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La filosofia dal nostro punto di vista

La filosofia dal nostro punto di vista

 

Io non vorrei entrare in nessuna forma di polemica con coloro che hanno una concezione del mondo di tipo esoterico, mistico o spiritualista in genere. Si tratta in ultima analisi di forme di pensiero religioso, e io ho il massimo rispetto per tutte le religioni non abramitiche.
In particolare, per quanto riguarda il pensiero di Julius Evola, alquanto diffuso nei nostri ambienti, devo riconoscere che esso ha costituito un momento importante della formazione dei miei anni giovanili (più lontani nel tempo di quanto vorrei), poi me ne sono emancipato, ma non – fortunatamente – andando nella direzione del cosiddetto tradizionalismo cattolico; piuttosto in quella opposta. Sebbene oggi non me la sentirei di esprimere una condivisione dei suoi punti di vista se non parzialmente e limitatamente ai temi politici, sono sceso in campo per difendere il mio vecchio Maestro dalle calunnie di don Curzio Nitoglia, e sono pronto a farlo di nuovo.

Tuttavia occorre ammettere, in tutta sincerità, che un pensiero di questo tipo risulta congeniale a personalità particolari e difficilmente si potrebbe porre alla base di azioni coinvolgenti la “comunitas” nel suo insieme e in quanto tale, come la politica richiede.
Se vogliamo attenerci al senso vero della parola esoterismo,  come questo concetto è stato formulato dalle scuole filosofiche antiche, da Pitagora ad Aristotele passando per Platone, allora dovrebbe trattarsi di un pensiero non comunicabile a parole o per iscritto ma solo attraverso la comunanza di vita fra Maestro e discepoli, e “l’esoterismo” di stampo ad esempio massonico (di quella che è oggi la massoneria) o delle conventicole che al modello massonico si ispirano basandosi il più delle volte su rituali grotteschi, non ne è che una risibile caricatura.
Di più, in alcuni casi almeno, si può ventilare il sospetto che la ricerca di un presunto pensiero sovra-razionale e/o di uno slancio vitalistico capace di forzare i limiti della razionalità, nasconda il timore che sul terreno della razionalità, della scienza, della storia, la nostra Weltanschauung esca inevitabilmente battuta. Ora, con la presunzione della sconfitta a priori non si va mai da nessuna parte.
In realtà tutto ciò non deriva che da un errore di prospettiva quasi inevitabile: la democrazia, qualsiasi cosa significhi realmente questo termine ipocrita che, oggi, vela semplicemente il dominio statunitense sull’Europa in maniera del tutto analoga a quanto faceva ai tempi della Guerra Fredda il termine “comunismo” per il dominio sovietico sui Paesi dell’Est europeo, ha occupato – con la forza, non con la ragione – tutti i campi del dominio culturale. Scienza, scienza storica, filosofia sono costruzioni eminentemente ideologiche al servizio dell’ideologia democratica, e proprio per questo sono delle lampanti falsità che si nutrono di falsificazioni, che non è poi così difficile svelare.
Sulle pagine elettroniche di “Ereticamente” ho già dedicato un ampio saggio diviso in quattro parti: Ex oriente lux, ma sarà poi vero?’ a esaminare (e demolire) quello che è il mito fondante di derivazione cristiana di ciò che ci viene presentato come scienza storica, la derivazione della civiltà da oriente, poi un altro saggio, diviso stavolta in due parti, La scienza manipolata alle falsificazioni imposte dalla democrazia in campo scientifico, La scienza manipolata, seguito da Il fantasma dello stregone, un approfondimento sullo stesso tema.
Sarebbe il caso di estendere il nostro esame alla filosofia, ma ci imbattiamo subito in una difficoltà. Questo termine che significa amore, desiderio o ricerca della sapienza, fu coniato da Platone, ma per lui indicava una sapienza perduta da ritrovare, sul modello rappresentato dai sette savi della tradizione greca, il maggiore dei quali, Solone, era tra l’altro un suo antenato. L’idea “moderna” di una sapienza mai posseduta prima da alcuno, e che il filosofo costruisce nella sua testa con le sue speculazioni, nasce solo con Aristotele e ha portato alla filosofia nella sua accezione più frivola di esercizio di funambolismi mentali irrilevanti, perché, come già notava Cicerone:
“Tra i filosofi ha maggiore reputazione chi inventa una bizzarria nuova che chi ripete una verità già detta da altri”.
Naturalmente, da allora le cose non hanno fatto altro che procedere di male in peggio per una ventina di secoli. Essendo questa la situazione, il tipo di lavoro che dovremo fare sarà un po’ il contrario di quello fatto con La scienza manipolata, ossia non sottolineare le assurdità e gli errori che costellano la storia della filosofia, che ce ne sono a bizzeffe, ma piuttosto evidenziare le poche perle sparse nell’immondezzaio filosofico. Questo lavoro avrà  il vantaggio di permetterci di estrapolare una filosofia nostra che è possibile tratteggiare senza fare alcun ricorso a un sapere sovra-razionale o non comunicabile ad altri che a iniziati.
Non a caso più sopra si è menzionato il nome di Platone. Si possono avanzare riserve sulla Dottrina delle Idee, ma Platone politico ed educatore giganteggia attraverso venticinque secoli.  Ne Gli eretici, Saint Loup menziona un ufficiale delle Waffen SS che dichiara: “Noi non abbiamo inventato nulla, non abbiamo fatto altro che applicare la dottrina di Platone”.
La concezione politica di Platone si fonda direttamente sulla sua antropologia/psicologia, poiché lo stato non è che l’uomo in grande. Nell’essere umano secondo Platone vi sono tre componenti: la ragione, gli istinti “nobili” che hanno come finalità l’onore e l’approvazione sociale ma anche il mantenimento della comunità preservandola dai pericoli, e gli istinti “bassi” e tuttavia indispensabili, volti al mantenimento e la propagazione della vita: la fame e il sesso. A seconda che in ciascuno prevalgano l’una o l’altra di queste tre componenti, abbiamo tre “classi sociali naturali” e uno stato giusto dovrebbe fondarsi sul loro riconoscimento: sapienti, guerrieri e guardiani, lavoratori (cioè persone dedite alle attività economiche, compreso il ceto borghese, che non dovrebbe avere la posizione egemone che si è accaparrato nelle moderne democrazie).
Ciò che però distingue la concezione di Platone da tante utopie e “città del sole” apparentemente similari, è un concetto-chiave, quello di selezione. Egli non aveva a disposizione i concetti di genetica e di eredità biologica elaborati dalla scienza moderna (da cui peraltro i nostri contemporanei si dimostrano incapaci di trarre indicazioni utili a governare loro stessi e le società umane), e questo rende ancora più straordinaria la sua intuizione. Trasmettere semplicemente i ruoli sociali e i compiti di padre in figlio sarebbe il modo più semplice e funzionale di organizzare le società umane… se gli uomini si riproducessero per talea come le viti e i gerani, e un figlio fosse geneticamente identico al genitore, cosa che sappiamo che non è, tanto più che è ragionevole supporre che le attitudini a comportamenti sociali di elevata  complessità derivino non da un singolo gene ma da costellazioni genetiche complesse, ragion per cui…
“Se qualcuno di stirpe aurea nasce fra coloro che sono di stirpe bronzea o argentea”, sarà compito dei Custodi assegnargli la collocazione corrispondente alle sue capacità, non al caso di nascita.
