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Pagliacci lugubri e sanguinari

Pagliacci lugubri e sanguinari

di Fabio Calabrese

   
Dal 1991, dal crollo dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti sono rimasti l’unica superpotenza esistente su questo pianeta, non solo, ma è evidente che gli Stati Uniti da allora stanno cercando di espandere il loro dominio a livello mondiale, imponendo dappertutto una democrazia che non è in realtà altro che una forma mascherata di colonialismo.
Io credo sia essenziale capire in che mani sia questo sfortunato pianeta e l’altrettanto sfortunata umanità che lo popola, chi sono questi yankee prossimi a essere i padroni di questo mondo , e che in ogni caso si comportano come se lo fossero, mentre l’Italia e l’Europa sconfitte nella seconda guerra mondiale si trovano da settant’anni a vivere in quello che di fatto è un regime di soggezione coloniale.
Al riguardo, devo essere onesto, i contatti che ho avuto con persone statunitensi sono stati sporadici, anche se di loro mi hanno sempre colpito il cattivo gusto e l’invadenza (chissà se la tendenza che dimostra la loro politica estera a invadere le altre nazioni non sia collegata più di quanto non sembrerebbe a prima vista alla loro invadenza caratteriale), ma indipendentemente da ciò, una via per comprendere chi sono veramente costoro ci viene proprio dal fatto che noi oggi subiamo un’invasione mediatica di film e di serial televisivi di produzione americana che a un esame appena un po’ attento si rivelano estremamente istruttivi nel farci capire quale sia la loro mentalità.
Al riguardo occorre rilevare innanzi tutto che i media hanno una funzione sia speculare sia normativa nel senso che da un lato riflettono e rivelano quale sia la mentalità che soggiace alla loro creazione, dall’altro rappresentano dei modelli che influenzano il comportamento delle persone, tanto più che, in presenza di una scuola sempre meno capace di trasmettere conoscenze e di famiglie sempre più evanescenti, labili, disintegrate, provvisorie, essi sono diventati e diventano sempre più di fatto l’unica “agenzia educativa” (o diseducativa). Stiamo attenti che questa è storia americana ma finisce per valere sempre più anche per noi che siamo sottoposti alla loro massiccia influenza mediatica, e soprattutto i più giovani, che hanno personalità meno strutturate, sono sensibili (ma sarebbe meglio dire vulnerabili) a questa influenza, e si consideri anche il fatto che pure da noi sia l’istituzione scolastica sia le famiglie mostrano tutti i segni di un inarrestabile declino, un declino di cui ritengo, la deleteria influenza che ci arriva d’oltre Atlantico ha non poche responsabilità.
Basandomi su di un esame del comportamento dei personaggi mediatici dei serial televisivi, qualche tempo fa avevo redatto un articolo, “Lugubri pagliacci”, che è stato pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa. “Pagliacci” perché da questi esempi si rileva un comportamento clownesco: grottesco, infantile, esagerato, spesso e volentieri sopra le righe. L’uomo americano, a giudicare dalla sua auto-presentazione mediatica si rivela fatuo e irresponsabile, incapace di concepire il fatto che il mondo continuerà a esistere anche la settimana prossima, tendente a delegare tutte le responsabilità alla donna che è la figura dominante e la vera capofamiglia. “Lugubri”, perché l’idea che a questi fanciulloni mai cresciuti altro che negli appetiti sessuali sia, per un seguito di circostanze storiche davvero sfortunate, sostanzialmente capitato in mano il destino del mondo, è una cosa che non si può considerare senza preoccupazione. Il paragone che viene istintivo è con “It”, il mostruoso alieno inventato da Stephen King che dietro una maschera da clown cela il suo vero aspetto di raccapricciante entità simile a un ragno.
Dagli amici di “Ereticamente” ho avuto un invito ad approfondire questa tematica (e intanto vi segnalo che l’articolo, che pare abbia riscontrato un notevole interesse è stato anche ripubblicato sul sito della FNCRSI). Un invito al quale era difficile sottrarsi, visto che di aspetti da approfondire ve ne sarebbero parecchi.
