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Il fantasma dello stregone

Il fantasma dello stregone

Di Fabio Calabrese

Il recente saggio La scienza manipolata, che mi è stato pubblicato diviso in due parti su “Ereticamente” chiama in causa le falsificazioni, talvolta sottili, talaltre sfacciate e grossolane che costituiscono il “corpus” delle dottrine scientifiche moderne. Questo chiama almeno indirettamente in causa l’illuminismo, movimento che è da considerarsi un po’ il padre intellettuale della scienza moderna e della moderna visione del mondo a base scientifica.

   Solo che le cose sono forse un tantino più complesse, perché storicamente l’illuminismo è stato tutt’altro che un fenomeno culturale unitario. Nel mio scritto non avevo in mente come bersagli Voltaire e Diderot, Rousseau il cui mito del “buon selvaggio” rimane il fondamento di tanta antropologia mistificata e deteriore, invece si, potrebbe agevolmente rientrare nel dossier in realtà molto incompleto, che ho tracciato delle aberrazioni scientifiche che dominano l’odierna “cultura democratica”, e lo vedremo dettagliatamente nella parte conclusiva di questo articolo.

Gli illuministi, mi è venuto da chiedermi, riconoscerebbero come loro legittima filiazione quelli che oggi passano per i loro eredi? Mi pare chiaro che a questa domanda non si possa dare altro che una risposta negativa.
Noi tendiamo a considerare, anche se su questo dal punto di vista storico si potrebbe aprire una vertenza infinita, l’illuminismo come un movimento filosofico-culturale che dovrebbe essere basato sulla rivendicazione della libertà di pensiero e sulla pratica della razionalità, mentre appare chiaro che oggi quell’insieme di sistemi politici che chiamiamo complessivamente “democrazia” e che pretenderebbe di essere in qualche modo la continuazione delle istanze illuministe, è alla prova dei fatti, il peggior nemico sia dell’una che dell’altra.
In maniera del tutto analoga, se qualcuno volesse ostinarsi a interpretare il concetto di “democrazia” in base alla sua etimologia come “potere del popolo”, credo che non potremmo fare altro che sorridere e scuotere la testa di compatimento di fronte a tanta ingenuità, poiché è ben chiaro che le democrazie non sono altro che una serie di proconsolati estesi a livello planetario del dominio statunitense, e il “popolo sovrano” non può decidere praticamente nulla, né di sottrarsi a una ferrea “economia di mercato” globale le cui regole sono pensate e pianificate per arricchire i parassiti e immiserire sempre più il popolo lavoratore, né di opporsi all’immigrazione, al rimescolamento di popolazioni, all’universale meticciato che è l’altra faccia della globalizzazione economica, quindi potremmo dire che al “popolo sovrano” non è in realtà consentito di decidere nulla, nemmeno di preservare la propria esistenza.
Voltaire diceva (in realtà non sembra abbia espresso esattamente queste parole, ma ha più volte espresso in termini simili lo stesso concetto, che rimane forse la sintesi migliore del suo pensiero), “Io non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa professarle liberamente”. Il grande tratto dell’illuminismo è la rivendicazione della libertà delle idee con cui non si è d’accordo, infatti la rivendicazione della libertà delle proprie idee è sempre stata sostenuta da chiunque.

   Bene, affermare oggi una simile opinione etichetterebbe subito Voltaire come un estremista di destra, un fascista, probabilmente un antisemita. E’ del resto esattamente quel che è successo al grande linguista Noam Chomsky quando ha osato affermare che tutti hanno il diritto di esprimere liberamente la loro opinione, compresi gli storici “revisionisti” che vorrebbero indagare il presunto olocausto degli ebrei nella seconda guerra mondiale come si fa con qualsiasi altro fenomeno storico, rivedere le cifre del presunto sterminio, e che non sono necessariamente per questo antisemiti, tra i quali si contano persino alcuni ebrei, Israel Shamir e Norman Filkenstein ad esempio.

