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Le Avanguardie rivoluzionarie

Le Avanguardie rivoluzionarie


di Mario M. Merlino
 

In una vecchia fotografia, ritagliata dal quotidiano Il Tempo, nell’aprile del 1969, consunta dagli anni, si vedono quattro giovani seduti, due in alto e due in basso, sui banchi degli imputati. Processo per direttissima, accusa di adunata sediziosa e resistenza a pubblico ufficiale. Cinque giorni a Regina Coeli per i due maggiorenni; per gli altri due nel carcere minorile, sempre cinque giorni. Il motivo o pretesto per il corteo e gli inevitabili scontri con le guardie a via Arenula, davanti al Ministero di Grazia e (in)Giustizia, ponte Garibaldi, per le vie di Trastevere. In Sicilia, ad Avola, durante una manifestazione di protesta, la polizia aveva sparato e ucciso due contadini. Condanna a due mesi con la condizionale.

Fra i quattro spicca Paolo Ceriani Sebregondi, di nobile casato, condannato anni dopo all’ergastolo per l’uccisione di Carmine De Rosa, carabiniere e successivamente capo servizio sorveglianza della FIAT di Cassino. Poi il 10 novembre, alle ore 8,45, a Patrica, nel cuore della Ciociaria, mentre transita con la sua 128 Fiat, le Formazioni Comuniste Combattenti tendono un agguato al procuratore della Repubblica del tribunale di Frosinone Fedele Calvosa, all’autista e all’agente di scorta. Sull’asfalto si contano 21 bossoli. Cade, anche lui colpito a morte, uno del commando, si direbbe oggi, da ‘fuoco amico’. Giorni dopo viene arrestato, il Sebregondi in qualità di complice. Altra condanna. La fuga dal carcere di Parma, con la più classica delle evasioni, un lenzuolo annodato e i complici in strada con il motore acceso, l’Africa, l’esilio dorato di Parigi, dove ha qualcosa da  insegnare agli studenti della Sorbona, infine l’arresto internazionale nel 1987 e, credo, relativa estradizione.
La mattina del 1 marzo 1968 Adriano Romualdi venne sulle scalinate di piazza di Spagna, coerente all’assunto dell’intellettuale militante, per dissuaderci a partecipare al corteo per riprenderci la facoltà d’Architettura, occupare l’università, essere parte della contestazione giovanile ecc.ecc…, pur consapevole che oramai s’era deciso con o senza di lui. Non che egli fosse contrario ad una rivolta contro l’esistente, anzi, ma riteneva che, nello specifico, gli studenti fossero ‘i pulcini usciti dall’uovo marcio della borghesia’. Con altri accenti, dopo Valle Giulia, si esprimerà Pierpaolo Pasolini, ma medesimo è il dispregio verso quella gioventù che ancora indossa giacca e cravatta: ‘Avete facce di figli di papà./ Buona razza non mente./ Avete lo stesso occhio cattivo./ Siete paurosi, incerti, disperati/ (benissimo) ma sapete anche come essere/ prepotenti, ricattatori e sicuri:/ prerogative piccolo borghesi, amici./ Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti,/ io simpatizzavo con i poliziotti!/ Perché i poliziotti sono figli di poveri…’.
Erano in errore entrambi perché, in attesa di una rivolta di Destra (la scriveva con la maiuscola proprio per non confonderla con il mondo della borghesia cialtrona e vile), Adriano correva il rischio di confondere se stesso, le sue analisi, il rigore morale con  gli attivisti che il 16 marzo del ’68 accorsero alla Sapienza, richiamati dal MSI con la falsa motivazione di sostenerci nell’occupazione di Giurisprudenza e, di fatto, per essere ancora una volta lo strumento di sostegno per ogni reazione paternalistica mediocre conservatorismo ipocrita perbenismo. E Pasolini perché le rivoluzioni, anche quelle compiute in nome della plebe e del proletariato, richiedono delle avanguardie in cui la coscienza culturale è l’humus da cui ricavare il senso della propria missione. E, certo e però, esprimevano quei timori che si sarebbero concretizzati con l’esplodere del terrorismo delle sue implicanze derivazioni conseguenze, tragiche e terribili, tali da ficcare in un imbuto di perversione ideali speranze nobili battaglie…
Fra i quattro sul banco degli imputati, il più bello, con gli occhiali scuri i capelli mossi senza baffi e barba (per un pacchetto di sigarette lo scopino del carcere mi ha rasato per evitare d’essere riconosciuto da due poliziotti bastonati con l’asse di recinzione lavori in corso. Precauzione totalmente disattesa perché entrambi: ‘E’ lui anche se si è tagliato barba e baffi’). Lascio al lettore chi sia quel giovane d’allora, destinato ai clamori della cronaca e ai fasti della cultura…. E lascio al lettore trarne, ammesso che vi sia, una morale…
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Categorie: Adriano Romualdi, Avanguardia, Merlino, Pasolini

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 17 Aprile 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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