Un aspetto al quale sarebbe importante almeno accennare, è quello dell’attacco alla concezione tradizionale (ma sarebbe meglio dire NATURALE, perché è inutile girarci attorno con una “political correctness” bugiarda) della famiglia e l’esaltazione dell’anormalità sessuale a tutti i livelli.
Che nei serial di cui sopra gli omosessuali siano praticamente le uniche figure di maschi presentate come positive, è una cosa quasi scontata, tra l’altro con un’enorme dose di falsificazione rispetto alla realtà, perché le coppie gay sono sempre presentate come molto affettuose e stabili, mentre sappiamo che è tipico di queste persone cambiare partner con estrema disinvoltura, e proprio questo è stato all’origine, grosso modo nel periodo fra il 1990 e il 2000 della grossa diffusione dell’epidemia di AIDS fra gli omosessuali americani.
Non c’è di mezzo solo l’omosessualità: che dire di un programma come “Little Miss America” che presenta bambine impuberi vestite e truccate come donne adulte in pose più o meno seduttive; cos’è se non uno scoperto invito alla pedofilia? E quale lezione di vita si impartisce a queste bambine e alle loro coetanee se non che solo l’aspetto esteriore è importante per farsi strada nella vita, che è importante trasformarsi precocemente in un ingranaggio della macchina consumistica?
Non parliamo di quell’altra esaltazione dell’anormalità sessuale che è “American Next Drag Queen”, dove sono giovanotti discinti in tanga e paillettes a esibire seni e natiche frutto di sapienti interventi chirurgici e trattamenti ormonali in contrasto con quelli che sarebbero dovuti essere i loro naturali attributi.
Tuttavia, questi casi che ho citato nell’articolo precedente non sono ancora il peggio. Ultimamente, una mia corrispondente mi ha citato una pratica che negli ultimi tempi sembra sia diventata alquanto diffusa negli Stati Uniti, di donne bisessuali che dopo aver divorziato dal marito e ottenuto l’affidamento dei figli, nonché essere andate a vivere con una compagna ed essersi scoperte del tutto lesbiche, hanno fatto operare i loro figli maschi per fargli cambiare sesso. Vi rendete conto di quale violenza questo significa su quelle povere creature che ne avranno verosimilmente la vita rovinata?
Rendetevi conto di una cosa: i modi di fare statunitensi condizionano sempre più anche noi, e ponetevi l’interrogativo in tutta sincerità: E’ QUESTO il mondo nel quale volete vivere?
Questo articolo, nella forma in cui l’avevo pensato inizialmente, doveva intitolarsi “Americanate”. Per americanata s’intende (o s’intendeva) qualcosa di pagliaccesco e smargiasso, tipicamente frutto del cattivo gusto e della sicumera di coloro che si ritengono i padroni del pianeta e sono convinti che tutti gli altri non desiderino altro che imitare il loro modo di vita. Ora, fateci caso: oggi il temine è praticamente caduto in desuetudine; perché americanate non se ne fanno più, o al contrario perché anche noi ci stiamo sempre più americanizzando e non riusciamo più a cogliere la perversità di certi comportamenti che finiscono per apparirci naturali?
Tuttavia, dopo la strage di Newtown, ennesima esplosione di violenza tragica e futile, è appunto sulla violenza che ho deciso di spostare “il taglio” dell’articolo. Questi yankee non sono solo “Lugubri pagliacci”, sono appunto “Pagliacci lugubri e sanguinari”.
Quello che colpisce in questo episodio che è solo l’ennesimo di una lunga serie, non è che l’autore materiale dell’assurda strage sia stato un ragazzo autistico con gravi turbe mentali, ma il fatto che la madre che il ragazzo ha ucciso prima di recarsi alla scuola dove questa lavorava e perpetrare il massacro, sebbene fosse un’insegnante, quindi si suppone una persona non del tutto sprovveduta nei rapporti con i più giovani, non si fosse minimamente preoccupata di lasciar circolare per casa come se niente fosse due armi da guerra, pur sapendo di avere un figlio mentalmente disturbato che con ogni probabilità aveva già manifestato comportamenti aggressivi. E gli M 16, viene da chiedersi, facevano per caso parte della sua didattica?
