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Un documento controverso

Un documento controverso

dipinto di Adolf Ziegler

di Fabio Calabrese

Poco tempo fa alcuni miei scritti apparsi su “Ereticamente” hanno posto sia pure in maniera indiretta una questione controversa e molto delicata: fino a che punto è lecito, giustificato, opportuno citare, fare propri osservazioni, pensieri, critiche, argomenti provenienti da aree politico-culturali diverse o avversarie? Non si rischia di diventare o magari di scoprirsi un cripto- democratico, illuminista, marxista o quello che volete voi? La questione viene a essere particolarmente importante e anche – direi – urgente sul terreno della critica al cristianesimo, dove esiste una tradizione ormai plurisecolare, partendo ovviamente da un punto di vista diverso dal nostro, di matrice illuminista, laica e marxista.




C’è indubbiamente il rischio di confondersi o di essere confusi con cose che sono del tutto diverse da noi, ma l’alternativa opposta è quella di rimanere rinserrati in una trincea-parrocchia estremamente ristretta, timorosi del contatto con qualsiasi cosa non ci rispecchi perfettamente e, sarà una scelta dettata dal carattere più che dalla logica, ma io ho e ho sempre avuto l’impressione che di solito le posizioni timorose sono quelle sbagliate.

Dovrebbe essere assodato, ma pare che per molti ancora non sia così, che un pensatore o un sistema di pensiero in genere presenta due aspetti, una pars destruens, una parte o un aspetto di demolizione e critica, e una pars construens, una parte o un aspetto di carattere propositivo. Condividere il primo non significa di necessità condividere il secondo.

Forse un esempio tratto dalla politica è quello che può rendere l’idea con maggiore chiarezza: noi possiamo e dobbiamo deprecare e denunciare gli orrori del comunismo: le foibe, i gulag, i laogai, la negazione del diritto alla vita dei popoli Uighur e Tibetano, il lungo regno di miseria e terrore che, cessato in Russia e nell’Europa dell’est continua in Cina e a Cuba, senza preoccuparci se i democratici fanno altrettanto (e per la verità con molta minor energia di quel che sarebbe auspicabile). D’altra parte, noi possiamo denunciare le atrocità delle sedicenti democrazie occidentali senza curarci del fatto che gli stessi argomenti ricorrono talvolta in bocca ai comunisti: il massacro di qualcosa come cinque milioni di Americani nativi (i cosiddetti pellirosse) da parte degli yankee nel XIX secolo, quattro milioni di vittime civili dei bombardamenti terroristici angloamericani durante la seconda guerra mondiale, l’aggressione dell’entità sionista contro il popolo palestinese, un genocidio al rallentatore così simile a quello che con la “conquista del West” gli yankee hanno inflitto ai Nativi americani.

Allo stesso modo, senza per questo trasformarci in cultori della bugiarda ideologia democratica – anzi esattamente all’opposto – possiamo e dobbiamo denunciare le contraddizioni interne di un sistema che teoricamente pretende di fondarsi sulla libertà di pensiero e all’atto pratico censura e reprime con brutalità le espressioni delle idee della parte uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale.  

In maniera del tutto analoga, dovrebbe essere chiaro che quando si cita la pars destruens di critica al cristianesimo portata avanti da pensatori o intellettuali “di sinistra”, si tratti dell’UAAR, di Piergiorgio Oddifreddi o di chi volete, questo non significa di necessità condividere la loro parte (pro)positiva – ammesso che esista – e le accuse frequenti da parte cattolica o cattolico-tradizionalista di essere un cripto- massone, marxista o che so io, sono pretestuose e infondate.

Anche perché una cosa è chiara, questi campioni del laicismo si sentono investiti di uno spirito di crociata (o anti-crociata) finché hanno un avversario da combattere, un feticcio su cui appuntare i loro strali, e una carica emotiva che dà l’illusione di un significato, ma il giorno che riportassero la vittoria, dovrebbero rendersi conto di non avere nulla da offrire in cambio di ciò che avrebbero demolito.