Selezione da ripetersi a ogni generazione, la persona giusta al posto giusto, al ruolo che è più adeguato a svolgere, per la sua soddisfazione e il bene di tutti. La vera uguaglianza che consiste nel dare a ciascuno la possibilità di dimostrare le proprie qualità che saranno diverse da quelle di tutti gli altri. Pare strano, ma ancora dopo venticinque secoli la lezione di Platone è rimasta inascoltata, se è vero che ancora oggi nell’agone politico si fronteggiano “destra” e “sinistra”, ossia difesa del privilegio e egualitarismo livellatore, due errori simmetrici ugualmente lontani dal concetto platonico (e classico) di giustizia e che insieme formano quell’altro errore che li riassume e che siamo soliti chiamare democrazia.
Per Platone il politico-filosofo non può essere disgiunto dall’educatore: è cambiando gli uomini che si cambia la società. Da questo punto di vista la sua visione è l’esatto contrario di quella di Marx che si proponeva di cambiare la società per cambiare gli uomini, modificare i rapporti fra le classi sociali per creare “l’uomo nuovo”, ma di fatto questo non era che il progetto di una brutale costrizione esterna che i regimi che si sono ispirati a Marx hanno poi puntualmente realizzato. Se dovessimo credere alla favola progressista, il pensiero di Marx ci apparirebbe ben più arcaico ed è indiscutibilmente di gran lunga più rozzo di quello di Platone che lo precede di ventitré secoli.
Con l’ellenismo abbiamo il tramonto della polis. L’impero multietnico creato dalle conquiste di Alessandro si sostituisce alle città-stato, si forma la prima società multietnica, “globalizzata” della storia. Il potere politico non si fonda più sulla partecipazione dei cittadini ma è un’autocrazia tirannica. “Lathe biosas”, “vivi nascosto”, stai lontano dalla scena politica, consiglia Epicuro ai suoi discepoli. La lezione chiarissima che si può desumere da questo primo esperimento di società “globale”, è che una società  non può essere comunità in cui i cittadini si sentano partecipi se fra loro non esiste una comunanza di cultura, di lingua, di tradizioni ma soprattutto di sangue, e la democrazia o sparisce, o – come sta avvenendo oggi – diventa un mero espediente retorico. E’ una lezione che le classi politiche attuali che spingono in direzione della globalizzazione, del meticciato, della cancellazione delle identità, si guardano bene dall’apprendere, vuoi per malafede e opportunismo, vuoi per pura e semplice ignoranza che sappiamo essere diffusissima in un ceto politico prodotto da un sistema che premia tutto meno che la qualità delle persone.
Il tramonto dell’età antica è segnato dalla conquista romana dell’intero bacino mediterraneo, poi dalla cristianizzazione.
Testi di storia e manuali di filosofia che rappresentano la cultura ufficiale cercano di girare la cosa in tutti i modi, ma non riescono a nascondere la verità che l’avvento del cristianesimo ha costituito un enorme regresso dello spirito, una sorta di rivalsa di quelle plebi incolte e di origine perlopiù ibrida e servile che vivevano di carità pubblica e di espedienti, “panem et circenses” contro la parte acculturata e produttiva dell’impero.
Non c’è solo il “ credo quia absurdum” di Tertulliano, c’è la condanna della cultura “Prurito d’orecchi” da parte di “san” Paolo. Il primo cristianesimo è animato da un forte anti-intellettualismo, si rivolge non tanto agli umili quanto agli ignoranti e ai creduloni perché sa che dalle persone colte, in possesso della raffinata cultura classica, può essere facilmente sbugiardato come fece Celso che ne denunciò clamorosamente le imposture.
Uno studio comparato delle narrazioni evangeliche, dei pochi testi extrevangelici che raccontano le origini della nuova religione (fra tutti il falso del Testimonium Flavianum) come è stato condotto da studiosi come Piergiorgio Odifreddi, Luigi Cascioli, David Donnini, Giancarlo Tranfo dimostra che le pretese di storicità della nuova religione, di fondarsi su una rivelazione divina avvenuta in un determinato momento storico e tramandata da testimoni degni di fede, addirittura l’incarnazione e la gloriosa immolazione di “Nostro Signore”, hanno un fondamento e un’attendibilità praticamente nulli.
Io non mi sentirei di aggiungere molto a quanto già detto da questi ricercatori, ma permettetemi di citare una mia piccola scoperta personale che viene a rendere evidente una volta di più l’inattendibilità storica dei vangeli, di questi documenti frutto di mille manipolazioni che per secoli siamo stati costretti a credere fossero non solo verità indiscutibile, ma la verità per definizione.
Io penso che ricorderete l’episodio del battesimo di Gesù nel Giordano ad opera di Giovanni Battista, con relativa discesa dello Spirito Santo, e il Battista che proclama la superiorità di Gesù “A cui non (è) degno nemmeno di sciogliere i calzari”.
Se le cose fossero andate davvero in questo modo, i seguaci di Giovanni Battista si sarebbero automaticamente trasformati in discepoli di Gesù, in cristiani, e invece – sorpresa – non solo i seguaci di Giovanni Battista, coloro che ritengono che il Battista e non Gesù fosse il vero messia, hanno continuato a esistere, ma esistono ancora oggi, si chiamano mandei, come si può facilmente verificare su una buona enciclopedia o su Wikipedia; è anzi probabile che l’episodio del battesimo nel Giordano sia stato interpolato, inserito apposta per convertire i mandei che nel I o II secolo dell’Era Volgare dovevano essere molto più numerosi di oggi.
Una volta preso il potere, i cristiani hanno costruito una loro cultura riciclando con maggiore o minore abilità i cascami della cultura classica e, nello stesso modo si sono dati una loro filosofia, ma per capire come stiano le cose a questo riguardo, forse è utile fare un balzo in avanti di due millenni spostandosi al tempo presente.
Il nome di Jacques Derrida suppongo non dica nulla tranne che agli specialisti, ma può forse suonare vagamente familiare agli studenti delle superiori; si tratta di uno dei nouveaux philosophes francesi, ma soprattutto quello a cui per un periodo di tempo piuttosto lungo è toccato l’onore di chiudere la lunga sfilza di pensatori che si fa convenzionalmente iniziare con Talete (un po’ come la parola “zuzzurellone” nei dizionari). Recentemente però Derrida è stato soppiantato in questo ruolo da un altro nouveau philosophe, Emmanuel Levinas.
Cosa ha da dire Levinas di importante o di interessante? Parecchio! Egli trova che “la filosofia cristiana” è una contraddizione di termini, un ossimoro, un equivoco durato due millenni per la semplice ragione che l’atteggiamento fideistico del credente e quello critico del filosofo sono in effetti inconciliabili. Un ragionamento che a me pare impeccabile.
Chiarito l’equivoco, ognuno si prende il suo. Levinas suggerisce di abbandonare la filosofia e lo sforzo di chiarire razionalmente l’universo mondo per ritornare alla “semplice fede” degli antenati, candidandosi a essere l’autore terminale della storia della filosofia in maniera meno provvisoria di Derrida. Il problema è quali antenati.
Noi figli della Grecia, di Roma, della chiarezza, della solarità indoeuropee, non dovremmo avere la minima esitazione nell’accogliere il suggerimento di Levinas al contrario: salvare l’attitudine critica del filosofo e sbarazzarci dell’atteggiamento fideistico tipico delle religioni abramitiche.

