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Molto onore

Molto onore
Di Fabio Calabrese

 “Molti nemici, molto onore”

                   Benito Mussolini

A volte, per fare chiarezza è necessario “ripassare i fondamentali”. Io credo che ben pochi di voi avranno da obiettare all’affermazione di Silvano Lorenzoni secondo cui “Il fascismo è stato l’ultimo tentativo dell’uomo europeo di rialzare la testa”, rialzare la testa contro un destino che altri hanno scritto per noi, la minaccia mondialista materializzata nelle due branche convergenti del comunismo sovietico e del capitalismo “made in USA”.


 

Oggi, a vent’anni dalla fine del lungo periodo della Guerra Fredda, quella delle due parti uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale, e l’unica rimasta in piedi dopo il crollo dell’impero sovietico, quella che a lungo è sembrata essere “il male minore”, ha dimostrato un’inattesa virulenza nel perseguire la distruzione dell’uomo europeo attraverso lo strangolamento economico nel quadro di un’economia di mercato globalizzata dove agli stati nazionali è stato tolto qualsiasi strumento per difendere i rispettivi popoli (nell’improbabile ipotesi che classi dirigenti che sono sempre state proconsolati dell’impero a stelle e strisce, avessero qualche velleità o qualche residuo di pudore in merito), e attraverso l’imposizione della decadenza demografica e del meticciato etnico con le popolazioni del sud del mondo, preventivamente impoverite per spingerle sulla strada dell’immigrazione.

Oggi più che mai, mettersi su di una linea di continuità (che per la verità non si è mai interrotta) con il tentativo prebellico di rialzare la testa, è una pura e semplice questione di sopravvivenza.

A lato dell’affermazione di Lorenzoni, io metterei quella contenuta nel famoso “documento controverso”, l’intervista rilasciata da Massimo Cacciari a Maurizio Blondet e da questi riportata nel libro Gli adelphi della dissoluzione, dove definisce i fascismi “forme di neopaganesimo che cercavano di ricollegare la società a un ethos”, in cui per ethos s’intende il senso di appartenenza della persona alla comunità di cui fa parte, la condivisione di tradizioni e valori, laddove – è bene sottolinearlo – la democrazia liberal-marxista si fonda sull’esplosione degli egoismi individuali e di classe (e da questo punto di vista è palese che liberalismo e marxismo non sono altro che due sfaccettature della stessa cosa).

Perché neopaganesimo? Provate a riflettere un attimo. Forse che una visione di tipo cristiano sarebbe in definitiva adatta a supportare un qualsiasi tentativo di riscossa contro la condanna che è stata posta sul nostro capo? Non è forse vero che il cristianesimo muove da sempre da una visione del mondo e da un’etica profondamente, assolutamente mondialiste? E non parliamo di come queste tendenze si siano radicalizzate  nell’ultimo mezzo secolo a partire dal Concilio Vaticano II! A me sembra che si possono nutrire pochi dubbi sul fatto che se si vogliono raccogliere le forze per affrontare l’ultima battaglia per la salvezza del nostro continente, occorre riscoprire e riappropriarsi delle nostre più antiche radici, quelle che si situano prima e al di là del cristianesimo.

A me e a qualcun altro, tale conclusione appare assolutamente logica e inevitabile, ma sono ben consapevole – siamo ben consapevoli – di rappresentare una posizione minoritaria anche in ambienti che si definiscono “nostri”, così accade, ed è accaduto con regolarità, che i miei scritti, in particolare quelli pubblicati su “Ereticamente” provochino una ridda di contestazioni e polemiche. A me piacerebbe, anche se non mi illudo che le cose vadano in questo modo, di poter dare una risposta “una volta per tutte”. Consoliamoci, come diceva Benito Mussolini, “Molti nemici, molto onore”.

 La bagarre ormai consueta si è ripetuta a proposito di un recente articolo in cui ho preso in considerazione gli elementi che rendono poco credibile lo scrittore cattolico John. R. R. Tolkien, autore della trilogia Il signore degli anelli, come maestro della tradizione.

Sarebbe forse utile rispondere a ciascuno con un articolo apposito (talvolta una frase “buttata là” richiederebbe una risposta molto più ampia), ma ne varrebbe la pena, e la cosa non rischierebbe di essere mortalmente ripetitiva? Meglio allora, nei limiti del possibile, dare una risposta cumulativa.

