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Political Correctness

Political Correctness


di Fabio Calabrese

E’ come una miniera: più si scava, più gemme si portano alla luce. Il miglior modo per comprendere cosa sta alla base della mentalità degli statunitensi, di coloro che oggi rappresentano dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica l’unica superpotenza di questo pianeta, è analizzare i “messaggi” del sistema mediatico, considerando inoltre il fatto che esso costituisce il principale veicolo per cancellare le differenze culturali e americanizzare il mondo intero.
Dopo tre articoli dedicati ad analizzare quel che il sistema mediatico ci rivela della mentalità americana sul piano del costume (la serie dei “Lugubri pagliacci”) è forse il caso di dire qualcosa sul terreno più propriamente e strettamente politico.

Un concetto elementare della psicologia ci spiega che ciò che è familiare, abituale, ciò che abbiamo sempre sotto gli occhi, viene per ciò stesso percepito come naturale. Della politica americana abbiamo costantemente sotto gli occhi la rappresentazione mediatica, al punto da sentircene direttamente coinvolti. Anni fa gli Europei si dividevano in pro o contro George W. Bush; oggi soprattutto gli intellettuali, talmente anticonformisti da essere indistinguibili l’uno dall’altro, da sembrare fatti a stampo, sono sostenitori sfegatati di Obama, con un consenso che difficilmente il “presidente nero” trova in casa propria. Peccato che non sia stato concesso loro il diritto di votare negli USA!
Se non fosse per questo, se avessimo la capacità di considerare queste cose con un minimo di distacco, probabilmente ci renderemmo conto che quella che negli USA passa per governo della cosa pubblica, per politica, E’ UNA FOLLIA DELIRANTE. Non è che la nostra sia molto migliore: nessuno che abbia un minimo di realismo si aspetta che i cosiddetti rappresentanti del popolo siano lì per fare altro che I PROPRI interessi, alla faccia dei fessi che hanno perso tempo e si sono scomodati per andare a votarli, ma almeno questo squallido mercato delle vacche è basato su motivazioni realistiche anche da parte degli elettori che continuano a subire soprattutto perché non vedono alternative.
Quello che domina negli Stati Uniti è invece IL DELIRIO PURO, o meglio la rappresentazione mediatica che ha totalmente sostituito la percezione della realtà.
Basta pensare a una circostanza: l’opinione pubblica statunitense è divisa più o meno a metà fra democratici e repubblicani, con occasionali fluttuazioni a favore ora dell’uno ora dell’altro dei due gruppi. Bene, quel 50% all’incirca degli elettori che votano repubblicano, perseguono con ammirevole masochismo gli interessi di quel ceto alto-borghese la cui consistenza sarà forse l’1% della popolazione, ma probabilmente anche meno e che “The Greath Old Party” tutela con una sfacciataggine che nessuna destra europea si potrebbe permettere.
Se passiamo nel campo democratico, non è che la musica cambi di molto: i democratici sono la sinistra negli USA, ma una sinistra corrispondente al segmento meno socialeche si possa concepire fra le sinistre europee, quello radical o radical-chic, i cui cavalli di battaglia sono i temi che da noi talvolta con un eccesso di generosità sono definiti etici: legislazione quanto più permissiva possibile in campo sessuale, legalizzazione dell’aborto, accettazione degli omosessuali, matrimonio gay. I temi sociali sembrano proprio non esistere, eppure dal 2008 è in corso negli Stati Uniti una crisi economica galoppante, e anche quella che l’Europa sta attraversando è una conseguenza di quella americana, ma questo – oltre Atlantico – sembra non interessi nemmeno a coloro che vedono il loro posto di lavoro a rischio e il loro potere d’acquisto ridursi ogni giorno di più.
Non parliamo della politica estera dove, tra democratici e repubblicani non esiste, non è mai esistita alcuna differenza, una politica estera che, soprattutto dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, sembra avere un unico leitmotiv: proteggere Israele, impedire alla comunità internazionale di esprimere giustificate proteste per le sopraffazioni dell’entità sionista contro il popolo palestinese, imbarcarsi nelle imprese più assurde e dispendiose per sventare possibili minacce all’entità sionista stessa, come sono state le occupazioni dell’Irak e dell’Afghanistan, trattare a ogni modo il mostriciattolo ebraico come se fosse chissà quale gioiello prezioso, al punto che se un americano non è disposto a prodigarsi in ogni modo a favore dell’entità sionista, si mette in dubbio la sua lealtà come suddito (scusate, volevo dire “cittadino”) statunitense.