Cosa dire poi del fatto che è bastato l’annuncio della Casa Bianca di imporre restrizioni legislative alla circolazione di armi negli Stati Uniti per far scattare una corsa all’accaparramento prima che le nuove normative possano entrare in vigore (e non è detto che succederà, perché la lobby dei produttori di armi è pronta a dare battaglia – è il caso di dirlo – armata fino ai denti). Come dire, non importa se il frigo è vuoto, l’importante è che l’armeria sia ben fornita, e se si ha fame, ci si può sempre consolare sparando ai vicini. 
Io credo che non sia possibile, tenendosi alle dimensioni di un articolo, fare un’analisi della violenza che è il tratto fondamentale della società americana – basta pensare che essa è basata su uno dei più spaventosi genocidi della storia, il massacro di qualcosa come da cinque a sette milioni di nativi americani (i cosiddetti pellirosse)  – un genocidio che ha avuto un’amplissima partecipazione popolare e ancora oggi viene sentito come un’epopea invece dell’orrore che obiettivamente è, si potrebbe ricordare il comportamento davvero infame tenuto dai militari americani durante la seconda guerra mondiale, le fucilazioni di prigionieri dopo che si erano arresi, i massacri dei civili, lo stupro delle donne dei vinti. Certo, l’Armata Rossa ad esempio ha fatto le stesse cose su scala maggiore, ma i Russi erano aizzati dai commissari politici, gli yankee no, “di suo” il russo è molto meno violento dell’americano, fino ad arrivare alle sevizie ai prigionieri nei carceri di Abu Ghraib e Guantanamo, che è storia recente, di oggi, ma per tutto ciò occorrerebbero quanto meno le dimensioni di un libro se non di un’enciclopedia.
Un tratto caratteristico della mentalità americana è la capacità di travestire la violenza da moralismo, l’aveva fatto rilevare bene Massimo Cacciari in quella famosa intervista rilasciata a Maurizio Blondet che ho citato più volte:
“I Pellerossa erano radicati nel loro ethos, e l’americano vedeva nel loro ethos un sistema di non-libertà. Lo sterminio delle società sacrali, degli ethoi tradizionali, è prescritto dal liberalismo per il “bene” stesso dell’uomo”… Per sradicare il Giappone dal proprio sacro nomos, non ci volle nulla di meno che l’olocausto nucleare. Migliaia di tonnellate di bombe furono [sganciate sulle città europee durante la seconda guerra mondiale]. E il Vietnam, la guerra del Golfo, l’intervento “umanitario” in Somalia nel e in Jugoslavia nel 1999” (1).
Sarà meglio perciò restringere l’argomento attenendoci al rapporto tra violenza e mass-media, sapendo però che anche in questo caso non ci muoviamo su di un terreno vergine. I media, ci sono svariati studi psicologici e sociologici in merito, abituano a un rapporto fittizio con la realtà, ma prima ancora concorrono alla de-strutturazione della personalità, soprattutto dei più giovani. Innanzi tutto abituano a percepire le cose in modo epidermico, un susseguirsi di immagini, di rappresentazioni che si susseguono incessantemente disabituando alla riflessione, sostituita da una fruizione momentanea per passare subito a qualcosa d’altro: ragazzi che hanno assorbito la droga mediatica in dosi massicce non sono più neppure capaci di concentrarsi, di svolgere attività che richiedano un minimo di impegno intellettivo come lo studio scolastico o la lettura di un libro, si perde la capacità di considerare criticamente quanto viene proposto: ciò che “si vede” è “vero” per definizione.
