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Il gioco delle maschere

Il gioco delle maschere



di Fabio Calabrese
In questo mese di febbraio dell’anno di (dis)grazia 2013 stiamo vivendo un’atmosfera davvero strana. Fateci caso: Joseph Ratzinger si dimette da papa, Mario Monti è dimissionario da presidente del Consiglio già da novembre, (ma continuerà a governare effettivamente almeno fino alla metà di marzo, fino alla convocazione del parlamento che uscirà dalle prossime elezioni), Silvio Berlusconi ha rinunciato a essere per l’ennesima volta il candidato premier del centrodestra, e anche il mandato di Giorgio Napolitano come presidente della repubblica è prossimo alla scadenza. Un bel quartetto di emeriti …
In altri tempi, una simile concomitanza avrebbe probabilmente generato insicurezza, la sensazione di un vuoto pericoloso; oggi invece non sembra turbare i sonni di nessuno. C’è nella gente la forte sensazione che questi personaggi non sono in definitiva altro che delle maschere, che il vero potere, quello che decide della nostra vita e della nostra morte sta altrove, ben celato agli occhi dei comuni mortali.

Una sensazione che io ritengo sia perfettamente corrispondente alla realtà. Che la politica italiana sia da sempre (da settant’anni) un inutile teatrino, questo va al di là di ogni ragionevole dubbio, ma oggi questo è ancora più vero che nel passato. Con il trattato di Lisbona i nostri politici hanno svenduto senza dircelo quel po’ che rimaneva della nostra sovranità nazionale (mente la Germania, per esempio, si riserva di applicare le decisioni della UE solo dopo che hanno passato il vaglio della Corte Costituzionale tedesca). E’ stata la UE a “commissariare” l’Italia imponendoci il governo Monti che nessuno di noi ha eletto, ed è per conto della UE che questo governo ha applicato una politica di durissima esazione fiscale che ha mandato in recessione la nostra economia.
CHIUNQUE uscirà vincitore dal prossimo confronto elettorale non potrà fare altro che proseguire la stessa politica, il che rende in ultima analisi questo parlamento (quasi mille persone fra deputati e senatori, per non parlare di tutti i faccendieri e portaborse, galoppini assortiti che ruotano intorno a ciascuno di loro) null’altro che un ingannevole e costosissimo orpello. Se poi andiamo a cercare di capire che cos’è questa Unione Europea che ha avocato nelle sue mani il nostro destino, scopriamo un gioco di scatole cinesi: la UE è formata da una serie di istituzioni nessuna delle quali ha una consistenza e un potere effettivi TRANNE la BCE, la Banca Centrale Europea che controlla l’emissione monetaria, e attraverso essa ha nelle mani l’economia e quindi anche il destino politico dei Paesi membri, ma la BCE a sua volta, attraverso un gioco di partecipazioni incrociate con le varie Banche Centrali nazionali, tanto per rendere la cosa il meno trasparente possibile, è un’istituzione controllata dal grande capitale finanziario privato. NELLE MANI DI CHI questi politici meritevoli semplicemente di essere fucilati alla schiena come si conviene ai traditori, hanno consegnato il nostro destino?
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica e la situazione creata dall’inedita abdicazione del pontefice e i motivi che possono averla ispirata, occorre fare un discorso a parte, e vedremo di farlo.
Figure mediatiche, maschere appunto, e questo periodo carnevalesco è proprio adatto a parlare di maschere. I carnevali previsti per questo bizzarro febbraio erano tre: il carnevale vero e proprio (che rimane di gran lunga la manifestazione più seria), il festival di San Remo e le elezioni politiche ridotte ormai a buffonata mediatica. Il clamore mediatico sollevato dalle dimissioni di Ratzinger ne ha aggiunto a sorpresa un quarto, ma per la verità ce n’è pure un quinto che differisce dagli altri quattro perché l’elemento buffonesco in questo caso non è rappresentato dal clamore ma – paradossalmente – dal silenzio.
