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Il paradosso e l’equivoco

Il paradosso e l’equivoco


di Fabio Calabrese 


Noi ci dibattiamo da molti anni in un paradosso e in un equivoco. Il paradosso è questo: in tempi che cominciano a essere distanziati dal presente ormai da una generazione e più, all’epoca della Guerra Fredda, quello che fu lo scomparso Movimento Sociale almirantiano riusciva ad aggregare una fetta non trascurabile di consenso. In certi momenti e in certi luoghi siamo stati il terzo partito subito alle spalle dei colossi democristiano e comunista ma, se ci pensiamo, non avevamo una vera funzione politica; data la situazione di allora, non ci restava altro che appiattirci su posizioni atlantiste, filo-occidentali, conservatrici, ridurre all’anticomunismo il nostro unico “ubi consistam”, delle due parti uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale, dei due mali dovevamo forzatamente scegliere quello che allora sembrava il minore.
Oggi ci sarebbe un bisogno disperato della nostra presenza. Vediamo sorgere in tutta Europa movimenti di opposizione identitaria al mondialismo, alla globalizzazione, al capitalismo finanziario internazionale sempre più rapace e all’ibridazione etnica, minaccia diretta alle identità dei popoli europei. L’ “Alba dorata” ellenica è forse il più rilavante in questo momento, ma non è certo il solo. Ebbene, ora NOI NON CI SIAMO. E’ inutile illudersi: i quattro o cinque movimentini tra l’altro divisi da rivalità insanabili e che raggiungono un consenso elettorale minimo, sono quanto di più prossimo ci possa essere alla totale inesistenza.
E’ una bizzarria tutta italiana il fatto che quello che dovrebbe essere lo spazio dell’opposizione identitaria, lo spazio teoricamente NOSTRO sia occupato da un movimento localistico e separatista quale la Lega Nord.
Ultimamente un lettore di “Ereticamente” che si è firmato “Franco” (ma perché, mi domando, quando non si usano termini offensivi ma si fa una critica costruttiva e intelligente, non firmare anche con il proprio cognome?) mi ha obiettato relativamente all’articolo “Nullius in verba”.
“Tutto bene. Tutto a posto. Le idee e la dottrina è sofisticata e di elevata qualità. Ma è come se tutto si svolgesse nella parte alta della persona, nella sua anima segregata, nel cervello. (…). Ma come mai non riusciamo a realizzare nulla (nullius o totius in verba) che non siano poi parole alla fine in questo mondo sensibile e manifesto?”
Certo, siamo sempre e solo sul piano della parola, ma è l’unica arma che abbiamo, vista la dimensione asfittica raggiunta dalla “lotta politica”, dare una testimonianza, magari riuscire un po’ a sommuovere le coscienze, tenere accesa una piccola fiammella contro le tenebre che incombono.
L’equivoco è una conseguenza diretta del paradosso: l’equivoco per il quale si confondono le posizioni “nostre” con “la destra” o “l’estrema destra”, il conservatorismo, il liberismo, l’atlantismo, il filo-americanismo, il filo-sionismo addirittura in qualche caso, per una sorta di riflesso condizionato dal quale non ci si riesce a liberare, come se occorresse ancora reagire alla minaccia sovietica scomparsa da un quarto di secolo.
La lacerazione è più grave e più profonda di quello che verrebbe da pensare, perché l’ambigua situazione che ci siamo trovati a vivere negli anni della Guerra Fredda ha comportato un lungo venire a patti con quello che a tutti gli effetti era ed è un nemico non meno insidioso di quello “rosso”, una serie di complicità, di collusioni, di strumentalizzazioni che regolarmente si sono rivolte contro di noi.
Io credo, ho già esposto con ampiezza la mia opinione anche su questo argomento, che la psicanalisi freudiana non abbia nulla di scientifico, ciò nonostante qua e là nelle formule freudiane si può cogliere qualche barlume di saggezza, come quando Freud afferma che il rimosso ricompare come sintomo nevrotico. Questo è vero non solo per i singoli, ma anche per i gruppi umani: c’è un solo modo per liberarsi del passato, non rimuoverlo, ma guardarlo bene in faccia e fare i conti con esso.