   Apriti cielo! “L’olocausto” svolge una funzione troppo importante nell’economia concettuale della finzione democratica: serve a far velo alle atrocità compiute durante il secondo conflitto mondiale dai vincitori: i bombardamenti terroristici contro le popolazioni civili e l’uso sempre contro i civili dell’arma nucleare in primis, serve a ingenerare negli Europei di oggi, evidentemente estranei a quei fatti, un senso di colpa che li induca ad accettare il predominio americano e a chiudere gli occhi sulla politica brutale di genocidio al rallentatore che Israele porta avanti contro il popolo palestinese. Noam Chomsky è stato subito accusato di essere un fascista e un antisemita, e la stessa sorte sarebbe certamente toccata a Voltaire e, piccolo particolare che dà un tocco di grottesco a tutta la faccenda, Chomsky è ebreo.
   Noi abbiamo sentito spesso parlare di “nazismo” o “fascismo” “magico” secondo una moda instaurata dal Mattino dei maghi di Pauwels e Bergier; un discorso nel quale a dati storici reali si mescolano con facilità sciocchezze ed esagerazioni. Quello di cui non si sente mai parlare, invece, è l’aspetto stregonesco e superstizioso, esorcistico dell’antifascismo. Io a questo tema ho dedicato un articolo, Il fascismo secondo Indiana Jones, centrato sulla figura  dell’archeologo ma soprattutto stregone antifascista inventato da Steven Spielberg, che è stato pubblicato un paio di volte in diverse sedi. Qui riporterò solo un piccolo esempio.
   Come è noto, dopo l’8 settembre 1943, gran parte dei reparti della nostra aeronautica transitarono nella Repubblica Sociale, non perché, come si è talvolta preteso, la nostra aeronautica fosse “un’arma fascista”, ma perché gli “alleati” angloamericani, armistizio o non armistizio, continuavano a bombardare le nostre città e a fare strage della nostra popolazione civile. Dopo la guerra, questi reparti sono stati puniti declassandoli a reparti di artiglieria contraerea, ma poiché nessun combattente della Repubblica Sociale ha poi fatto parte delle forze armate postbelliche, a essere punite in questo modo sono state le insegne, i simboli di questi reparti; operazione, come si vede, magica, stregonesca, esorcistica.
Rivedendo oggi questo articolo, potrei aggiungere un esempio recente a questo dossier: recentemente sono stati messi fuori legge i tradizionali bottoni rivestiti di cuoio dei loden: la forma delle striscette di cuoio che s’incrociano, potrebbe infatti ricordare la svastica.
Siamo, come si vede nel pieno dominio dell’irrazionale, dell’esorcistico, dell’apotropaico, di quanto di più lontano potremmo immaginare da una mentalità razionale.
Per quanto riguarda la scienza, le cose stanno esattamente negli stessi termini. Io non ho nulla da obiettare al metodo scientifico galileiano basato sulla sperimentazione, l’elaborazione di teorie a partire dagli esperimenti e la messa alla prova di queste ultime tranne nuovi esperimenti che porteranno a confermarle o correggerle, anzi, questa è la via maestra per la comprensione del reale, ma la “scienza democratica” tradisce il metodo e lo spirito di Galileo tutte le volte che si trova a manipolare la conoscenza perché non entri in conflitto con i dogmi della democrazia, ad esempio prescrivendo che tutti gli uomini siano uguali o che le differenze empiricamente riscontrabili fra gli uni e gli altri siano interamente riconducibili all’influenza dell’ambiente e la genetica e l’eredità biologica non contino per nulla.
 In questi casi è il fantasma dello stregone adoratore di feticci (il feticcio democratico, in ispecie)  che stabilisce la sua possessione sull’uomo di scienza.

   Io non pretendo di aver fatto un lavoro assolutamente nuovo e originale; alcune utili anticipazioni si trovano ad esempio nel testo Congetture e confutazioni del filosofo della scienza Karl Popper.