Occorre fare una distinzione: la prima delle reazioni che cito si riferisce al mio articolo Un documento controverso, le altre due a quello su Tolkien.

Un lettore non ci ha replicato sul sito di “Ereticamente”, ma ci ha inviato una comunicazione privata, forse non desidera che il suo nome diventi di dominio pubblico, per questo motivo, per correttezza, lo citerò solo con le iniziali, S. B.

S. B. esordisce subito con un’affermazione inaccettabile a meno che non ci si metta in una certa ottica:

“Chi ha fede sa non solo che Cristo vive, ma che è sempre lui a prendere l’iniziativa: irrompe in un mondo ostile, chiama alla sua fede, al suo sacerdozio, guida il suo gregge tra le nazioni del mondo, converte uomini di buona volontà anche dalle file dei suoi nemici, sempre proponendo, mai imponendo, la sua fede”.

Chi ha fede non sa nulla più degli altri per il fatto di avere fede, semplicemente crede, il che è una cosa alquanto diversa, e scambiare una cosa con l’altra fa sì che ciò che era da dimostrare diventi la prova. Peccato che a questo mondo esistano diverse fedi contrapposte, tutte persuase di avere o di essere la verità, e il cristianesimo è una fra diverse.

“Calabresi –con molti altri- riduce il “cristianesimo” ad elementi percepibili dai sensi: il Vaticano (papato e clero) e il laicato, soffermandosi su azioni che vanno da pecche minori a malefatte maggiori”.

Peccato solo che se non si parte dall’articolo di fede – a cui non si può attribuire un valore conoscitivo – gli elementi percepibili dai sensi sono tutto ciò che abbiamo in mano.

 Tralascio il fatto che S. B. trascrive in maniera errata il mio cognome, che è “Calabrese” con la “e” finale, non con la “i”, non riesco proprio a capire il senso di certe sue affermazioni, come quella che definirei “sprezzantemente” Gesù Cristo “il fondatore della religione cristiana”, cosa c’è di sprezzante in questo?

“Passiamo a un altro punto: Giacobbe “imbroglione”, Giosuè e altri sgradevoli caratteri biblici. Si rifletta: se invece di costoro Dio avesse scelto individui irreprensibili, con il passare dei secoli i meriti sarebbero stati accollati a loro, non a Lui, e gli insuccessi avrebbero minato pericolosamente la credibilità divina. Per cui Dio ha sempre scelto individui inadatti al compito”.

 Penso che qui S. B. si riferisca all’analisi che ho fatto del personaggio biblico di Giacobbe in Un documento controverso. E’ visibile però che un argomento di questo genere non è altro che una contorta giustificazione del “principio” cattolico “predica bene e razzola male”, e ciascuno vede quale consistenza abbia.

Quel che segue, io credo, è tale da far saltare i nervi non ai razionalisti a tutti i costi, ma a qualsiasi persona ragionevole, perché S. B. si appella a uno dei più noti ciarlatani della nostra epoca, Immanuel Velikovsky, uno “scienziato” e “astronomo” autore del best seller del 1950 World in collision basato su un criterio semplicissimo: tutte le volte che c’è un contrasto fra la bibbia e la scienza moderna, sono due secoli di ricerche condotte dalle migliori intelligenze della nostra epoca che devono farsi da parte, non un vecchio libro “ispirato” risalente a tre millenni fa, infatti a dire di S. B. Velikovsky avrebbe confutato Hutton, Lyell e Darwin, mentre ha solo dimostrato quanto poco sapessero del mondo che li circondava, i pastori mediorientali di tre millenni or sono, e di quanto siano ridicole le loro fantasie in bocca a un uomo della nostra epoca.

Ma il meglio deve ancora venire. Coi passi seguenti della lettera sembra di entrare nel delirio puro, S. B. contraddice le conoscenze storiche più elementari là dove arriva addirittura a parlare di giudeo-paganesimo, quando è evidente che è il cristianesimo e non certo le antiche religioni native dell’Europa ad avere una matrice ebraica. Bisogna calarcisi dentro e rifletterci attentamente per capire che, per dirla con Shakespeare, “vi è del metodo in questa follia”.