La rappresentazione mediatica si sostituisce alla percezione del reale. Consumatori di “prodotti” televisivi a forti dosi tendono ad esempio a sovrastimare il numero di appartenenti alla classe alta che esistono in un qualsiasi contesto sociale, e sopravvalutano la minaccia di aggressioni fisiche, in chiara connessione sia con le ambientazioni “high class” delle soap opera, sia con la violenza che abbonda nei film e serial “d’azione”. Questo però è ancora il minimo.
In un bell’articolo dedicato al rapporto tra violenza e media, “Manipolare l’esistenza senza farsene accorgere”, la psicologa Antonella Randazzo riporta questa citazione del “Saggio sulla violenza” del sociologo Wolfgang Sofsky:
“La violenza dello schermo attrae e al contempo è assai dannosa: Nonostante il disgusto e l’avversione, lo spettatore viene catturato dalle passioni suscitate dalla violenza, che conquistano i sensi, l’udito, la vista, l’anima… Basta un solo attimo e le sue resistenze interiori crollano. La vista del sangue scatena eccitazione, estasi, entusiasmo, il desiderio di altro sangue. Lo spettatore diventa schiavo della crudeltà…è la violenza stessa che lo spettatore. Essa agisce come un veleno”. (2-3).
Serial televisivi e anche i videogiochi, questi ultimi specificamente destinati a un pubblico di minori, insegnano comportamenti violenti come l’unico modo di relazionarsi, disegnano un mondo in cui tutto è risolto con la forza bruta, non esistono mediazioni e compromessi. In più, LE CONSEGUENZE DELLA VIOLENZA NON SI VEDONO. Quello che la rappresentazione mediatica nasconde, è il sangue, il dolore, la sofferenza che l’atto violento infligge a coloro che ne sono vittime.
Per fare un esempio, riferendosi a quella mecca della droga mediatica che è Hollywood,  il kolossal bellico di Steven Spielberg “Salvate il soldato Ryan” è stato oggetto di dure critiche non per il suo messaggio buonista e falsamente umanitario nel classico stile hollywoodiano, ma per il fatto di aver presentato le ferite, le mutilazioni, i cadaveri dilaniati in conseguenza dei combattimenti in maniera realistica invece che nella solita maniera stilizzata e anestetizzata: LA GENTE NON DEVE ESSERE TROPPO CONSAPEVOLE CHE FERIRE E UCCIDERE FA MALE. Per il sistema mediatico occorre che si rimanga al livello del videogioco, dove l’avversario sconfitto cessa semplicemente di esistere o è pronto a ricomparire al livello successivo. Dobbiamo forse stupirci che mentalità infantili in cui è stata inculcata una visione distorta della realtà imbraccino una carabina mettendosi a sparare sui passanti per attirare l’attenzione quando si è fatto di tutto per impedire loro la percezione della gravità di un atto simile?
I mezzi cinematografico  e televisivo sono basati su una fondamentale asimmetria fra emittente e riceventi: “messaggi” elaborati da un numero ristretto di persone possono raggiungere una dimensione planetaria; internet è diversa: il numero degli emittenti è anch’esso tendenzialmente infinito. Di per sé, questo sarebbe un fenomeno positivo, ma quando, grazie alla connessione internet-cellulari (i-pad, smartphone e chi più ne ha più ne metta), la comunicazione diventa una rete planetaria che si sovrappone punto per punto e in tempo reale al mondo concreto, il rischio è quello che SE NON SEI NELLA RETE; NON ESISTI. Da qui tutta una serie di atteggiamenti assurdi come quello di persone che si filmano mentre compiono un reato e mettono il filmato in rete. Il quarto d’ora o il minuto di notorietà mediatico serve a giustificare e certificare retrospettivamente l’intera esistenza dell’individuo, e quale modo migliore di ottenere l’attenzione dei media se non quello di scendere in strada armato e mettersi a sparare sui disgraziati che capitano a tiro. Alla base di tanti episodi di violenza brutale come quello di Newtown, non si trovano motivazioni meno futili di quelle di attirare l’attenzione dei media, da parte di personalità infantili, s’intende, che non hanno mai acquisito il concetto che la vita umana possa avere un valore qualsiasi.