Noi non dobbiamo avere paura di raccogliere insegnamenti utili dovunque li possiamo trovare, perfino dalla bibbia: vi faccio un esempio che io trovo molto interessante anche se penso che questo antico libro non abbia nulla di sacro, e quanto alla storicità degli eventi narrati, è meglio lasciar perdere. Tuttavia è molto interessante la figura di Giacobbe, sia o no questo personaggio realmente esistito, essa ci illumina sulla mentalità biblica-ebraica in maniera esemplare. Giacobbe è figlio di Isacco e nipote di Abramo, è una figura cardine dell’ebraismo, colui al quale viene dato l’epiteto di Israele, poi assunto a indicare l’intero popolo dei suoi presunti discendenti, è il vero padre degli Ebrei, perché da Abramo sarebbero discesi pure gli Arabi, e i discendenti di suo fratello Esaù avrebbero preso un’altra strada.

Bene, il tratto più saliente della personalità di Giacobbe, è che si tratta di un truffatore, un imbroglione, un furbastro pronto ad approfittare bassamente delle circostanze, a tradire il fratello, il padre, l’ospite, un uomo assolutamente senza onore.

La storia è o era nota al punto da passare in proverbio, anche se il più delle volte non se ne traggono le conseguenze giuste. Immaginatevi il povero Esaù che torna dal lavoro stanco e affamato e chiede al fratello il piatto di lenticchie. Alla richiesta di Giacobbe di cedergli in cambio la primogenitura, avrà risposto “Ma si, ti do quello che vuoi” senza badare all’enormità del compenso che era stato preteso.

Che una simile cessione non avesse alcuna validità, Giacobbe era il primo a esserne consapevole, ed ecco allora l’altra grande trovata, quella di ottenere con l’inganno dal padre Isacco la benedizione spettante al primogenito, approfittando del fatto che il genitore è cieco e sul letto di morte, con una pelle di capretto sulle spalle per simulare la villosità di Esaù. L’altra grande impresa del fondatore dell’ebraismo è la storia del gregge di Labano in cui questo grand’uomo riesce con un trucco a defraudare il suo ospite dei propri armenti, un trucco consigliatogli da “Dio” in persona.

Questa storia ci offre diversi insegnamenti importanti: il primo è che per un ebreo, ingannare quei tontoloni dei gojm, dei non-ebrei non è nulla di disdicevole, è anzi perfino un’opera meritoria e approvata “da Dio”. Abbiamo uno spaccato della mentalità semitica che non concepisce nemmeno i concetti di lealtà, onore, onestà, totalmente impregnata di falsità e doppiezza. I Fenici da cui discese Cartagine erano un popolo semitico affine agli Ebrei, che viveva nel Libano, immediatamente a nord della Palestina. Per i Romani, “fides punica” che potremmo tradurre come “lealtà semitica” era il termine per indicare la falsità e il tradimento.

Altro punto della massima importanza: che fede si può riporre in un “Dio” la cui morale è di livello inferiore alla nostra, che si fa istigatore e complice di un’azione vergognosa? Non si può esaminare la bibbia senza notare la parzialità di “Dio” a favore degli Ebrei: egli è prima di tutto il “Dio degli eserciti” che ripetutamente guida il Popolo Eletto allo sterminio di Cananei, Amorrei, Madianiti, Edomiti e via dicendo. Contro i non-ebrei, tutto è lecito, sia l’inganno, come nel caso di Labano, sia la violenza come nei riguardi degli altri popoli cui gli Ebrei hanno strappato la Palestina. Inganno e violenza, gli ingredienti del sionismo sono rimasti gli stessi da tre millenni.

Si può notare come questo nucleo di incitamento alla violenza e  allo sciovinismo etnico, questo “residuo dell’Età del Ferro” che ha giustamente sconcertato Maurizio Blondet, è la ragione per cui la bibbia è ancora un testo così popolare e diffuso negli Stati Uniti: la pretesa di essere il “Nuovo Israele” del tutto infondata sul piano storico, consente agli yankee di auto-assolversi dell’atrocità del massacro di 5 milioni di Americani nativi e di tutte le violenze e le atrocità sparse per il mondo dal 1776 in poi, tutte esemplificazioni di un “destino manifesto” dato al “nuovo Israele” così come gli antichi abitanti della Palestina sarebbero stati “dati in pasto” agli Ebrei.

Qualcuno mi ha rimproverato l’uso dell’aggettivo “totemico” nei miei articoli su “Ereticamente”; bene, si tratta invece proprio del termine “tecnico” giusto: il dio (per cui non vedo il motivo di continuare a usare la maiuscola) della bibbia è precisamente il dio totemico degli Ebrei, una figura che ne riflette i caratteri etnici e antropologici, e penso che non si possa altro che sottoscrivere il giudizio di Silvano Lorenzoni, che non c’è nessuno più contraddittorio e ridicolo di un antisemita cristiano.

