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In hoc signo

In hoc signo

Di Fabio Calabrese

Gli amici di “Ereticamente” sembra che ormai mi considerino un esperto in fatto di religione. In realtà, nessuno è un esperto di religione nel senso che possa dirvi con certezza se esista/no e che cosa sia/no la/le divinità, se abbiamo un destino dopo la morte e di che tipo. Certo, esiste la teologia cristiana, quella coranica, quella talmudica, ma nessuno che si eserciti nella conoscenza dei “sacri testi” delle tre religioni “del libro” o di altre (perché esistono anche l’Avesta, i Veda, i poemi omerici, e via dicendo), per quanto possa conoscere approfonditamente le scritture del culto che ritiene sacro, può con ciò accrescere sia pure minimamente la probabilità che la sua religione sia più vera di qualsiasi altra.
Ciò che si può invece studiare (anche se pura qui sarei lontano dal definirmi un esperto), sono gli effetti che l’una o l’altra concezione religiosa possono avere sul piano umano: storico, politico, sociale, culturale. Non “la religione”, dunque, ma “il fenomeno religioso” che è possibile esaminare dai punti di vista sopra accennati.

Fatta questa indispensabile premessa, la redazione di “Ereticamente” qualche tempo fa mi ha inviato un messaggio con delle domande alle quali cercherò di rispondere.
La prima e la terza domanda sono legate abbastanza strettamente, per cui vedremo prima assieme queste due per poi passare alla terza.
La prima domanda è molto diretta: “Come mai i più grandi anticristiani italiani contemporanei sono atei e di sinistra?”
Dare una risposta in questo caso è piuttosto semplice, quasi banale: perché l’anticlericalismo e l’ateismo di sinistra si sono sempre potuti appoggiare su di un movimento di massa e un’organizzazione ben strutturata ed efficiente quale è stato fino a tempi non troppo lontani da noi il partito comunista.
Una tradizione di anticristianesimo pagano non è mai mancata nella cultura italiana ed europea, farsi da Machiavelli e Filelfo in epoca rinascimentale, passando per il grande Nietzsche, fino ad arrivare nel novecento ad Arturo Reghini e Julius Evola, ma si è sempre trattato di un fenomeno elitario limitato a ristrette cerchie intellettuali. In parte, le cose sono cambiate col novecento e l’emergere dei movimenti fascisti nei quali c’era un’indubbia componente neopagana, ma a parte che con il concordato del 1928 il fascismo italiano si tarpò le ali da solo (Hitler che era di tutta un’altra pasta, ha ripetutamente affermato che se fosse uscito vincitore dalla lotta contro il bolscevismo, avrebbe dedicato il resto della sua vita allo sradicamento del “giudaismo culturale”, ed è chiarissimo cosa intendesse), la sconfitta del 1945 ha azzerato la situazione. Nella nostra epoca che vede l’emergere di una serie di movimenti spirituali spesso confusi e carichi di scorie dove occorre molta attenzione per distinguere il grano dal loglio: la New Age, il neoceltismo, la Wicca, si avverte una diffusa “voglia di paganesimo”. Quanto meno, i giochi si sono riaperti.  
Mi si chiede poi un commento a proposito di un comunicato del Centro Studi Giuseppe Federici (a quello che capisco un’organizzazione cattolica piuttosto intransigente) che parla in termini non proprio elogiativi di un’iniziativa voluta da Benedetto XVI, il Cortile dei Gentili, che si terrà ad Assisi il 5 e 6 ottobre con la partecipazione di  Giorgio Napolitano, Corrado Passera, Umberto Veronesi, Umberto Galimberti, Susanna Camusso, Franco Bernabè, Giulio Giorello, Gustavo Zagrebelsky, Vincenzo Cerami, Ermanno Olmi e numerosi altri, insomma a quanto pare di capire, il fior fiore del laicismo italiano rigorosamente di sinistra. (Ma in un momento di gravissima crisi come quello che stiamo vivendo, con la nostra economia che somiglia ogni giorno di più alla carena del Titanic dopo lo scontro con l’iceberg, politici e sindacalisti, a cominciare dal presidente della repubblica non hanno proprio niente di meglio da fare?)
L’iniziativa sta dando un grande fastidio al mondo cattolico tradizionalista contrario a ogni forma di dialogo con i non credenti, infatti quelli del Centro Studi Federici notano che:
“I più noti commentatori del mondo “tradizionalista” moderato hanno vivamente criticato l’iniziativa di Ravasi” (La Cattedra dei Non Credenti, un’iniziativa analoga che ha fatto da pilota a quella pontificia, organizzata a Milano dal cardinale Ravasi e dal recentemente scomparso cardinale Martini), ma naturalmente non aprono becco quando si tratta del papa.
Che ai cattolici tradizionalisti “je rode” come dicono a Roma, onestamente, non è che mi provochi sofferenze atroci. Queste persone sono ancorate a una visione anacronistica come se fossimo ancora all’indomani del Concilio di Trento, che sia finalmente per loro la volta buona per capire che contano quanto il due di picche, che non si può essere più papisti del papa così come non è possibile essere più realisti del re?
Di base c’è una profonda incomprensione (che non è solo loro) di che cosa sia il cattolicesimo. Io ho il sospetto che a partire dal Concilio di Trento la Chiesa cattolica si sia allontanata dal cristianesimo medievale ancor più di quanto non abbiano fatto i protestanti con la Riforma, infatti, ha sostituito la credenza in una dottrina con la fede in un’istituzione, ovviamente se stessa. Ora guardiamoli bene questi laici di sinistra e atei liberali: sono l’ultima cosa al mondo che possa impensierire la Chiesa cattolica. Innanzi tutto, non spingeranno mai il loro presunto anticlericalismo fino in fondo, perché sanno benissimo che per appagare quelle esigenze emozionali cui viene incontro “la fede”, una fede quale che sia, non hanno nulla da dare. In secondo luogo, saranno sempre pronti a riconoscere “l’utilità sociale” della Chiesa.
Cosa volete che importi se Mario Monti ad esempio è un massone legato al gruppo Bilderberg, che è stato svezzato in quel covo di laicismo massonico che è l’Università Bocconi? Quel che conta, è che la Chiesa non paga l’IMU per le sue proprietà immobiliari. Infine, fra i seguaci di Gesù e quelli di Marx c’è una riconoscibilissima consanguineità abramitica. Non a caso, tempo addietro Joe Fallisi parlava dei “compagni” come “preti e suore mancati”.
