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Sulle proprie tracce

Sulle proprie tracce
Di Fabio Calabrese

Se questa volta ho deciso di parlarvi di me stesso, non è perché io abbia il desiderio di mettermi in mostra a tutti i costi. Il fatto è che non vorrei che le cose che ho pubblicato finora su “Ereticamente” producessero un’impressione sbagliata. Sul nostro sito finora mi sono occupato in misura prevalente di tematiche religioso-spirituali e la parte più consistente dal punto di vista numerico è rappresentata dalla critica al cristianesimo. Ora, è ben vero che il tema spirituale ed etico, dei principi è precisamente quello da cui devono partire i presupposti di un’azione politica che non voglia essere meramente contingente, ma io non vorrei dare l’impressione che quel che ho da dire, quel che abbiamo da dire, dal momento che credo di rappresentare una Weltanschauung di cui non ho la proprietà esclusiva ma che condivido con altri, a cominciare dai redattori di “Ereticamente”, si risolva unicamente nel negativo.

Anche per venire incontro alla curiosità che alcuni amici mi hanno manifestato, e sperando che ciò serva a sviluppare un discorso organico, a tracciare i lineamenti per quanto possibile di una visione del mondo esaustiva e coerente, che possa fornire degli “orientamenti” (Evola mi perdoni!) utili, vedrò di darvi un succinto succo di ciò che ho pubblicato in sedi diverse da “Ereticamente”, anche se non ho voglia di fare un’arida bibliografia che sarebbe di scarso interesse.

I miei scritti in tempi recenti, oltre che su “Ereticamente” sono stati pubblicati in particolare sulla rivista “L’Uomo libero” e sul sito del Centro Studi La Runa.

Sul n. 70, novembre 2010, de “L’Uomo libero” mi sono cimentato con una tematica particolarmente spinosa che continua a essere oggetto di contraddizioni laceranti, per cui è particolarmente utile riprendere in mano l’argomento. Come sappiamo, nel 2011 sono caduti i centocinquanta anni della nostra unità nazionale, ma le polemiche intorno ad essa e al risorgimento sono iniziate ben prima. Per noi, si tratta di una contraddizione dolorosa e non facile da dirimere: da un lato il senso di appartenenza alla nostra comunità nazionale, l’amore per la Patria sono la base imprescindibile della nostra visione del mondo, laddove l’antipatriottismo, l’auto-denigrazione, potremmo dire il masochismo nazionale sono il segno distintivo degli anticonformisti prodotti in serie, che credono di essere tanto più originali quanto più ripetono banalità e sciocchezze orecchiate. Diciamo la verità: non è per vilipendere tutto quanto è italiano, ma per gridare forte VIVA L’ITALIA!, che ci vuole coraggio.

Dall’altro lato, però, è evidentissimo che il movimento risorgimentale si è inserito in quel quadro di sovversione liberal-democratico-massonica dell’Europa tradizionale che ha portato al mondo attuale dominato dall’egemonia del denaro e alla fine della centralità planetaria europea attraverso il carnaio di due guerre mondiali.

Il punto che a me sembra che nessuno, sia patrioti nazionali, sia antirisorgimentali, abbia colto, è che abbiamo a che fare con due cose del tutto diverse. Il grande equivoco (questo era il titolo del mio articolo) rappresentato dal confondere l’insorgenza spontanea del nostro popolo stanco di secoli di divisioni, di oppressioni, di umiliazioni, con un movimento di uomini che a un certo punto si è impadronito del moto risorgimentale per tutt’altre finalità. Tutte le volte che i “patrioti” liberal-massoni si sono trovati a scegliere fra l’interesse dell’Italia e quello della loggia, hanno regolarmente scelto quello della loggia, mostrando quale fosse la loro vera “patria”. Esempio: i garibaldini che si sono macchiati dell’eccidio di Bronte, hanno forse dato inizio allo scollamento fra lo stato nazionale ancora in fieri e le plebi meridionali, ma lì c’era la Ducea di Nelson, c’erano interessi inglesi da proteggere. Ancora nel 1870, sempre le Camicie Rosse (colore profetico?) accorrono in difesa della Francia, quella stessa Francia che aveva liquidato la repubblica romana del 1848 e che era l’ostacolo all’annessione di Roma, in odio a Bismark che non solo non rappresentava un problema per la nostra unità nazionale, ma grazie al quale avevamo avuto il Veneto nel 1866, che però incarnava lo spirito dell’Europa gerarchica e aristocratica che i massoni odiavano profondamente.

Non c’è contraddizione  fra patriottismo italiano ed europeo. Noi non dobbiamo alcuna riconoscenza a massoni e sovversivi per i quali l’unità nazionale era solo un effetto collaterale. Il nostro progetto politico può ben essere quello di un’Italia forte nel quadro di un’Europa riportata alla sua antica grandezza.