L’epistemologia di Popper si basa sul principio di falsificazione; in poche parole, la veridicità di un’affermazione del tipo “i cani non parlano” può essere rafforzata nella sua probabilità dall’esperienza di innumerevoli cani sprovvisti di parola, ma mai definitivamente dimostrata, perché basterebbe la scoperta anche di un solo cane parlante per confutarla, per falsificarla.
Perché una teoria possa essere considerata scientifica, occorre poter specificare a quali condizioni si dimostrerebbe falsa. Le teorie totalizzanti “che spiegano tutto”, proprio per questo in realtà non spiegano nulla. Alle teorie in definitiva accade la stessa cosa che accade agli uomini: devono essere disposte a rischiare per dimostrare di valere qualcosa: un’epistemologia che di certo sarebbe piaciuta a Ezra Pound.
Le teorie che non passano il vaglio di Popper, che si dimostrano delle pseudo-scienze, sono tre: l’astrologia, il marxismo, la psicanalisi. Come abbiamo visto in La scienza manipolata, l’elenco è senz’altro più lungo e comprende la pseudo-scienza storica intesa a enfatizzare il ruolo del Medio Oriente e sminuire quello dell’Europa per costringere gli eventi storici nel letto di Procuste biblico, la pseudo-scienza economica intesa a mascherare lo sfruttamento delle risorse di popoli e società a vantaggio di un ceto parassitario di capitalismo bancario-finanziario, la psicologia comportamentista non meno di quella freudiana, la pseudo-biologia di ricercatori e divulgatori (da Craig Venter a Stephen Jay Gould) impegnata a minimizzare il ruolo dell’eredità biologica o addirittura a negarlo del tutto (Lysenko e la tragica farsa della “scienza sovietica”), la “termodinamica” di H. T. Odum.
Oltre all’aspetto di una confutazione prettamente teorica, Popper riporta un caso concreto, personale che permette di capire molto bene quale sia lo spessore “scientifico” della psicanalisi, e vale proprio la pena di riportarlo. Durante le vacanze estive, il filosofo lavorava come volontario nel centro psicologico aperto a Vienna da Alfred Adler. Un giorno un conoscente che aveva un figlio con problemi psicologici si rivolse a lui, ed egli prontamente riportò il caso ad Adler.
“Ma è chiaro”, disse quest’ultimo, “Si tratta di un caso di…”.
“Ma come fa”, chiese il filosofo, “A fare una diagnosi senza aver neppure visto il bambino?”
“Sulla base della mia esperienza di mille casi simili”, rispose Adler.
“Bene”, concluse Popper, “Immagino che ora saranno diventati mille e uno”.
Alfred Adler era stato cacciato dalla scuola psicanalitica di Freud (come Jung e altri) dopo una lite furibonda, per aver cercato di dimostrare una qualche originalità di pensiero invece di accettare supino la parola del “maestro”, ma aveva pienamente assimilato l’arrogante dogmatismo del suo antico mentore.

Fra le pseudo-scienze in salsa democratica, la psicanalisi è un astro di prima grandezza che brilla per la sua falsità, seconda in questo soltanto al marxismo. Quando ho scritto La scienza manipolata ho avuto l’impressione di aver forse avuto la mano un po’ troppo pesante, sebbene riportassi cose da gran tempo risapute, ma invece sono stato fin troppo gentile con questa pseudo-dottrina della mente che di scientifico non ha nulla. Durante le vacanze estive ho letto Crepuscolo di un idolo, smantellare le favole freudiane di Michel Onfray (edizione Ponte alle Grazie 2011), forse uno dei pochi lavori sulla psicanalisi scritto non con intenti agiografici ed esegetici, ma critici.