D’altronde, questi “laici” sono tollerati nell’esatta misura in cui possono essere facilmente manovrati. Nella nostra epoca il cristianesimo cattolico è costretto ad assumere un atteggiamento tollerante, ma esso rimane in  ultima analisi estraneo al suo DNA di fede abramitica per la quale il mondo è nettamente diviso fra “la comunità dei credenti” e “il regno del male”, infatti sul periodico on line “Corrispondenza romana” del 19 luglio 2011 si trova un editoriale, Libertà religiosa o libertà dei cristiani, a firma di Roberto De Mattei, ed è davvero sorprendente per la sua esplicitezza, al punto che c’è da stupirsi che compaia in una pubblicazione ostentatamente cattolica (nella “C” di “Corrispondenza” è disegnata la cupola di San Pietro, tanto per non lasciarci nessun dubbio che quel “romana” che segue non si riferisce in alcun modo alle tradizioni romane dei Cesari ma ha lo stesso significato dell’analogo aggettivo che compare nella testata di un noto “Osservatore”), si rifà esplicitamente alle encicliche di vari pontefici: Mirari Vos di Gregorio XVI, Sillabo   Quanta cura di Pio IX, Immortale Dei  Libertas  di Leone XIII.
In sostanza, secondo la “dottrina” della Chiesa non esiste la libertà religiosa ma solo ed esclusivamente la libertà dei cristiani, come recita il titolo dell’articolo, ma per meglio dire, dei cattolici; siamo esattamente all’opposto del concetto formulato da Voltaire: “Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa professarle liberamente”.
In sintesi:
“ La Chiesa non impone la fede cattolica a nessuno, ma esige la libertà dell’atto di fede, non nasce da un presunto diritto naturale alla libertà religiosa, ossia da un presunto diritto naturale a credere in qualsiasi religione, ma si fonda sul fatto che la religione cattolica, l’unica vera, deve essere abbracciata in piena libertà e senza nessuna costrizione. La libertà del credente si fonda sulla verità creduta e non sulla autodeterminazione dell’individuo.
Il cattolico e solo il cattolico ha il diritto naturale a professare e praticare la sua religione e lo ha perché la sua religione è vera”.
Bello, vero? Soprattutto se consideriamo che la stragrande maggioranza dei cattolici è tale perché battezzata in un’età in cui non era ancora in grado di intendere e volere e perché ha ricevuto questo indottrinamento insieme all’educazione familiare, spesso con pressioni e sensi di colpa, che coloro che hanno aderito al cattolicesimo da adulti provenendo da concezioni laiche o da altre religioni, cioè hanno davvero aderito al cattolicesimo “in piena libertà e senza nessuna costrizione” sono frequenti all’incirca quanto i denti di gallina.
Io mi chiedo se ci voglia tanto a capirlo: qualsiasi religione è la sola vera agli occhi dei suoi credenti: partendo da simili presupposti si può solo arrivare o al conflitto permanente o all’imposizione forzata e brutale di una rigida ortodossia che stringe in una camicia di ferro e reprime con brutalità qualsiasi forma di pensiero indipendente: esattamente quello che la Chiesa cattolica ha fatto nel corso dei secoli, senza del resto aver imparato niente dagli errori del passato, perché incapace di ammettere di aver errato, ma adesso il vento sembra proprio aver girato contro questi violentatori di coscienze prima che di bambini.
Veniamo all’altra questione sulla quale gli amici di “Ereticamente” mi chiedono una valutazione. Trascrivo letteralmente dal messaggio che mi è stato inviato: “Lo hai letto che Alemanno [il sindaco di Roma, PDL ex AN] organizzerà un evento a ponte Milvio sulla ‘donazione’ di Roma che Costantino fece ai cristiani: in hoc signo vinces …. La farà illuminare sul cielo della Città Eterna”.
In termini di valutazione etico-politica, cosa si potrebbe dire se non che si tratta di una vera indegnità? Una manifestazione-patacca che perpetua una mistificazione vecchia di duemila anni. Gianni Alemanno, sindaco di Roma, transitato nel PDL quando AN è confluita in questo, e rimastovi quando il suo ex capopartito, ancora più buffone di lui (e che non nomino per non vomitare sulla tastiera del PC), ne è uscito spostandosi ancora più a sinistra, ex missino, ex ordinovista, genero di Pino Rauti, e che ancora adesso gira con al collo una medaglietta con la croce celtica (a proposito di signa vana…), qualche cosa di Julius Evola e di Imperialismo pagano dovrebbe sapere, ma nemmeno le grandi idee possono aumentare le dimensioni di un ometto piccolo piccolo, soprattutto in quest’epoca di opportunismo nemmeno tanto strisciante in cui i cardinali vanno a benedire Porta Pia e trovano politici “laici” e di sinistra che hanno allegramente svenduto l’idea di laicità dello stato più che pronti a ricambiare il loro abbraccio mefitico ma elettoralmente produttivo.
Quando si dice il diavolo che ci mette la coda (ma vi posso assicurare che non era il diavolo, ma un indignatissimo Pan), qualche giorno prima della farsesca rievocazione, è stato “beccato” dai media nazionali a fare il saluto romano un ragazzino diciassettenne, cosa di cui non sarebbe importato nulla a nessuno se non si fosse trattato del figlio di cotanto padre che ha promesso a mezzo stampa una severa reprimenda al pargolo.
Piuttosto, non sarebbe stato invece il caso di interrogarsi sul perché si continua a criminalizzare un gesto innocuo che non nuoce a nessuno e è al più una manifestazione di quella libertà di pensiero che la bugiarda costituzione repubblicana fa finta di garantire, e sul senso di questa democrazia che si sostanzia di proibizioni e divieti anacronistici e assurdi?
Sul sito di “Ereticamente” è già apparsa una lettera aperta al sindaco Alemanno a firma di Remo Mangialupi, di cui riporto qui uno stralcio:
“ [Leggo] che tu il 27 e 28 ottobre prossimo, hai in animo di celebrare la battaglia di Ponte Milvio e il presunto miracolo di Costantino, “festa celebrativa dell’identità cristiana di Roma”. Che a Saxa Rubra verrà ricostruito un accampamento militare romano con annesse comparse di soldati e macchinari dell’epoca e che verrà messa in scena la battaglia, e che al tramonto farai proiettare nel cielo con dei potentissimi fari la scritta IN HOC SIGNO VINCES, mentre la controfigura dell’usurpatore Costantino alzerà il alto la croce con il famoso monogramma.
Ora, è bene che tu sappia che quello che ti accingi a fare è indegno di un rappresentante dell’Urbe. Tu celebri solo il trionfo dei veri nemici di Roma e dei profeti di sventura che allignano da troppo tempo su entrambe le sponde del Tevere”.
Dal punto di vista etico non vi sarebbe null’altro da dire se non condividere in pieno la sacrosanta indignazione del nostro Remo.
Dal punto di vista storico occorre rilevare che Alemanno o chi per lui abbia pensato e organizzato questa pagliaccesca cerimonia, mostra di avere una conoscenza storica veramente scarsa, quanto meno per il fatto di mescolare assieme con disinvoltura due episodi chiaramente distinti: la battaglia di Ponte Milvio e la presunta “donazione” di Costantino, in realtà un ben più tardo falso di epoca medievale.
Ma la cosa migliore è forse quella di raccontare con ordine questa (triste e vergognosa) vicenda, il cui reale svolgimento e il cui reale significato sono alquanto diversi da quel che i più si immaginano.