 Ricorderete, penso, che in un articolo precedente avevo citato quel passo di Tacito che è una delle prime prove extraevangeliche dell’esistenza del cristianesimo, che ci dice che l’imperatore Claudio “Expulit iudeos impulsore Chresto tumultuantes”, allontanò dalla città di Roma gli ebrei che facevano gazzarra per istigazione di Cristo. L’interpretazione più verosimile è che a Roma dove già esisteva una comunità ebraica, se ne fosse formata un’altra di aderenti alla nuova eresia cristiana, e che i rapporti fra le due fossero pessimi. Una rissa fra i seguaci delle due comunità avrà indotto Claudio a spingere gli uni e gli altri a litigare fuori dalle mura dell’Urbe.  

La reciproca antipatia è rimasta la stessa per secoli, anche se una si è allargata alle dimensioni di Chiesa cattolica (sedicente “universale”), l’altra era destinata a rimanere pressappoco delle stesse dimensioni per il rifiuto del proselitismo (parliamo di antipatia, non di vera ostilità, ad esempio, con l’editto di Tessalonica, Teodosio provvide a escludere gli ebrei dall’imposizione forzata del cristianesimo cui furono soggetti tutti gli altri sudditi dell’impero). La presenza di un radicato antigiudaismo in certi ambienti cattolici – oggi per la verità alquanto esigui – non contraddice minimamente le origini ebraiche del cristianesimo (per usare una terminologia precisa, distinguiamo l’antigiudaismo, ossia l’avversione alla religione mosaica, dall’antisemitismo, l’ostilità verso l’ebraismo inteso come etnia, razza e cultura).

E’ tipico, assolutamente tipico di un certo tipo di tradizionalismo cattolico vedere anche contro l’evidenza la mano ebraica dietro tutto ciò che non sia il prostrarsi incondizionatamente al “magistero” ecclesiastico, si tratti dell’imperatore Giuliano, di Ipazia, di Giordano Bruno, di Nietzsche. Si tratta di una posizione non solo obiettivamente falsa, non solo contraddittoria, stante le innegabili origini ebraiche del cristianesimo, ma assurda e battuta in partenza dal momento in cui i papi vanno in sinagoga a prostrarsi davanti ai “fratelli maggiori”.

La chiusa di S. B. è inquietante; riprende il testo del mio articolo:

“C’è un’altra parte molto più oscura rappresentata dalle complicità che le vicende Sindona e Calvi hanno fatto emergere tra lo IOR, la banca vaticana, e le associazioni mafiose, oppure l’inquietante impero economico creato da quella sorta di massoneria cattolica che è l’Opus Dei.”

E prosegue:

“Quell’ “oppure” non accomuna l’Opus Dei ai vari intrallazzi, ma tuttavia preoccupa Calabresi. Un giorno si imbatterà in un qualche tassista, pescivendola o capo tribale Maori tutti dell’Opus Dei. Gli faranno passare la preoccupazione”.

Cos’è, una minaccia? Io non sono uno che si impressiona facilmente, ma una reazione di questo tipo è il chiaro segno che ho toccato un punto dolente, ho messo, come si dice, il dito sulla piaga.

Voltiamo pagina. L’articolo su Tolkien ha provocato in due lettori due reazioni del tutto diverse, la prima, di Milo Dal Brollo, ragionata, argomentata e civile, la seconda, da parte di un lettore che non si è firmato (è incredibile il coraggio che hanno certe persone), di un turpiloquio offensivo.

Dal Brollo mi pone una serie di obiezioni assolutamente legittime. Egli mi chiede in particolare da quali fonti io tragga la convinzione che Tolkien provasse una profonda avversione per l’Asse e soprattutto nutrisse disprezzo nei confronti degli Italiani. Non posso, purtroppo, soddisfarlo se non parzialmente; entrambe le cose sono ammesse a mezza voce e con sofferenza negli ambienti tolkieniani (che conosco piuttosto bene e che, almeno in Italia, politicamente, tendono a “pendere a destra”). La prima è fuori discussione, e se ne trovano esempi anche nella biografia di Tolkien riportata da Wikipedia. Per la seconda, sarebbe il caso di esaminare il suo carteggio contenuto in La realtà in trasparenza. Ora però, sebbene su questo secondo punto non possa portare molte prove dirette, vi sono pochi dubbi sul fatto che Tolkien fosse un suddito britannico “leale” e tipico in modo quasi caricaturale e che allora, ma probabilmente in parte ancora oggi, il disprezzo verso di noi facesse parte di un sentire comune, e Mussolini aveva mille ragioni a invocare su di loro la stra-maledizione divina. Si potrebbero citare mille esempi dell’altezzosa spocchia britannica (di questi britanni che tali non sono, che dopo aver rubato ai veri Britanni, ossia ai Celti la loro terra, hanno sottratto loro anche l’identità), ma forse uno basterà per tutti.