  Chi era Sigmund Freud? In poche parole un ciarlatano, un arrivista privo di scrupoli che si metteva sotto i piedi la deontologia e aveva un solo scopo: quello di diventare ricco e famoso. Aveva cominciato con studi di neurofisiologia che abbandonò in fretta accorgendosi che lì non c’era grande possibilità di carriera. Rendendosi conto che né con la pratica medica né con la ricerca di laboratorio avrebbe ottenuto di più di un moderato decoro “borghese”, decise di essere a tutti i costi l’inventore della “cura miracolosa” che gli avrebbe dato fama e denaro. Iniziò propagandando le virtù miracolose della cocaina, poi, dopo aver provocato la morte di un paziente, passò all’elettroterapia, quindi all’ipnosi che andò a imparare da Jean-Martin Charcot, e poiché anche queste tecniche non diedero buoni risultati, non inventò il metodo psicanalitico, ma lo rubò letteralmente a Joseph Breuer, trasformando quello che allora era un embrione di metodo terapeutico in una monumentale interpretazione di tutta la vita psichica e dell’universo mondo.
In realtà, non guarì mai nessuno, e falsificò i resoconti sui casi da lui “studiati” per provare il contrario, ma causò la morte di almeno altri tre pazienti scambiando per isteria quelli che erano invece sintomi di disturbi organici. Interessato soprattutto a mantenere uno stile di vita lussuoso, si faceva pagare l’equivalente di 450 euro attuali per un’ora di “sedute” nel corso delle quali spesso si addormentava. In compenso, fece della psicanalisi una setta nella quale si richiedeva agli adepti la totale sottomissione al “maestro”. Che poi le teorie freudiane non abbiano mai avuto nessuna specie di avallo da parte di ricercatori “terzi” e indipendenti, questo è ovvio e risaputo, ammesso a denti stretti dagli stessi freudiani.
Esiste un’affinità, una consanguineità fra psicanalisi e marxismo? Io sarei incline a dare a ciò una risposta affermativa, e Onfray porta involontariamente elementi importanti a sostegno di questa convinzione. Dico involontariamente, poiché essi emergono in tutta chiarezza da un capitolo del Crepuscolo di un idolo che invece vorrebbe piuttosto raccontarci dei compromessi cui Freud era sceso per permettere alla sua dottrina di convivere con fascismo e nazismo. Comunque, leggiamo che secondo Onfray:
“Freud accetta il determinismo teorizzato dalla dottrina marxista: in effetti, l’infrastruttura economica può condizionare la sovrastruttura ideologica, perché la filosofia di Freud, così come il pensiero di Marx, insegna che la libertà, il libero arbitrio, la coscienza di un soggetto libero e autonomo, la possibilità di immaginarsi indenne da ogni influenza, costituiscono improbabili finzioni metafisiche.
Marx & Freud conducono una battaglia analoga nello stesso campo ontologico come negatori dell’autonomia. Per l’uno e per l’altro, infatti, l’uomo è un effetto, non una causa: in un caso delle sue pulsioni libidiche e  della sua vita psichica, nell’altro delle condizioni di produzione economica”.
E poco più avanti riporta una citazione di Freud che negli anni ’30 parla del comunismo sovietico in termini che non si potrebbero definire altro che entusiastici:
«Vi sono anche uomini d’azione, irremovibili nelle loro convinzioni, inaccessibili al dubbio, insensibili alle sofferenze altrui qualora si frappongano alle loro intenzioni. Dobbiamo a tali uomini se il grandioso esperimento di un ordine nuovo è attualmente in corso in Russia. In un’epoca in cui grandi nazioni annunciano di aspettarsi la salvezza dal mantenimento della devozione cristiana, la rivoluzione russa – malgrado un buon numero di particolari sgradevoli – appare dopo tutto un messaggio per un futuro migliore» (XI, 283-284).
Teniamo presente che il grande uomo d’azione allora in carica al Cremlino era Josef Stalin, e i “particolari sgradevoli” cui allude Freud, erano milioni di morti ammazzati.
Andando a rivedere l’elenco delle pseudo-scienze tutte tese in una maniera o nell’altra ad avallare l’ideologia democratica, mi rendo conto che il quadro che ho tracciato è alquanto incompleto, ne avrei dovute menzionare ancora almeno due: l’antropologia culturale di Levi Strauss e l’epistemologia anarchica di Paul Feyerabend.
Per restare al titolo di questo articolo, toccando l’argomento dell’antropologia culturale, di fantasmi e stregoni tocca parlare parecchio. Il postulato fondamentale, il dogma dell’antropologia culturale enunciato da Claude Levi-Strauss è “il rifiuto di distinguere fra le conoscenze e gli usi”. Che cosa significa? Facciamo un esempio: se un europeo e un indigeno africano o di qualche isola tropicale si ammalano e il primo si rivolge al medico e il secondo a uno stregone commissionandogli un esorcismo, questo non significa che uno ha accesso a una conoscenza medica efficace, mentre l’altro può contare al massimo su di un effetto placebo, ma solo che l’uno ha certe usanze e l’altro altre un po’ diverse. Al diavolo Koch, Pasteur, Semmelweis, tutti i grandi medici e scienziati che si sono consumati gli occhi incollati giorni e notti all’oculare del microscopio per cercare rimedi efficaci ai mal che affliggono l’umanità. Al diavolo la scienza “occidentale” e il pensiero razionale così schifosamente “bianchi”!
C’è poi una deformazione metodologica di base nella creazione della figura del selvaggio per giustapposizione fra il micronesiano e l’esquimese, selvaggio che appare invariabilmente pacifico, ospitale, incline a condividere le donne, figlio o materializzazione del mito del “buon selvaggio” di Rousseau. A costoro non passa nemmeno lontanamente per la testa che l’esquimese o il micronesiano sono ben lontani dal rappresentare il tipo umano “non civilizzato” medio, che l’esquimese vive in una nicchia ecologica marginale fra le più ostili del pianeta dal punto di vista climatico perché spintovi da popolazioni più aggressive e combattive, che l’abitante di una piccola isola del Pacifico non ha ordinariamente altri rapporti che con membri della sua tribù-clan familiare. E’ tutto materiale buono per mettere sotto accusa la civiltà europea “bianca” aggressiva, guerrafondaia, maschilista e via dicendo, a scambiare per peculiarità della cultura europea quel che è invece caratteristico della maggior parte delle comunità umane, quali l’aggressività, le gerarchie, la pratica bellica verso altre popolazioni, la tendenza all’esclusività con conseguente gelosia verso terzi nel campo delle relazioni sessuali, e via dicendo, e allora ci accorgiamo di quale potente arsenale di armi ideologiche, anche se tutte basate su di un presupposto fasullo, questa sedicente antropologia ha messo a disposizione dei contestatori del ’68 e dintorni.