Lungo tutta l’epoca medievale la filosofia è stata declassata a ancilla theologiae, serva della teologia e del dogma religioso, costretta a stravolgere lo spirito di indagine libera della realtà che l’aveva caratterizzata nell’età antica. Le cose cominciano ad assumere un aspetto diverso solo con l’umanesimo. 

L’umanesimo e il rinascimento sono stati una riscoperta della filosofia antica anche nei suoi aspetti religiosi in maniera forse più profonda e meno conciliabile con il cristianesimo di quanto non si pensi di solito. Io ho trattato questo aspetto con ampiezza in Pitagorismo, platonismo, cristianesimo a cui vi rinvio, e non ritengo necessario ripetermi, ma c’è un lato della questione che è forse opportuno tornare a evidenziare: uno sviluppo dell’umanesimo è l’umanesimo civile. Questi dotti innamorati del passato che intanto mettevano a punto gli strumenti che avrebbero travolto il monopolio ecclesiastico della cultura, non potevano disinteressarsi del mondo e della società degli uomini che stavano attorno a loro. Aveva dato l’avvio Lorenzo Valla che coi suoi studi filologici aveva dimostrato la falsità della presunta donazione di Costantino, documento su cui la Chiesa e il papato avevano fin allora appoggiato le loro pretesa di egemonia politica, e che risulta redatto in un latino medievale posteriore di cinque secoli all’epoca in cui era vissuto l’imperatore romano. Questo tuttavia era ancora poco in confronto alla serrata critica che svilupperanno Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli. 
Le parole scritte da Guicciardini nei confronti del clero sono tali da fare la gioia dell’anticlericale più arrabbiato: egli ha scritto di aver constatato nei preti così tanti vizi e così contrari, che non possono stare insieme che in un animale ben strano e, riguardo ai papi, che la familiarità che ha avuto con diversi pontefici lo ha indotto ad amare “per il particulare mio”, cioè per il proprio interesse “la grandezza loro” ma che, se non fosse stato per questo, avrebbe amato Martin Lutero come se stesso.
In realtà, lo comprendiamo bene, la polemica contro la corruzione e il malcostume del clero è vecchia quanto il cristianesimo stesso, e quanto alla profferta di amore a Martin Lutero, sulla bocca di un umanista ci fa capire che questi non è sceso molto in profondità; la stessa riforma luterana, infatti, si può considerare una reazione da parte di un certo cristianesimo radicale diretta proprio contro l’umanesimo, ed è difficile non ricordare le parole velenose dello stesso Lutero contro Erasmo da Rotterdam, nel definire la filosofia di quest’ultimo “un impasto di colla e fango” e contro Aristotele, “un morto idolatra che ha corrotto tutta la religione cristiana”, che fanno venire voglia di diventare aristotelici per ripicca.
Più profondo e più radicale il grande Machiavelli, che non critica la corruzione della Chiesa ma la dottrina stessa del Discorso della Montagna. Il cristianesimo, infatti, “ha effeminato il mondo e l’ha dato in preda ai malvagi, perché ha reso gli uomini più pronti a sopportare le offese per guadagnarsi il paradiso, che a vendicarle”.
Non ha mancato contemporaneamente di manifestare la sua ammirazione per le religioni antiche, i cosiddetti paganesimi, che cementavano la coesione delle comunità antiche invece di disgregarle. Non c’è nel Segretario Fiorentino, questo grande uomo, questa grande anima di italiano ancora oggi così calunniato e frainteso, solo una pars destruens, ma una pars construens molto importante. Certamente, il cinquecento è un secolo terribile in cui con la Riforma e l’avvio della lotta fra cattolici e protestanti in tutta Europa, che avrà il suo culmine un secolo più tardi con l’atroce carnaio della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) si evidenzierà come non mai il potere delle religioni abramitiche di mettere gli uomini gli uni contro gli altri, ma la riflessione di Machiavelli va al di là anche di questo.
Il principe – egli afferma – deve essere pronto a dannare l’anima pur di salvare lo stato. I piccoli e i miopi hanno considerato e considerano Machiavelli “immorale”; egli in realtà abbandona la morale in senso cristiano, la estromette dalla politica in ragione di una più alta forma di eticità. La morale è in fondo una forma di egoismo: “ci si comporta bene” perché ci si aspetta dal proprio Dio la ricompensa ultraterrena. Machiavelli sposta l’interesse da questo nucleo egoistico, la meschinità che in ultima analisi sta al fondo di ogni culto abramitico, alla vita e al destino della comunità. Si capisce allora il senso anche della figura del principe, l’uomo forte che con la forza e l’astuzia, volpe e leone, Machiavelli sogna e vaticina destinato a riportare l’Italia a essere stato-nazione come già all’epoca cominciavano ad essere Francia, Inghilterra, Spagna, e non manca di individuare nello stato ecclesiastico che taglia in due la Penisola la causa delle divisioni e della miseria italiane.
Noi sappiamo che la debolezza politica dell’Italia, l’essere una ricca e appetibile preda, le invasioni straniere che la trasformano in un campo di battaglia, poi il dominio spagnolo congiunto con l’oppressione ecclesiastica, l’inquisizione e ancor più l’imposizione di un soffocante conformismo culturale, hanno soffocato precocemente la grande esperienza culturale del rinascimento. Almeno in parte però, la riflessione di Machiavelli ha trovato una continuazione in alcuni dei pensatori che stavano elaborando la teoria del nuovo stato laico, in particolare il francese Jean Bodin e l’inglese Thomas Hobbes; è un capitolo su cui in genere le storie della filosofia amano poco soffermarsi.  
Jean Bodin è ricordato soprattutto come teorico dell’assolutismo: “Ciascuno possiede ciò che la benignità del re non gli toglie”. Si tratta di qualcosa che contrasta fortemente con la “sensibilità democratica” del nostro tempo, si dimentica volentieri che l’assolutismo all’epoca ebbe una funzione progressiva consentendo il superamento dell’anarchismo feudale. Oggi che la democrazia ha trionfato e siamo tutti, in quanto popolo, teoricamente sovrani, non c’è più alcuna benignità regia a proteggerci dalle spoliazioni di parte di un ceto bancario-finanziario che esige fino all’ultimo centesimo il saldo di debiti che non ci risulta di aver contratto.
Bodin è anche l’autore di un saggio in forma di dialogo in cui i rappresentanti delle varie religioni storiche si confrontano con un sostenitore della “religione naturale”, quella che si può ricavare prescindendo da qualsiasi rivelazione seguendo unicamente i dettami della ragione e della coscienza; ma la cosa più interessante è forse che non potendosi attribuire la palma della veridicità all’uno o all’altro culto, deve valere la regola del rispetto reciproco.
Questo è un punto molto interessante e meno scontato di quel che sembrerebbe a prima vista, significa che, come già con Machiavelli, l’interesse etico si è spostato in direzione della comunitas. Se il dovere di civis prescinde dalle credenze di ciascuno ed esse non possono essere invocate per esentarsene, la religione rimane uno spazio privato nel quale ciascuno ha il diritto di ricercare un destino ultraterreno, ma nessuno può vantare una superiorità sull’altro o imporgli la propria fede; era il punto di vista romano sulla religione.
Da quello abramitico le cose non possono stare così: fuori dal regno di Dio materializzato dalla comunità dei credenti, non ci può essere che il regno del male, la tenebra recalcitrante cui imporre con le buone o con la forza “la luce divina”. Cosa sia l’islam e cosa sia la sua fanatica intolleranza, ad esempio, lo sappiamo bene. L’ebraismo non fa e non ha mai fatto proseliti perché animato da un abissale disprezzo nei confronti del non-ebreo, del goj, del sottouomo verso cui tutto è lecito. Il cristianesimo da questo punto di vista solo apparentemente sembra fare eccezione. Certo, non l’ha fatta per gran parte della sua storia costellata da inquisizione e crociate. E’ soprattutto l’emergere di uno spirito laico che ha costretto almeno il cristianesimo cattolico a scendere a patti dopo l’ultima dichiarazione di arroganza intollerante rappresentata dal Sillabo di Pio IX, ma basta grattare un po’ sotto la superficie per accorgersi che il fanatismo intollerante da culto abramitico è sempre presente.
Thomas Hobbes è forse un pensatore a cui le storie della filosofia dovrebbero dedicare maggiore attenzione. E’ sintomatico che egli cominciò a occuparsi di filosofia a un’età più che matura, con uno scritto di replica al Discorso sul metodo di Cartesio. Di una filosofia astratta che lascia le cose allo stesso punto di prima, giustamente, non sapeva cosa farsene.