Il “capolavoro” della strategia britannica durante la seconda guerra mondiale è stato senza dubbio la battaglia di El Alamein. Si pensi un attimo: i britannici godevano rispetto agli italo-tedeschi di una schiacciante superiorità di uomini e mezzi, in più facilità di rifornimenti (acqua, viveri, benzina, munizioni) che invece alle truppe dell’Asse scarseggiavano. Si consideri che il teatro operativo era in pratica una stretta striscia fra il mare e il deserto. C’erano tutte le premesse per un attacco avvolgente che stringesse le truppe italo-tedesche fra l’anello di acciaio delle torrette dei blindati e il mare, per una Stalingrado in terra d’Africa, e precisamente questo era il piano del maresciallo Montgomery, che però non riuscì: gli Inglesi riuscirono a far arretrare l’Afrika Korps di Rommel che però gli sfuggì fra le dita e poté proseguire la lotta in Africa per un altro anno.

Fu una mezza vittoria o, considerando la disparità delle forze in campo, una vera e propria sconfitta. Perché? Perché nel settore sud dove sarebbe dovuto avvenire lo sfondamento che avrebbe permesso la manovra avvolgente, gli Inglesi si scontrarono con i paracadutisti della Folgore che, senza rifornimenti, privi di armamento pesante e in condizioni di disperata inferiorità anche numerica, ributtarono indietro i tank britannici per tre giorni, quasi a mani nude, con le granate e le bottiglie di benzina.

Andate a leggere le cronache di quella battaglia, e vi renderete conto di una cosa: gli Inglesi non hanno difficoltà ad ammettere una sconfitta da parte tedesca, ma ammettere di essere stati battuti da quegli straccioni degli Italiani, non gli riesce proprio, è un’umiliazione troppo bruciante per il loro mal riposto orgoglio nazionale. Tolkien appare dalle sue lettere un patriota all’eccesso, possiamo credere che non condividesse la snobistica presunzione di superiorità dei suoi connazionali su quegli europei che hanno avuto la sventura di nascere in riva al Mediterraneo, PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), “maiali” come continuano a chiamarci?

Ma l’obiezione più importante che mi muove Dal Brollo è un’altra; ve la trascrivo con le sue parole:

“Tutto è destinato a finire, non esiste nulla di eterno se non l’esistenza dell’Universo in sé, le cui parti sono mutevoli. Infatti Niente non è e pertanto non lo può neppure diventare, pertanto nulla può scomparire, ma ciò non significhi che non muti e cambi (e, forse, ritorni). Fra ciò che muta e muore ci sono anche le civiltà e le tradizioni”.

In pratica, a diciassette secoli di distanza, perché me la prendo tanto per la caduta dell’impero romano? 

Il passato è importante, perché definisce la nostra identità, ciò che noi siamo è il frutto della nostra storia, ma i veri centri d’interesse sono il presente e il futuro: ci preoccupa il destino dei nostri figli, non quello dei nostri antenati. A qualcuno, ai molti che con pacchiano provincialismo sono pronti a copiare dall’estero qualsiasi cosa tranne il detto “My Country in Right or Wrong” (“La mia patria nella ragione o nel torto”) la cosa potrà dare fastidio ma io mi sento, mi considero, so di essere prima di tutto italiano. L’Italia ha alle spalle una storia tormentata: dopo secoli di divisioni, di dominazioni straniere, di umiliazioni e nonostante le quali è riuscita a esprimere una creatività artistica, letteraria e anche scientifica (si pensi a Leonardo e a Galileo) ineguagliata a livello planetario, è riuscita fra l’ottocento e la prima guerra mondiale, a ritrovare sia pure in maniera incompleta, attraverso sangue, sofferenze, sacrifici, la strada dell’unità, della libertà dallo straniero, dell’identità ritrovata. Poi la sconfitta del 1945, la mutilazione delle terre giuliane, l’innaturale confine che posso vedere dalle finestre di casa mia, ma l’aspetto peggiore non è stato questo.