Cominciamo con il dire, e chiarire una volta per tutte che se noi riferiamo la parola “Roma” non solo a quella certa città che si trova al centro della nostra Penisola e che ne è la capitale, città afflitta da varie sciagure fra cui un sindaco di nome Gianni Alemanno, ma anche a quell’entità statale estesasi  dall’Italia a tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, dalla Britannia al Mar Rosso, divenuta imperiale con Augusto, allora parlare di “identità cristiana di Roma” significa pronunciare un autentico ossimoro o una bestemmia.
Naturalmente, l’episodio oggetto di questa rievocazione-patacca è del tutto inverosimile: la croce che sarebbe apparsa nel cielo prima della battaglia e la voce celeste che avrebbe pronunciato le parole “In hoc signo vinces”, “in questo segno vincerai”. Se le prestiamo la minima fede, allora possiamo credere non solo alle storielle evangeliche, ma anche a Babbo Natale o alla cicogna che porta i bambini.
E’ una storia che ha il sapore delle molte favole agiografiche di età medievale, spudoratamente false. Potrebbe essere un’invenzione dei propagandisti di Costantino, ma a me sembra più verosimile che si tratti di una favola molto più tarda, inventata in età medievale. I cristiani dei primi secoli, infatti, non usavano come simbolo la croce, che in età romana non era altro che un patibolo infamante, ma il monogramma X P, “chi” e “ro”, nell’alfabeto greco, le due prime prime lettere di  “Christos”, oppure il simbolo del pesce (in greco ICHTYS che i cristiani interpretavano come acrostico di “Iesus Christos Theou Yos Soter” ovvero “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”. Possiamo osservare che nei mosaici ravennati, di epoca molto posteriore a Costantino, i soldati bizantini hanno sugli scudi il monogramma X P, non la croce.
Quello che più importa, però, non è l’aspetto folclorico-scenografico del presunto miracolo (anche se è importante osservare come la Chiesa abbia costantemente falsato le narrazioni storiche e ancora oggi storici cosiddetti seri continuino a bersela alla grande), ma il cambiamento politico intervenuto dopo ponte Milvio.
Notiamo che subito dopo Ponte Milvio, appena preso il potere “nel segno di Cristo”, Costantino iniziò la demolizione dello stato romano; in primo luogo con il trasferimento della capitale in Oriente, a Bisanzio che divenne Costantinopoli, “La città di Costantino”. Come rimedio al caos istituzionale che aveva travagliato lo stato romano almeno a partire dal fallimento dell’esperimento di monarchia adottiva con gli Antonini (a Trieste si dice “pezo el tacon che el buso”, “peggio la toppa che il buco”), Costantino aveva il progetto di erigere una realtà più ristretta e compatta, una tirannide sacrale basata sul cristianesimo sul modello delle monarchie ellenistiche che in Oriente avevano preceduto lo stato romano, ma che in realtà si rifaceva a una tradizione molto più antica formatasi all’ombra delle piramidi e delle ziggurat, potremmo dire che Costantino e i suoi successori, questi imperatori cristiani che non possono essere definiti romani, e forse converrebbe chiamare proto-bizantini, sono un momento nella lunga catena storica del dispotismo orientale, dai faraoni ai sultani. In questa prospettiva, l’Occidente troppo restio ad accettare una soluzione di questo tipo, dove vi era e vi è un senso della libertà e della dignità personale assente nel mondo orientale, diventava semplicemente una preda bellica, un parco di risorse da saccheggiare per dar vita alla nuova realtà “bizantina”.
L’esosa fiscalità con cui Costantino strangolò l’economia dell’Occidente divenne proverbiale: la combinazione di clericalismo ed esosa e vorace fiscalità sembra quasi anticipare di diciassette secoli il governo Monti:
“Costantino il Grande vinse i suoi rivali, evitò le guerre esterne e confiscò i tesori ai templi pagani: ciò nonostante fece incatenare i contadini liberi che fuggivano per sottrarsi alle imposte, e impose una tassa sui baratti che i suoi agenti riscossero con la frusta. Tali furono le fondamenta sulle quali Costantinopoli fu costruita. Gli imperatori non si limitarono a tosare il loro gregge, lo scorticarono vivo. Si salvarono pochi privilegiati le cui ricchezze formavano un contrasto stridente con la miseria generale”.
(R. S. Lopez, La nascita dell’Europa, Secoli V-XIV, Einaudi, Torino 1966).
Può sembrare strano, ma l’uomo che impose il cristianesimo all’impero e che di fatto demolì lo stato romano, lasciando poi ai Germani il compito di togliere di mezzo un cadavere (perché le invasioni barbariche si trovarono di fronte una compagine statale già demolita, “uccisero” un morto, ed è stato il cristianesimo il vero assassino della romanità), con ogni probabilità cristiano non lo fu mai.
La leggenda, di cui non ci sono riscontri storici, vuole che egli sia stato battezzato sul letto di morte. Forse ciò è avvenuto quando egli non era più in grado di intendere e volere, forse, ed è più probabile, non si tratta altro che della materializzazione a posteriori di un “pio” desiderio, anche per togliere lo scomodo imbarazzo di un sovrano “non cristiano” che tuttavia fu l’effettivo inventore del cattolicesimo.
La religione era per lui un instrumentum regni cui servirsi con disinvoltura, non discostandosi molto in questo da quanto avevano cercato di fare prima i Severi introducendo il culto solare, poi Diocleziano con la divinizzazione della stessa figura imperiale.
Vi era però una differenza fondamentale rispetto a questi culti: non ci si può servire di una religione che è una visione totalizzante sostenuta da una gerarchia ben organizzata, la si serve a meno di non avere il coraggio di combatterla, e i successori di Costantino divennero docili strumenti nelle mani del nuovo potere ecclesiastico, primo fra tutti “il grande” Teodosio.
Quali fossero le finalità di Costantino, si videro bene nel  concilio di Nicea, presieduto dallo stesso imperatore (il papa allora in quanto tale non esisteva, era semplicemente il vescovo di Roma, una figura di non particolare spicco nella cristianità); esso servì a definire i lineamenti di una fede “cattolica” katholiké, cioè “universale”, che andasse bene, che doveva forzatamente andare bene a tutti i sudditi dell’impero, una fede sincretistica con alcuni contentini ai pagani: ad esempio la nascita di Cristo che nessuno sapeva o sa quando sia effettivamente avvenuta, fu fissata al 25 dicembre al solstizio d’inverno, in coincidenza con il “compleanno” del Sol Invictus Aureliano e quello del dio Mitra; sempre in analogia con tradizioni soteriologiche pre-cristiane si stabilì che egli era figlio di una vergine, e fu introdotta la cerimonia dell’eucaristia in analogia con il cannibalismo rituale orfico, ma i cristiani fecero comunque la parte del leone. Nella stessa circostanza fu fissato il canone della dottrina e fra gli svariati vangeli delle diverse comunità cristiane furono scelti i quattro canonici non in base, si capisce, a criteri di correttezza storica o filologica che i “sacri” estensori manco sapevano cosa fossero, ma di opportunità politica.