A tutto ciò va aggiunto ancora un altro elemento, l’arroganza di coloro che si considerano i padroni del mondo per investitura divina, e si ritengono dei superuomini al di sopra della restante volgare umanità.
Che la NATO, la SEATO, l’Organizzazione degli Stati Americani si presentino formalmente come alleanze fra pari, mentre sono puramente e semplicemente strumenti del dominio americano, non dovrebbe ingannare, e credo che in effetti non inganni nessuno.
Se volessimo avere una riprova del fatto che il rapporto che abbiamo con gli USA non è affatto quello di un’alleanza ma un rapporto di vassallaggio e di dominio, sarebbe fin troppo facile trovarla vedendo le vicende giudiziarie che in tempi più o meno recenti hanno coinvolto cittadini italiani e statunitensi. Sebbene esistano trattati di estradizione e riconoscimenti di giurisdizione che sono – ovviamente – pezzi di carta, non è stato possibile per la giustizia italiana avere i due piloti che – ubriachi fradici mentre erano intenti a fare pazzesche evoluzioni – tranciarono con il loro aereo i cavi della teleferica del Cermis uccidendo decine di persone, né il G-man dal grilletto facile che ha ucciso il funzionario Nicola Calipari, ma forse la vicenda più grottesca è stata quella di Amanda Knox, la giovane assassina yankee che a Perugia si è resa responsabile della morte della compagna di stanza inglese Meredith Kercher. Dopo un processo di primo grado in cui lei e il suo amichetto Raffaele Sollecito furono condannati, così come è stato condannato con sentenza definitiva l’altro bell’amico, l’ivoriano Rudy Guede che ha fatto l’errore di ricorrere al rito abbreviato, negli USA si è scatenata un’enorme pressione mediatica, si è mobilitato il Segretario di Stato Hilary Clinton (Segretario di Stato per diritto dinastico in quanto moglie di un ex presidente, ma ora tralasciamo) per arrivare a un appello-farsa dove la corte ha dovuto assolvere la giovane killer, perché i reperti di prova a carico erano – ma guarda un po’ – deteriorati e inservibili. Scarcerata, la giovane delinquente è stata accolta negli USA come un’eroina, una Giovanna D’Arco miracolosamente sfuggita al rogo.
La verità pura e semplice, che si cerca inutilmente di nascondere col dito, è che A SERVI QUALI CI CONSIDERANO; QUALI DI FATTO SIAMO, non è concesso processare i padroni. Siete filo-americani? Allora, procuratevi il collare e il guinzaglio, perché ai cani piace avere padroni, agli uomini no.
Questa supponenza, questa convinzione di essere dei superuomini che devono agire come protagonisti dei film con John Wayne, ha effetti anche sul piano interno, e alquanto grotteschi.  
Nel 2011, in occasione del decennale dell’attentato dell’11 settembre, si è ovviamente riparlato di questo evento criminoso che presenta ancora oggi parecchi lati oscuri, al punto da rendere credibile che non si sia trattato di un atto terroristico ma di un’operazione di “false flag” per spingere l’opinione pubblica americana e mondiale in una certa direzione. Ora però non ci occuperemo di questo aspetto della questione. Una delle “icone”dell’11 settembre è rappresentata da “The falling Man”, “l’uomo che cade”, l’istantanea di una delle molte persone che si gettarono (o caddero, ma è meno verosimile) dalle torri del World Trade Center per non essere avvolte dalle fiamme. In concreto, è impossibile identificare di chi si tratti; ciò nonostante, le famiglie di almeno due persone sospettate sebbene con scarsissimo fondamento di essere  “The falling Man” sono state vittime di anni di persecuzioni, boicottaggi, tormenti di vario genere almeno fino a quando non sono riuscite a cambiare città, vita e cognome.