Si chiama “Political Correctness” e la sua traduzione letterale, “correttezza politica”, rende ben poco l’idea: in pratica si tratta di una serie di paletti e interdizioni messi a ciò che “è bene” o “non è bene” dire e pensare, e funziona così bene che gli americani sono costantemente sottoposti a un lavaggio del cervello mediatico che fa loro assorbire quella che è a tutti gli effetti la propaganda di un’ideologia totalitaria, pur credendo – illudendosi – di essere liberi di pensare ciò che vogliono. Non solo, ma grazie al sistema mediatico, questa ideologia totalitaria, la “political Correctness” oggi tracima a livello planetario. Nella storia umana, finora non è mai successo che così grandi masse umane siano state inquadrate e plagiate sotto il segno totalitario di un’unica ideologia, e tutto questo sotto la maschera fasulla della “democrazia” e della “libertà”. Credo che strappare questa maschera e mostrare cosa c’è sotto, sia d’importanza vitale.
Cominciamo di nuovo con l’osservare il sistema mediatico, ed è incredibile quanti messaggi certamente non innocenti, certamente non neutrali passino sotto l’alibi dell’intrattenimento. 
Un genere che qualcuno prevedeva sarebbe stato in serie difficoltà o sarebbe divenuto obsoleto dopo la caduta dell’Unione Sovietica, è il genere spionistico; invece, almeno nei telefilm e nelle serie televisive continua alla grande, semplicemente sostituendo Al Qaeda al KGB come avversario dei “bravi” ed “eroici” agenti americani. A tutti gli effetti, è peggio che ridicolo, perché l’opposizione agli Stati Uniti nei Paesi islamici, che sono Paesi poveri e culturalmente arretrati non ha certo dalla sua gli strumenti, le raffinate tecniche d’infiltrazione, di “intelligence”, di manipolazione, le conoscenze un tempo appannaggio del KGB e della STASI tedesco-orientale che erano effettivamente i migliori servizi segreti del mondo, che hanno spesso imposto alla CIA tremende figuracce.
Verrebbe da pensare a un semplice artificio narrativo per consentire la sopravvivenza di un genere diventato nei fatti anacronistico, ma se così fosse, non si capirebbe perché non compaiano ogni tanto ambientazioni di fantasia, futuristiche o basate su di un passato storico che in effetti è molto più recente della seconda guerra mondiale, ma ci debba essere questa persistente ossessione islamica che fa pensare all’elefante terrorizzato dai topi.
La realtà è semplice: il potere USA HA BISOGNO di questa ossessione, della convinzione che “l’Occidente giudeo-cristiano” sia assediato da nemici terribili, sia per plagiare la propria opinione pubblica interna, sia per tenere legati a sé “amici” e “alleati” che, in una condizione storica radicalmente mutata rispetto ai tempi della Guerra Fredda, devono rendersi conto il meno possibile di essere solo vassalli e servi.
Un elemento che almeno sul piano interno favorisce ottimamente tutto ciò, è che l’americano medio è totalmente ignorante circa il mondo che esiste fuori dai confini USA. Una recente ricerca ha dimostrato che ad esempio l’80% degli yankee è incapace di individuare la Francia su una carta geografica.
Piccolo particolare su quale ci si guarda bene dal fare chiarezza: CHE COSA E’ Al Qaeda? Al Qaeda è un’organizzazione che è stata creata dalla CIA per raccogliere volontari nel mondo islamico da mandare a combattere in Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica, una specie di legione straniera dell’islam sotto l’egida della CIA che ha avuto il suo momento di splendore nei conflitti della ex Jugoslavia come strumento della canagliesca aggressione NATO-islam contro la Serbia, poi tra il fantoccio mezzalunato e il suo puparo a stelle e strisce deve essere sorto qualche dissapore e (non si butta via niente), è stato usato per coprire l’auto-attentato dell’11 settembre 2001.  