Ultimamente il buon Maurizio Barozzi, “Maufil”, esprimendo un generale apprezzamento degli articoli da me pubblicati su “Ereticamente”, ha sollevato una riserva a proposito di “Come la sinistra sta sprofondando l’Italia nel baratro”. Io facevo notare che l’ex premier Silvio Berlusconi è un avversario da combattere con le armi della politica e non con l’accanimento giudiziario, e che inoltre questa magistratura “rossa” è una riprova inquietante del controllo assunto dalla sinistra su svariati apparati dello stato. Questi magistrati, facevo notare, sono gli stessi che negli anni di piombo si sono accaniti contro di noi con teoremi infondati, e inoltre si sono ben guardati dal perseguire gli autori di delitti contro di noi come la strage di via Acca Larenzia e il rogo di Primavalle, di fatto hanno concretizzato il lugubre slogan dei “compagni” di quegli anni: “uccidere i fascisti non è reato”.
Tutto ciò è vero, mi ha fatto notare Maurizio, ma è vero anche che in quegli anni i nostri ambienti si sono lasciati spesso e volentieri infiltrare dai servizi segreti, sempre con l’alibi dell’atlantismo e dell’anticomunismo, e manovrare nella cosiddetta strategia della tensione.
Cosa posso replicare se non che in realtà sono pienamente d’accordo con lui?
A volte capita, quando ci si trova davanti a lavori storici o giornalistici (per la storia fortemente contemporanea, la distinzione fra le due cose sfuma) particolarmente attenti e scrupolosi, che la conclusione che emerge dai fatti in tutta chiarezza non è quella che l’autore intende sostenere. Un esempio in questo senso è il libro di Sergio Zavoli “La notte della repubblica” basato sull’omonima serie televisiva. Contro le interpretazioni dichiarate dell’autore, la realtà sui fatti degli anni di piombo emerge in tutta chiarezza: non è affatto vero che in quegli anni fosse in corso un duplice attacco al cuore dello stato da parte di estremisti di sinistra le Brigate Rosse e di destra, questi ultimi aiutati da spezzoni deviati dei servizi segreti. L’attacco al cuore dello stato era uno solo, quello brigatista.
L’esperienza dell’America Latina, dove pullulavano e pullulano ancora oggi, ma erano diffusi soprattutto in quegli anni movimenti armati di estrema sinistra: tupamaros, montoneros, Sendero Luminoso, zapatisti, eccetera, dimostrava e dimostra che in genere costoro hanno ottenuto un solo risultato, hanno provocato per reazione lo spostamento a destra dell’opinione pubblica. In alcuni casi, questo spostamento a destra ha permesso anche i golpe militari, perché nessun regime riesce a basarsi durevolmente sulla bruta forza costrittiva, ma ha bisogno anche di consenso.
Cosa doveva fare chi voleva impedire un analogo spostamento a destra dell’opinione pubblica italiana? La risposta è ovvia: fabbricare di sana pianta un simmetrico “terrorismo nero” in modo da tenere l’opinione pubblica inchiodata ferma dov’era. Per fare ciò, uomini dei servizi segreti (che non erano affatto deviati: nessuno stato al mondo, nemmeno il più sgangherato, nemmeno la repubblica italiana, puòperdere il controllo su una parte così cruciale dei propri apparati) infiltrati nei nostri ambienti hanno reclutato i camerati intellettualmente meno preparati, più ingenui e condizionabili, e li hanno illusi mettendo loro le bombe in mano, che in tal modo avrebbero potuto fare “la rivoluzione”; esemplare il caso della strage di Brescia; in questo caso l’esecutore materiale, poi ucciso in carcere in modo che non potesse aprire bocca neppure per sbaglio, Ermanno Buzzi, era addirittura un ritardato di mente. Chi si è lasciato strumentalizzare in questo modo non si èverosimilmente reso conto di essere oggettivamente un traditore dell’idea che credeva di sostenere, ma dovremmo porci dei seri interrogativi su di uno stato che ha giocato così disinvoltamente e in maniera così sporca sulla pelle dei propri cittadini.
C’è un punto che dovremmo avere assolutamente ben chiaro: NOI NON SIAMO DESTRA. Con buona pace di Giorgio Almirante, la formula della “Destra nazionale” aveva un senso ai suoi tempi, ai tempi della Guerra Fredda quando l’anticomunismo era in cima alla lista delle priorità. A questo riguardo, sarà bene precisare che almeno personalmente ho trovato sciocche e insensate certe polemiche che si sono rinnovate in occasione della scomparsa di Pino Rauti: Noi non ci dobbiamo scordare che Almirante e Rauti erano uomini di un’altra generazione, che si sono trovati ad agire in un quadro politico molto diverso dall’attuale, e non ha senso giudicarli adesso “col senno di poi”. Tuttavia, sarebbe altrettanto assurdo rimanere oggi ancorati alla mentalità e alle problematiche di allora e non notare il mutamento avvenuto da un quasi secolo a questa parte.
Oggi il nemico non è più l’Unione Sovietica; il nemico è lo sradicamento dell’identità italiana ed europea, l’americanizzazione mediatica che avvelena la nostra cultura, il mondialismo che prelude alla sparizione delle etnie europee in un “melting pot” multietnico, l’espropriazione della ricchezza, della sovranità e infine dell’identità degli stati nazionali a favore dell’alta finanza internazionale, e chi oggi conserva una mentalità atlantista, è obiettivamente schierato dalla parte del nemico.
Ora non è il caso di girarci attorno, di ricorrere a un facile escamotage, di dire che non possiamo essere considerati “di destra” perché “destra” e “sinistra” appartengono al linguaggio di un mondo parlamentare, di un modo di fare politica e di concepire la politica che noi non condividiamo, perché sappiamo bene che questa terminologia ha finito per implicare movimenti politici e regimi che col sistema parlamentare non hanno nulla a che fare, per cui ad esempio non mettiamo in dubbio che il regime bolscevico staliniano o quello cambogiano dei Khmer rossi fossero appunto “rossi”, di sinistra, tendenti all’egualitarismo e al livellamento sociale, anche se palesemente con il parlamentarismo non avevano nulla a che spartire.
“Destra” significa conservatorismo, liberismo economico, immobilismo sociale, filo-americanismo, atlantismo, pseudo-europeismo pro UE (e BCE), tutte cose che non possono avere nulla a che fare con noi.
E’ un concetto che ho ripetuto più volte, ma sul quale penso valga la pena di tornare: quella fra destra e sinistra è un’antitesi FALSA: destra significa immobilismo sociale, sinistra ugualitarismo, livellamento: ENTRAMBE negano la vera giustizia consistente nell’attribuire a ciascuno il ruolo che gli spetta in base alle sue attitudini, capacità e meriti.
L’utopia marxista non ha mai funzionato perché gli uomini NON SONO tutti uguali. Non solo, ma quanto più ci si allontana dall’idea della società a élite funzionali dove ciascuno abbia un posto corrispondente elle proprie attitudini e capacità, tanto più ci si avvicina all’immobilismo della società di caste, ed è per questo che DI FATTO le rivoluzioni socialiste di tipo “rosso” dovunque si siano affermate, hanno prodotto solo immobili società piramidali capaci di somministrare ai loro sudditi solo oppressione e miseria. L’unico socialismo che ha una reale possibilità di funzionare, è il nostro, ed èprecisamente per questo che capitalismo e comunismo staliniano in combutta hanno scatenato contro di esso l’orrore della seconda guerra mondiale.
Di nuovo il nostro Maurizio ha recentemente richiamato questi concetti in uno scritto che è una sorta di presentazione-sintesi del mio articolo “Visione del mondo e ideologia”:
 Il Comunismo che le destre italiane hanno sempre presentato come un mostro che avrebbe portato i cavalli dei Cosacchi a S. Pietro, di fatto giustificando ogni più ignobile azione tipica della loro collocazione filo – atlantica, in effetti era, si un mostro, ma del tutto strumentale, transitorio e utopico, perché la visione marxista comunista dell’uomo e della società è fuori della portata della natura umana. Fatto questo, seppur ce ne fosse bisogno, dimostrato dal totale fallimento dei regimi comunisti che si sono instaurati nel secolo XX.
(…) I fili che da sempre hanno “legato” l’Alta finanza alle rivoluzioni o agitazioni comuniste sono stati molto più sottili e intensi di quanto si creda. In effetti le agitazioni “rosse”, sottilmente sostenute dalla grande stampa in mano alla Finanza, fin dalla fine del 1800, sono servite per scompaginare e indebolire il vecchio mondo del “capitalismo imprenditoriale” e consentire al capitalismo finanziario di prenderne il posto. Quello che è puntualmente arrivato. I “compagni” (…) non si accorgevano che facevano il gioco del capitalismo finanziario che si impossessava di quelle imprese con la conseguenza che il lavoratore passava dallo sfruttamento di quel capitalista rapace e ingordo, ma sostanzialmente legato alla impresa, da lui creata, ad una proprietà della finanza anonima e fatta di soli numeri e contabilità per la quale il “lavoro” era un semplice segno aritmetico.
Il fatto che gli epigoni del comunismo, siano oggi tutti nelle tasche dell’Alta finanza, traviati oltretutto dalle ideologie neoradicali (il comunista “al caviale” o il “liberal comunista” che ha in tasca La Repubblica e L’Espresso, ne è un esempio emblematico. ha radici molto più antiche di quanto si creda).
 L’esperienza fascista, con i suoi regimi nazional popolari, con il suo modello di Stato dove aveva preminenza il dirigismo di governo e i principi etici e politici su quelli finanziari ed economici, la risoluzione delle controversie sociali in una visione di socialismo da realizzarsi nella nazione ed infine la  valorizzazione di tutti gli aspetti culturali e tradizionali di un popolo, avevano letteralmente dissolto ogni visione marxista comunista, realizzando quel tanto di giustizia sociale possibile sulla terra, e messo alle strette il progetto dell’Alta finanza per un suo dominio mondiale. Era ovvio che il fascismo sarebbe stato il nemico mortale da abbattere come un cane rabbioso, altro che il comunismo.
Qui torna utile segnalare un altro contributo sempre del nostro Maurizio. Rifacciamoci al concetto espresso da Diego Binelli, che possiamo utilizzare i nostri avversari come “maestri al contrario”. Maurizio ha ultimamente proposto, accompagnandolo con un adeguato commento, un articolo apparso sul sito di un (supponiamo) movimento di estrema sinistra, il sedicente “Fronte di liberazione popolare”, “Riflessioni sul neofascismo italiano”, opera di una certa Anna Lami che sarebbe stata dirigente di Forza Nuova prima di passare a tutt’altra sponda. Maurizio ha fatto molto bene a proporre la lettura di questo articolo che in effetti risulta molto utile per capire le contraddizioni del neofascismo viste da qualcuno che lo ha conosciuto dall’interno (senza peraltro capirlo), e fra queste quella fra l’atteggiamento nazional-rivoluzionario di socialismo nazionale anti-capitalismo usurocratico e destrismo atlantista risulta la più lampante, dovrebbe indurci a riflettere e farci capire che siamo obbligati a una scelta.
L’utilità dell’articolo della Lami, del resto termina qui, per il resto si tratta di una collezione di vuote insulsaggini antifasciste che abbiamo già sentito mille volte, e Maurizio vi ha già dato una puntuale risposta, ma qualcosa vorrei aggiungere anch’io.
Io adesso non mi metterò a rispondere punto su punto alle sciocchezze profferite dalla Lami, Maurizio l’ha già fatto egregiamente, ma c’è un’autentica perla sulla quale mi vorrei soffermare:
“[I neofascisti] si propongono come baluardo a difesa “dell’identità nazionale” minacciata dall’ “invasione” migratoria. Per i neofascisti, infatti, l’identità nazionale non appartiene alla sfera culturale, soggetta ai mutamenti della storia, ma èconsiderata come un dato originario, eterno ed immutabile, radicato nell’eredità di sangue e nella dimensione razziale, in una prospettiva completamente a-storica”.
“Magari”, verrebbe da dire, “magari le cose stessero così, che la nazione fosse un’entità a-storica, eterna e immutabile, non minacciata di scomparire nel gorgo delle vicende storiche e a scadenza nemmeno tanto lontana, come invece in effetti è, che la nostra impronta genetica, per l’effetto combinato di denatalità e immigrazione, non fosse destinata a scomparire nel giro di un paio di generazioni, ma qui ora il punto non è tanto questo. Rileggiamo questa frasetta velenosa come un serpentello camuffato dietro un’apparenza innocua:
“Per i neofascisti, infatti, l’identità nazionale non appartiene alla sfera culturale”.
Sottintende che la nazione sia un fenomeno culturale, quando invece è un dato biologico. “Natio” viene da “nasco”. Non ha alcun senso contrapporre “natura” e “cultura” dal momento che è la nostra natura biologica a consentire alla nostra specie, e solo ad essa, di essere produttrice di cultura (e potremmo anche insinuare l’eretico sospetto che patrimoni genetici differenti portino a culture differenti, che la differenza che esiste fra le culture umane potrebbe avere una base genetica). La vita è competizione fra differenti genomi, ma IL DOGMA democratico pretende che questa legge fondamentale della vita non valga per la specie umana, che le uniche differenze che contano siano dovute all’ambiente, all’apprendimento. IN TEORIA potremmo discutere di natura e cultura e del loro peso reciproco. IN PRATICA non lo possiamo fare, dobbiamo dare per assodato che solo l’elemento ambientale appreso sia importante, altrimenti mettiamo in discussione il dogma fondamentale della democrazia, e rischiamo di scoprire che la democrazia stessa, ben lungi dall’essere un modo di pensare spontaneo, è il frutto di un dogmatismo surrettiziamente e sapientemente inculcato.
