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Nullius in verba

Nullius in verba


di Fabio Calabrese
 Se mi capitasse di farmi un ex libris o magari, che so, uno stemma araldico o di altro tipo, qualunque cosa su cui si possa collocare un bel motto latino, penso che vi apporrei quello che considero il motto che sintetizza un po’ tutto il mio atteggiamento intellettuale: NULLIUS IN VERBA, cioè: (non giuro) sulle parole di nessuno. Il che significa essere intimamente persuaso delle ragioni che sostengono le opinioni che si professano, aver cercato di penetrarle quanto più profondamente possibile, non credere nulla solo perché ci viene affermato da un maestro che ci appare autorevole. Questo implica anche non considerare rilevante quanti siano a sostenere una determinata opinione, e non avere paura di assumere posizioni che si sanno essere anche fortemente minoritarie se si è convinti della loro giustezza.
Ora voi immaginate, un giovane che negli anni ’70 approda ai movimenti politici “di estrema destra” spinto da un generico patriottismo e anticomunismo, e qui viene a contatto con il pensiero tradizionalista di Evola e Guenon, una visione del mondo ben altrimenti articolata che sembra avere le risposte praticamente a tutto.
Ce n’era a sufficienza da rimanerne affascinati, ci sarebbe voluto parecchio tempo per accorgersi che questa Weltanschauung presenta quanto meno una grossa falla; dopo aver vagato nei meandri delle ipotesi sul “pensiero primordiale”, la tentazione di appoggiarsi infine a una “tradizione positiva” che nelle circostanze storiche nelle quali viviamo non può essere altro che quella delle religioni abramitiche.
In un suo articolo di qualche anno fa che però a me è capitato di leggere recentemente, Adolfo Morganti riferiva di un convegno su Julius Evola cui aveva partecipato scoprendo che quasi tutti i partecipanti erano – come lui – tradizionalisti cattolici ex evoliani.
Tralascio qui l’esempio che trovo particolarmente penoso di René Guenon, questo maestro del pensiero tradizionale approdato addirittura all’islam, e ancora adesso il guenonismo sembra essere una delle poche vie che hanno portato degli europei ad abbracciare la religione del Profeta.
Ribadisco una volta di più la mia convinzione, ciò che è evidente a chiunque di noi non si sia fabbricato dei robusti paraocchi ideologici: l’islam non è soltanto una religione rozza, fanatica, violenta, misogina, brutalmente anti-intellettuale, adatta a genti culturalmente deprivate, ha anche un evidente marchio etnico non-europeo, e un europeo che possa considerare la conversione all’islam un’ipotesi accettabile, o accettabile l’idea della convivenza con consistenti comunità islamiche allogene sul nostro suolo, o è in profonda contraddizione con se stesso, o ha in sé qualcosa di decisamente non-europeo.
Certo, alcune realtà islamiche possono incontrare la nostra simpatia per l’opposizione all’american-sionismo: l’Iran e il popolo palestinese in lotta per la propria sopravvivenza contro la mostruosità sionista in primo luogo, ma questo non deve spingerci fino al punto da considerare accettabile un’islamizzazione dell’Europa, lasciarci psicologicamente disarmati nei confronti dell’immigrazione, così come la minaccia islamica non deve spingerci a gettarci nelle braccia dei nostri oppressori american-sionisti alla maniera della defunta e non certo rimpianta Oriana Fallaci. Ci troviamo fra due fuochi e non abbiamo altra scelta che o nascondere la testa nella sabbia o accettare battaglia su due fronti.
Senza arrivare all’aberrazione cui è pervenuto il guenonismo, forse avrei potuto percorrere la stessa china di Morganti, di Gulisano, di Polia se fossi stato dotato di un minor spirito critico, se non avessi avuto la convinzione che non dovevo pensare in ogni caso con la testa di Julius Evola, di René Guenon, di Elemire Zolla, di qualsivoglia maestro della tradizione o di chicchessia, ma con la mia.