L’aspetto peggiore è stato l’insediamento di una classe dirigente figlia del voltafaccia dell’8 settembre e della guerra civile 1943-45, che ha fatto di tutto per minare negli Italiani il senso di appartenenza a una comunità nazionale, di un’identità in quanto popolo, e che per disgrazia ci è riuscita anche troppo facilmente, non avendo noi alle spalle la lunga storia unitaria, le memorie condivise che hanno Inglesi, Francesi, Spagnoli. In questo hanno avuto buon gioco la sinistra con le sue utopie internazionaliste, e la Chiesa, da sempre ostile al principio di nazionalità e che, non scordiamocelo, ha contrastato il risorgimento con ogni mezzo.

Oggi a tutto ciò si è aggiunta l’immigrazione con la minaccia sempre più imminente della scomparsa del nostro popolo per meticciato. E allora, signor Del Brollo, perché non guardare a quello che è stato il momento più alto della nostra storia quando una civiltà con al centro Roma e l’Italia, una civiltà che per secoli ha garantito pace, ordine e leggi, era estesa all’intero ecumene mediterraneo e a gran parte del mondo allora conosciuto? Io faccio quello che posso, esponendomi in prima persona per ostacolare o ritardare il destino mortifero che altri hanno scritto sulla nostra testa. Forse sarà inutile, ma si fa il proprio dovere senza contare il numero dei nemici e senza preoccuparsi delle conclusioni finali: è quello che ci hanno insegnato i trecento di Leonida e gli eroi di El Alamein.

Dal Brollo conclude la sua missiva con queste parole: “Spero che legga questa lettera senza sentirsi offeso, ma messo in gioco, quello sì”.

Offeso? Ci mancherebbe! Quanto a rimettersi in gioco, quello sempre, in qualsiasi momento. E’ chiaro che, finisca o meno per convenire sulle mie tesi, non considererò Milo Dal Brollo un nemico. A qualcuno invece, è stato proprio il tono misurato del mio interlocutore a dare fastidio, infatti questo qualcuno che si è ben guardato dal firmarsi (sempre coraggiosissimi questi individui!) gli ha replicato con un commento che la redazione di “Ereticamente” ha giustamente espunto, perché si tratta di ingiurie e turpiloquio, ma di cui comunque mi ha girato copia, e che io non mi faccio problema a riportarvi, perché certe espressioni disonorano soltanto chi le ha pronunciate celandosi dietro il velo dell’anonimato:

“Lascia stare gli articoli di calabrese, è una checca isterica che ciancia di tradizioni vichinghe quando ha una faccia da sacerdote meridionale (il che è un complimento ed un motivo di vanto, perché un sacerdote Italiano quindi Latino, interprete della tradizione Italica e Romana della Chiesa Cattolica è di gran lunga al di sopra di un bifolco islandese mitizzato dal Nostro…..solo per chi ha scambiato la spiritualità col mondo fantasy è il contrario….).

Diciamo che rappresenta la frangia di estrema destra(si noti bene,non Fascista,ma di estrema destra) dell’uaar, che infatti annovera tra le sue fila molti pagani (alla faccia del “razionalismo”……..).

P.s.
Quelle caxxate di wagner il Nostro può farle incidere in lettere di bronzo sulla porta del suo cesso”.

Il colmo della raffinatezza, come si vede. Una checca isterica? Si vede proprio che questo individuo chiunque egli sia, non mi conosce, ma la mia povera madre diceva che ognuno misura secondo il suo braccio, e ho il forte sospetto che costui per offendere me abbia in realtà descritto se stesso. E’ ovvio che una persona(?) del genere non meriterebbe una risposta (se non per via giudiziaria, nel caso fosse possibile identificarlo, ma è interessante notare il tipo di psicologia che rivela, un atteggiamento abbastanza comune nell’oltranzismo cattolico, quello di accentuare al massimo la contrapposizione fra mondo latino-mediterraneo e nordico-germanico in termini quanto più possibile denigratori per quest’ultimo. Parlare di tradizioni europee non significa parlare di tradizioni vichinghe, o non necessariamente solo di queste. Nell’ora buia che incombe sul nostro destino, noi non abbiamo alcun bisogno di contrapposizioni fra “mediterranei” e “nordici”, abbiamo bisogno di unire le energie spirituali del nostro continente in un coagulo capace di opporsi alla valanga mondialista, marxista, democratico-capitalista ma anche cristiana.