Non abbassare la guardia , pubblicato sul n. 71 dell’aprile 2011 mette il dito sulla piaga di un’altra contraddizione che lacera i nostri ambienti: l’atteggiamento verso il mondo islamico. In conseguenza del “genocidio al rallentatore” portato avanti dall’entità sionista contro il popolo palestinese, delle aggressioni contro l’Irak e l’Afghanistan, delle continue minacce e dell’assedio all’Iran, dal mondo islamico viene oggi l’opposizione più rabbiosa e determinata al progetto di dominio mondiale  americano-sionista, frutto avvelenato della fine della Guerra Fredda. Tuttavia, lo spiegavo, con certe realtà del mondo islamico si può pensare al massimo a una sorta di cobelligeranza (nel diritto di guerra si distingue la cobelligeranza, ossia l’essere impegnati contro un comune nemico, dall’alleanza che implica anche una condivisione di finalità), e non dobbiamo consentire a un filo-islamismo che ci lascerebbe psicologicamente disarmati contro l’immigrazione, l’islamizzazione l’arabizzazione del nostro continente, la trasformazione dell’Europa in Eurabia. Tenendo presente che il vero problema non è l’islam ma il meticciato etnico anche da parte di immigrati “cristiani”, l’islam è un rozzo monoteismo abramitico che presenta amplificate le stesse aberrazioni del cristianesimo con in più un (ancor più) evidente elemento di non-Europa, una religione semitico-negroide come direbbe il nostro grande Silvano Lorenzoni.

 Sul sito del Centro Studi La Runa ho pubblicato finora 17 articoli; devo onestamente riconoscere, disuguali per significato e importanza. Vedrò di darvene dei cenni di ampiezza graduata rispetto all’importanza che rivestono, anche se credo di aver trattato tematiche comunque importanti che è utile ora “rinfrescare”.  

La mistificazione della storia, l’articolo con cui ho aperto la collaborazione con il sito dell’amico Alberto Lombardo, affronta una tematica che mi è particolarmente cara. Se voi pensate che le falsificazioni della storia come ci viene di solito raccontata si limitino alla seconda guerra mondiale o al novecento, che solo riguardo al cosiddetto “olocausto” ci sia bisogno di un coraggioso revisionismo, vi sbagliate di grosso. Tutta la storia come ci viene raccontata fino dall’antichità è in sostanza un falso, una favola.

Storicamente, la cultura europea si è formata lottando per emanciparsi dal dogmatismo biblico. Copernico, Giordano Bruno che pagò con la vita, Keplero, Galileo hanno liberato dall’oppressione e dai paraocchi biblici l’astronomia e le scienze fisiche. Darwin ha portato a un’analoga emancipazione nel campo delle scienze naturali, della biologia. Sul terreno delle scienze storiche, una simile liberazione non è mai avvenuta. Solo così si spiega una storia tendente a privilegiare il ruolo del Medio Oriente e a sminuire quello dell’Europa, che ci racconta tutto di Egizi, Sumeri Babilonesi, Assiri, Fenici, Ebrei (naturalmente!), ma ci lascia del tutto all’oscuro sulle civiltà europee che hanno prodotto i grandi complessi megalitici di Stonehenge, di Externsteine, di Malta. E’ un discorso che non è puramente accademico ma ha una chiara valenza politica: per gli attuali padroni dell’ “Occidente giudeo-cristiano” sarebbe pericoloso se gli Europei riscoprissero l’orgoglio di essere tali!

I concetti di “destra” e di “sinistra” che ancora la fanno da padroni nei discorsi politici, senza i quali sembra impossibile a molti ragionare della cosa pubblica, sono non solo anacronistici, ma del tutto falsi; è il concetto che ho espresso in Oltre la destra e la sinistra. La falsità di questi concetti non dipende solo dal fatto che essi sono legati a un modo di fare politica e a un mondo, quello parlamentare, che ci è estraneo. “Sinistra” significa egualitarismo, la presunzione che tutti gli uomini siano uguali e abbiano lo stesso valore, e voler attribuire a tutti, almeno in teoria, lo stesso trattamento, al di là di capacità e meriti. “Destra” è sinonimo di conservazione e privilegio. Diciamo pure che “la destra” non avrebbe partita se non fosse per i disastri dell’egualitarismo, soprattutto della specie comunista. Entrambe risentono del medesimo errore: non tenere conto delle diverse qualità, capacità, meriti, attitudini degli uomini, che non sono determinate dal puro caso di nascita. Le società umane tendono a essere o società di élite a mobilità sociale elevata, o società di caste a mobilità sociale scarsa o bloccata. Tutte le volte che ci si allontana da quel concetto di selezione formulato da Platone già venticinque secoli fa, non è all’uguaglianza, ma alla società di caste che ci si avvicina. Così erano gli stati del “socialismo reale”, in questa direzione si è spostata la società italiana con il ’68, eliminando la selezione dalle scuole ridotte a distribuire titoli di studio ormai svalutati che non influiscono sulla collocazione sociale di chi li consegue, a tutto vantaggio dei soliti privilegiati per appartenenza familiare, di partito, di cosca; ed era questo precisamente il risultato che i “contestatori” tutti di estrazione altoborghese volevano.