Io non so quale percorso intellettuale abbiano seguito Morganti, Gulisano, Polia e quant’altri, ma per quanto mi riguarda le idee semplici, ritengo, sono quelle che hanno la maggiore probabilità di essere vere: l’origine ebraica del cristianesimo rappresentava e rappresenta a mio parere una pregiudiziale insormontabile contro l’accettazione di qualsiasi forma, specie o variante di dottrina che si richiami in qualche modo al Discorso della Montagna. Questi signori catto-tradizionalisti con tutte le loro elucubrazioni non possono essere altro che in errore.
La nostra visione del mondo è un plesso di idee che forse è più facile vivere che descrivere: la qualità contro la quantità, la selezione contro l’informe, l’identità storica ed etnica contro il mondialismo. Si può avanzare il dubbio che il modulo tradizionalista sia il più adatto a rendere conto di tutto ciò. In fin dei conti, il fascismo non l’ha inventato Julius Evola, se non ricordo male, ma un certo Mussolini.
Una persona a cui penso dobbiamo non poca gratitudine per l’impegno profuso da anni nel mettere a disposizione di quanti appartengono alla nostra Area testi e documenti che forniscono importanti spunti di riflessione, è Luigi Leonini. Ultimamente Leonini ha fatto circolare uno scritto molto interessante, “Il senso ultimo della nostra battaglia” di Diego Binelli, nome che peraltro non ricordo di aver finora mai incontrato, ma ciò non toglie che si tratta di un “pezzo” di notevole interesse, molto utile per fare chiarezza, anche se suppongo che non si tratti di uno scritto recentissimo: la data più recente citata nella bibliografia è infatti del 1999, ma non credo che la cosa conti poi molto. 
L’articolo si presenta come una sorta di recensione del libro “Come gli Ebrei cambiarono il mondo” dell’americano Thomas Cahill. Quest’ultimo è, prevedibilmente, un incensatore dell’ebraismo e, come rileva – a mio parere molto acutamente – Binelli, noi possiamo servirci dei nostri avversari come dei maestri al contrario: l’indicazione dei “Gifts”, dei “doni” che l’ebraismo ha fatto alla “cultura occidentale” ci serve precisamente a rilevare ciò di cui ci dobbiamo liberare nell’ottica di una rinascita, di una ri-europeizzazione della nostra cultura al di là del mefitico influsso semitico-mediorientale. 
Binelli infatti ci ricorda che:
“Ad essere scritta nel nostro codice genetico è la nostra natura di indoeuropei, e che la concezione occidentale è una sovrapposizione culturale, quindi rimovibile così come ci è stata appiccicata”.
Più che giusto, a patto però di non dimenticare che la natura biologica di una popolazione non è un’immutabile idea platonica ma un fatto storico concreto, e che oggi è proprio la nostra natura di (indo)europei a essere messa sotto attacco attraverso il declino demografico programmato, l’immigrazione, il meticciato, e che sbarrare la strada all’immigrazione, espellere fuori dai nostri confini il sangue estraneo, invertire le politiche di desertificazione sociale che provocano la denatalità, dovrebbe essere la prima, la primissima delle nostre emergenze.
La verità molto semplice contro la quale i tradizionalisti cattolici non possono altro che andare a sbattere, il muro su cui sono destinati a spiaccicarsi, è il fatto che il flusso di idee ebraiche che ha creato la cultura “occidentale”, ha infettato l’Europa attraverso il cristianesimo e la cristianizzazione forzata, imposta come sappiamo con il terrore e la violenza, del nostro continente.
I “doni” dell’ebraismo quelli che hanno plasmato la bastarda “cultura occidentale” (basata interamente nelle sue idee di fondo su di un vecchio libro orientale) allontanando l’Europa dalle sue radici, l’hanno trascinata attraverso bagni di sangue costati milioni di morti, le hanno fatto perdere la sua centralità mondiale sottomettendola agli imperi americano e sovietico, e preparano oggi la sua definitiva decadenza etnica, la sparizione dell’ “homo europeus”, si riducono a due basilari elementi di fondo: il monoteismo e la concezione lineare del tempo.