Quella frase di Wagner che ho più volte citato ci rammenta, da un lato le origini non europee del cristianesimo, dall’altro il fatto che esso, in ragione di ciò, è stato ed è una perenne causa di conflitti e lacerazioni all’interno della civiltà europea; non può che dare un fastidio matto ai buoni cattolici: la verità fa male.

Tuttavia, una volta risposto per le rime a questi signori (anche perché qui non si tratta di fare poesia), rimane il problema di fondo: come si spiega questa spaccatura fra elementi pagani-neopagani e fortemente cattolici? Io penso che ciò risalga a una profonda ambiguità su ciò che noi siamo o dovremmo essere. Sarebbe dovuto essere chiaro già quasi un secolo fa, all’indomani del primo conflitto mondiale, che l’Europa stava perdendo la sua antica egemonia planetaria, minacciata dall’aggressiva politica americana e dalla nascita dell’ancor più aggressivo sistema sovietico nato in Russia sulle ceneri dell’impero zarista, che era iniziato il lento scivolamento nel baratro, e che per impedirlo, un’azione tesa alla pura e semplice conservazione dell’esistente era del tutto insufficiente.

Era evidente che occorreva ripensare profondamente i fondamenti della società europea. La via che andava imboccata era quella, da un lato della ricostruzione di una vera comunità di popolo, dall’altro quella della ricostruzione alla guida di essa di una vera élite sulla base della capacità e del merito, non del caso di nascita: nazional-socialismo (badate bene al trattino) e rivoluzione elitaria, una via che i fascismi percorsero non senza contraddizioni, anche perché viene a scontrarsi con due miti che proprio il cristianesimo ha instillato nella cultura europeo-occidentale: il cosmopolitismo e l’egualitarismo.

In teoria, distinguere i movimenti fascisti da quelli di destra o conservatori che avevano come obiettivo la pura conservazione dell’esistente sarebbe dovuto essere facile; nella pratica le cose non andavano così, soprattutto perché l’esigenza di contrapporsi alla minaccia bolscevica induceva a innaturali convergenze. I movimenti di destra e conservatori, poi, perlopiù erano di orientamento cristiano/cattolico semplicemente perché quella è la forma religiosa storicamente dominante in Occidente; fosse andata diversamente la battaglia di Poitiers, questi ultimi sarebbero di certo stati dei ferventi islamici.

La conclusione del secondo conflitto mondiale, poi, se possibile, ci ha lasciati in una situazione ancora peggiore. Per lungo tempo, sempre in ragione dell’anticomunismo e interpretando erroneamente l’american-capitalismo come il “male minore”, siamo stati costretti a una contiguità con una “destra” ancora più lontana da ciò che noi realmente siamo o dovremmo essere, “liberal”, atlantista, filo-americana. Come se non bastasse, grazie alle libere leggi di questa libera democrazia, ci è stato e ci è proibito persino di chiamarci con il nostro nome e abbiamo dovuto e dobbiamo ricorrere a perifrasi che ben sappiamo quanto siano insoddisfacenti, come “estrema destra”, che non possono altro che aver aumentato la confusione.

Io non vorrei fare come quel signore che mi conosce così bene da aver notato certi miei problemi sessuali di cui io non mi sono mai accorto e secondo il quale chi non è cattolico non può essere fascista, ma al massimo “di estrema destra”, capovolgendo solo il senso del suo (s)ragionamento, cosa che comunque che sarebbe assai più vicina alla verità (e – tra parentesi – mi piacerebbe vederlo spiegare questa sua idea a Julius Evola, Hanns F. K. Gunther, Savitri Devi, Friedrich Nietzsche, Adriano Romualdi), anche perché anteguerra la situazione era molto meno chiara di adesso da questo punto di vista, non c’era stato il Concilio Vaticano II, i papi non erano ancora andati in sinagoga a strisciare ai piedi dei rabbini, e allora uomini che si professavano cattolici potevano essere indiscutibilmente dei nostri: José Antonio Primo De Rivera, Leon Degrelle, Corneliu Codreanu. Fra le due guerre la posizione della Chiesa cattolica era più ambigua, nell’imminenza del conflitto stava cercando di capire come sarebbero andate le cose per poi saltare sul cocchio della parte vincitrice secondo la sua tradizione millenaria, che le ha consentito di rimanere sempre a galla come i tappi di sughero e … qualcos’altro.