Si può segnalare poi che non è nemmeno del tutto certa l’identificazione del selvaggio con il primitivo, ossia dell’uomo che avrebbe continuato a vivere in un ipotetico “stato di natura” primordiale. Il selvaggio potrebbe essere, e in alcuni casi probabilmente è, il residuo degenerato di culture un tempo evolute. All’esplorazione di quest’ipotesi, Silvano Lorenzoni ha dedicato quello che è forse il suo testo più impegnativo: Involuzione, il selvaggio come decaduto. E’ un’idea che fa male, perché urta in pieno contro il mito di un progresso lineare ascendente immanente alla storia umana, perché fa pensare che se è stato possibile che in altre epoche tante culture anche elevate siano risprofondate all’indietro nella barbarie, nulla esclude che un domani un simile destino possa toccare a noi. 

Ritorniamo al nostro esempio in campo terapeutico: questi antropologi evitano con la maggior cura possibile di dire se ritengono che l’evocazione degli spiriti da parte di uno stregone sia a loro parere pura illusione o il padroneggiamento di forze in qualche modo reali, e alla fine vi lasciano con l’impressione che l’ultima superstizione, frutto balbettante di un pensiero embrionale appena oltre la soglia dell’umano e l’indagine della natura portata avanti da secoli dalle menti migliori di una civiltà con uno sforzo collettivo, il più grande impiego dell’intelligenza e della razionalità, abbiano lo stesso status epistemologico, questi tardi nipoti di Rousseau sono infine approdati nell’anti-illuminismo più puro.