Come al solito, come già gli anni scorsi, infatti, il 10 febbraio, la giornata del ricordo dedicata alle vittime delle foibe è passata praticamente inosservata, non certo nei nostri ambienti, ma alla generalità del Paese soprattutto se la confrontiamo col battage mediatico, con i fuochi artificiali che hanno accompagnato come al solito il giorno della memoria del 27 gennaio. Ma che Paese siamo, ma che Paese siamo diventati se ci strappiamo i capelli e le vesti per i caduti altrui e ignoriamo quel che è stato inferto alla carne della nostra gente, le migliaia di italiani che sono stati massacrati dai comunisti slavi solo perché colpevoli di essere italiani? E non è del pari repellente l’oblio voluto, il rifiuto della solidarietà con queste vittime, il considerare “fascista” anche solo ricordarle, che la sinistra è riuscita a imporre per decenni?
Questa pratica della “damnatio memoriae” continua di fatto ancora oggi. Proprio domenica 10, facendo zapping fra i canali televisivi mi è capitato di imbattermi in Roberto Benigni, squallido giullare comunista, intento a cantare l’inno di Mameli, tanto per ricordarmi che costoro da qualche anno si sono inventati un patriottismo fasullo (senza del resto fare ammenda degli errori, delle vergogne, delle atrocità del passato) per dare fastidio alla Lega, per farci digerire a forza di sventolio di tricolori la trasformazione della nostra nazione in una società multietnica, per difendere assieme alla “costituzione più bella del mondo” che vogliono intoccabile, il regime “nato dalla resistenza” e i loro immarcescibili privilegi. Dico, c’è un limite allo schifo che è umanamente sopportabile! 
Rimanendo in tema di squallidi giullari comunisti, parliamo subito del festival di San Remo. Questa manifestazione mi ha sempre dato sui nervi. Se per una settimana all’anno la nostra vita si ferma e ruota interamente intorno a un festival canoro affetto da elefantiasi mediatica, quasi che dal successo di un cantante o dell’altro dipendesse se domani saremo o no in grado di dar da mangiare ai nostri figli, significa che siamo un popolo affetto da melomania patologica. In questo 2013, data la sovrapposizione con la campagna elettorale le cose stanno ancora peggio del solito, perché la RAI ha ingaggiato il suo staff più fazioso, quello costituito da Fazio (appunto), la Litizzetto e il comico (perché, gli altri due sono seri?) Maurizio Crozza per trasformare il palco sanremese in quello di uno sfacciato comizio di sinistra. Strano che mancassero Santoro e Travaglio.
Per la cronaca, Fazio e la Litizzetto sono fra i conduttori RAI più mega-strapagati, esempi da manuale di “comunisti al caviale” che non possono che nauseare chi abbia un minimo di sensibilità sociale. E non è possibile considerare senza indignazione il fatto che la RAI che in teoria dovrebbe essere un’azienda pubblica deputata a svolgere un servizio pubblico, ed è pagata con il canone di tutti i cittadini-spettatori , compresi quelli che non sono di sinistra, faccia una così sfacciata propaganda di parte. MEDIASET a dire il vero è molto più obiettiva, evita di fare una così massiccia propaganda a favore della parte politica di cui il suo proprietario è leader, eppure è un’azienda privata.
La RAI è un’anomalia tutta italiana: pur essendo un’azienda pubblica e non delle meno importanti o meno onerose per il cittadino, è a gestione di tipo familistico e/o di lottizzazione partitica: è noto che TUTTI quelli che vi lavorano, dal presidente all’ultimo usciere, sono lì perché raccomandati. Quando poi andiamo a vedere quali sono gli stipendi che rubano (scusate, volevo dire “che guadagnano”) dirigenti e anchormen ci spieghiamo come mai la RAI sia l’unica azienda televisiva in Europa, ma credo a livello planetario, che per sopravvivere ha bisogno sia del canone sia degli introiti pubblicitari. Che poi fra questi parassiti i “comunisti al caviale” si trovino a bizzeffe, non è certo cosa che possa sorprendere, è uno dei frutti più riusciti dell’ibridazione tra sinistra e grande capitale.