Oggi le cose sono cambiate, e molto: è innanzi tutto sparita la minaccia sovietica che ha reso inutile la contiguità (anche se pare che a vent’anni di distanza tanti non se ne sono accorti) con le “destre” sia reazionarie-conservatrici, sia liberal-atlantiste; non solo, ma quello che sembrava “il male minore” oggi, non più limitato da quella che fu la presenza sovietica, ha lanciato il suo attacco definitivo al cuore dell’Europa, nella doppia forma della speculazione finanziaria per depredare i popoli e dell’incoraggiamento all’immigrazione selvaggia per intaccare le nostre basi etniche. Occorre schierarsi rispetto a questa nuova situazione, non rispetto alle battaglie del passato. La Chiesa cattolica lo ha già fatto, e si vede benissimo da che parte. Credete davvero che uomini come José Antonio, Degrelle, Codreanu, oggi non ripenserebbero il loro cattolicesimo, che in definitiva significa l’ossequio a un’autorità dogmatica che ora si rivela chiaramente ostile a tutto ciò che noi rappresentiamo? D’altra parte in tempi non sospetti, Benito Mussolini l’aveva detto con chiarezza: “Joseph De Maistre (il padre del tradizionalismo cattolico) non fa parte del nostro albero genealogico”.
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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 22 Luglio 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Milo Dal Brollo

    Ci sono alcune cose che entrambe le parti, a mio avviso, dovrebbero capire.
    Quella cattolica, che si può essere anticlericali pur rimanendo fedelmente cattolici (invito perciò a leggere il libello “Quello che i preti non dicono (più)”, di Fede & Cultura), e che essere cattolici significa prima di tutto studiare ed interiorizzare il Vangelo, e non solo le parole del papa. Perché se il papa dice che dobbiamo rispettare gli ebrei quando invece hanno ammazzato Gesù e nella maniera più vile, sta tradendo e rinnegando il cristianesimo stesso: a questo punto facciamoci ebrei e bona lè! Vorrei far notare anche che l’infallibilità papale è stata invocata ed accettata tramite Concilio esclusivamente per ragioni politiche (al di là che si fosse voluto imporre il dogma dell’immacolata concezione), pertanto non è più un organo di menti pensanti che gestisce la materia della fede, ma un singolo individuo… su cui è facile fare pressioni. Il papa è UMANO, tant’è che viene ELETTO! Anche i cattolici, perciò, hanno il diritto di essere contro le logiche di potere che impaludano la Chiesa di oggi.

  2. Milo Dal Brollo

    Quella pagana, dovrebbe capire che sta riducendo il principio di verità a politica. Io sono d’accordo nel recuperare, ma soprattutto nel FARE, la cultura (che d’altronde non si fa senza un terreno precedente da cui trarre la conoscenza ed i metodi), ma bisogna capire la cultura è solo un mezzo per trasmettere ciò che gli abitanti della cultura stessa credono vero. Anche oggi c’è una cultura, sapete? Quella che non ci piace (discorso che vale anche per i cattolici), che ci fa vomitare, che ci inculca di essere un nulla che deve solo sgobbare per farsi strizzare, se non è fra i pochi sfruttatori che strizzano, riducendo tutto a merce. Risponde perfettamente al processo d’inculturazione, perché ciò che viene creduto vero è proprio quello che ho detto prima, il quale viene trasmesso di generazione in generazione fin coi mezzi più piccoli: siamo solo materia, abbiamo solo istinti e voglie da soddisfare, e qualcuno ce le vende. Ma ricopiare l’Impero romano cosa significherebbe? Quella frase ripresa dal mio commento non significa che bisogna lasciarsi andare. Significa 2 cose: a) la Chiesa è entrata in un vuoto, perché i romani s’erano dimenticati, avevano perduto, la radice della propria cultura. Non i costumi, non la lingua, non i modi e neppure le capacità tecniche, che possono continuare ben più facilmente, bensì il significato fondamentale con cui davano senso alla propria esistenza. I romani, in realtà, non sapevano più bene che dire di sé stessi, e dunque anche degli altri; b) questo processo, lo si voglia o no, vale per tutte le istituzioni umane, e varrà non solo per la moribonda Chiesa, ma anche per l’ancor vispo per quanto ingessato islam, già vale per moltissimo tempo per l’ebraismo in realtà che infatti s’è ridotto a formalismo complicato ed inutile solo per menti ottuse, e accadrà anche per lo scientismo e il materialismo imperante.