Questo fatto ha dato origine a un mito ostinato quanto fasullo. Si pretende che prima di Nicea sarebbe esistito un “cristianesimo primitivo” puro ed esemplare, tutto basato sulla “pietas” e l’amore per il prossimo. Vittorio Messori, per esempio (ma non è che uno dei tanti) nel suo libercolo Ipotesi su Gesù a reclamare il ritorno della “grande speranza” che Costantino avrebbe tolto al mondo con Nicea. Basta essere solo un pochino scaltriti per accorgersi che questo “cristianesimo delle origini” non è che un gemello del “vero comunismo” che non è mai esistito da nessuna parte se non nella fantasia dei più ingenui discepoli di Marx.
La lista dei fatti che inducono a pensare che i cristiani “delle origini” ante-Nicea fossero ben altra cosa da questo idilliaco quadretto, è per la verità piuttosto lunga: L’episodio di Anania e Saffira, i due coniugi morti dopo essere stati “aspramente rimproverati” da san Pietro per aver trattenuto per sé una parte del ricavato della vendita di un campo che si erano impegnati a versare alla comunità cristiana, l’episodio di Simon Mago, linciato dalla folla dopo un tentativo di librarsi in volo, san Paolo presente, quanto meno non fece nulla per impedirlo, il sospetto in cui costoro erano generalmente tenuti dalla popolazione romana, al punto che la voce popolare li accusò del famoso incendio dell’epoca di Nerone, che essi poi rovesciarono sull’imperatore (con l’efficacia di due millenni di calunnie al punto tale da trovare ancora oggi qualche cosiddetto storico disposto a credere loro), il sequestro in perfetto stile mafioso e l’assassinio tra atroci torture della sventurata Ipazia: tutto lascia intendere che questi cristiani primitivi fossero un gruppo di “puri”, si, ma chiusi, intolleranti, fanatici, pronti a tutto per l’affermazione della loro fede, e tutt’altro che alieni dalla violenza, forse la realtà odierna con cui presentano maggiore somiglianza potrebbero essere le cellule di un’organizzazione terroristica.
Dopo Costantino (anche se non fu il suo successore diretto), Teodosio. Dopo Ponte Milvio, dopo l’Editto di Milano del 313 che accordava ai cristiani una libertà di culto che gli imperatori romani (quelli veri) avevano loro negato molto meno spesso e in maniera molto più blanda di quanto non si pensi, dopo Nicea, arriva l’infame e vergognoso editto di Tessalonica del 380 con il quale il paganesimo viene messo fuori legge, continuare a seguire la religione dei padri diventa un delitto passibile di morte, è l’assassinio definitivo della civiltà romana: si incarcerano e si trucidano migliaia di persone, si distruggono i templi e le statue degli dei, si bruciano le biblioteche, tutta la cultura classica viene sistematicamente annientata. Inizia un capitolo buio della nostra storia di cui gli storici ufficiali hanno fatto di tutto per tenerci all’oscuro, la lunga persecuzione dei pagani, l’estirpazione delle fedi e delle radici native dell’Europa condotta con la più brutale violenza.
Lo scrittore greco Vlasis Rasias ha raccolto una documentazione impressionante di questi eventi nel suo libro La distruzione dei templi, libro che – guarda un po’ – è inedito in Italia, ma se ne trova un estratto sul sito della Congregazione degli Ellenici.
Occorre tenere presente che fino al 380 i cristiani nell’impero erano una minoranza; pare, un terzo della popolazione in Oriente, un sesto in Occidente, una minoranza che si apprestò con l’aiuto del potere imperiale e grazie alla violenza più efferata, a diventare la totalità.
La prima data riportata nell’elenco di Rasias è il 324; il cristianesimo è diventato legale da appena un decennio, ma sono già cominciate le distruzioni dei templi, la cacciata dei fedeli pagani, la tortura fino alla morte dei sacerdoti. I discepoli del “mite agnello redentore” si dimostrano già belve feroci. Nel 359 a Skytopolis in Siria viene inaugurata quella che è forse la più grande invenzione che dobbiamo al cristianesimo: il primo campo di concentramento dove è previsto che siano deportati per essere torturati e uccisi i pagani catturati in qualsiasi angolo dell’impero.
E così via, un elenco di violenze senza fine, dove vediamo templi e biblioteche saccheggiate da orde di fanatici, “santi” che si sono guadagnati il titolo di santità organizzando bande di assassini per colpire chi si ostinava a seguire la religione dei padri, vescovi che erano in tutto dei capobanda di commandos sanguinari (esemplare fra tutti san Cirillo di Alessandria che fece sequestrare, torturare e uccidere Ipazia nel 415, ma non era certo il solo), la proibizione addirittura per gli stessi vescovi cristiani di studiare i testi degli autori pagani, nella giustificatissima convinzione che l’ingrediente principale della “fede” cristiana è l’ignoranza, e via dicendo, un elenco che sarebbe troppo lungo e ripetitivo riportare.
Tuttavia, un dato va sottolineato, l’ultima data che compare nell’elenco di Rasias è l’890, oltre cinque secoli dopo l’inizio della persecuzione, a quasi nove dalla presunta incarnazione. Se è occorso un tempo così lungo, è perché non si trattava di far risplendere ai pagani la “pura luce” della rivelazione divina, ma per sradicare una civiltà dalle sue fondamenta, annientare la cultura, le tradizioni, il modo di essere di un insieme di popoli.
Se il testo di Rasias ha una lacuna, è quella di non occuparsi di ciò che avvenne, del modo in cui l’Europa fu cristianizzata fuori dai confini dell’impero romano. Le campagne carolinge contro i Sassoni, quelle dell’Ordine Teutonico contro gli Slavi, addirittura la crociata condotta nella Francia meridionale contro gli Albigesi mostrano tutte il medesimo copione: stragi, incendi, saccheggi, riduzione in schiavitù dei recalcitranti, sono i principali argomenti impiegati nei sermoni con cui l’Europa fu convertita.
Il cristianesimo ha conquistato l’Europa come un esercito invasore e ne ha mantenuto il controllo come un esercito occupante: col pugno di ferro dell’inquisizione dei roghi dei presunti eretici e delle presunte streghe. Quando non ha potuto più imporsi con la forza, è iniziata la scristianizzazione dell’Europa, lenta ma progressiva e probabilmente irreversibile; il segno più chiaro che questa fede mediorientale, come aveva intuito il grande Richard Wagner, rimane ed è sempre rimasta estranea all’anima profonda del nostro continente. 
Noi non dobbiamo pensare che Roma abbia accettato la cristianizzazione così in fretta e senza resistenze: almeno due successori di Costantino hanno cercato di ripristinare il paganesimo, cioè di salvare lo stato romano e di riportare le cose alla normalità: uno è stato calunniato come  rinnegato dai rinnegati che avevano voltato le spalle alla romanità, l’altro espunto dalle liste dei successori di Augusto e dalla storia: Giuliano ed Eugenio.