Mascheroni (Monti, Bersani, Berlusconi), maschere (Vendola, Casini, Fini, Grillo, Di Pietro, Ingroia), mascherine (Giannino, Meloni, Crosetto, Tabacci) che occhieggiano dai manifesti degli spazi elettorali in un rito ormai privo di reale significato ma dal costo crescente (e non lo pagheranno loro ma noi!). Come sempre a ogni nuova tornata elettorale si moltiplicano le liste, le listine, i grilli parlanti, le mosche cocchiere. In parte, oltre che dell’innata propensione italica a dividersi su tutto, questo è un effetto dell’attuale legge elettorale. L’attuale sistema elettorale a liste bloccate e con l’esclusione delle preferenze (“porcellum”) è nato con il lodevole intento di evitare il voto di scambio e la corruzione: il segretario nazionale di ciascun partito avrebbe dovuto scegliere e rispondere personalmente dell’onorabilità di ciascun candidato, ma ha da questo punto di vista clamorosamente fallito, perché le liste dei vari partiti continuano a essere piene zeppe di indagati per reati contro la cosa pubblica; in compenso, si è rivelato una forte spinta al frazionismo del quadro politico, perché gli esclusi o coloro che temevano di esserlo si sono fatti per tempo il proprio partitino, vuoi in concorrenza vuoi in coalizione con la casa madre.
Viene l’eretico sospetto che il sistema non sia emendabile, che il difetto sia insito proprio nella democrazia in quanto tale.
Per quanto riguarda quella che – molto approssimativamente e rozzamente – si può chiamare “l’estrema destra” anche stavolta è riuscita a dare il solito spettacolo penoso: nonostante il suo spazio elettorale esiguo, si presenta divisa in tre listine contrapposte: “La destra” di Storace, Forza Nuova e il MSI-FT, ciascuna delle quali probabilmente riuscirà a realizzare lo zero virgola qualcosa per cento.  
L’ho detto e ripetuto più volte: io credo che l’esiguità elettorale dell’ “Area” dipenda proprio dal suo frazionismo: con un sistema elettorale maggioritario e premi di maggioranza, presentarsi divisi in tre listine contrapposte (ma a volte sono state anche quattro o cinque), significa mandare all’elettore il messaggio: “Non votare per noi, il tuo voto andrà sprecato”.
Però ci possiamo consolare, grazie al Trattato di Lisbona QUALUNQUE voto dato a qualsiasi partito, andrà sprecato, non meriterà la fatica di uscire di casa e andare al seggio.
Riguardo al modo in cui le vicende della Chiesa cattolica s’intrecciano con la situazione politica, i sondaggi hanno messo in luce un fatto curioso: sembra che l’annunciata abdicazione di Benedetto XVI abbia interrotto o addirittura provocato un’inversione di tendenza rispetto a quella rimonta di consenso sul PD che il PDL aveva sin qui ottenuto grazie al notevole sforzo mediatico profuso da Berlusconi.
La cosa ci può sembrare strana: la Chiesa cattolica e lo stato italiano non sono ciascuno nel proprio ambito indipendenti e sovrani? Che la Chiesa cattolica lo sia, non c’è dubbio, che lo sia anche lo stato italiano, questo mi pare un po’ meno certo. C’è una cosa, a questo riguardo, che vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse e che non sono mai riuscito a capire: si suppone che la Chiesa cattolica per esercitare liberamente il suo magistero, abbia bisogno di una fetta di sovranità, dell’esistenza di uno Stato della Chiesa sia pure di piccole dimensioni come è il Vaticano. Ora, perché la Chiesa cattolica avrebbe questa necessità mentre tutte le altre Chiese, confessioni, religioni, sette, culti, comunità che ci sono a questo mondo ne fanno a meno? Mistero!