E’ stato un deciso avversario sia del fanatismo religioso sia delle idee liberali. Lo stato egli lo vede come una creatura gigantesca, il Leviatano il cui capo è il sovrano e le cui membra sono i sudditi. La sua concezione riflette direttamente l’esperienza della rivoluzione inglese del 1640-45, culminata con la decapitazione di re Carlo I nel 1649 e la dittatura di Cromwell. Per il parlamento ribelle, egli ha parole estremamente dure. In esso, dice, vi era forse un uomo su cento consapevole della sua funzione e di cosa stesse facendo. Quei gentiluomini che pretendevano di rappresentare il popolo inglese, erano esposti a due specie di seduttori, i fanatici religiosi, i puritani e i rappresentanti dell’alta borghesia degli affari che, avendo visto che gli Olandesi dopo essersi ribellati al loro re, il sovrano spagnolo, avevano acquisito grande prosperità, si aspettavano qualcosa di analogo dalla rivolta contro la monarchia Stuart.

Il puritano prelude al giacobino, che a sua volta anticipa il bolscevico. Coloro che ritengono che i fenomeni politici deteriori della modernità derivino, come sostiene Massimo Cacciari, “dalla sovversione originaria compiuta dal cristianesimo”, possono trovare negli scritti di Hobbes ampia conferma delle loro tesi.
Esaminando la seconda specie di seduttori, Hobbes svela quale sia il vero movente che ha portato alla lunga catena delle rivoluzioni democratiche dalla metà del XVII secolo ai nostri giorni: diritti umani e libertà civili sono solo belle parole: il vero movente era ed è l’arricchimento da parte di un ceto borghese mercantile che non voleva e non vuole freni o controlli da parte dei poteri pubblici.
In più Hobbes rompe decisamente con la tradizione medievale: il sovrano è definito dal fatto di essere superiorem non recognoscens, perché se ci fosse un’autorità più alta di quella regia, sarebbe quest’ultima il vero sovrano. La “botta” viene a cadere direttamente sulla Chiesa cattolica dalla quale l’Inghilterra si era già distaccata con lo scisma anglicano, e la sua pretesa, in quanto sedicente intermediaria fra gli uomini e “Dio” di ridurre tutti i domini “temporali” a propri delegati. Hobbes ha anche un’intuizione – diciamolo pure – geniale: i cristiani sono in realtà degli atei, perché definiscono “Dio” come una sostanza immateriale, cioè una contraddizione di termini, un modo per confessare implicitamente che “Dio”, o almeno il Dio dei cristiani, non esiste.
Probabilmente non è un caso che John Locke che si assunse il compito di difensore d’ufficio del liberalismo e della democrazia conto l’impietosa critica hobbesiana, sia stato anche autore di un saggio sulla Ragionevolezza del cristianesimo.
L’illuminismo, che caratterizza il XVIII secolo non si presta a un giudizio univoco. Da un lato occorre riconoscere che contribuì a un importante svecchiamento della cultura europea e fu determinante nel porre fine al monopolio culturale ecclesiastico; dall’altro introdusse nuovi dogmatismi che sembravano la caricatura di ciò che voleva lasciarsi alle spalle. Si pensi al successo che ebbe all’epoca la massoneria cosiddetta speculativa, con la diffusione di rituali “esoterici” che erano forse più vicini a quelli di un’associazione goliardica che all’esoterismo antico. All’ombra di questo esoterismo artefatto, ebbero agio di cospirare coloro che volevano sostituire in tutta Europa all’aristocrazia del sangue l’egemonia del denaro, far passare il potere dai castelli alle banche.
Penso che nessuno illustri le contraddizioni e la nemesi dell’illuminismo meglio di Jean Jacques Rousseau. Di Rousseau possiamo apprezzare l’intento di superare la frattura fra uomo e cittadino, fra morale e vita associata introdotta dal cristianesimo, ma il mito del buon selvaggio da lui creato è stato una vera tossina mortale inoculata nella cultura europea, che ha portato a vivere il colonialismo con senso di colpa, quando gli Europei hanno probabilmente dato alle popolazioni del Terzo Mondo più di quanto non abbiano tolto, a cominciare dalla lunghissima pausa imposta alle guerre tribali, oggi riprese non più con lance e zagaglie ma con blindati e kalashnikov. Questo mito ha fatto si che gli Europei sopportassero, tollerassero, non vedessero, continuino a tollerare e a non vedere ogni forma di razzismo anti-bianco anche le più velenose e aggressive con uno stoicismo certo degno di miglior causa.
Infine, l’avevo già rilevato nel mio precedente articolo Il fantasma dello stregone, sempre basandosi sulle tesi di Rousseau l’antropologia culturale ha sostenuto l’equivalenza del pensiero europeo a base razionale e scientifica con qualsiasi balbettamento mentale superstizioso e stregonesco. Con il che l’illuminismo, partito dall’idea della chiarezza e della razionalità ha definitivamente negato, e verrebbe da dire fagocitato se stesso.
Un’altra bella pensata di Rousseau è stata quella che bastasse abolire la proprietà privata per realizzare il paradiso in terra. Questa idea è stata ripresa e sviluppata nel XIX secolo da un ebreo tedesco che aveva studiato la dialettica hegeliana senza capirci nulla. Indovinate chi!
Forse la figura che ha incarnato meglio il lato positivo dell’illuminismo e del dispotismo illuminato non è stato un filosofo ma un uomo politico, e non un francese ma un tedesco, il re Federico II di Prussia. A differenza del padre, Federico Guglielmo I che era un rude soldataccio e con il quale ebbe violenti contrasti, tanto che questi arrivò a farlo frustare pubblicamente, Federico II era un uomo colto, amante della cultura, protettore e mecenate di artisti, letterati e filosofi. Abolì il feudalesimo e la servitù della gleba, impose alla nobiltà di trasformarsi in una classe non feudale (gli Junkers, letteralmente “Junge Herren”, “giovani signori” nel senso di “Signori di nuovo tipo”) che derivava il suo prestigio dall’essere funzionari dello stato o dalla carriera militare, migliorò le condizioni alimentari della popolazione diffondendo la coltura delle patate – che da allora divennero tipiche della gastronomia tedesca – impose due anni di istruzione obbligatoria e gratuita per tutti i sudditi. Sotto ogni riguardo portò la Prussia avanti di almeno un secolo rispetto al resto dell’Europa.
Protettore di letterati e artisti, Federico lo fu anche di Voltaire, oltre che amico personale, almeno fino a quando l’amicizia fra il re e il filosofo non terminò in un acceso contrasto. A Voltaire comunque fu consentito di lasciare Berlino, mentre altri sovrani dell’epoca l’avrebbero fatto gettare in carcere per molto meno.
Una cosa in cui Federico non si distaccò minimamente dalla tradizione paterna, fu la cura riservata all’esercito, introducendo anche innovazioni tecniche come l’ordine obliquo delle fanterie che riduceva il bersaglio che queste offrivano al nemico.