Con ogni probabilità non si tratta altro che di una coincidenza, ma suppongo ricorderete che nell’Adelchi Manzoni fa chiamare dal diacono Martino che ha raggiunto i Franchi per indicare loro il passo segreto per aggirare lo schieramento longobardo, lo stesso accampamento franco come “i padiglion di Giacobbe”. Richiamando Carlo Magno in Italia, sottraendo fraudolentemente ai latini l’ “imperium romanum” per passarlo ai Franchi come propri delegati, propiziando la distruzione del regno italico longobardo, la Chiesa ci ha condannati a un millennio di divisioni, di dominazioni straniere, di umiliazioni, è dunque una coincidenza molto significativa che tale impresa sia accostata alla figura di uno dei peggiori cialtroni descritti nella bibbia.

 Ciò che conta non è stabilire la validità di qualcosa in base all’autorevolezza che si attribuisce alla fonte da cui proviene (il cosiddetto principio di autorità, che viene spesso anche fatto valere a rovescio; ad esempio: “se usi certi argomenti che hanno menzionato Oddifreddi o l’UAAR, allora sei un cripto-massone o un cripto-marxista”), ma la validità in sé di ciò che viene detto. E’ precisamente su questa base che vorrei procedere a una rilettura di quel controverso documento che ho citato più volte in questa e in altre sedi, ossia l’intervista concessa da Massimo Cacciari a Maurizio Blondet e da questi riportata nel libro Gli “adelphi” della dissoluzione.

I “buoni” cattolici soprattutto quelli della famiglia cosiddetta tradizionalista hanno ovviamente molto da eccepire su Massimo Cacciari, ma dovrebbero perlomeno andare più cauti nel buttare a mare qualcuno come Blondet, palesemente “dei loro”. Io posso dire che questo testo ha costituito una viva sorpresa anche per me, perché involontariamente sintetizza certi concetti meglio di quanto esposto da certi “maestri della tradizione”. Sottolineo “involontariamente” perché Cacciari non è Nietzsche, e la dissoluzione dell’Ethos antico che egli mette così bene in evidenza appare ai suoi occhi e a quelli di Blondet una sorta di danno collaterale nell’ambito del disegno salvifico cristiano.

 Ben prima di incontrare questo testo, io avevo maturato la convinzione che esistono due modi opposti di concepire l’etica e il rapporto fra etica e religione. Si può partire da un punto di vista oggettivo e mettere l’accento sulla dimensione pubblica, la societas, la civitas, e l’etica è il campo normale delle relazioni fra gli uomini. In questa prospettiva, ciascuno è libero di seguire una propria via in vista della salvezza ultraterrena, ma non è consentito né derogare in base a ciò ai propri doveri civici né mirare a far prevalere il proprio culto sugli altri con la costrizione. Io vorrei evidenziare che si tratta di qualcosa di più e di diverso del concetto moderno di tolleranza religiosa che non è altro che la vicendevole sopportazione fra individui reciprocamente estranei nell’ambito di una società totalmente atomizzata sulla scala del singolo, e proprio per questo ridotta a massa sostanzialmente informe.

 Con il monoteismo di origine mediorientale, con il cristianesimo ma ancor di più con l’islam, fa irruzione il punto di vista opposto: se il credente è “buono”, “si comporta bene”, non lo fa per un sentimento di comunanza con i membri della propria civitas ma unicamente per esaudire i dettami della propria divinità che può allo stesso modo prescrivergli le peggiori nefandezze, e infatti le fedi monoteiste hanno spesso imposto ai loro fedeli le nefandezze peggiori: la persecuzione, la conversione forzata, lo sterminio dei pagani, dei gojm, dei kafir. Tale conclusione è inevitabile, perché ciò che sta fuori dal “regno di Dio” che coincide con la comunità dei credenti, non può essere che il regno del male.

Spesso gli storici si sono stupiti del fatto che i Romani, così tolleranti verso tutti i culti praticati nel loro impero, abbiano dimostrato così scarsa tolleranza verso la “innocua” setta cristiana. Questo significa non capire che i cristiani violavano il patto implicito fin allora esistito tra i vari culti e fra questi e la dimensione civica e politica. I cristiani, per dirla con Celso, “si segregano fuori dall’umanità”. Ancora più esplicito l’islam, che divide il mondo in “casa dell’islam” e “casa della guerra”, ossia la “casa” cui è lecito e doveroso portare guerra per imporre o la conversione o lo sterminio. Jean Jacques Rousseau che sul “buon selvaggio” e il suo comunismo primitivo ha scritto autentiche farneticazioni, sul cristianesimo aveva però capito tutto, e molto giustamente ha scritto che esso “separa l’uomo dal cittadino”. In Europa la religione del Golgota ha introdotto un conflitto permanente fra fedeltà opposte, fra dovere e morale, fra Chiesa e stato, fra “Dio” e patria; l’islam è andato oltre, risucchiando totalmente la dimensione civile all’interno di quella religiosa in nome di un’oppressione teocratica totale, ma contrapporre il cristianesimo all’islam, è come contrapporre allo stadio avanzato di una malattia una fase più incipiente di essa, non la salute.

Silvano Lorenzoni ha affermato che il monoteismo abramitico (Delle religioni supposte discendenti da Abramo: ebraismo, cristianesimo, islam, sia questo personaggio realmente esistito o meno) rappresenta una deviazione patologica rispetto a qualsiasi religione normale. Io non so se si possa arrivare a dire ciò, ma di sicuro lo spirito pagano dell’Europa antica, dell’Ellade, di Roma e il monoteismo abramitico rappresentano due modi di concepire l’uomo, il suo rapporto con la comunità umana e con la dimensione del sacro assolutamente non conciliabili.

 Di una certa utilità sono anche i concetti formulati da Hegel nella Fenomenologia dello spirito, là dove il filosofo idealista individua i tre momenti dello spirito oggettivo: diritto, morale, eticità; a condizione però di tenere presente che egli legge il fenomeno storico esattamente al contrario: all’eticità antica con il suo equilibrio di interiorità ed esteriorità, sono succeduti prima la morale cristiana, poi il diritto moderno, astratto, esteriore, formalistico, non vincolante sul piano etico. In due millenni noi non abbiamo assistito a un progresso, ma a un regresso spirituale.

Forse lo scritto di Blondet che riporta l’intervista al filosofo sindaco di Venezia era l’ultimo tassello che mi mancava.

Vediamo allora il testo di Cacciari con attenzione e per prima cosa a voi cosa sembra, che sono io un cripto-comunista per il fatto di citarlo, come ha sostenuto non molto intelligentemente un qualche guelfo, o piuttosto che, se queste sono le sue convinzioni, la sua militanza politica a sinistra possa essere dettata da altri motivi tranne la convenienza, l’opportunismo, e in effetti è difficile immaginare che militando ad esempio nelle nostre file, avrebbe potuto diventare sindaco della città lagunare.

Ciò che però è davvero d’interesse, sono i concetti che sono qui espressi, non una valutazione del signor Cacciari come persona, e da questo punto di vista si deve ammettere che raramente la concezione dell’eticità antica è stata espressa con maggiore efficacia:

“Ethos, o per i latini Mos, non è affatto ciò che noi oggi intendiamo per “etico” o “morale”. Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la “dimora”, l’abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno “etico” per sua scelta o volontà. Egli apparteneva a un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere (…).

Ogni società tradizionale ha, o meglio è, un ethos. Ogni società tradizionale, come un albero rovesciato, ha la sua radice nella legge divina, nel nomos. La legge della polis, dice Erodoto, è l’immagine di Dike [la dea della Giustizia]. Un ethos impone all’uomo valori che non è lui a scegliere, a decidere, ma a cui appartiene” (1).

La cosa forse più sorprendente è che quasi contemporaneamente al testo di Cacciari, mi sono venuti alle mani in un modo che fa davvero pensare alle coincidenze significative care a Carl Gustav Jung, gli scritti di due storici che ne confermano e quasi ne riecheggiano le tesi con una sintonia che ha del bizzarro.

Riguardo all’antica Grecia, scrive Alessandro Passerin D’Entreves:

“La contrapposizione, il dualismo del bene individuale e del bene dello Stato sono assolutamente estranei al pensiero greco: l’associazione politica rappresenta la piena attuazione del fine individuale, quindi la forma più alta della vita. E così come il pensiero greco non conobbe la distinzione tra vita politica e vita morale, non conobbe la distinzione tra Stato e Chiesa. Si potrebbe dire anzi, che la polis è, a un tempo, Stato e Chiesa” (2).