Giuliano, che i cristiani hanno calunniato chiamandolo l’apostata, cioè il rinnegato, quando i rinnegati, coloro che avevano tradito la fede dei padri e lo stato romano non erano altri che loro, è stato una grande figura di imperatore che per disgrazia Roma ha perso sin troppo prematuramente (al punto che c’è il sospetto che i seguaci del “mite agnello redentore” siano stati tutt’altro che estranei alla cosa) fu una personalità notevole, un imperatore-filosofo in questo non dissimile da Marco Aurelio, riorganizzò l’impero cercando trarlo fuori dal caos e dalla crisi che l’esasperato fiscalismo costantiniano avevano creato. Seguace della filosofia neoplatonica, non amava il cristianesimo, e Voltaire che si è occupato di lui nel Dizionario filosofico si chiede giustamente perché mai avrebbe dovuto farlo avendo visto da bambino agenti cristiani assassinare i suoi genitori sotto i propri occhi, tuttavia a differenza di quanto ci viene spesso raccontato, non perseguitò i cristiani, si limitò a restituire ai pagani la libertà di culto. I cristiani di allora non dovevano essere diversi dai cattolici di oggi che guai a toccargli lo stato vaticano, l’ora di religione, i crocifissi nelle aule scolastiche e nei tribunali, sapevano come sanno i cattolici di oggi, che in un confronto realmente alla pari con altre religioni o visioni del mondo, la loro “fede” non può che uscire perdente.
A causa del complicato sistema di successione basato su “cesari” e “augusti” introdotto da Diocleziano, capita che Eugenio, non essendo stato riconosciuto da Teodosio come “cesare” sia considerato un usurpatore. Eugenio lo fu quanto fu apostata Giuliano, egli essendo l’ultimo imperatore pagano, fu l’ultimo vero imperatore di Roma, gli usurpatori sono Costantino, Teodosio e gli altri imperatori cristiani, proto-bizantini, tutto meno che romani.
C’è naturalmente un altro motivo per non parlare di Eugenio: fino a quando si può fingere che il tentativo di restaurazione pagana di Giuliano abbia rappresentato un caso isolato, lo si può sempre ridurre a una sorta di fissazione personale, invece del tentativo di riportare l’impero alla normalità.
Altrettanto naturalmente va da sé che Teodosio si affrettò a risolvere il problema con il solito mezzo con il quale il cristianesimo si è espanso in Europa e nel mondo, con la violenza, invadendo la parte occidentale dell’impero. Questo episodio del quale gli storici ufficiali si guardano bene dal parlarci, è stato rievocato in un articolo, I pagani sono ancora tra noi a firma di Franco Capone e Giacinto Mezzarobba pubblicato sul n. 154, agosto 2005 di “Focus”.
Lo scontro decisivo avvenne sulle rive del fiume Frigido, oggi Vipacco in provincia di Gorizia nel settembre 394.
Un punto che ho appreso da questo articolo con estremo interesse e, sono sincero, con una punta di commozione, è che in difesa dell’Occidente si schierarono quel giorno sul Vipacco legionari reclutati in Italia ed in Gallia, mentre Teodosio schierava un’accozzaglia di mercenari barbari: Visigoti, Alani, Vandali, persino Unni. Da un lato le ultime vere legioni di Roma che, contrariamente a quanto ci è dato spesso ad intendere, non scomparvero nel nulla senza aver combattuto la loro ultima battaglia, dall’altro una torma di mercenari che sembra quasi la prefigurazione di quelle plebi “mondialiste” che oggi assediano l’Europa ed alle quali le Chiese cristiane vorrebbero che spalancassimo le porte e le braccia fino ad essere sommersi, fino alla completa sparizione dell’homo europeus, rivelando così che il fondo anti – europeo del cristianesimo è sempre vivo.
Nell’editoriale del direttore di “Focus” Sandro Boeri c’è un commento a quest’articolo. Vandali e Unni hanno ancora oggi una pessima fama, eppure furono loro a determinare la definitiva vittoria del cristianesimo. Dovremmo essergliene grati? Dovremmo essere loro grati di aver distrutto la maggiore civiltà del mondo antico e di aver assicurato all’Europa un millennio di barbarie e di oscurità sotto il segno opprimente della croce?
Un altro punto, che non si legge senza commozione, è che i legionari schierati quel giorno sul Vipacco in difesa della civiltà e del paganesimo contro i “crociati” cristiani e barbari, erano italici e gallici. Per un lungo lasso della storia antica, romanità e celtismo hanno vissuto di antagonismo reciproco, e la convivenza fra i due non è stata certo facile dopo la conquista romana delle Gallie, eppure eccoli lì, schierati insieme quel giorno, nell’ultima difesa della civiltà antica. Al disopra della contrapposizione fra l’uno e l’altra risalta la comune appartenenza al mondo pagano ed europeo.
I legionari romano – gallici si comportarono bene quel giorno, e senza un seguito di circostanze davvero sfortunate avrebbero inflitto all’accozzaglia barbarica l’ennesima sconfitta. Due circostanze davvero sfortunate volsero l’esito dello scontro a favore dei “crociati” barbari di Teodosio: un reparto dei difensori che avrebbe dovuto aggirare e prendere alle spalle le posizioni dei “crociati” tradì per denaro e passò al nemico, ma soprattutto si levò il vento, la micidiale bora, che ributtava loro addosso le frecce dei difensori e dava più slancio a quelle dei nemici.
Ammettere la sconfitta non è disonorevole, quando essa non è imputabile a mancanza di valore, nella storia vi sono alcune sconfitte nelle quali il valore sfortunato brilla più di quello premiato dal fato di tante vittorie, le Termopili, El Alamein, il quadrato della Vecchia Guardia che “muore ma non si arrende” a Waterloo.
Parliamo dell’altro aspetto della falsificazione che la carnevalesca cerimonia organizzata da Alemanno viene a celebrare, la “donazione” di Roma ai Cristiani e, in loro vece, al pontefice, che si favoleggia Costantino avrebbe fatto. 
Non c’è, fortunatamente, bisogno di dimostrare che questa donazione, spacciata come testamento dell’imperatore Costantino, è un falso, perché lo fece già sei secoli or sono in maniera egregia l’umanista Lorenzo Valla, scoprendo che questo documento è redatto in un latino medievale che non poteva essere in uso prima dell’epoca carolingia (anche se pare di capire che Gianni Alemanno non sia tuttora a conoscenza di ciò). Può semmai essere interessante rilevare che già prima che la falsificazione venisse scoperta, essa era percepita come un documento dagli effetti deleteri per l’Italia, per l’Europa, per la stessa religione cristiana, almeno agli occhi di chi l’interpretava come una fede piuttosto che come la giustificazione di un sistema di potere. Si vedano le parole del nostro grande Dante Alighieri:
“Ahi Costantin, di quanto mal fu matre