Anche su questo è necessario essere molto chiari. Dopo il 1945 è diventato di moda calunniare la Germania e tutto quello che è tedesco. Si è voluta vedere nel prussianesimo una manifestazione di bruta forza militare, senza capire o facendo finta di non capire che questa forza non avrebbe mai funzionato se non fosse stata sorretta dall’intelligenza. Il fantaccino sapeva che la sua vita era arrischiata dai suoi superiori con la massima oculatezza, e lo Junker doveva guadagnarsi sul campo, oltre ai gradi, il rispetto dei suoi uomini, dimostrando la propria attitudine al comando.
Fu questo che permise alla Prussia di sopravvivere alle prove più dure, come la guerra dei Sette Anni quando lo stato prussiano fu assalito da una coalizione di Austria, Francia e Russia che in teoria avrebbe dovuto averne ragione in pochissimo tempo; invece non solo il conflitto durò un settennio, ma alla fine la Prussia ne uscì senza mutilazioni territoriali.
La “scuola” francese ad esempio, era completamente diversa; non solo fra ufficiali e truppa esisteva un abisso di casta, ma questi consideravano “sleali” le manovre “alla prussiana” e preferivano gli assalti frontali in massa. Una “filosofia” che ancora presente nel 1914, costò ai Francesi e anche agli Italiani cui essa era passata attraverso l’esercito sabaudo, gli inutili carnai della prima guerra mondiale, coi fantaccini mandati all’arma bianca contro i reticolati e le mitragliatrici.
Federico II combatteva alla testa dei suoi uomini con cui condivideva fatiche e rischi. Luigi XIV di Francia, il “re sole” assisteva alle battaglie di lontano, in carrozza, circondato dalle sue cortigiane, venuto a godersi lo spettacolo del bestiame umano che aveva la malasorte di abitare i suoi domini mandato a farsi massacrare per lui, come se si trattasse di una rappresentazione teatrale.
Di mezzo non c’era solo una diversa concezione strategica ma una diversa visione dello stato che Luigi XIV, tipico monarca capetingio, considerava semplicemente una sua proprietà, e del quale invece Federico II si riteneva il primo servitore.
Una lezione molto utile si sarebbe potuta trarre anche da quello che, una volta scremati un Joseph De Maistre e gli altri che hanno condannato l’illuminismo sulla base di motivazioni prettamente religiose, rimane un po’ l’anti-illuminista per eccellenza, Edmund Burke. “La rivoluzione non si può esportare”. Le istituzioni e anche le rivoluzioni di una nazione sono il frutto della sua storia, e non si possono trasporre a un’altra.
Banale? Ovvio? Mica tanto! Forse se si fosse prestata maggiore attenzione a un autore “reazionario” come Burke, il mondo occidentale e soprattutto coloro che pretendono di essere alla sua testa, gli Stati Uniti (“Se il cieco conduce…”) avrebbero evitato di impantanarsi nelle paludi afgana e irachena o di fomentare le “primavere arabe” nel Magreb che oggi si stanno rivelando degli autentici boomerang, nel tentativo folle di esportare la democrazia nel mondo islamico.
Sul romanticismo in genere noi abbiamo idee piuttosto di maniera basate su reminiscenze scolastiche, ma forse questo movimento culturale è stato più complesso e meno omogeneo di quel che ricordiamo.
Madame De Stael che è stata un po’ l’ideologa del movimento romantico, divideva la storia del mondo in un’età antica caratterizzata dall’armonia, dall’equilibrio fra la ragione e gli istinti vitali, la bellezza fisica e la serenità morale che ci sono così bene attestate dall’arte greca; e l’età moderna, epoca della lacerazione, del senso di colpa, del sentimento del peccato, del conflitto fra io e mondo e all’interno dell’uomo stesso, “modernità”, si badi bene, che inizia col cristianesimo. Si ha l’impressione che basti aggiungere l’idea di uno sforzo volontaristico per recuperare “la grande salute” scavalcando i secoli cristiani, per veder emergere dal romanticismo la filosofia di Nietzsche, e certamente nel pensiero di quest’ultimo c’è anche questa componente.
In senso più tecnico, però, la filosofia dell’età romantica è rappresentata dall’idealismo, ossia la triade Fichte – Schelling – Hegel.
Dal punto di vista politico J. G. Fichte è una figura di importanza non trascurabile, i suoi Discorsi alla nazione tedesca sono considerati la prima enunciazione del patriottismo/nazionalismo moderno, mentre Schelling da questo punto di vista è un’assoluta nullità, ma incontestabilmente il grande protagonista dell’idealismo è Georg F. W. Hegel. La filosofia hegeliana è una sorta di mare magnum dove si trova di tutto e il contrario di tutto, e dove ognuno di quelli che sono venuti dopo di lui, ha pescato a piene mani secondo i suoi gusti e le sue convenienze.
Forse l’aspetto più rilevante della filosofia hegeliana è la parte della dialettica che riguarda lo spirito oggettivo. Qui Hegel individua tre momenti (tesi, antitesi, sintesi): diritto, morale eticità, che vanno intesi come momenti di uno sviluppo che è insieme logico-dialettico e storico (la storia è vista come progressiva concretizzazione dell’Idea). Ebbene, è chiaro che Hegel concepisce lo sviluppo storico in maniera esattamente rovesciata rispetto al suo andamento reale: dall’eticità antica, noi passiamo alla morale cristiana medievale, fino ad approdare al diritto moderno: astratto, esteriore, formalistico, non vincolante sul piano della coscienza. La storia non è posta sotto il segno del progresso, ma della decadenza.
Ora sarà forse il caso di non attenersi a un criterio rigorosamente cronologico, e dire qualcosa del neoidealismo italiano che a oltre un secolo di distanza ha in qualche modo raccolto l’eredità dell’idealismo tedesco, in particolare di Giovanni Gentile che è stato spesso considerato il filosofo del fascismo. A costo di urtare qualcuno, devo dire che a mio parere la cosa più interessante e più valida di Giovanni Gentile non è la sua filosofia nel senso più tecnico della parola, che è un calco nemmeno troppo convincente dell’hegelismo. Di Gentile va considerata innanzi tutto la riforma della scuola da lui introdotta come ministro della Pubblica Istruzione nel 1925. La scuola “gentiliana” bene o male ha formato tre generazioni di Italiani, poi a partire dagli anni ’60 è stata oggetto di attacchi sempre più massicci, tipica fra tutti la Lettera a una professoressa di don Milani, documento disgustosamente pretesco quant’altri mai, e tutta la contestazione dal ’68 in poi, quindi con una serie di provvedimenti vari di quello o quel ministro che ha indegnamente ereditato la carica che fu di Gentile, alterata, smembrata, demolita, vanificata,  fino ad arrivare alla scuola attuale che non seleziona, non incentiva, non insegna.
Certo, don Milani e gli altri avevano ragione a sostenere che nella scuola gentiliana, nella scuola selettiva e meritocratica coloro che provenivano da ceti sociali abbienti erano comunque avvantaggiati, che essa era imperfetta come strumento di promozione sociale, ma comunque funzionava come tale, dando spazio alla capacità e al merito, e si può ragionevolmente dubitare che esista una qualsiasi cosa umana che sia perfetta. Grazie ai contestatori della scuola gentiliana, la selezione cacciata dalla scuola è rimasta affidata, fuori di essa, a strumenti molto più iniqui: condizione sociale della famiglia d’origine, amicizie, raccomandazioni, tessere di partito, magari appartenenze mafiose.