  3. Milo Dal Brollo

    Il cristianesimo ha una grande verità di fondo. Guardi, signor Calabrese, io glielo dico ma non dovrei, ma solo nella parabola del seme di senape c’è una verità di fondo inestinguibile, però lei deve trovare un maestro che insegni a scoprire – non solo ne parli e ne scriva – a toccare, ad entrare in contatto con questa verità, altrimenti è inutile e non la capirà mai come non la capisce più manco la Chiesa. Senza il contatto, quella parabola è semplicemente inutile, ci si può lavare il culo con quella pagina del Vangelo se non si ha avuto un assaggio. Le virtù morali sono necessarie ad arrivarci, ma sono anche consecutive, perciò è un bene averle (e le dà la pedagogia) ma possono anche ingabbiare la mente fossilizzandola su quelle, credendo che siano le verità e il senso dell’uomo. Le virtù sono un modo di vivere (certo non come lo intendiamo meccanicisticamente oggi) dell’uomo ma non il suo significato ultimo. O meglio, non il significato ultimo a cui può attingere, perché la verità e SU l’uomo, e non DE l’uomo (altrimenti noi saremmo più sopra della verità e ne disporremmo, ma allora se noi fossimo la verità perché avremmo questa spinta a cercarla?). Se vuole privatamente posso anche segnalargli il mio maestro. L’indirizzo di posta elettronica può comunicarglielo la segreteria di questo sito, ma l’avverto: “Tu non puoi vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere” (Esodo 33:20). Anche solo avvicinarsi alla verità, può dare un colpo doloroso alla mente ordinaria. È un’altra mente quella che “vede”. Anch’io mi fregiavo dei motti mussoliniani, fra cui “Memento audere semper”. Ho osato e il Milo-fascista è bell’emmorto. Fascista comunque rimango, ma è roba di questo mondo. È di questo che bisogna essere consapevoli. E scoprirà che tradirla è un vero Peccato, perché altrimenti cadrebbe nel buio di ciò che è falso.

  4. Milo Dal Brollo

    “Memento audere semper” in realtà è un motto dannunziano, mi scuso. Comunque, lei non ha ancora risposto a varie questioni che avevo sollevato in precedenza, Tolkien o non Tolkien.

  5. Luigi Roberti

    Il Capo della Guardia di Ferro non era cattolico.

  6. Anonymous

    Caro signor Roberti. Forse in proposito ho ricevuto un’informazione sbagliata. Se Codreanu non era cattolico, la cosa non mi dispiace affatto.
    Caro signor Del Brollo. Mi permetta di dire che umanamente lei mi piace: affronta con pacatezza argomenti che a molti fanno montare il sangue alla testa, e ha ragione di lamentarsi che non ho risposto a tutte le questioni da lei poste. Per ovvi motivi, ho dovuto dare la precedenza nella stesura dell’articolo ai commenti più esagitati. Forse sarebbe meglio proseguire privatamente quella che sta diventando una discussione privata. L’autorizzo a chiedere alla direzione di “Ereticamente” il mio indirizzo e.mail che è meglio non trascriva qui.
    Mi permetta però di esprimere un certo dubbio. Io non vedo problemi a confrontarci, ma dubito che arriveremo a un punto di vista condiviso.
    Ultimamente rileggevo “I complici di Dio” di Gianantonio Valli, e mi pare che Valli abbia pienamente ragione nell’identificare la contrapposizione etica di fondo fra valori radicati nel sangue e nel suolo e concezione nondialista, di cui il cristianesimo fa parte e che proprio il cristianesimo introduce nella cultura europea. Se lei ci pensa, il nocciolo del mio fascismo e del mio paganesimo è proprio qui, nella concezione dell’ethos richiamata anche da Cacciari. Le citazioni mussoliniane cere volte (non sempre) suonano bene, ma non credo mi si possa accusare di essere uno che si nutre di slogan (non dico lei intendesse dire questo).
    Fabio Calabrese

  7. sal ricciardini

    Ringrazio che un personaggio come Lei esista, e che leggerla x me è un onore. Non starei tanto a perdere tempo con chi può farsi una giocata a carte, e non perdere tempo. Personalmente credo se ci fosse un dio avrebbe creato qualcosa di meglio di quello che ha fatto, Forse l’uomo apparve centomila anni fa ,con 5 miliardi di anni della Terra E 14 ANNI DELL’UNIVERSO.–Bengasi è la città in cui sono stato creato nel1941

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