Lo stesso discorso che si può fare riguardo al mondo greco, vale in modo estremamente simile per Roma, come ci spiega l’altro storico, Giorgio Falco:

“La religione antica, di cui Roma è l’erede, vive ad una vita stessa con lo stato, da esso deriva, lo guida coi suoi misteriosi responsi, ne storna i pericoli, ne consacra i trionfi; essa non è una chiesa, ma una cittadinanza in comunione con le sue divinità che la prosperano e la proteggono” (3).

Torniamo al testo di Cacciari. Questa concezione era già entrata in crisi nel mondo greco con l’ellenismo. Le conquiste di Alessandro avevano aperto la strada a una società cosmopolita e multietnica “moderna”, poi il cristianesimo ha dato ad essa il colpo di grazia.

“ Ma in Europa questa appartenenza è entrata in crisi quasi fin dall’inizio. Per l’uomo europeo è venuto molto presto il tempo della frattura con l’ordine degli Dei, il tempo della de-cisione.

 L’ethos era già in crisi profonda con l’Ellenismo, “cosmopolita” ossia sradicato. “E duemila anni fa, l’ethos ha cessato completamente di esistere”.

Il Cristianesimo è stato dirompente rispetto ad ogni ethos” (…). Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (…). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell’Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L’ethos antico era una religione civile (…). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l’uomo (…). Uno stato doloroso: il Cristianesimo getta l’uomo nella libertà come un è gettato in [un] mare in tempesta” (4).

A questa analisi sarebbe da aggiungere un solo punto: la “libertà” in cui il cristianesimo getta l’uomo come un naufrago in un mare in tempesta è solo temporanea e apparente, il momento fra la dissoluzione del vecchio ordine fondato sull’ethos e l’avvento del nuovo ordine teocratico che svela ben presto il suo vero volto nella persecuzione dei pagani che resistono,  degli eretici, dei dissidenti, delle “streghe”, degli intellettuali che appaiono non intruppabili nel gregge dei fedeli (Ipazia di Alessandria in primis, e poi tutti gli altri); la situazione è assolutamente analoga a quella creata nel XX secolo dalle rivoluzioni “socialiste” nelle quali la liberazione dal vecchio ordine si dimostra solo una fase temporanea che prelude all’instaurazione di una tirannide di tipo sovietico. “Quando un ordine va a pezzi”, aveva scritto Indro Montanelli a proposito di esse, “Significa che un nuovo ordine molto più ferreo è già in cammino”.

Anche in questa seconda parte dell’analisi storica, D’Entreves e Falco concordano pienamente con Cacciari. Scrive il primo:

“Il cristianesimo segna la definitiva proiezione dell’ideale morale fuori e al di là della via politica, proiezione venuta preparandosi e compiendosi nella dissoluzione dell’ideale classico e nella rivendicazione nuovi valori disgiunti e talora antagonisti alla vita politica” (5).

E il secondo:

“Il cristianesimo dissociava, per così dire, il cittadino dal credente…trasferiva la religiosità dalla comunanza politica e dalle pubbliche sorti, alla coscienza e al destino individuale, l’interesse vitale dalla terra al cielo, dalle cure mondane alle speranze ed alle ultraterrene” (6).

Sarebbe tuttavia un errore pensare che l’abbandono dell’ethos antico, la sua sostituzione con una visione del tutto diversa sia dovuto in qualche modo a un’evoluzione interna dell’antico mondo classico, ciò rappresenta invece l’irruzione di un elemento estraneo, culturalmente ed etnicamente del tutto diverso, a ricordarcelo è il filosofo Denis De Rougemont in uno scritto che la De Agostini ha inserito nella voce “Europa” dell’enciclopedia GE20:

“ [Non c’è] Nessuna armonia prestabilita tra il profetismo ebraico e la misura greca (…) il cristianesimo porta un nuovo mondo di valori, poco compatibili con saggezza greca e totalmente contrari a quelli di Roma” (7).

Sono parole sulle quali dovremmo riflettere, sia perché smentiscono in maniera bruciante i guelfi che si ostinano a volerci presentare la “seconda Roma”, quella medievale e papalina come una continuazione o un’evoluzione della Roma classica, sia perché ribadiscono la totale contrarietà dei valori di cui il cristianesimo era portatore, a quelli romani. Se la Roma imperiale perseguitò i cristiani, in verità – al contrario di quanto ci viene perlopiù detto – in maniera molto più blanda di quanto non fecero i cristiani dopo essersi impadroniti del potere grazie al tradimento di Costantino, contro coloro che si ostinavano a praticare la religione dei Padri, era per un’esigenza di autodifesa contro un elemento estraneo che stava avvelenando le radici stesse della romanità.