Al fondo della mentalità dei contestatori, c’è stata la convinzione che qualsiasi superiorità, qualsiasi eccellenza non sia riconducibile ad altro che al privilegio: il dogma dell’assoluta uguaglianza degli uomini, mille volte smentito dalla realtà, e si vede bene a cosa esso porta: nella “non selettiva” scuola di Barbana don Milani ha “educato” Renato Curcio, il leader delle Brigate Rosse, una di quelle cose che fanno comprendere che la differenza fra cristianesimo e marxismo, anche se cercano di farci credere che sia un abisso, è appena un fossatello.
Uomo di elevata moralità e con un forte senso dello stato, in maniera analoga a Platone, Gentile riteneva che il politico dovesse essere soprattutto un educatore, accollarsi il compito di plasmare le generazioni future, è il concetto dello “stato etico”, più volte attaccato, più volte deriso, trattato sempre con rabbia o disprezzo. Giustamente: la classe politica della democrazia postbellica di etica, di moralità non ne ha nemmeno l’ombra e non ne vuole sapere, ha realizzato in pieno il concetto dello stato cialtrone e ladro.
Dopo l’8 settembre 1943, Giovanni Gentile aderì alla Repubblica Sociale. La sua reputazione di filosofo e uomo di cultura gli avrebbe consentito facilmente di defilarsi per saltare al momento opportuno sul carro del vincitore. Preferì seguire la via della coerenza come politico e come uomo, e per questo fu trucidato da un commando partigiano. Rimane uno dei nostri caduti, e già questo basta a renderlo meritevole di onore.
Un discorso in qualche modo analogo a quello su Giovanni Gentile andrebbe fatto a proposito di Martin Heidegger. Anche in questo caso, l’uomo aderì al movimento ma quanto la sua filosofia avesse un rapporto con l’ideologia del movimento stesso, resta quanto meno problematico. A questo riguardo ci viene detto che Heidegger non riuscì a diventare il filosofo del Terzo Reich, che il suo pensiero venne accantonato perché troppo oscuro e difficile. Poco credibile: per quanto un uomo possa esprimersi in modo oscuro e tortuoso (e i filosofi lo fanno volentieri), se il suo pensiero ha un senso, può sempre essere divulgato in termini più accessibili; ci si vuole dare a intendere che i nazionalsocialisti fossero una massa di bruti incapaci di comprendere altro che gli slogan più superficiali, invece che uomini portatori di una Weltanschauung con la quale ancora adesso la democrazia ha paura di confrontarsi.
La verità è un’altra, al di là delle profferte di fedeltà al Fuhrer che costellano il celebre Discorso del rettorato, è francamente difficile pensare che un filosofo che aveva Kierkegaard come lontano antecedente, Husserl come maestro, Adorno, Horkheimer, Marcuse e al di là del Reno Sartre come compagni, potesse essere stato portatore di un pensiero in qualche modo organico all’ideologia nazionalsocialista. Forse l’aspetto più interessante di Heidegger dal nostro punto di vista è l’avversione per il mondo moderno dominato dal mercato e dal potere del denaro, che gli derivava probabilmente dagli studi compiuti presso i francescani, ma anche qui non ha detto nulla che altri non abbiano affermato con maggiore forza e chiarezza.
Una digressione dall’idealismo al neoidealismo italiano, da Gentile a Heidegger ha un senso logico, ma ne ha ancora di più se andiamo a considerare che quello che possiamo considerare un po’ il culmine del pensiero filosofico dal nostro punto di vista, viene a collocarsi temporalmente prima della “coda” novecentesca (ma se è vero che “Lo scopo dell’umanità non può trovarsi al termine di essa, ma nei suoi tipi più elevati”, questo vale anche per quell’aspetto dell’attività umana che è l’esercizio del pensiero); stiamo parlando, come si comprenderà dalla citazione, del grande, grandissimo Friedrich Nietzsche.
Soprattutto oggi che le forze della decadenza hanno preso il sopravvento sul nostro continente, alla comprensione del pensiero nietzschiano sono stati posti pesanti ostacoli. Uno di essi, alquanto grezzo per la verità, è rappresentato dall’atteggiamento soprattutto ma non solo cristiano/cattolico/ecclesiastico che fa gioco sull’infermità mentale da cui Nietzsche fu colpito nei suoi ultimi anni.
Nietzsche nei suoi ultimi anni di vita perse la ragione per effetto – oggi lo si sa benissimo – delle conseguenze sul sistema nervoso di una sifilide a lungo trascurata; disgrazia non rarissima in un’epoca in cui non esistevano antibiotici. Da parte soprattutto cattolica si è cercato di attribuire la follia di Nietzsche alla sua filosofia, alla chiusura che essa comporterebbe alla trascendenza e ai valori (quelli cristiani, ovviamente). Se le cose stessero così, c’è da chiedersi che razza di affollamento ci dovrebbe essere negli ospedali psichiatrici.
Louis Althusser, pensatore francese che è stato uno degli ultimi esegeti di Marx del XX secolo, a un certo momento impazzì e uccise la moglie. Questo disgraziato evento non è mai stato considerato da nessuno un argomento contro il marxismo. Un santo cristiano che perdette il senno (probabilmente non l’unico), fu san Simeone detto lo stilitas perché decise di ritirarsi a vita eremitica in cima a una colonna. Dopo qualche anno era impazzito, ammesso che fosse stato sano di mente prima, e si divertiva a lanciare sterco e sporcizia in testa ai passanti, eppure anche questo non è mai stato considerato un argomento contro il cristianesimo, e allora perché un disturbo psichico collegato a cause organiche ben note dovrebbe essere un argomento contro la filosofia di Nietzsche? E’ sempre il solito sistema dei due pesi e delle due misure che penalizza tutto ciò che ha a che fare con la parte uscita perdente dal secondo conflitto mondiale.
Un tipo di attacco più sottile ha assunto un’altra forma: si pretende che Nietzsche non abbia mai inteso dire quello che ha detto, scrivere quello che ha scritto, pensare quello che ha pensato.
Quando Nietzsche fu colpito dall’infermità, la sorella Elisabeth Forster Nietzsche prese in custodia gli scritti del fratello e successivamente editò una “nuova” opera, La volontà di potenza; è controverso se si trattasse di un manoscritto inedito o di un assemblaggio di scritti disparati che non erano stati pensati per confluire in un’opera unitaria. Dopo il 1933 con l’ascesa del regime nazionalsocialista, Elisabeth fu aiutata e incoraggiata nella gestione dell’archivio Nietzsche. Tanto bastò perché dopo la guerra si accusassero i nazisti di aver falsificato con la complicità della sorella l’opera e il pensiero di Nietzsche. Non solo La volontà di potenza sarebbe stata un falso, ma con uno stranissimo effetto retroattivo la falsificazione si sarebbe estesa alle opere pubblicate Nietzsche vivente e lucido.
