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Il mio canto libero

Il mio canto libero

di Mario M. Merlino


Ne La memoria bruciata (edito nel 1998 e di cui mi diede anticipazione quando, nella primavera del ’96, venne a parlare ai miei alunni del liceo) Mario Castellacci racconta, sotto lo pseudonimo de ‘il legionario Sgraub’, con l’arte consumata, vivace ed ironica, dell’autore di tanti spettacoli del Bagaglino, come nacque la Canzone strafottente alla scuola di Orvieto per Allievi Ufficiali della G.N.R.. Più nota per il suo verso d’inizio ‘Le donne non ci vogliono più bene’, che Giorgio Bocca, santone incrollabile dell’antifascismo, forse perché come la maggior parte della sua generazione doveva farsi perdonare qualche saluto romano e alalà e passo dell’oca di troppo, ebbe a definire la più bella canzone della guerra civile. Tornare in caserma dopo aver bevuto un bicchiere di vino oltre la misura (‘Ubriacarsi a vent’anni era scritto nel copione tardo-romantico che essi recitavano, avvolti nel mantellone dell’Amor di Patria o nella mantellina dell’Amor di Femmina’) e accorgersi come le ragazze li schivassero, li guardassero sovente con ‘ostentato malgarbo’. Così, preda dell’alcool e da quella constatazione, il primo endecasillabo da battistrada…

Con una calligrafia svolazzante e a tutta pagina mi firmò la copia del libro, avendomi invitato alla prima – e, credo, unica – presentazione al Teatro Margherita, il 15 marzo del ’98, e volendomi ringraziare per il contributo (e, qui, ‘modesto’ ci sta tutto!) nel far conoscere la loro storia. Gli chiesi in cambio se mi presentava la soubrette Natalie Caldonazzo, così bionda così alta  così statuaria con delle gambe che invogliavano ad appoggiarvi… una scaletta per vederla negli occhi (trovai la battuta spontanea e lei mi sorrise con trentadue denti che a me, piccolo e miope, sembrarono almeno il doppio)! A raccontare del libro c’era il genetista di fama mondiale Giuseppe Sermonti, anche lui ex Guardia Repubblicana, e al termine, come d’uso, portando un breve saluto, Castellacci volle farsi circondare appunto dalla Caldonazzo e da una signora non più giovane, mi sembra fosse la costumista, per invitarci a pensare che ormai eravamo amati e che, dunque, quella storia, la sua storia, apparteneva al passato. Ricordo che mi dissi come, in fondo, non mi riguardasse  perché ero stato capace (fortunato?!) di far coabitare insieme ‘donne e mitra’ – e a scanso malevoli equivoci preciso trattasi del titolo originario del libro di Enrico de Boccard).
Premessa questa, che si disperde e finisce per divorare lo spazio che mi sono ritagliato, di mia iniziativa e senza alcuna censura o limitazione, su Ereticamente. Dopo aver discettato da impotente saputello sulle questioni, tristi e misere dell’area-post elezioni e, varrà la pena aggiungere, da lunga data, ritorno a denudarmi, privo qual sono dei freni inibitori e rigettando ogni uso del pannolone  quale pudore rossore ritrosia verginella pudica delle interiora (la coratella delle festività prossime) che, per noblesse oblige, insistiamo a chiamare ‘animo’… Donne e mitra, appunto! O, se preferite, un ragazzaccio in camicia nera…
Se a Littoria, affrontando aspetti della filosofia di Platone, ho scelto di parlare intorno al dialogo Il Simposio, una ragione ci sarà. E non scrivo per seguire il genere autobiografico, fra cui il Casanova, con il quale posso trovare soltanto una modestissima assonanza, lui ai Piombi di Venezia, da cui seppe evadere, io nel carcere di Regina Coeli, da dove uscii dietro compromesso tra il governo di Andreotti e il P.C.I. (la libertà di Valpreda barattata con il silenzio sulla base nell’isola della Maddalena con la presenza di sommergibili atomici USA). Ebbi solo, emulo pretenzioso, delle precoci occasioni in quanto la mia famiglia possedeva una villetta sulla costa romagnola dove trascorrevo i mesi estivi. Luogo noto, soprattutto fine anni ’50 e a seguire, per la calata di bionde vichinghe desiderose di sole pizza e magari un flirt senza complicazioni amorose. Così con un esiguo gruppetto di coetanei, tutti in camicia nera, ci arrangiavamo ad accontentare il loro bisogno di coccole e, al contempo, appagare le nostre ondate ormonali. Caso volle che, dall’edicola del mio amico anarchico Guglielmo e figli, trovai Viaggio al termine della notte di Céline (‘l’amore è l’infinito alla portata dei cani’). Il che non ci impedì, a vario titolo e in anni diversi, di cadere tutti nella trappola tanto coinvolgente e affascinante dell’innamoramento folle e disperato…
Adriano seguì una affascinante svedese-argentina prima nei paesi scandinavi e, successivamente, fino in Patagonia percorrendo luoghi e tappe di quell’allora sconosciuto nomade di Bruce Chatwin, che divenne intrigante lettura in anni molto più tardi. Bruno, il più serio e radicale dispregiatore dell’Italia cialtrona e democratica, s’è sposato una tedesca e vive nei pressi di Stoccarda, vendendo borse e valigie di finta pelle, mantenendo la promessa di non mettere più piede nel nostro paese. Il pasticcere (non riesco a ricordarmi il nome salvo avere memoria del laboratorio di dolci dove, in assenza dei suoi genitori, facevamo scorpacciate di vasetti di cioccolata crema e tubetti di panna montata) s’è trasferito nel Nord della Germania, mi sembra a Lubecca, e s’è fatto calvo e pingue con due figli biondo stoppa e carnagione fiordilatte. Altri, ad esempio Ennio e Giorgio, le hanno radicate da noi dai Paesi Bassi, mentre l’ultimo della covata s’è lasciato irretire dall’ondata delle slave. Ed io, io ‘con le strade brulle e rosse’ a vivere ‘nell’eminente dignità del provvisorio’ le notti di Toledo, anche qui prima di leggere l’irripetibile secondo capitolo de La ruota del tempo di Robert Brasillach. Prima e dopo le varie tappe tra Roma e la Germania fino all’appuntamento con un camionista ubriaco lungo la Ulmstrasseper poi, estremo magico incontro, nella notte del 21 dicembre 1969, celle d’isolamento… ma questa è altra storia…
Ecco – voi vi chiederete che ce ne facciamo di queste noterelle dal sapore agro-dolce nostalgiche tinte nel color rosa del romanticismo fascista e dell’innata curiosità ‘tra le gambe delle donne a cercare il segreto del mondo!’ -, beh, perché anche questo fa parte di quella generazione, la mia, che pensò sempre come si dovesse e fare la guerra e fare all’amore contro quei nostri coetanei che, vili, si accontentavano di negare ‘la festa crudele’ con cui ci si cimenta ‘a cercar la bella morte’ (e i versi conclusivi di Castellacci tornano prepotenti). E, ancora, saprete senz’altro come il mio più nobile antenato, pur consapevole della trappola a lui tesa dalla giovane Viviriana, abbia scelto di lasciarsi imprigionare per eterno amore in qualche caverna sotto le foreste di Bretagna… Allora, poeti senza versi e guerrieri senza spada abbiamo ancora una bandiera da levare al sole e un canto da gettare al vento. Con amore, sempre…
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Categorie: Merlino, Musica

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 20 Marzo 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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