Non la tua conversion, ma quella dote
Che fece il primo ricco patre”.
E non si può dire che in ogni caso Dante avesse torto: la translatio imperii, il trasferimento dell’impero dai Latini ai Germani, che la Chiesa non aveva alcun diritto di fare, perché si era impadronita abusivamente del titolo imperiale sulla base di un falso, ci è costata, è costata a noi Italiani quindici secoli di frantumazione politica, di sudditanza a dominatori stranieri, di umiliazioni, ne paghiamo ancora adesso le conseguenze nella fragilità della nostra identità nazionale.
Che essa non sarebbe potuta in ogni caso essere autentica, lo si capisce se si conosce un po’ la storia di quell’istituzione nota come papato anche se essa, esattamente come è avvenuto in generale per la fede cristiana, una volta affermatasi, ha provveduto a occultare e falsificare le proprie origini.
Nell’età antica, ai tempi di Costantino o prima, non c’era il papa, solo il vescovo di Roma, anche se successivamente, una volta proclamatisi capi della cristianità, successori di Pietro, vicari di Cristo e chi più ne ha più ne metta, i papi provvidero a elevare fittiziamente a posteriori i loro predecessori come vescovi dell’Urbe alla medesima dignità, ma al tempo di Nicea, il predecessore dei futuri sommi pontefici era semplicemente un vescovo, vale a dire inferiore come grado e prestigio ai patriarchi che reggevano le grandi diocesi orientali: Costantinopoli, Alessandria, Antiochia. D’altra parte, se ci pensiamo bene, se Costantino aveva fatto di tutto per cancellare il ruolo di Roma come centro dell’impero, era assurdo che poi le restituisse dignità elevandola a capitale della cristianità.
I vescovi romani avevano però un vantaggio del quale seppero destramente approfittare. Essendo per Costantino l’Occidente una specie di terra di nessuno da cui saccheggiare risorse, lasciata a se stessa e che dopo il 476 non ebbe più neppure una parvenza di potere imperiale, essi si trovarono ad avere molta più libertà di azione dei patriarchi orientali strettamente controllati dalla corte di Bisanzio, e ne approfittarono per guadagnare sempre più potere politico.
Ma la Chiesa romana non è stata fondata direttamente da san Pietro, il “principe degli apostoli” nominato direttamente da Cristo suo vicario?
Ebbene, questa non è che una leggenda del tutto destituita di fondamento storico. L’uomo di cui  i papi si proclamano successori, a cui è dedicata la più imponente chiesa della cristianità, per erigere la quale diedero vita a una sfacciata politica di abuso della credulità popolare onde impadronirsi delle risorse necessarie al punto da provocare il più grande e devastante scisma nella storia della cristianità, la riforma protestante, Simon Pietro, detto Cefa o Barjona (il guerrigliero) chi era in realtà, è credibile che sia stato il primo vescovo di Roma, che a Roma abbia subito il martirio, che nell’Urbe ci sia neppure stato?
Cominciamo da questo soprannome, “Barjona”, “guerrigliero”, è un elemento, non il solo, che connette il cristianesimo delle origini al movimento zelota, al messianesimo politico antiromano. Consideriamo l’episodio del Getsemani, quello che portò alla crocifissione di Gesù, è un episodio che i vangeli raccontano in modo pesantemente censurato, al punto che non si spiega come mai, oltre alle guardie del tempio di Gerusalemme, dovette essere impiegata un’intera coorte se si trattava non di reprimere una rivolta, ma di arrestare un gruppetto di innocui predicatori. Nonostante la censura, ne emerge quanto meno il comportamento violento di Pietro che taglia un orecchio a una guardia del tempio (sicuramente non fu il solo atto violento commesso quella notte). Abbiamo capito di avere a che fare con un tipo tutt’altro che tranquillo, di probabile origine zelota, connesso al messianismo insurrezionale.
Gli Atti degli Apostoli ce lo mostrano poi come il leader della fazione perdente fra i discepoli di Gesù, quelli che volevano mantenere la nuova setta nell’ambito dell’ebraismo, e che fu sconfitta dalla linea paolina tesa a farne una religione universale. Paolo racconta di essersi scontrato con Cefa (cioè Pietro) nel suo soggiorno a Gerusalemme, e che costui “aveva torto”. Certamente aveva torto, sottovalutava enormemente il potenziale di diffusione della nuova religione. Da quel che è dato capire, ognuno rimase sulle sue posizioni. Fino al passaggio del rullo compressore della guerra giudaica del 67-70, pare continuasse a esistere la cosiddetta “Chiesa di Gerusalemme” (in contrapposizione a quella “di Roma”) ossia quella che non accettò la linea paolina di apertura ai Gentili, e Pietro ne rimase il leader. Poiché pare fosse più anziano di Gesù, deve essere morto all’epoca della guerra o poco prima; è poco probabile che sia mai uscito dai confini della Palestina, e Roma che per lui era un odiato nemico, non deve averla mai vista nemmeno dipinta.
Almeno due volte in due luoghi diversi sotto le fondamenta della basilica di San Pietro sarebbero state ritrovate le presunte ossa dell’apostolo, ma la cosa non fa meraviglia visto che essa sorge sul luogo di un antico cimitero romano.
Le più antiche liste di vescovi romani cominciano con san Lino, che solo in epoca tarda fu retrocesso al secondo posto per far spazio al “principe degli apostoli” anche se elevato nel contempo alla dignità di pontefice che probabilmente in vita sua mai seppe di possedere.
Considerate le cose nella corretta prospettiva storica, non solo la donazione di Costantino è, come tutti noi tranne Gianni Alemanno sappiamo da secoli, materialmente falsa, ma è anche assurda perché diciamolo pure, il papato allora non esisteva; il vescovo di Roma si è costruito un potere politico che gli ha poi consentito di proclamarsi leader della cristianità tra l’epoca longobarda e quella carolingia.
Il primo nucleo di quello che poi diventerà lo stato pontificio nacque grazie a un’altra donazione in teoria successiva ma in effetti precedente a quella presunta di Costantino (che probabilmente risale a non prima dell’età carolingia) e anche questa è una bella storia di donazione truffaldina che merita conoscere. Il re longobardo Liutprando desiderava restituire ai legittimi proprietari il castello di Sutri nell’alta valle del Tevere che i suoi uomini avevano occupato. Gli fu fatto credere che esso appartenesse “alla santa Chiesa” cui egli lo riconsegnò, ma si trattava in realtà di un possesso bizantino.
Una lunga storia di falsificazioni e inganni, ma questi ultimi sono ancora peccati veniali rispetto alla violenza che ha permesso la cristianizzazione dell’Europa.
Che cosa si appresta dunque a celebrare il sindaco di Roma se non una colossale mistificazione? E’ impossibile non pensare alle parole di Arturo Reghini, parole che non hanno purtroppo perso minimamente validità da quando furono scritte:

