ci stiamo ancora dibattendo.
Il fatto è che dopo quella per il Colle riprende la partita momentaneamente sospesa per palazzo Chigi. Il sollievo per la mancata elezione di Prodi e il fatto che i mass-media ne attribuiscano a Berlusconi il merito (lavorando, ovviamente, sulla vanità dell’uomo, incapace di rendersi conto di essere ormai tagliato fuori dai giochi VERI) dovrebbero indurre il PDL a sostenere un governo incentrato sul PD scambiandolo per quel governo “di larghe intese” di cui vanno delirando dall’inizio della legislatura.
Forse si arriverà a concedere al PDL qualche sottosegretario o un paio di ministri, in questo caso potranno condividere con Berlusconi la responsabilità dei disastri a venire per gli Italiani, o magari attribuirli all’influenza di quest’ultimo, anche se è un gioco pericoloso: le “larghe intese” potrebbero dare ai cittadini l’impressione di vedere tutta “la casta”  schierata contro Grillo con ovvi benefici elettorali per quest’ultimo, ma un governo di “non larghe” intese potrebbe evitare un inconveniente del genere e “pescare” nel PDL quella decina o dozzina di voti che mancano al PD per avere la maggioranza anche al senato.
Sicuramente la mancata elezione di Prodi ha portato un po’ di scompiglio all’interno del PD, e Bersani dovrà almeno per il momento passare la mano, ma non è  un’eventualità a cui la dirigenza del PD non fosse preparata: si veda il sibillino incontro Monti – Renzi avvenuto ancora prima che Napolitano avviasse le prime consultazioni, che ha dato tutta l’impressione di un passaggio di consegne. Se Renzi, come è verosimile, succederà a Bersani alla guida del PD, sarà anche il successore di Monti a palazzo Chigi.
I giochi, come si vede, sono ampiamente fatti. Ricordiamo che il governo Monti, tuttora in carica anche se dimissionario da novembre, è a tutti gli effetti un “governo del presidente” voluto da Napolitano in ottemperanza ai diktat “europei” e che, se dopo un anno di disastri e macelleria sociale, il PDL ha deciso di dissociarsi, il PD gli ha testimoniato la propria lealtà fino all’ultimo minuto. L’avversario da battere, in Italia come altrove, è “il populismo” cioè la tendenza “anti-europeista” che si manifesta in coloro che non vogliono che i popoli europei siano spogliati di tutti i loro averi dagli usurai di Bruxelles.
Da dove viene questa alleanza fra il capitalismo usuraio e una sinistra che ha del tutto tradito le sue origini operaie e le classi lavoratrici, non è difficile da capire, l’ho spiegato più volte e ora non ci torniamo se non molto rapidamente: in parte si tratta di una coincidenza di status sociale: i lavoratori ci sono sempre, ma chi comanda non sono loro, ma gli apparatcik di partito, quelli che  hanno fatto il ’68, quasi tutti di estrazione alto-borghese che oggi si guardano bene dal mandare i figli alla scuola pubblica ma li mandano dalle suore o nei collegi svizzeri, che hanno studiato all’estero e sono più a loro agio con l’inglese che con l’italiano (un nome per tutti: Laura Boldrini), i professori bocconiani, gli intellettuali anticonformisti tutti uguali fatti con lo stampino, svezzati a “Espresso” e “Repubblica” (proprietà De Benedetti, toh guarda!), sono LE STESSE PERSONE o vengono dallo stesso ambiente umano (si fa per dire!) dell’alta borghesia finanziaria.
E non è difficile nemmeno capire i motivi per cui quella parte della sinistra che non è di questo tipo di estrazione, nutra un’attrazione suicida per un’ideologia che oggi è un’arma rivolta contro il nostro popolo, i motivi del mondialismo, delle ideologie universaliste presunte umanitarie che preludono all’estinzione degli europei nativi partendo dal mito illuminista del “citoyen du monde”, i motivi di chi crede di essere originale ripetendo l’aria fritta e rifritta di tutti gli utopisti.
I presidenti delle due Camere, la riconferma del capo dello Stato, probabilmente la guida del governo, a livello amministrativo il centrodestra messo al tappeto dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia, sono questi i risultati che la sinistra ha ottenuto PARENDO sconfitta, grazie all’apporto di Beppe Grillo e dei suoi “compagni di rincalzo”.
Un buon colpo o una serie di buoni colpi messi a segno con una furbizia che contrasta con il dilettantismo del centrodestra e con l’abnorme e grottesca autostima del suo leader.
Un altro passo avanti dell’Italia verso il baratro.        
Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Attualità, Democrazia, Interni, Politica, sinistra

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 Aprile 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Lascia un commento

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli