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Europa, ultimo atto

Europa, ultimo atto

di Mario M. Merlino



Nietzsche lo definiva Nihilismus ed Heidegger vi aggiunse anche la critica radicale alla Metaphysik e, prima di lui, Marx l’identificava con il Kapitalismus e Freud lo definiva Unbehagen der Kultur (il disagio della civiltà) ed ancora la Zivilisation per Oswald Spengler o René Guénon le règne de la quantité. Insomma la consapevolezza che un momento della storia occidentale, ove il senso e i segni per descrivere il senso stesso divengono evanescenti, frammentari, dispersi, si manifestava quale rottura sfida dissoluzione di antichi principi e irrompere di nuove forze. La repubblica di Weimar, con le sue spinte innovative (a Berlino, nella Postdamerplatz, è visibile il primo semaforo instaurato in una città europea, simbolo della modernità asservita alla tecnica e alle masse) e, al contempo, la sua inesorabile fragilità e declino (tanto da essere elevata nel linguaggio politico ad immagine di instabilità istituzionale) ne diviene il paradigma. Fra gli interpreti più acuti Ernst Junger con Der Arbeiter e La Mobilitazionetotale. Un paradigma in attesa che, come scriveva Roberto Calasso, curatore dell’Adelphi Edizioni, ne La rovina di Kasch, ‘si accendano migliaia di fiaccole nello stadio di Norimberga per evocare dal buio l’essenza dileguata della sovranità, prima di bagnarla nel sangue, per ravvivarne il pallore larvale’. ‘Le cattedrali di luce’ come le avrebbe definite Robert Brasillach, stupito e coinvolto.
30 gennaio del ’33 un serpente di uomini, un mare di torce fiammeggianti nella notte attraversano la capitale tedesca per sfilare sotto la finestra del secondo piano dell’albergo da dove, salutando con il braccio levato, il neo cancelliere Adolf Hitler, indossando sobri abiti borghesi, camicia bianca e cravatta scura, si prepara ad assumere il potere e trasformare la Germania in un regime totalitario retto dal Fuehrerprinzip. (Oggi diamo al termine ‘totalitarismo’ una valenza dispregiativa e ne facciamo un atto d’accusa, nefasto e demonizzato, ma era, in origine, il rivendicare la volontà di risolvere la totalità della condizione politica sociale economica culturale di un popolo e del suo destino. ‘Ein Volk, ein Reich, ein Fuehrer’). E’ l’inizio della ritualità nazional-socialista che, in modo più pregnante delle cerimonie del Fascismo italiano e dello stesso Bolscevismo, sprigionerà energie sopite risveglierà antichi dei farà vibrare all’unisono milioni di cuori. Alle menti cresciute sotto l’egida del pensiero illuminista, in cui i ragionieri e i contabili sguazzano beati e beoti, tutto apparve carico di fremiti oscuri, irrazionali, inquietanti ed appare, ancor più nella paccottiglia del quotidiano, presenza luciferina, stordimento collettivo, annichilimento morale…
Nella tarda estate di alcuni anni fa ho trascorso dei giorni a Norimberga. Ti ricordi, P.? Abbiamo trovato alloggio in uno spartano B&B – quando scendo dal letto sbatto le ginocchia alla porta del cesso -, che però di sera apre un piccolo ristorante con una favolosa serie di Suppen.  Soprattutto quella di cipolla e quella alla paprika. Nei pressi della stazione. A piedi si risale verso il Castello la casa di Albrecht Duerer, nella piazza del mercato ammiriamo la schoener Brunnen, la fontana con le statue di eroi profeti evangelisti; ci soffermiamo a mangiare all’ultimo piano del Kaufhof – caffè tedesco con tanta panna e mega-fetta di torta. Riusciamo, in una piccola bottega d’antiquario, a farci mostrare qualcosa del Terzo Reich, con mille cautele e timori, e qualcosa compriamo… Norimberga la città imperiale di Massimiliano I d’Asburgo Norimberga dove si svolgeva l’annuale raduno del Partito Norimberga il cui centro storico venne devastato da uno dei più violenti e feroci bombardamenti (2 gennaio 1945) Norimberga in cui i vincitori decretarono che il ‘vae victis’ divenisse ‘giustizia’… Il bombardamento non colpì le strutture ove, appunto, si svolgevano i lavori del Congresso tanto che sono ancora in parte  visibili, inserite in quelle adattate a fiera. Qualcuno volle vedervi un preciso intento e, cioè, colpire il simbolo dell’Europa della sovranità imperiale, di quell’Impero che resse il nostro continente fino all’avvento della canaglia e di Napoleone che volle fare scempio e abolirne i caratteri originari (le cosiddette ‘libertà tedesche’) dopo la battaglia di Jena. Fu allora che il poeta Max von Schenkendorf  scrisse i versi ‘wenn alle untreu werden’ che, oltre un secolo dopo, divennero l’Inno delle SS, il Treueslied. L’eterno ritorno…
Ogni rito presuppone il sacrificio. Quando quest’ultimo viene a mancare, anche il rito perde il vincolo sacro che sapeva infondere. Come osservava Juenger, basta introdurre un interruttore della luce elettrica in una chiesa che la sua atmosfera assume altro da sé… Ecco perché oltre il nichilismo ci sono stati due soli tentativi: Hitler, sangue e suolo, Stalin, l’annuncio del regno dell’uguaglianza. Con i coltelli d’ossidiana  i sacerdoti aztechi estraevano il cuore dei prigionieri e l’offrivano al Dio Serpente affinchè il sole risplendesse in cielo e non calasse una notte senza ritorno. I giovani provenienti da tante parti d’Europa caddero nell’immensa battaglia del sangue contro l’oro per far sì che il tramontare non fosse il perire… Ed ecco perché pensiamo, vogliamo credere, che quelle torce ad illuminare la notte non fossero soltanto legate al risveglio della Germania, sconfitta ed umiliata a Versailles ma avanguardia di altre aurore, di tutti e per tutti…
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Categorie: Europa, Furher, Germania, Merlino

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 31 Gennaio 2013

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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