Qui Binelli sottolinea un fatto sorprendente: senza accorgersene, Cahill evidenzia proprio quegli elementi ricorrenti nella critica “nostra”, “fascista”, ossia la derivazione delle idee “occidentali”, “moderne”, “rivoluzionarie”, disgregatrici della tradizione europea: liberal-capitalismo, marxismo, democrazia, da quell’eresia ebraica che si è inopinatamente trasformata in religione universale:
“Non possiamo neanche immaginare i grandi movimenti di liberazione della storia moderna senza fare riferimento alla Bibbia…Oltre a questi movimenti, che hanno frequentemente preso il Libro dell’Esodo come loro programma, ci sono altre forze che hanno modellato il nostro mondo, come il capitalismo e il comunismo e la democrazia. Il capitalismo e il comunismo sono entrambi figli bastardi della Bibbia, poiché entrambe sono fedi progressive, modellate sulla fede biblica, che chiedono ai loro seguaci di conservare sempre nel loro cuore un credo nel futuro e di tenere davanti agli occhi la visione di un domani migliore, sia che quel domani contenga un maggiore prodotto interno lordo o il paradiso degli operai”.
Questa “visione di un domani migliore”, naturalmente è un’illusione, un’illusione per la quale i popoli, soprattutto ma non solo europei, hanno pagato un prezzo altissimo di sangue, e a denti stretti quasi lo ammette lo stesso Cahill:
“Ma dato che il capitalismo e il comunismo sono entrambe fedi progressive senza Dio, ognuna rappresenta una forma di follia: una fantasia senza garanzia”.
“La democrazia sgorga direttamente dalla visione israelitica degli individui, soggetti di valore perché immagini di Dio, ognuno con un unico e personale destino. Non avrebbe mai potuto essere lampante che tutti gli uomini sono stati creati uguali senza l’intervento degli Ebrei”.
Qui Binelli introduce una distinzione sulla quale non si può che convenire e su cui è importante riflettere:
“Mentre non è attribuibile all’ebraismo la paternità del concetto di libertà (attribuibile invece all’anima nordica), è possibile farlo per la concezione di eguaglianza di tutte le anime di fronte al dio unico”.
Sarà per questo motivo, perché è in definitiva un concetto estraneo alla mentalità ebraica su cui è basato “l’Occidente” giudeo-cristiano, ma la libertà è qualcosa che tende a sparire e trova nei movimenti democratici “moderno-occidentali” il suo principale nemico. E’ ben visibile che il comunismo non è stato, non è dove è ancora al potere, null’altro che una tirannide sacrale di tipo mediorientale, con il potere saldamente ed esclusivamente in mano della casta sacerdotale degli adoratori del “dio immanente della storia” e la sua incompatibilità con l’idea stessa di libertà non ha certo bisogno di essere dimostrata, ma per quanto riguarda la democrazia, lo sviluppo è visibilmente simile: soprattutto dopo la caduta del comunismo sovietico, nelle democrazie si sono moltiplicati i reati d’opinione e i divieti alla libertà di pensiero; nello stesso tempo la “crisi economica” che travaglia tutto il “mondo occidentale” e che con ogni probabilità non dipende dai meccanismi ciechi e impersonali dell’economia ma è stata accuratamente pianificata, immiserisce i popoli, aumenta la distanza fra le classi sociali e la rigidità delle barriere fra una classe e l’altra rendendo le ex “società aperte” delle democrazie occidentali ogni giorno più simili alle piramidali società “socialiste” del defunto impero sovietico.
Come giustamente rileva Binelli:
“Per quanto riguarda la “libertà” nelle “democrazie” moderne, in realtà il tanto sbandierato “pluralismo” occidentale non è che un permettere alle diverse varianti del giudeo-cristianesimo di occupare la totalità della scena, lasciando accuratamente fuori ogni vero avversario di questa veduta, e quindi escludendo un autentico pluralismo”.
Esiste, è ovvio, un preciso legame fra la nostra lotta politica e il rifiuto della visione del mondo giudaico-cristiana e quindi la riscoperta delle nostre radici pagane. L’ho detto e ripetuto più di una volta: non si può essere fascisti e cristiani senza essere in totale contraddizione.
Binelli rileva che è:
“Ben diversa la reazione nei confronti dei morti (veri o presunti) del nazionalsocialismo, poiché quest’ideologia viene sentita – e a ragione – come un qualcosa di profondamente altro dal giudeocristianesimo, la prima forma politica non giudaico-cristiana dopo due millenni”.