Vi piacciono gli intrugli? In caso affermativo, vi do la ricetta per un intruglio particolarmente atroce: prendete una buona dose di antropologia culturale, aggiungete un po’ di Scuola di Francoforte (che non sta mai male) e di Edmond Husserl di Dialektik der Aufklaerung, unite una discreta quantità di femminismo e di “diritti dei gay”, stemperate l’impasto così ottenuto in salsa democratica, marxista e anarchica. Questa è più o meno la ricetta dell’epistemologia anarchica di Paul Feyerabend. Devo essere sincero: sono stato alquanto incerto se inserire o meno questo personaggio e il suo “pensiero” in questa trattazione; sotto un certo aspetto, si ricollega chiaramente a una generazione di filosofi che hanno praticato una disinvolta fusione tra marxismo ed esistenzialismo, magari con l’aiuto di una buona dose di psicanalisi – di cui ho già detto cosa si debba pensare in termini scientifici – Jean Paul Sartre è stato il capostipite di tutti loro; hanno preparato il ’68 e portato il concetto di filosofia al punto più basso di considerazione e rispettabilità che questo termine ha avuto nei venticinque secoli da quando fu coniato da Platone.

Tuttavia, poiché quella di Feyerabend ha preteso di essere un’epistemologia, una filosofia della scienza, è il caso di occuparcene qui, con l’avvertenza che se si dovesse cercare di stendere un analogo rapporto sulle aberrazioni in campo non scientifico ma filosofico, probabilmente non ne uscirebbe un articolo ma un libro spesso quanto un dizionario o un elenco telefonico.
  Lo scritto principale nel quale Feyerabend ha esposto la sua epistemologia anarchica si intitola Contro il metodo. Il metodo oggetto dei suoi attacchi non è, come forse si potrebbe credere, il metodo scientifico sviluppato da Galilei e Newton, ma più in generale il metodo cartesiano e la persuasione di una razionalità immanente comune a tutti gli uomini. Contro di esso, giudicato troppo “occidentale”, “borghese”, “maschilista”, “eterosessuale”, con una batteria di argomenti tratti dall’antropologia culturale, Feyerabend rivendica la “parità di diritti” per le visioni del mondo non-occidentali, proletarie (leggi: marxismo), delle femministe, dei gay. “Parità di diritti”, si badi bene, ed è questo il punto insidioso di tutto il discorso, che riguarda non le persone, ma le culture o le identità culturali. In altre parole, se a un africano ammalato permettiamo o addirittura consigliamo di rivolgersi a un medico piuttosto che a uno stregone, commettiamo un atto violento, facciamo violenza alla sua identità culturale imponendogli la nostra cultura “bianca”.
Si vede bene qui che l’illuminismo finisce per negare se stesso: dalla verità universale fondata sulla ragione comune a tutti gli uomini, attraverso Rousseau, l’antropologia culturale e l’epistemologia anarchica, si passa al totale relativismo di conoscenze e di valori, lo stregone l’ha totalmente vinta sullo scienziato e sul filosofo che vorrebbe usare la ragione.
Questa potrebbe essere la nostra conclusione, ma ci sono ancora diverse cose da precisare. Per quanto riguarda le culture cosiddette extraoccidentali, si è già detto cosa se ne possa pensare, e la rivendicazione di una “parità di diritti”  con la cultura europea non si può spiegare se non in base all’eterno masochismo, all’eterno cupio dissolvi della sinistra sempre pronta a sognare e predicare integrazioni e multiculturalismi impossibili. Lo vediamo bene oggi più che mai, che l’immigrazione ci porta in casa gente e “cultura” non europea in quantità sempre più strabocchevoli. L’esperienza quotidiana ci dimostra che l’integrazione è una fola per i gonzi. Costoro non dimostrano nessuna intenzione di integrarsi se non per quel tanto che gli fa comodo, non dimostrano nessun rispetto della nostra cultura delle nostre leggi, delle nostre usanze, ma – ultimi arrivati – la fanno da padroni in casa nostra, non vogliono integrarsi ma soppiantarci, sicuri che la demografia e la differenza di tasso riproduttivo fra noi e loro, daranno loro ragione, e la sinistra con le sue favole multiculturali vorrebbe portarci a occhi chiusi oltre l’orlo del baratro più in fretta possibile.
  Un altro punto di cui ho parlato più di una volta nei miei articoli, ma sul quale perso sia utile ritornare una volta di più, è che a mio parere non esiste nulla che si possa realmente definire come “civiltà occidentale”. In altre epoche, dall’inizi del XVI secolo alla fine del XIX, “Occidente” significava l’Europa più le sue propaggini extraeuropee. Oggi, a partire soprattutto dal 1945, è diventata una parola-trappola che ha la pretesa di farci credere che fra l’Europa e l’America che la domina in conseguenza della sconfitta nelle due guerre mondiali, non esista nessuna sostanziale differenza di civiltà. Le cose stanno ben altrimenti, e la migliore dimostrazione di ciò si ha proprio considerando quella tradizione di pensiero razionale risalente non a Voltaire, ma a Talete e a Platone, che caratterizza (o caratterizzava, perché non dobbiamo ignorare gli effetti di sessant’anni di plagio mediatico) la cultura europea ed è praticamente assente negli Stati Uniti, sostituita da un lato dall’ossessione biblica, dall’altro dal potere plagiario del sistema mediatico hollywoodiano e televisivo, cui qualsiasi finzione ripetuta abbastanza a lungo sostituisce, diventa  la realtà. Per chi sia interessato ad approfondire l’argomento, consiglierei la lettura del bellissimo saggio di Sergio Gozzoli L’incolmabile fossato pubblicato su “L’uomo libero”.