“Quando si smetterà di inginocchiarsi davanti al genio distruttore del cristianesimo, per rendere finalmente omaggio al genio creatore di Roma?”

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Categorie: Cattolicesimo, Costantino, Roma

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Ottobre 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Semplicemente bellissimo, ho letto il post con la stessa emozione che tu hai sentito nel momento della scritta.
    Iannaccio Donato – Buenos Aires

  2. Anonymous

    Lettura unica!!!! Luigi piva thiene

  3. Anonymous

    Ottimo articolo.
    Un paio di imprecisioni, però: Eugenio fu intimamente cristiano, benché tollerante, “eretico” e intimamente convinto che l’essenza dell’Impero dovesse essere nella Pax Deorum e non nell’imposizione di un culto peregrino che pur lui stesso professava.
    Inoltre, tra i valorosi combattenti del Frigido non c’erano solo Italici e Celti, ma anche un popolo Germanico che all’epoca era ancora pagano, vale a dire i Franchi del condottiero Arbogast, comandante in seconda dell’armata.
    Le insegne, infatti, rappresentavano Giove Ottimo Massimo da una parte e un Ercole romano-germanico portato dalla legione di origine germanica, che altri non è che un DonarThor interpretato alla romana.
    Da una parte l’Occidente, compresi quelli che teoricamente sono passati alla storia come barbari ma che in realtà semplicemente hanno perso la loro occasione per far parte della Romanità che ammiravano, dall’altra una accozzaglia orientale in cui si contavano altri Germani, Slavi, moltissimi mediorientali e persino popolazioni delle steppe….

  4. ultimo commento interessante e in questo caso apprezzata critica. Però, perchè restare anonimi? Gli interventi di qualità si devono fare riconoscere…

  5. Salutiamo i tanti amici argentini che ci seguono! Tra i nostri collaboratori annoveriamo un loro connazionale, Juan Pablo Vitali, del quale li invitiamo a leggere i suoi posts

  6. Anonymous

    Grazie tante. Io pero sono italiano. Qui ci sono tantissimi connazionali che formano un piccolo pezzo d’Italia.
    Iannaccio Donato

  7. Anonymous

    Il calabrese continua sulla sua linea;
    pseudoargomentazioni sinistroidi,uaarine,
    rabbiniche e massoniche.
    Come appunto
    -la visione progressista
    massonica (“Queste persone sono ancorate a una visione anacronistica”)
    -le citazioni di illuministi massoni come voltaire
    (vero maestro del Nostro simpatico & delirante
    calabrese col suo “diffamate,qualcosa resterà”riferito proprio alla Chiesa)
    -il relativismo anch’esso tutto loggiastico
    “qualsiasi religione è la sola vera agli occhi dei suoi credenti”
    -l’uso denigratorio dei termini “medievale”
    e “bizantino” per definire Cristianità Romano-Germanica ed Impero Romano d’Oriente.