Nella politica americana le operazioni di “false flag”, cioè condotte sotto una falsa bandiera per farne ricadere la responsabilità su altri, sono prassi ricorrente, e nemmeno sacrificare disinvoltamente la vita dei propri cittadini per ricavarne un vantaggio politico, è estraneo alle tradizioni yankee. Per tutti, basta ricordare Pearl Harbor, quando i comandi USA, perfettamente al corrente dell’imminente attacco giapponese, misero in salvo le portaerei necessarie per lo svolgimento del conflitto, lasciarono le obsolete corazzate a fare da bersaglio: quelle navi erano molto più utili sotto che sopra il mare, e quegli uomini molto più utili morti che vivi, per creare nell’opinione pubblica l’ondata d’indignazione che serviva all’amministrazione Roosevelt.
Dire che l’attentato del World Trade Center presenta una serie di stranezze inspiegabili se la dinamica degli eventi è quella raccontata dalla versione ufficiale, è un eufemismo. Per prima cosa, in un Paese dove c’è l’altissima sorveglianza dello spazio aereo che c’è negli USA è inconcepibile che quattro aerei di linea siano dirottati e che per ore nessuno si preoccupi di intercettarli. Poi osservate bene i filmati del crollo delle Twin Towers: tranne che per i piani più alti, non sembra proprio dovuto all’impatto degli aerei: le torri cadono IN VERTICALE. Sarebbe stato normale che le esplosioni si allargassero a imbuto, invece le torri cadono verticalmente, un piano dopo l’altro, un piano sull’altro fino a quando le rovine si ripiegano su di un’area non molto maggiore da quella occupata dagli edifici integri, ESATTAMENTE COME AVVIENE NELLE DEMOLIZIONI PER MEZZO DI ESPLOSIONI CONTROLLATE. Nei resti del World Trade Center sono state trovate tracce di termite, un esplosivo usato per demolizioni e che sicuramente non si trovava a bordo degli aerei.
Il giornalista Maurizio Blondet ha raccolto questi altri elementi in un libro, “Auto-attentato in USA” che è riuscito a vedere la luce solo sotto forma di file che è riuscito a girare un po’ in internet superando gravi blocchi censori, e che in compenso gli è costato la perdita del posto di lavoro a “L’Avvenire”. Ora, teniamolo sempre presente e ricordiamocelo anche a proposito dei revisionisti dell’Olocausto: non si censurano e si perseguitano le farneticazioni, ma le verità scomode.
Come l’amministrazione Roosevelt ebbe bisogno di Pearl Harbor, così quella Bush Jr. ha avuto bisogno dell’11 settembre per ricreare la psicosi dello stato d’assedio messa in crisi dalla scomparsa dell’Unione Sovietica.
La psicosi dello stato d’assedio è forse il tratto che accomuna di più yankee e sionisti. E’ noto che durante il loro secondo “bar mizvah” rappresentato dal pellegrinaggio nei luoghi del cosiddetto olocausto, ai giovani israeliani viene impedito in ogni modo di avere contatti di qualsiasi genere con le popolazioni locali. I loro accompagnatori lo ritengono diseducativo e potenzialmente in grado di mettere in crisi la convinzione loro sapientemente instillata di essere odiati da tutto il mondo, e dell’assoluta necessità che uno stato che ha all’incirca le dimensioni della regione Piemonte disponga del quarto esercito e della seconda forza nucleare su scala planetaria.
Si ascolti bene ciò che i personaggi dei media americani, e sempre tenendo presente che si tratta di concezioni elaborate anche (e forse soprattutto) ai fini dell’esportazione, ripetono con impressionante monotonia su queste due tematiche, l’11 settembre e l’olocausto: chi osa avanzare dubbi sulle versioni ufficiali di questi eventi, è necessariamente o un pazzo o un criminale. Che si possa magari dissentire in buona fede, non è un’ipotesi che possa essere nemmeno lontanamente presa in considerazione, certe opinioni sono GIA’ DI PER SE’ aberranti e criminali. Demonizzazione, criminalizzazione, psichiatrizzazione del dissenso; almeno in linea di principio è esattamente quel che accadeva nell’Unione Sovietica di Breznev, dove per i dissidenti c’era il manicomio criminale.