In che modo l’abdicazione di papa Ratzinger potrebbe aver influito sulla campagna elettorale italiana? Perché dovrebbe aver avuto effetti negativi sul PDL? Non è affatto chiaro, ma provo ad avanzare un’ipotesi: vi devono essere molte persone nell’elettorato di centrodestra che hanno una mentalità prettamente conservatrice: Dio, patria e famiglia; l’evento inedito di un papa che abdica può averle disorientate o spinte a voltare le spalle alla cosa pubblica rifugiandosi nella dimensione privata. L’errore sottinteso all’atteggiamento di tutti costoro è evidente: si può avere fede in principi che non sono soggetti al mutare delle circostanze e al trascorrere del tempo, ma non è possibile far dipendere la nostra Weltanschauung dal comportamento degli uomini: gli uomini possono deludere, rivelarsi indegni, tradire: un re e un governo possono disertare e passare al nemico in piena guerra, un leader neofascista può scoprirsi neo-centrista (democratico e antifascista) dopo aver fatto un “passaggio” nel centrodestra moderato. Perché non dovrebbe succedere che un papa possa sentirsi non all’altezza o non più all’altezza della sua carica?
In questi giorni sono stati fatti molti accostamenti fra Benedetto XVI e Celestino V l’unico altro papa che abbia abdicato, accostamenti – devo dire la verità – che mi sono sembrati ingenerosi soprattutto per la figura di Celestino. Celestino V, Pietro da Morrone, un pio eremita fu scelto come papa in un momento in cui la curia romana dilaniata da lotte intestine (che non sono una novità di oggi) non riusciva a mettersi d’accordo sul nome del pontefice. Il pover’uomo, pio e ingenuo, era un pesce fuor d’acqua nell’ambiente di maneggioni politici in cui era capitato, e il Segretario di Stato Benedetto Caetani ne approfittò per indurlo (forse costringerlo) ad abdicare, quindi, diventato a sua volta papa col nome di Bonifacio VIII, lo fece rinchiudere nel carcere in cui poco dopo morì (forse assassinato). Oltre al probabile assassinio del suo predecessore, Bonifacio VIII fece diverse altre cose degne di essere ricordate, fra cui l’intromissione nelle vicende interne del comune fiorentino che costò l’esilio a Dante Alighieri.
“Vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltà il Gran Rifiuto”. Non è certo che questa frase della Divina Commedia” si riferisca a Celestino. Celestino non era affatto un vile e in genere ghibellini e bianchi avevano stima di lui, contrapponendo la sua figura a quella del suo corrotto successore. O forse Dante, se si riferiva a lui, poiché la sua abdicazione aveva avuto come conseguenza per il poeta l’esilio, una volta tanto non era obiettivo.
E’ perfino umoristico constatare come, se l’abdicazione di Celestino è stata tacciata (ingiustamente, ritengo) di viltà, quella di Joseph-Benedetto sia ora diventata un atto di coraggio. Eppure, Ratzinger non ha certo subito le pressioni del suo predecessore, non è così estraneo all’ambiente curiale, e il suo destino non sarà certo il carcere né l’uccisione nelle tenebre di una segreta. Da quando in qua – mi domando – fuggire è diventato un atto di coraggio? Tanto più fuggire non a una minaccia, ma a doveri, responsabilità, scelte difficili?
E’ la strana inversione di ogni logica che compare quando ci si occupa di religione. E’ la stessa cosa per cui, se non credete all’esistenza del mostro di Loch Ness o dello yeti, nessuno vi taccerà di blasfemia o vi ingiungerà di portare le prove  che giustifichino la vostra non credenza, è sempre chi afferma che deve provare quello che sostiene, ma quando si tratta di Dio, tutto si capovolge. Negli altri casi, credere senza prove è ingenuità, ma quando si tratta di Dio diventa una meravigliosa virtù chiamata fede.