Il “vero” Nietzsche “politicamente corretto” ottenuto per amputazione si limita alla pars destruens del pensiero del filosofo, la relatività delle morali: una figura fantomatica che è facile accomunare alla psicanalisi, alla fenomenologia husserliana, all’esistenzialismo, alla scuola di Francoforte, ai nouveaux philosophes, al “pensiero debole”, ai tanti negatori di valori e conoscenze, cantori dell’implosione e del disfacimento del pensiero europeo. E’ l’esito di un’operazione che ha precisamente lo scopo di privare la parte uscita perdente dal secondo conflitto mondiale di quello che è stato probabilmente il suo filosofo più importante.
Noi possiamo ammettere che Elisabeth abbia commesso una scorrettezza editoriale, ma per capire se abbia davvero falsato il pensiero del fratello, non c’è che un modo d’altra parte niente affatto difficile o astruso: basta confrontare La volontà di potenza coi testi pubblicati quando Nietzsche era vivo e lucido, si vede facilmente che i temi de La volontà di potenza: il superuomo, la volontà di potenza appunto, il rifiuto della morale cristiana, “morale da schiavi”, sono già tutti presenti in questi ultimi e che Elisabeth e i nazionalsocialisti hanno forse pubblicato un’opera che Nietzsche non ha scritto in quella forma, ma non hanno falsato il suo pensiero, e che una volta di più la falsificazione è tutta dalla parte della democrazia.
La filosofia di Nietzsche è un punto focale dove sono sintetizzate varie tendenze del pensiero del XIX secolo. Come abbiamo visto parlando di madame De Stael, certamente confluisce in Nietzsche un elemento di derivazione romantica: la contrapposizione della bellezza, dell’armonia, della serenità antiche rispetto al cristianesimo che apporta il senso del peccato, la lacerazione, il conflitto fra io e mondo e all’interno dell’animo umano. Nietzsche era di formazione filologica, e non a caso la sua prima opera importante è La nascita della tragedia.
Altro elemento importante è Schopenhauer. Schopenhauer, recependo il pensiero induista e buddista, concepiva la vita come forza incontenibile, cieca, irrazionale, mirante unicamente alla conservazione e alla perpetuazione di se stessa, una “volontà di vivere” da cui l’uomo deve liberarsi per sottrarsi al dolore. Nietzsche riprende queste tematiche ma ne nega la conclusione di tipo ascetico-buddista: la vita va accettata anche nella sua inevitabile tragicità.
Un terzo elemento, a mio parere, è la filosofia kantiana come bersaglio polemico. Le mie affermazioni forse suoneranno a qualcuno addirittura blasfeme, ma io ritengo che Immanuel Kant sia nella storia della filosofia oggetto di un’enorme sopravvalutazione.
Nella Critica della ragion pura il filosofo di Koenigsberg ha dimostrato l’impossibilità della metafisica come scienza: la metafisica cerca di dimostrare con i metodi deduttivi delle scienze formali (logica e matematica) delle questioni di fatto: l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima, l’esistenza di una dimensione trascendente. Ma le scienze formali dimostrano solo rapporti fra le proposizioni (logica) o fra simboli (matematica) e non hanno mai a che fare con questioni di fatto o di esistenza: ad esempio, quando noi affermiamo che la somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a 180 gradi, non intendiamo affermare l’esistenza di un solo oggetto triangolare in tutto l’universo, ma solo che se esistesse avrebbe questa proprietà. In realtà però Kant non ha fatto altro che esporre in maniera più particolareggiata un’intuizione del filosofo empirista David Hume.
Nella Critica della ragion pratica Kant compie una svolta di centoottanta gradi rispetto all’opera precedente: anche se la metafisica non può essere scientificamente valida, essa va comunque postulata per garantire l’oggettività della legge morale.
E qui arriva la risposta di Nietzsche, chiara e netta: non esiste alcuna oggettività della morale, le morali sono fenomeni storici diversi da popolo a popolo, da cultura a cultura, persino da uomo a uomo. “Bene” non è più bene sulla bocca del vicino”.
Forte della doppia lezione romantica e schopenhaueriana, Nietzsche individua due tipi antitetici di morale: la morale che approva ed esalta gli istinti vitali, e quella – la morale cristiana – che si rivolge contro di essi.
Con il crollo dell’idea dell’oggettività della morale, viene meno anche il tentativo kantiano di salvataggio in extremis della metafisica. In altre parole, “Dio è morto”.
Un quarto elemento che va obiettivamente rilevato, è l’influenza della teoria evoluzionista di Darwin; un elemento che va riconosciuto anche a costo di riaprire una vecchia polemica. Negli ambienti “nostri” è diffusa la convinzione del tutto erronea che l’evoluzionismo sia “una cosa di sinistra” a causa della confusione fra il concetto di evoluzione e quello di progresso, si è preteso perfino di contrapporre Nietzsche a Darwin, ma in questo modo un concetto cardine del pensiero nietzschiano come quello del superuomo diventa incomprensibile: esso è l’al di là biologico della nostra specie precisamente in termini evolutivi darwiniani, destinato a stare all’uomo come l’uomo sta alla scimmia.
Selezione, lotta per la vita, sopravvivenza del più adatto: l’evoluzionismo darwiniano è la smentita più netta di tutte le favole progressiste.
La morale cristiana con la sua scelta a favore non tanto degli umili, quanto dei meschini e dei malriusciti, con la negazione degli istinti vitali a cominciare dal sesso, ma anche della forza, della gagliardia, della gioia di vivere, è perversione: “Perversione è quando un animale cerca, desidera, vuole, brama ciò che gli nuoce”.
Si tratta di una perversione indotta: il colpo di genio del cristianesimo è stato quello di imporre la sua morale, degli inferiori, degli schiavi, dei malriusciti agli uomini nobili inducendoli a disprezzare la loro natura forte, vigorosa, istintuale, bollando come peccato le sue manifestazioni, morale del risentimento, strumento di rivalsa degli inferiori.
La nostra specie è giunta a un bivio: da una parte si va verso il superuomo, l’evoluzione ulteriore, dall’altra verso l’ultimo uomo, l’uomo della decadenza.
Niccolò Machiavelli, un pensatore con una sensibilità certo simile a quella di Nietzsche, parlava del “ritorno ai principi”, ritorno alle origini. Quando una società, una nazione, una cultura attraversa una crisi profonda come quella che oggi investe l’intera Europa, spesso solo tornando ad abbeverarsi alle fonti da cui essa è scaturita, può trovare la forza per persistere nel futuro. Questo è anche il vaticinio di Nietzsche:
“Noi pochi o noi molti di fede pagana sappiamo oggi cos’è una fede pagana: raffigurarsi esseri simili all’uomo, ma al di là del bene e del male. Noi pochi o noi molti di fede pagana crediamo all’Olimpo e non al crocifisso”.
Queste pagine sono in ogni caso troppa poca cosa per sintetizzare esaustivamente ventisette secoli di pensiero europeo, non costituiscono una storia della filosofia e non la sostituiscono. Il loro compito è di indicare una direzione, e sono parte di una battaglia culturale che sto conducendo da lungo tempo, sulle pagine di “Ereticamente” e altrove.