Che la democrazia sia, non solo negli USA, giunta alla negazione di tre secoli di tradizione liberale-libertaria, potrebbe anche non sconvolgerci troppo finché non pensiamo che insieme ad essa sono di fatto negati e cancellati due millenni e mezzo di pensiero dialettico europeo, da Platone in poi.
Noi vediamo che il “libero pensiero” made in USA, la democrazia che costoro cercano di esportare in tutto il mondo, è un imbuto sempre più stretto, dove non è consentito dubitare del diritto degli yankee a dominare il pianeta in conseguenza della vittoria nella seconda guerra mondiale, né delle minacce che assediano “l’Occidente giudeo-cristiano” nel quale siamo forzatamente arruolati, né della bontà del progetto teso a distruggere popoli, etnie e culture trasformando tutto in un’informe pappa multietnica, meticcia, dallo stile di vita americanizzato.
Questo è un altro aspetto della “political Correctness” su cui occorre soffermarsi. Che ciascuno vada trattato in base al suo comportamento e non in base alle sue origini o appartenenza etnica, su questo possiamo anche convenire (salvo il fatto, che si cerca in tutti i modi di negare, ma rimane chiaro come la luce del sole, che l’appartenenza etnica e razziale di ciascuno è un buon strumento predittivo del suo livello intellettivo e dei suoi comportamenti, uno strumento di cui ci si  impone in tutti i modi di privarci), ma passare da questo alla conclusione che l’appartenenza etnica, razziale, culturale di ciascuno non abbia alcuna importanza, e che sarebbe magari auspicabile arrivare a una società multietnica e imbastardita su scala mondiale, ce ne corre parecchio.
A prescindere da quanto ciò sia artificioso, tuttavia non sfugge il fatto che “la regola” ha interessanti eccezioni, vi sono dei gruppi automaticamente esclusi dalla dottrina della political correctness, e il primo che tocca segnalare ci riguarda molto da vicino: gli Italiani.
Tanto per fare un esempio, non molti anni fa, le indignate proteste della comunità italo-americana contro un serial televisivo, “I Soprano” che ha rimesso in circolo i peggiori stereotipi sull’italiano mafioso e mandolinaro, sono cadute letteralmente nel vuoto.
Una volta tanto, però, sospetto che la colpa non sia degli yankee ma nostra.
Nel XIX secolo gli Italiani godevano all’estero di una generale stima e apprezzamento, la nostra lotta per recuperare dopo un lungo arco di secoli la libertà e dignità nazionali, godeva quasi universalmente di rispetto e simpatia. Il prestigio dell’Italia nel mondo ha raggiunto il suo massimo nel ventennio fra le due guerre  mondiali, sotto il regime fascista. Tutto ciò è crollato in una volta sola, verticalmente, miseramente con il voltafaccia dell’8 settembre 1943; una macchia incancellata sul nostro onore di nazione che ci ha fatti diventare uno zimbello planetario.
Quello che ne è seguito, la cosiddetta resistenza, vera e propria gara di slealtà per saltare quanto più in fretta possibile sul carro del vincitore, credo che non abbia mai realmente ingannato nessuno. Ancora oggi, noi abbiamo la classe politica più corrotta d’Europa, e non c’è da stupirsene: sono i figli di quel tradimento. Ancora oggi noi celebriamo ogni anno il 25 aprile, la sconfitta nella seconda guerra mondiale, come se si fosse trattato di chissà che vittoria. E’ abbastanza ovvio che sia così, perché da ciò, dalla sedicente resistenza la classe politica più screditata d’Europa trae la sua sempre meno credibile legittimità, ma immaginate quanto questo sia all’estero causa ricorrente di compatimento, di derisione, di disprezzo.