Quella di prolungare la nostra impronta genetica nelle generazioni future attraverso i nostri figli e discendenti, è l’unica forma di sopravvivenza oltre la vita individuale di cui abbiamo certezza, ed è proprio quello che la democrazia attraverso la dissoluzione del nostro popolo in una turba multietnica oggi ci nega, ma è proprio ciò di cui, ipnotizzati dal mito democratico dell’uguaglianza, non dobbiamo neppure accorgerci. Cos’è la democrazia? In una parola, VELENO.
A volte ci si può permettere di essere ironici.  Io ho dedicato due articoli, “L’altra faccia della stupidità” sul sito del Centro Studi La Runa e “La scienza manipolata” su quello di “Ereticamente” a esaminare i contorcimenti e i funambolismi mentali cui si costringono gli scienziati evoluzionisti democratici per non arrivare alle ovvie conclusioni implicite nella competizione fra i genomi e nella selezione darwiniana, conclusioni esiziali per l’idea democratica. E se la tabe mentale democratica puòdevastare a tal punto quelle che dovrebbero essere le menti migliori della nostra cultura….
Dall’ironia allo sghignazzo, il passo è breve, e infatti avrei quasi avuto voglia di sghignazzare leggendo il truce incipit dell’articolo della Lami:
«Tagliate le teste ai vostri nemici, non per avere nemici senza teste, solo per scoprire quanto esse siano vuote».
Se voleva avere una collezione di teste vuote, a questa gentile (?) signora/ina, bastava guardarsi in giro fra i suoi nuovi compagni.
Anni fa avevo pubblicato su “Ciaoeuropa” del buon Antonino Amato “Benvenuti all’inferno”, un ironico benvenuto ai “compagni” nell’inferno delle idee sconfitte, ma – mi affrettavo subito a precisare – non dovevano illudersi che la loro situazione fosse simile alla nostra. Noi all’inferno abbiamo imparato a starci, sapevamo fin dall’inizio che il nostro impegno era quello di rialzare una bandiera caduta nel fango. Il fascismo è stato stroncato sui campi di battaglia, ben prima di aver potuto dimostrare tutte le sue potenzialità, e per riuscirci è occorsa la più formidabile coalizione di forze che si sia mai vista nella storia umana. Il comunismo è scomparso per implosione, cosa assolutamente inedita nella storia, crollato sotto il suo stesso peso, di fronte alla constatata impossibilità di produrre altro che oppressione e miseria.
Ma soprattutto l’idea progressista è essenziale all’ideologia marxista. Noi possiamo accollarci il ruolo di difensori dell’ultima trincea, loro no, hanno bisogno di vedere la storia come una marcia trionfale dell’idea “rivoluzionaria”. Se svanisce quest’ultima, costoro non hanno più nulla e non sono più nulla. Ebbene, come certi personaggi dei cartoni animati che continuano a inoltrarsi nel vuoto finché non si accorgono di aver passato l’orlo di un precipizio, forse non se ne sono accorti, ma essa è cessata quasi un quarto di secolo fa.
Ma forse mi preoccupo troppo: i “compagni” hanno egregiamente dimostrato di poter sostituire l’esercizio del pensare con la pratica della pura, bruta violenza fisica, come abbiamo visto al G 8 di Genova e in molte altre occasioni, quelli almeno che non si sono imborghesiti e trasformati nello sgabello del più rapace capitalismo finanziario.
Quello che è certo, è che una speranza di rinnovamento non potrà mai venire da loro, ma semmai da noi, nonostante tutto.
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Categorie: destra, Politica, Weltanschauung

Pubblicato da Fabio Calabrese il 16 Gennaio 2013

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Non vi è nulla di positivo nel MSI:l’atlantismo é la Destra,il capitalismo, una delle due teste del mostro che è il Sistema. Per quanto riguarda l’Italia del tricolore giacobino e massonico, non esiste: è stata voluta proprio dal Sistema che a parole siamo tutti capaci di combattere. Non si può combattere il Male con il Male: l’unica riscossa identitaria europea e dei suoi veri popoli non può prescindere dallo smantellamento dei farseschi nazionalismi ottocenteschi, per una Fortezza Europa costituita non da Stati-apparato come l’Italia unitaria, ma dalle vere etnie europee.

  2. Anonymous

    Complimenti, è una retrospettiva molto interessante. Stavo riflettendo proprio su queste cose pochi giorni fa e sono assolutemente d’accordo con Fabio Calabrese, bravo!

    Luca L.

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