Forse qui il giudizio è un tantino troppo duro: anche negli altri movimenti fascisti sono emerse tendenze che cercavano di ricollegare l’Europa alle sue vere radici, quelle che stanno al di fuori del cristianesimo, tendenze di rinascenza pagana, certo in maniera meno pura, frammista a compromessi ed equivoci rispetto al nazionalsocialismo, ma non certo al punto da dover gettare tutto alle ortiche. Consideriamo una realtà come il “Gruppo di Ur” o un intellettuale come Julius Evola. Di fronte al proliferare odierno di pseudo-intellettuali che dopo essersi proclamati suoi discepoli, sono corsi a genuflettersi nella prima chiesa: Morganti, Polia, Gulisano, la sua reazione sarebbe stata probabilmente più di derisione che d’irritazione.
Per dire la verità, e senza voler togliere nulla all’analisi di Binelli, c’è un terzo elemento della mentalità ebraica che è diventato costitutivo della “cultura occidentale” ed evidenzia ancora di più l’anomalia rappresentata dall’ebraismo rispetto alla pressoché totalità del mondo antico, un elemento i cui costi non abbiamo ancora finito di pagare, e con ogni probabilità pagheremo ancora a lungo in ragione della sua intima connessione con l’aberrazione “progressista”, la concezione della non-sacralità della natura.
L’uomo antico pre-cristiano aveva un rispetto “religioso” per il mondo naturale, ben consapevole dei legami che lo univano ad esso, ben consapevole di farne parte, esso era il teatro, “l’habitat” dell’azione di molte divinità maggiori o minori, o la natura era una divinità essa stessa. L’infezione mentale giudaico-cristiana ha profondamente obnubilato questa consapevolezza. Nella bibbia “Dio” da all’uomo il dominio su tutte le creature e la libertà di sfruttarle come crede per il proprio tornaconto. Forse il disprezzo per il mondo naturale dell’antico libro sacro è il risultato di una mentalità formatasi nell’ambiente desertico che vede la natura come uno spazio vuoto e ostile.
Fino a quando non sono stati disponibili i mezzi tecnologici moderni, questo atteggiamento non è riuscito a produrre grossi danni ma, nella nostra epoca, saldandosi con la mitologia progressista incapace di accorgersi che “il progresso” così come si è sviluppato a partire dagli anni ’60 del XX secolo è stato soprattutto il progresso nell’avvelenare e nel distruggere le basi della vita su questo pianeta, abbia prodotto danni devastanti molto difficili o impossibili – come nel caso dell’estinzione di una specie – da rimediare.
Non è un caso che in Germania negli anni ’30 poco prima dell’avvento del nazionalsocialismo si diffondettero movimenti ecologisti ante litteram come i Wandervogel, “uccelli migratori”. Ancora oggi, tolti gli industriali inquinatori, non esiste gruppo più ostile o indifferente alle tematiche ecologiste e animaliste degli ecclesiastici: costoro sospettano – assolutamente a ragione, secondo me – dietro l’amore per la natura una forma di paganesimo.
Al disprezzo per la natura fuori di noi si associa il disprezzo per la natura nell’uomo: l’avversione per la sessualità e la misoginia sono innegabilmente tratti costitutivi del cristianesimo, ma non costituiscono un’esclusiva di esso: basti pensare a come l’islam tratta le donne. 
Un costituente di base di tutte le ideologie democratiche, sia che appartengano alla famiglia liberal-capitalista o a quella marxista, è l’idea di progresso; si tratta di un concetto genuinamente ebraico e totalmente falso. Esso deriva dal messianismo ebraico, il concetto di una rivalsa, di una liberazione, del raggiungimento o del riottenimento di uno status edenico in base al realizzarsi di una promessa divina con una violenta rottura dell’ordine esistente o per mezzo di un’ascesa lenta e graduale. Storicamente ha a che fare con lo spirito di rivalsa di un popolo che non ha mai prevalso sugli altri se non grazie all’abilità di sfruttare in modo perverso i meccanismi economici, che ha recitato di volta in volta la parte del nomade, dell’emarginato, del parassita, mai quella del creatore o del signore.
Esaminandola in termini obiettivi, una volta sfrondata dall’alone mistico che essa assume nella mente di coloro che sono suggestionati dalle diverse varietà dell’ideologia democratica, si stenterebbe a dire se l’idea del progresso sia un’idea più folle o più stupida. In questo momento, questo sciagurato pianeta è popolato di una folla strabocchevole di sette miliardi di esseri umani, la maggior parte dei quali vive nel cosiddetto Terzo Mondo, nelle aree povere. Immaginare di portare questa enorme massa umana a livelli di vita paragonabili a quelli dei paesi occidentali, è come proporsi di fare un salto in alto di dieci metri. La questione è molto semplice: le risorse di un pianeta limitato non possono sostenere uno sviluppo illimitato.
Secondo le previsioni degli esperti, poiché i trend della popolazione hanno un andamento lento e prevedibile, “il picco” della popolazione dovrebbe essere raggiunto intorno alla metà del secolo, fra una quarantina d’anni per poi cominciare a declinare: si dovrebbero raggiungere i nove miliardi, che è una stima sensibilmente inferiore a quella che si faceva una trentina di anni fa. Ora provate a immaginare cosa significherà l’aggiunta di altri due miliardi di persone, di altre due Cine a un pianeta già sovrappopolato e sfruttato oltre il sopportabile, dove non ci sono già oggi energia, cibo, acqua pulita a sufficienza per tutti.
Questo concetto, semplice e ovvio, che non è possibile concepire uno sviluppo illimitato all’interno di un sistema limitato quale è il nostro pianeta, fu avanzato in un celebre saggio, “I limiti dello sviluppo” già nel 1970, più di quarant’anni fa da un gruppo di ricercatori italiani riuniti nel Club di Roma. Nonostante costoro non facessero altro che richiamare l’attenzione su di un’ovvietà, furono ferocemente attaccati e zittiti da tutta la sinistra in quel momento in una particolare fase di alta marea (si era appena a due anni dal fatidico e disastroso ’68). L’utopia non accettava il richiamo della realtà, si pensava di aver ragione strillando più forte. 
Quando persone per altri versi intelligenti o almeno di intelligenza normale aderiscono a una visione così contraria ai fatti, non si può chiamare in causa altro che il potere suggestivo della “fede”, e in effetti dietro l’anelito utopico-rivoluzionario del marxismo che ne è la versione aggiornata e “moderna”, c’è il messianismo ebraico. Il marxismo è la quarta religione abramitica dopo giudaismo, cristianesimo e islam. Tuttavia è visibile che da questo punto di vista la differenza fra marxismo e liberal-capitalismo è minima o inesistente: il capitalismo ha altrettanto bisogno di sventolare davanti agli occhi dei suoi proseliti l’illusione di un domani sempre migliore, del progresso, mentre diffonde la miseria, approfondisce la distanza fra le classi sociali e saccheggia scriteriatamente le risorse del pianeta, il mito del progresso che è uguale alla carota appesa davanti all’asino, che si allontana tanto più quanto quest’ultimo cerca di avvicinarsi.
In antitesi al mito del progresso, il tradizionalismo fa appello alla concezione ciclica della storia: questa concezione Evola e Guenon la desumono direttamente dall’antico pensiero indiano: la storia del mondo sarebbe divisa in quattro ere, noi oggi ci troveremmo a vivere la fase terminale dell’ultima di esse, quella di livello spiritualmente più basso, il KALI YUGA. C’è qualcosa di sospettamente consolatorio in questa concezione: una volta raggiunto il punto più basso, quello di contatto con il terreno, la ruota non può che risalire: al di là del punto terminale del Kali Yuga la rinascita sarebbe garantita. Di solito, quando si parla di tradizionalisti, se ne sottolinea il passatismo, il fatto di vedere nel mondo attuale null’altro che decadenza; io invece li definirei OTTIMISTI A SCOPPIO RITARDATO.
Il mondo che vediamo è composto di fenomeni reversibili e di fenomeni irreversibili: questa è esperienza comune, quotidiana: se brucio un pezzo di legno, non c’è poi modo di riportarlo allo stadio precedente, se verso del caffè nel latte, le molecole del caffè e del latte non possono poi venire separate. Posso uccidere qualcuno che è vivo, ma non posso riportare in vita un morto. A mio parere, nessuno è mai resuscitato. La storia di Lazzaro e anche quella della resurrezione di Gesù raccontate nei vangeli sono solo favole. La tendenza universale è quella dell’accumulo del disordine e della degradazione dell’energia utilizzabile, è quella che in fisica si chiama entropia: il petrolio che bruciamo oggi per riscaldarci o far muovere le nostre automobili, non ci ritornerà più sotto forma di energia utilizzabile ma semmai sotto forma di inquinamento che minaccia la salute dei nostri polmoni.
La degradazione entropica costituisce un argomento formidabile contro la concezione ciclica della storia; ad esempio, come pensiamo che potrebbe ripresentarsi, diciamo fra qualche migliaio di anni una civiltà tecnologica simile all’attuale, cioè basata sui combustibili fossili,  quando oggi nel giro di qualche decennio stiamo dissipando quelle riserve che la natura ha impiegato miliardi di anni ad accumulare?
Qui occorre fare ricorso a un po’ di buona, vecchia e oggi desueta logica aristotelica: il mito del progresso richiede una concezione lineare ASCENDENTE della storia, ma la sua falsità non implica la veridicità della concezione ciclica. La falsità della premessa minore non ci dice nulla circa la premessa maggiore.
Si possono – ritengo – avanzare seri dubbi sul fatto che il modulo tradizionalista sia lo strumento più idoneo per rendere quel complesso di idee che riconosciamo come nostre e mi riferisco – sia chiaro – alla sua versione originale sviluppata da Evola e Guenon, non certo a quella degenerata e bastarda di Morganti, Polia, Gulisano o – gli dei non vogliano – don Curzio Nitoglia. La tendenza di molti esponenti tradizionalisti o sedicenti tali a sprofondare (credo  sia il termine giusto) in una religione abramitica è una forte obiezione contro di esso; le difficoltà sollevate dalla concezione ciclica della storia sono un’altra forte obiezione.
Forse semplicemente la direzione della storia non è prevedibile. Per citare una frase di Hegel che poi Marx ha stravolto come gli conveniva, “La storia cammina sulle gambe degli uomini” e dove si dirigeranno queste gambe, non è scritto a priori. Quello che è certo, è che  qualunque cosa ci aspettiamo dal futuro, il rispetto di noi stessi, la nostra dignità di uomini, ci impongono di restare al nostro posto e continuare la nostra battaglia. Le speranze di successo sono una questione soggettiva, ma il nostro impegno deve rimanere un dato di fatto. 
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Categorie: monoteismi, Religione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 2 Gennaio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  2. Caro Franco hai rimosso il commento ma ti posso garantire che il nostro è un lavoro concreto. Non è assolutamente autocelebrazione o autocompiacimento intellettuale…i nostri messaggi i nostri scritti sono zolle di piante pronte per terreni fertili…

  3. Il ‘ritorno del rimosso’:

    Tutto bene. Tutto a posto. Le idee e la dottrina è sofisticata e di elevata qualità. Ma è come se tutto si svolgesse nella parte alta della persona, nella sua anima segregata, nel cervello. Van bene i wandervogel, va bene tutto, anche il ruralismo.
    Ma come mai non riusciamo a realizzare nulla (nullius o totius in verba) che non siano poi parole alla fine in questo mondo sensibile e manifesto, nulla (se si escludono convegni, studi, pubblicazioni ed altre manifestazioni dello ‘spirito’) che ricordi anche lontanamente i presupposti dottrinali di partena, o i maestri o padri ispiratori?
    Alla fine della vita vorremmo vedere qualcosa di concreto da lasciare ai nostri figli oltre al misconosciuto sangue.

    I ‘messaggi’ e gli ‘scritti’ fanno parte e sono ‘verba’. Non mi permetto di discutere della sua buona fede. Tuttavia mi pare che i tempi urgano sempre più per soluzioni pratiche e visibilmenti utili. Le parole da sempre arma sofistica della democrazia-demagogia, orano non bastano più. La mannaia usurocratica non ha più tempo da concedere, pare, non importa cosa dicano in proposito Corano o Torah.
    Cosa dice, che stia finendo il ‘tempus tacendi’ di poundiana memoria?

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