Per quale motivo? Teniamo presente che “l’uomo che cade” ha avuto la sfortuna di essere stato fotografato e di diventare un simbolo, ma molti altri hanno fatto la stessa cosa. Quali possono essere poi le responsabilità dei suoi familiari, e ancora di più delle famiglie degli uomini la cui identificazione con “The falling Man” è tutt’altro che certa? Quale è la colpa di quest’uomo? Quella di aver fatto ciò che probabilmente chiunque altro avrebbe fatto al suo posto: quello di aver preferito una fine rapida e relativamente indolore con un salto nel vuoto a una morte atroce, lunga, dolorosissima tra le fiamme, ma così facendo ha probabilmente abbreviato la sua vita di alcuni minuti, tecnicamente ha commesso un suicidio, gettando un’ombra sull’immagine mitica dell’americano come superuomo indistruttibile.
L’incredibile vicenda di “The falling Man” e soprattutto delle famiglie degli uomini sospettati di esserlo, non è la sola del medesimo genere. Penso che tutti noi ci ricordiamo di Rambo. Prima di diventare nelle successive pellicole della serie l’ennesima versione del classico supereroe americano tutto forza muscolare e patriottismo monolitico, nella prima pellicola, John Rambo è un reduce del Vietnam (profondamente frustrato, come si scopre alla fine della narrazione) che dopo essere stato maltrattato fino alla persecuzione dagli abitanti di una cittadina, decide di sfogare contro di loro le tecniche di guerriglia apprese nel conflitto indocinese.
La pellicola, e questa è la cosa importante, prendeva le mosse da un fatto assolutamente reale e da una serie di episodi concreti: l’ostilità e le persecuzioni di cui sono stati spesso oggetto i reduci del Vietnam una volta tornati in patria. Quale ne è il motivo? Che i reduci di una sconfitta non godano della stessa simpatia di coloro che ritornano da una guerra vittoriosa, questo è comprensibile, ma perché tanta ostilità?
La ragione è semplice: perché costoro sono stati e sono le testimonianze viventi del crollo del mito dell’invincibilità americana, così come la colpa di “The falling Man” è stata ,di essersi dimostrato alla prova dei fatti un uomo di carne e sangue e non un monolitico e algido eroe.
Vi sono altri fronti sui quali gli Stati Uniti sono costretti a mantenere una presenza costosa di mezzi e vite umane, oggi più discreta che nell’era Bush, ma da cui sanno che se si ritirassero in maniera sostanziale e reale, questi si trasformerebbero in nuovi Vietnam, perché gli islamici riprenderebbero il potere appena l’ultimo marine si fosse allontanato. L’Irak e l’Afghanistan.
I piedi d’argilla del colosso americano cominciano a mostrare le prime crepe.
NOTE
1.      Maurizio Blondet: “Gli Adelphi della dissoluzione”, Ares, Milano 2000.
2.      Antonella Randazzo: “Manipolare l’esistenza senza farsene accorgere”, www.disinformazione.it, 27 dicembre 2006.
3.      Wolfgang Sofsky: “Saggio sulla violenza”, Einaudi, Torino 1998, pag. 86.
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Categorie: Imperialismo, Usa

Pubblicato da Fabio Calabrese il 21 Gennaio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Desidero semplicemente aggiungere, essendo in accordo con quanto espresso, che gli ameri-cani degli U$A hanno fatto proprio il dire di un africano americanizzato ma contestatore della loro idea di democrazia che tale mai è stata, poiché si limita a imporre, attraverso il voto pilotato, gli aguzzini eletti. Mi riferisco a Malcom Little, detto Malcom X che, ucciso dall’invidia d’altri americanizzati deviati, s’eprimeva affermando: “Chi possiede la stampa possiede il mondo, e aggiungeva, Ti faranno odiare l’oppresso e amare l’oppressore”!
    Tutto possiamo anche semplkicemente ricapatilorlo nell’antico detto dei padri latini: “Summum jus summa iniuria”!
    kiriosomega

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