Altre eccezioni sono rappresentate da popoli infinitamente meno responsabili (una responsabilità del resto che, dipendendo da eventi accaduti prima della nostra nascita, non ci tocca sul piano personale, e dalla quale potremmo liberarci una volta per tutte BUTTANDO NEL CESSO l’antifascismo). In cima alla lista, i superstiti dello sfortunato popolo amerindio, nativo americano che gli yankee hanno quasi completamente sterminato e soppiantato, con un genocidio del quale si parla molto poco, ma che per ampiezza, crudeltà, sistematicità, non fu per nulla inferiore al cosiddetto olocausto che pare invece tutto il mondo debba continuare a espiare per l’eternità. Ancora oggi i nativi americani sono gli ultimi, i più sfavoriti, i più discriminati, i più penalizzati nell’accesso ai servizi essenziali, all’istruzione, alla sanità, pare quasi che gli yankee vogliano rimuovere il senso di colpa nei loro confronti rimuovendoli definitivamente dall’esistenza.
Un altro popolo che non ha – ovviamente – il diritto di esistere, sono gli Arabi palestinesi, una presenza “ingombrante” che all’ “amica” entità sionista è concesso il diritto di rimuovere con una sorta di genocidio al rallentatore di cui ogni tanto anche le amministrazioni americane fanno finta di scandalizzarsi, salvo tornare alla prima occasione a proclamare il legame indissolubile tra USA e Israele, e questo dimostra che i diritti umani  per costoro sono solo un pretesto che fa comodo quando può essere invocato per dar fastidio a qualcuno sgradito ai governi statunitensi.
La political Correctness ha anche altre conseguenze che sotto un certo punto di vista appaiono ancora più perverse. Tra le “differenze immodificabili” ci sono quelle razziali, ma ovviamente anche quelle di sesso. Se un uomo e una donna vengono alle mani, è più probabile che sia l’uomo ad avere la meglio per una semplice questione di maggiore forza fisica muscolare. Il cinema e le serie televisive americane con un malinteso senso di correttezza hanno fatto il possibile per negare questo fatto esibendo una serie di virago che sopravanzano gli uomini sul terreno della forza fisica. Si arriva all’assurdo di una serie televisiva come “Buffy” dove vediamo una fanciulla dall’aria fragile e delicata sottomettere a calci e pugni addirittura mostruose entità soprannaturali. E’ femminismo questo, e soprattutto è un buon servizio reso alle donne? Non credo proprio: non dobbiamo mai sottovalutare il potere della rappresentazione mediatica di sostituirsi alla percezione della realtà. Quando una ragazza convinta di poter tenere testa agli uomini sul piano della forza fisica va a cacciarsi in una situazione che una donna di altri tempi avrebbe attentamente evitato, e subisce uno stupro, chi la risarcisce, Buffy?
Parlando di sesso e di comportamenti sessuali, negli Stati Uniti negli ultimi decenni sono state spese cifre enormi e condotto un mucchio impressionante di ricerche allo scopo di trovare cause genetiche o comunque congenite all’omosessualità. Fatica sprecata, se esistesse un gene dell’omosessualità, per i suoi effetti negativi sulla riproduzione, la selezione naturale l’avrebbe eliminato da un pezzo. A cosa si deve questo costoso accanimento? Al fatto che se fosse possibile provare una base genetica per l’omosessualità, essa rientrerebbe fra le differenze immodificabili come l’appartenenza a un sesso o a una razza, e secondo la dottrina della political correctness dovrebbe quindi essere accettata come un comportamento normale. E’ proprio ciò a cui si vuole arrivare, sebbene finora da ricerche scientifiche serie non sia emerso nulla che vada in questa direzione.
Le poche ricerche scientifiche serie sull’argomento mostrano che non è possibile identificare cause di tipo genetico né congenito né ormonale, ma è piuttosto a un’anomalia degli input educativi precoci che bisogna guardare, quando un bambino non trova un genitore del proprio sesso, o una figura di riferimento analoga, in grado di offrire un modello identificativo valido, e una circostanza di questo tipo è destinata a diventare sempre più frequente, da un lato e dall’altro dell’Atlantico in società che stanno crescendo generazioni di “fatherless”, di ragazzi senza padre.
Ciò che occorrerebbe davvero, sarebbe di ripensare seriamente i nostri modelli familiari, culturali, educativi non soltanto sotto questo riguardo. E tenere ben presente che la “Political Correctness”, come tutto ciò che ci arriva da oltre l’oceano Atlantico, non è altro che veleno.       
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Categorie: America, Democrazia, Usa

Pubblicato da Fabio Calabrese il 29 Marzo 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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