    Quando non è massone è ignorante,
    come quando afferma che l’apparizione
    del “Hoc Signo Vinces” è una falsità perchè la Croce ancora non era usata come simbolo;
    beh,caro menestrello empio,il simbolo
    che apparve fu proprio un Chi-Ro!
    Legga 2 righe prima di scrivere delle paganate!!!

    Poi altre tirate massoniche sui “poveri contadini”(che durante il pagano impero romano
    invece erano dei pascià!)
    e le altre minxhiatelle d’ordinanza su
    roghi(fenomeno protestante che nella storia cattolica,purtroppo a giudicare dai frutti,si verificò in casi rari)
    o sui Vangeli(sceti in base al redattore
    ed alla data di redazione;i non canonici sono chiaramente diversi in forma e contenuti,difatti non sono Vangeli).

    Poi si va sul tragicomico quando il Nostro
    afferma che il cristianesimo portò decadenza e spalancò le porte ai Germani…..
    Quei Germani che ormai da decenni erano parte integrante dell’Impero,specie militarmente
    dato che i latini pagavani pensavano a banchetti,orge di ogni tipo e non c’era verso di farli arruolare(e questo ai tempi di Augusto,quindi prima di Cristo).

    Comunque non si lamenti squallidamente dei “kattivoni kristiani integralisti”.
    Il cattolico non fa sintesi con pagani deliranti.
    E,quando serve,usa anche la spada
    (non è una minaccia,non pianga).

    Non faccia lagnette da vittimismo shoahistico.

    Anche perchè è inutile;anche i cristiani morivano;venivano torturati,venivano dati in pasto ai leoni.Ma è stata una vittoria perchè
    il loro esempio ha svelato la Verità ai pagani.

    Ben diverso quando si tratta di morte di streghe pagane o di beoni orgiastici che erano i latini pagani decaduti(mentre i latini NON decaduti diventarono i vari San Benedetto,Sant’Ambrogio etc…..).

    Scrivo questo nella speranza di salvare qualche
    visitatore svelandogli le pagliacciate di questi articoli,in attesa che sia tutto cancellato(e magari che il calabrese insieme all’admin frigni che mi vuole denunciare…..prenda atto della Verità
    invece di istericheggiare infantilmente!

    Saluti
    Hns.

  8. l’Admin non denuncia bensì modera. Non è nostro costume censurare però la mancanza di stile e la volgarità ci fanno disprezzo ed in quel caso l’ascia scende giù spontaneamente. Quanta acredine tale Hns, a mio avviso il Prof Calabrese le ha concesso troppo spazio e troppa importanza. E lo invito a non replicare. Si accontenti della visibilità che le abbiamo dato e le stiamo ancora concedendo e gratuitamente a dimostrazione che noi Gentili eravamo e siamo rimasti tolleranti. La preghiamo a non replicare all’infinito, sa? il web mette a disposizione tanto di quello spazio che le sue ragioni le più evidenziare dove meglio preferisce. Di certo non a casa nostra dove la carità viene romanamente donata ma ai sani di spirito e di fede non certo ad un fanatico parabolaro de noantri…

  9. Anonymous

    Se il problema riguardasse mancanza di stile e volgarità allora non leggete gli articoli prima di pubblicarli!
    Inoltre se il prof calabrese ha “concesso” spazio è perchè si è sentito punto nel vivo;
    altrimenti avrebbe evitato.

    Comunque se ho continuato a scrivere è per mettere in evidenza gli errori e/o le visioni massoniche-rabbiniche-sinitroidi del “prof” e per farle notare ai lettori.
    Ad essere sinceri anche perchè è una reazione spontanea alla censura(quando compiuta per mancanza di controargomentazioni).

    Sorvoliamo sul “sano di spirito e di fede”
    e sul significato che possa avere nella bocca dei pagani……

    In ogni caso,come già affermato in passato,di fronte ad una richiesta sensata(e non all’ “ascia della censura-difendi-prof-in-affanno”)
    cesso di importunarvi;non garantendo che riuscirò in futuro a resistere al far notare,come sopra,le solite uscite infelici/sfondoni del prof
    (impegnandomi però a non emularlo in volgarità).

    Saluti
    Hns

  10. La differenza di stile tra noi, il Prof Calabrese e lei consiste principalmente sul fatto che non ci nascondiamo, ci mettiamo la faccia, con firme, nomi e cognomi, con le nostre foto i nostri contatti di posta; con coraggio (questo ce lo riconoscono i nostri lettori che sono tanti, tantissimi), con l’ortodossia delle nostre idee e con le uniche armi in nostro possesso che sono i libri, i documenti, le ricerche che rendiamo fruibili soprattutto alle nuove generazioni affinchè crescano in ordine e disciplinati rispetto alle menzogne della modernità. Di lei sappiamo che è un acronimo(?), un nickname, un nulla, travestito da censore, da bacchettatore moralista e anche bacchettone quindi portatore sano del virus della VERITA’ GIUDAICA. Lei neanche ha saputo leggere il post di Calabrese perchè gli lancia delle accuse gratuite, assolutamente infondate perchè le nostre pubblicazioni sono frutto di studi, di analisi, rigidamente documentate e soprattutto non danno la minima ombra di insulto verso alcuna confessione mono-politeistica. Anzi, proprio nel rispetto di ciò, il nostro lavoro consiste nell’individuare, confutare, ribaltare, rintuzzare le grandi truffe storiche perpetrataci nei secoli da una istituzione politica, corrotta e corruttrice, figlia di una setta degeneratrice e demoniaca creata per distruggere la più grande Civiltà mai esistita. Non esiste una civiltà cristiana perchè laddove avete alzato le vostre chiese avete stuprato, profanato, violentato i nostri templi, i nostri luoghi sacri e di culto. NON VENITECELO PIU’ A RACCONTARE CHE E’ STATA LA MISERICORDIA DIVINA AD APRIRVI LE PORTE DELLA LIBERTA’.
    Hsn, la prego, si prenda il suo padre Gallo, il suo padre Tam, sedetevi in un bar davanti un bel bicchiere di vino e trovate una convergenza comune nella fede e nello spirito

  11. Tal Hsn, tal Nessuno (anche se ti aggiri ne dintorni della conciliazione)sai essere simpatico, hai fatto sorridere anche l’admin. Ma qui siamo tra duri quindi non so chi si rompe prima la testa…

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