Fabio Calabrese

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Categorie: Filosofia, Gentile, Nietzsche, Platone

Pubblicato da Fabio Calabrese il 30 Settembre 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    Al solito, gli articoli del Calabrese costituiscono una delle letture più piacevoli.

    Mi ha colpito in particolare questa frase:
    “La nostra specie è giunta a un bivio: da una parte si va verso il superuomo, l’evoluzione ulteriore, dall’altra verso l’ultimo uomo, l’uomo della decadenza.”
    Calabrese, ma mi dica un po’, non è che queste sue parole siano da interpretare alla lettera? Vi ha forse nascosto un implicito riferimento alle tesi del Lorenzoni?

    Fafnir

  2. Anonymous

    Caro Fafnir:
    Più che un implicito riferimento a Lorenzoni, è un esplicito riferimento a Nietzsche.
    Mi raccomando, stai attento a Sigfrido!
    Fabio Calabrese

  3. Anonymous

    Quello a Nietzsche è, appunto, il riferimento esplicito. Ma, dal momento che ho visto che in giro per la rete ha commentato il lavoro del Lorenzoni, mi chiedevo se non ci fosse anche un’allusione a “Il Selvaggio” e alla teoria dell’involuzione.

    Quanto a Sigfrido, non si preoccupi, la prossima volta che lo vedo gli faccio un deretano così!

    Fafnir

  4. Anonymous

    Caro Fafnir:
    Silvano Lorenzoni, che ho ospitato a casa mia e con cui ho passato una giornata impagabile assieme alla mia famiglia, non è solo un camerata, ma anche un caro amico. Io non pensavo esplicitamente a lui quando ho scritto l’articolo, ma essendo camerati che condividono una certa visione del mondo, può capitare con facilità che certe tematiche si sovrappongano.
    Fabio Calabrese

  5. Anonymous

    Ah, lo ha addirittura ospitato a casa sua? Meglio ancora! Immagino allora che abbiate per forza discusso delle sue idee, dei suoi libri e in particolare della teoria dell’involuzione! Posso chiederle che opinione ha lei a riguardo, caro Calabrese? Intendo, ci sono delle obiezioni particolari che ha posto al Lorenzoni circa le tematiche trattate ne Il Selvaggio? Cosa ne pensa ad esempio dell’idea del Lorenzoni per la quale la mentalità che un popolo “decide di darsi” (penso in particolare all’Europa e all’adozione, da parte sua, di un elemento semita, cioè estraneo, qual era il cristianesimo) sia in grado di modificarne la genetica? E che mi sa dire dell’accostamento ebrei-pigmei? E dell’idea per cui il meticciamento linguistico comporterebbe un impoverimento lessicale e una degradazione dell’idioma (quest’ultima “teoria” dubito sia confutabile, e gli esempi a favore del Lorenzoni sono molteplici)? Ritengo siano tutte teorie interessantissime e, soprattutto, di portata devastante, qualora si rivelassero fondate.

    Fafnir

  6. Anonymous

    Complimenti al dott. Calabrese per l’ottimo
    articolo, esauriente e preciso come al solito.
    Ho letto da qualche parte che durante la
    seconda guerra mondiale molti ufficiali delle
    SS portavano la “Politèia” di Platone nel
    loro zaino, potrei avere maggiori
    informazioni a riguardo?
    Grazie

    Giovanni

  7. Anonymous

    Caro Fafnir: il problema che lei pone è interessantissimo e, a giudizio dello stesso Lorenzoni, di non facile soluzione. In che modo l’adozione di una Weltanschauung estranea possa modificare “la razza”, in particolare se la cristianizzazione dell’Europa possa aver avuto effetti anche sul piano biologico. Le rispondo: purtroppo si, ma prima le do una breve risposta sugli altri due punti. A parere di Lorenzoni fra Ebrei e pigmei è possibile qualcosa di più di un semplice accostamento; egli tra l’altro rileva che fra gli ebrei, come patologia, il nanismo è molto diffuso. Che il meticciamento linguistico comporti una degradazione lessicale (e quindi anche un impoverimento del pensiero) è fuori di dubbio, basti pensare all’ibridismo che è la lingua “inglese”.
    Il primo punto è quello di cui, guarda caso, abbiamo forse discusso con maggiore ampiezza. Per prima cosa, occorre levarsi dalla testa il pregiudizio democratico secondo il quale “natura” e “cultura” sono due cose che non hanno nulla a che fare l’una con l’altra.

    Fabio Calabrese

  8. Anonymous

    E’ chiaro che l’imposizione di una “cultura” estranea avrà effetti anche sulla stirpe. Per prima cosa, vi sarà la tendenza a eliminare quanti si oppongono ad essa con maggiore forza, che con ogni probabilità saranno anche le persone di stirpe meno contaminata; in secondo luogo, si avrà una tendenza alla diminuzione della naturale repulsione al meticciato.
    Tuttavia, la cosa non si risolve in un’ottica materialistica. Lorenzoni faceva notare come “Geova”, entità reale o immaginaria che sia, sia una sorta di “mostro psichico”, facendosi incantare dal quale, si sviluppa una propensione a “cadere nell’ebraismo”; è questo ad esempio il caso dei calvinisti USA, “ebrei in tutto fuorché nel nome”.
    Per parte mia, gli ho citato il caso della sindrome di Gerusalemme, un improvviso stato di esaltazione religiosa che può prendere coloro che si recano nella cosiddetta “città santa” e assomiglia tanto a una possessione (ne trova notizia anche su Wikipedia. Lorenzoni mi ha citato il caso dei moltissimi Mischlinge (persone di ascendenza in parte ebraica) che si arruolarono nelle Waffen SS, vedendo nel Terzo Reich l’opportunità per liberarsi di Geova e dell’ebraismo.
    MI rendo conto che per esaurire a fondo la tematica ci vorrebbe un articolo, non è detto che non lo scriva.
    Saluti.
    Fabio Calabrese

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