E’ l’Europa, la nostra povera Europa, sconfitta, dominata e oggi invasa dalla marmaglia terzomondista, il nostro unico possibile riferimento.

Una “cultura proletaria”, è una cortina fumogena, una sorta di pretesa di non applicare ai regimi comunisti la logica “borghese” che è poi la logica di tutti quanti, la sola che esista, che ci dimostra che questi regimi, poi crollati sotto il loro stesso peso in un’inedita implosione che non trova paragoni storici, sono stati il più gigantesco aborto di tutti i tempi, incapaci di assicurare ai loro sudditi altro che oppressione e miseria.
Una cultura femminista e gay. Penso che nulla dimostri meglio la politica di ipocrita doppio binario che caratterizza la sinistra: si fa di un fatto personale come il sesso o le preferenze sessuali un fatto “culturale” e “politico” con un’evidente forzatura, poi quando altri vorrebbero confrontarsi con questi fatti culturali e politici così come ci si confronta coi fatti culturali e politici, ecco che tutto questo miracolosamente ridiventa un attacco alla persona, anche se non era certo questa l’intenzione di chi ha obiettato (il metodo, del resto, l’aveva inventato Sigmund Freud, che ha approfittato della circostanza di essere ebreo per accusare di antisemitismo chiunque non fosse pronto a prostrarsi ai piedi dell’idolo psicanalitico).
Noi non possiamo pensare di contrapporci alle aberrazioni del pensiero democratico facendo appello a un pensiero esoterico o mistico che non può, per ovvi motivi, avere un’ampia circolazione, ma è proprio su terreno della razionalità, della scientificità, che il pensiero democratico mostra il suo aspetto stregonesco e trova le sue più brucianti sconfessioni. 
 
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Categorie: Illuminismo, Psicanalisi

Pubblicato da Fabio Calabrese il 30 Agosto 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Milo Dal Brollo

    Signor Calabrese,
    faccio parte di una scuola dove riusciamo a discinguere il campo d’indagine oggettivo da quello soggettivo. Per oggettivo intendo ciò che è fuori da me, per soggettivo intendo ciò che è dentro di me (non le semplici opinioni, come diceva Platone). Lei è a conoscenza di questa distinzione? Sa come praticarla?

  2. Segnalo un refuso: Dialektik der Aufklaerung (Dialettica dell’illuminismo) è opera di Adorno-Horkheimer, non di Husserl.

    Joe Fallisi

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