Il punto in cui, invece, il giudizio di De Rougemont è palesemente una sottovalutazione, è dove definisce “il profetismo ebraico” (e ribadiamolo una volta di più, per quanto i tradizionalisti cattolici si sforzino di chiudere gli occhi sull’evidenza, la radice ebraica del cristianesimo è palese e innegabile), semplicemente “poco compatibile” con la saggezza e la misura greche. Diciamo la verità: qui possiamo vedere due tipi di uomo del tutto opposti, un’opposizione forse ancor più radicale di quella con il mondo romano: da una parte l’armonia, l’equilibrio, la misura, la saggezza, la razionalità; dall’altra il profetismo, un rapporto con il sacro totalmente irrazionale che assomiglia molto alla possessione, all’invasamento, allo sciamanesimo. Uomo indoeuropeo e uomo semita, in ultima analisi, due atteggiamenti verso la vita, due modi di essere fra i quali non è possibile alcuna mediazione.

Per capire come realmente siano andate le cose, tuttavia, dobbiamo fare ancora un passo più in là: non dobbiamo commettere l’errore di pensare che si sia trattato semplicemente di un confronto teorico fra ideali astratti, magari che assumesse la forma di una bella discussione a tavolino.

Ricercatori indipendenti come Luigi Cascioli, David Donnini, Giancarlo Tranfo hanno indagato le vere origini del cristianesimo vagliando i testi evangelici, i documenti antichi, le prove archeologiche, e sono giunti a conclusioni che se pure differiscono in alcuni particolari, sono straordinariamente convergenti come quadro d’insieme, rivelano quella verità che la Chiesa cerca di nasconderci da due millenni: il cristianesimo nasce sul tronco del messianesimo ebraico, come materializzazione dell’attesa di quel messia che avrebbe dovuto non redimere l’umanità ma, in modo molto più circoscritto, ripristinare la teocrazia davidica ponendo fine al dominio romano. Poi con ogni probabilità un tentativo di rivolta finito male e l’esecuzione del leader della setta, Joshua (Gesù), detto Cristo (Christos, “il consacrato”, “l’unto” non è altro che la traduzione in greco del termine ebraico Masiah, “messia”) sulla croce, che era il patibolo che i Romani riservavano agli schiavi e ai ribelli. Quindi il colpo di genio di qualcuno, forse Saul (Paolo) di Tarso, che ha trasformato il messia della rivolta fallita in un redentore universale e il supplizio sulla croce in una gloriosa auto-immolazione per la salvezza dell’umanità.

Questo spiegherebbe molte cose, a cominciare dal fatto che il cristianesimo e il mondo romano si confrontarono da subito come nemici mortali.

Torniamo a esaminare il testo di Cacciari:

“Tutta la cultura cristiana è un correre ai ripari contro la tragedia che ha provocato, una tensione disperata a riparare il pericolo che viene dalla frattura tra la Città di Dio e la città dell’Uomo (…). La secolarizzazione totale che viviamo [è] figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo” (8).

“La secolarizzazione totale che viviamo è figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo”. La cristianizzazione avrebbe introdotto uno squilibrio profondo, una frattura nella cultura e nell’animo europeo, un conflitto costante che attraversa tutta la storia d’Europa durante l’epoca medievale, lotta per le investiture, guelfi e ghibellini, fino ad esplodere nella Riforma protestante, nella rivoluzione francese, nella modernità; nell’originaria sovversione cristiana avrebbero le loro radici il laicismo, il democraticismo, il marxismo. Non è un concetto nuovo, è a un dipresso la tesi che i pensatori di indirizzo tradizionalista non cattolico, a cominciare da Julius Evola, avrebbero sempre sostenuto, ma di cui è possibile trovare qualche anticipazione anche in Nietzsche.

Tuttavia l’importanza di questo documento non consiste nel fornirci elementi per arruolare Massimo Cacciari tra i maestri della tradizione (o, se vogliamo, della reazione-controrivoluzione), ma nel fatto sorprendente e spiazzante che queste illuminati riflessioni che abbiamo visto sono fatte da un punto di vista cattolico.