Ma adesso lasciamo stare le questioni teologiche e cerchiamo di rispondere a una domanda più immediata: cosa può avere indotto Benedetto XVI all’abdicazione? 
Qui, sia chiaro, navighiamo nel dominio delle ipotesi; sicuramente le motivazioni addotte non sono credibili: l’età avanzata non è un problema insormontabile se la testa è lucida e la salute è buona, e pare che quella di Ratzinger lo sia. Un indizio importante lo ha dato lui stesso parlando delle lotte intestine all’interno della Chiesa. Il mio sospetto è che abbia preferito abdicare piuttosto che prendere una decisione che era forzato a prendere.
Quale decisione? Anche questo per ora non è chiaro. Quello che sappiamo, è che concordato o no (e lo stato italiano su scala planetaria conta quanto il due di picche) la Chiesa cattolica non è più sovrana come un tempo, che il potere mondialista l’ha già costretta a una serie di compromessi sempre più pesanti che hanno lo scopo di cancellare la difficilmente controllabile specificità cattolica diluendola in un mare magnum genericamente giudeo-cristiano. Gli inchini e i salamelecchi che i papi hanno dovuto fare in sinagoga sono certamente una conseguenza, una tappa di questo processo, ma di sicuro non ci si fermerà qui, e temo che il futuro non abbia in serbo nulla di buono.
Sembra che in questi giorni alcuni imbecilli abbiano addirittura gioito per l’abdicazione del papa TEDESCO. L’antipatia per la Germania considerata responsabile della crisi che stiamo vivendo, ha rinfocolato antiche avversioni. Occorre allora ricordare prima di tutto che noi stiamo parlando non di un qualsiasi curato di campagna, ma di un alto dignitario della Chiesa cattolica, quello che ne sarà comunque fino alla fine di febbraio il suo massimo esponente, e chi arriva a questi livelli è portatore di una mentalità cristiano-cattolica al punto tale che la nazionalità diventa del tutto irrilevante.
Ma soprattutto è sbagliato attribuire alla Germania la responsabilità della crisi economica. Siamo nella posizione di pesci che si trovano prossimi al bordo di un acquario incrinato che si sta svuotando. Sarà forse comprensibile provare invidia verso i pesci che si trovano in una posizione più centrale della nostra e al momento hanno più acqua a disposizione, ma è sbagliato attribuire loro la responsabilità di ciò, e soprattutto non avere alcun pensiero, non accorgersi nemmeno di chi ha fatto crepare l’acquario e ci sta portando via tutta l’acqua. 
C’è ancora un piccolo carnevale privato che riguarda questo mese di febbraio. Se pensate che i professori bocconiani settantenni non amino mascherarsi, vi sbagliate di grosso. Per quanto gli stiano grotteschi addosso, l’ineffabile Mario Monti ha cercato di indossare i panni del capopopolo tentando di promuovere “un grande schieramento riformatore” tagliando fuori le ali, destre e sinistre.
Il trucco è quello di non dire di quali riforme questo schieramento riformatore dovrebbe farsi promotore, ma per sua sfortuna era stato anche troppo chiaro nel suo discorso alla LUISS di due anni fa, del marzo 2011, quando ancora non aveva i riflettori puntati addosso. Le crisi, aveva allora spiegato, servono, vanno addirittura provocate per costringere gli stati nazionali a cedere all’Europa (cioè alla UE, cioè alla BCE, cioè ai grandi usurai internazionali) parti sempre più consistenti della propria sovranità, a cominciare dal controllo della moneta e dell’economia.
Ha tanta voglia di tagliare … le ali? Che cominci a tagliare quelle delle sue senescenti virilità!
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Categorie: Carnevale, Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 15 Febbraio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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