La sua tesi ultima, infatti, è che la modernità, partorita dal grembo del cristianesimo, in definitiva è l’anticristo cui i cristiani sono chiamati a contrapporsi, e in ultimo a trionfare su di essa nello spirito del Secondo Avvento:

“La borghesia crede che il libero espandersi degli egoismi e degli interessi individuali dia luogo a quell’armonia collettiva che chiama “mercato”, e di cui scopre adorante le leggi: le “leggi del mercato”. Il Marxismo, dal canto suo, ha creduto che dalla lotta scatenata fra le forze economiche potesse nascere l’armonia finale, la “società senza classi”. E’ la scoperta delle economie politiche. Che non a caso sorgono nell’Ottocento, insieme all’estetica”. E l’estetica è la “scienza” che scopre le leggi del godimento soggettivo, come l’economia politica è la “scienza” che scopre le leggi dell’interesse individuale, mi spiego. “Sono queste due “scienze” a costituire la Modernità, e precisamente questa Modernità che oggi il Cattolicesimo si trova davanti come il Nemico”.

 “Negli ultimi settant’anni la Chiesa ha creduto che il Nemico fosse il Comunismo. Non era sbagliato; il Comunismo ha scatenato, ha portato alle ultime conseguenze la volontà di potenza europea. Il Comunismo affermava: l’uomo si salva da sé, armato di economia e di estetica. La Chiesa, giustamente, l’ha sentito come una sfida mortale. Oggi che il Comunismo è caduto, però, contro la Chiesa si rizza il Nemico vero, il Nemico finale: un sistema estetico-economico totalmente secolarizzato” (…).

Lo spirito estetico-economico borghese non tollera di essere messo in discussione; non ammette di poter essere superato”. (…). Verso ciò che è      esterno ai suoi “valori” non ha pietà”. E mi elencò i genocidi liberali: a cominciare dallo sterminio dei Pellerossa.

“I Pellerossa erano radicati nel loro ethos, e l’americano vedeva nel loro ethos un sistema di non-libertà. Lo sterminio delle società sacrali, degli ethoi tradizionali, è prescritto dal liberalismo per il “bene” stesso dell’uomo”… Per sradicare il Giappone dal proprio sacro nomos, non ci volle nulla di meno che l’olocausto nucleare. Migliaia di tonnellate di bombe furono necessarie per stroncare Fascismo e Nazismo, “forme di neopaganesimo che cercavano di ricollegare la società a un Ethos”. E il Vietnam, la guerra del Golfo, l’intervento “umanitario” in Somalia nel e in Jugoslavia nel 1999”.

(…).

“Anche contro la Chiesa [il sistema estetico-economico borghese] non esiterà a usare la più inaudita violenza, se la Chiesa si rifiuta di diventare un semplice supporto della società borghese. Ciò che la Chiesa non può fare: perché il cristiano è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretenda autonomo. Già negli Stati Uniti si teorizza come l’avversario irriducibile sia l’Islam. Anche contro la Chiesa il conflitto diverrà sempre più drammatico. Da una parte la Chiesa e l’Islam, e dall’altra una “etica” laicista sempre più occasionale, e nello stesso tempo sempre più radicalmente universale, nella sua pretesa di essere l’unica valida”.

Purtroppo credo abbia ragione, [risponde Blondet]. Forse viviamo davvero sull’orlo dei tempi ultimi. Sappiamo che cosa aspetta i credenti: la resistenza eroica al di là di ogni umana speranza, il martirio. La Chiesa lo sa: è scritto nella sua tradizione”.

“Lei, come cattolico, [conclude Cacciari] sa come finirà. Verrà l’Anticristo e trionferà, ma sarà sconfitto” (9).

Come si vede bene, l’importanza di questo documento consiste proprio nel fatto che la constatazione dell’effetto devastante che la cristianizzazione ha avuto sulla civiltà europea è in questo caso un’ammissione che viene da parte cattolica, e da parte di uno dei più stimati filosofi oggi viventi, è se vogliamo, un autentico boomerang. Tuttavia lo scivolamento conclusivo nel puramente fideistico non può non suonare forzato e ridicolo. Ci parla – anche se per la verità Blondet, non Cacciari – di “ resistenza eroica al di là di ogni umana speranza” fino al martirio, e questo significa non avere alcuna idea di cosa siano oggi la Chiesa e il cristianesimo, che perlopiù sopravvivono solo in quanto sistemi di potere, per forza d’inerzia, con un gregge di “fedeli” dediti perlopiù a un ossequio puramente formale (va tutto bene purché si versi l’otto per mille). Contro la Chiesa, il sistema estetico-economico borghese non ha e non avrà bisogno di ricorrere ad alcuna violenza, perché essa si è già piegata a diventare “un semplice supporto della società borghese” e del sistema politico dominante dell’Occidente giudeo-cristiano-americano, con i papi che vanno in sinagoga a strisciare ai piedi dei “fratelli maggiori”, con l’incoraggiamento dell’accoglienza agli immigrati nella non disinteressata speranza di ritrovarsi fra le mani un gregge di fedeli più incolto e docile di quanto non siano questi Europei ormai troppo compenetrati di spirito secolare, indipendentemente da questo potrà costarci in termini di meticciato e di degrado della nostra sostanza umana, perché tanto gli uomini sono tutti uguali e tutti ugualmente figli di Dio. E in questa prospettiva anche l’alleanza con l’islam proposta da Cacciari diventa oltremodo sospetta. L’ho detto e ripetuto più di una volta: le nazioni islamiche che si oppongono al predominio mondiale giudeoamericano, a cominciare dall’Iran, meritano tutta la nostra considerazione e il nostro appoggio, ma stiamo attenti che questo non ci lasci psicologicamente disarmati nei confronti dell’immigrazione.

C’è anche da porsi il dubbio se la modernità vada così radicalmente demonizzata in blocco. Certo, dalle date fatidiche del 1789 e del 1848 abbiamo dovuto confrontarci anche con massoni, democratici e marxisti, ma quanto meno si è allentata la morsa del predominio ideologico cristiano-clericale, sono spariti l’inquisizione e i roghi degli eretici, si sono create possibilità che fino allora non esistevano, senza considerare che almeno per noi Italiani si è aperta la strada di quel riscatto nazionale che abbiamo dovuto attendere per così tanti secoli.

Di sfuggita e quasi controvoglia, Cacciari indica una via diversa da quella dell’integralismo cattolico: i fascismi, “forme di neopaganesimo che cercavano di ricollegare la società a un Ethos”. A questo riguardo, sarà bene cercare di essere chiari: nella nostra sfortunata Italia, dove la Chiesa cattolica gode di un potere e di un prestigio sconosciuti altrove a causa della presenza plurisecolare del Vaticano, il fascismo italiano dovette accettare pesanti compromessi, a cominciare dalla stipula del Concordato nel 1929, ma la sua essenza profonda, l’idea di fondarsi su di un ethos nazionale, era appunto neopagana. In Germania il nazionalsocialismo non ebbe di questi problemi. Di questa situazione, il Vaticano era pienamente consapevole e cospirò contro il fascismo fin dall’inizio.

Ha senso, dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, dopo i decenni trascorsi, rimettersi su questa via? Se pensate di opporvi, specialmente oggi, allo svuotamento della nostra identità culturale attraverso l’americanizzazione e alla cancellazione della nostra identità etnica attraverso il meticciato portato dall’immigrazione, di che cosa mai vi aspettate di essere tacciati? Diciamo pure che se vogliamo persistere nell’esistenza, non ce n’è un’altra.

Sempre Cacciari osserva: “Il cristiano è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretenda autonomo”.

 In altre parole, il cristianesimo pretende il diritto di sciogliersi e di sciogliere i suoi adepti precisamente dai quei legami di ethos, di stirpe, di civitas la cui dissoluzione è una sua caratteristica precipua, ma è un discorso che presuppone la libertà della scelta, e la libertà o esiste per tutti o non ha alcun significato. Altrettanta libertà dobbiamo avere noi di dire:

“No, noi vogliamo continuare a esserci, e dopo di noi i nostri figli e i figli dei nostri figli”.

Note:
1.          Maurizio Blondet: Gli “Adelphi” della dissoluzione, Ares, Milano 2000.
2.         Alessandro Passerin d’Entreves, La filosofia politica medioevale, Giappichelli, , 1934.
3.         Giorgio Falco,  La santa romana repubblica, Ricciardi, Napoli 1966.
4.         Maurizio Blondet: Op. cit.
5.         Alessandro Passerin dپfEntreves, Op. cit.
6.         Giorgio Falco, Op. cit.
7.         Denis de Rougemont, voce Europa, enciclopedia GE 20, De Agostini, , 1981, vol. VIII, pag. 305.
8.         Maurizio Blondet Op. cit.
9.         Ibid
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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Giugno 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Anonymous

    I tuoi articoli, come sempre, sono Forza Bellezza Sapienza. Gabriele Pedrini

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