Specialmente oggi che il crollo della minaccia comunista non ci costringe più a innaturali alleanze, non dovremmo avere più nulla a che spartire con “la destra”; il nostro fine non dovrebbe essere la conservazione ma la rivoluzione elitaria.

Sul terzo articolo pubblicato sul sito, non occorre spendere molte parole, si tratta della mia difesa di Julius Evola contro don Curzio Nitoglia ripresa da “Ereticamente”. 

Avete presente I predatori dell’arca perduta, il primo film della serie di Indiana Jones? Riuscite per un momento senza sghignazzare a immaginare le legioni hitleriane che marciano con alla testa l’Arca dell’Alleanza mosaica? Secondo Steven Spielberg (e tutta l’ideologia giudeo-democratica) il nazismo sarebbe una sorta di satanismo che cercherebbe di usare il potere dei simboli “del bene” nel momento in cui lo nega (e altri fascismi, per Spielberg e Hollywood non esistono). Il fascismo secondo Indiana Jones si occupa di indagare l’aspetto irrazionale, superstizioso, stregonesco dell’antifascismo. Un altro esempio, lo scrittore Gunther Grass ha dovuto nascondere di aver combattuto diciannovenne nel 1945 in un battaglione carri delle Waffen SS, non perché le Waffen SS non fossero una forza combattente come le altre, estranea ai presunti campi di sterminio, ma per la colpa “magica” di aver portato sul bavero le stesse rune dei guardiani dei lager.

 Ho scritto I miti letali di una cultura suicida in occasione della morte per overdose della rockstar Amy Winehouse, che non è stata certo la sola “artista” del rock a buttare via la sua vita in questo modo, ma soprattutto mi interessava evidenziare l’assurdità del concetto di “trasgressione” che offre una scappatoia molto comoda per il sistema ai sentimenti e agli istinti ribelli: qualunque cosa si fa a se stessi, questo non cambia minimamente il mondo al di fuori; non c’è bisogno di trasgressivi, c’è bisogno di rivoluzionari.

Forse qualcuno coltiva l’illusione che “democrazia” significhi un regime politico basato sulla sovranità popolare e fondato sul rispetto dei diritti umani e della libertà di opinione. Se per caso credete a una simile corbelleria, ciò significa che scambiate per realtà l’immagine che la democrazia vuole dare di se stessa. In realtà le democrazie occidentali non sono che una serie di tirannidi e proconsolati del potere americano (o giudeo-americano), e “libertà di opinione” e “sovranità popolare” vi esercitano un ruolo niente affatto diverso da quello di “socialismo” e “giustizia sociale” come giustificazioni delle tirannidi comuniste. E’ quanto ho spiegato in La tirannide democratica. Fra le colpe imputabili alla democrazia non manca neppure il razzismo, se per esso intendiamo perseguitare persone non per qualcosa che hanno fatto, e neppure per le loro idee, ma per quello che sono dalla nascita, è ciò che i “liberatori” americani hanno fatto con i bambini nati nei Lebensborn.

 Sulla nostra storia, ci sono molte cose che non sappiamo. La storia ignorata deriva dall’accostamento di testi molto diversi: Il telefonista che spiava il quirinale di Salvatore Palma che apre uno squarcio inedito sulla trappola tesa a Mussolini con il 25 luglio 1943, i libri di Antonino Trizzino che ci rivelano la verità che gli alti gradi dell’esercito vollero assieme alla monarchia la guerra e collaborarono da subito con gli Alleati per provocare assieme alla sconfitta la caduta del fascismo, quelli di Gianpaolo Pansa che ci hanno illuminati sulle pagine atroci della “resistenza” condotta dai comunisti come mattanza diretta non solo contro i fascisti, ma contro tutti coloro che si opponevano al loro progetto “rivoluzionario”, infine Compagno Cittadino di Salvatore Sechi, una guida dentro i misteri del PCI che fino agli anni ’80 aveva costruito un impero economico con le tangenti estorte ai nostri imprenditori che commerciavano con l’Est, aggiogato al proprio carro gli intellettuali con il ricatto, costruito un vero esercito clandestino per appoggiare gli invasori in caso di aggressione sovietica.

 In tutta Europa noi oggi assistiamo a una rinascita di quella che, sapendo bene che non è il termine adatto, possiamo chiamare la “destra radicale”. La Francia e la Grecia ne sono gli esempi più clamorosi. I cittadini comuni non ne possono più né di politici “democratici” che seguendo gli ordini del grande capitale internazionale, li hanno trascinati nella spirale di una crisi sempre più grave, né di immigrati tracotanti che pretendono di accaparrarsi con poco sforzo quel che loro hanno costruito in una vita, e fra un poco vorranno imporre il burqa e l’infibulazione pure alle nostre donne. Solo in Italia la “destra radicale” non decolla, a ogni turno elettorale quattro o cinque partitini riescono a totalizzare meno dell’1%. Perché? E’ un destino ineluttabile? Le cause e i possibili rimedi che ho affrontato in La rinascita è possibile, sono soprattutto due: il frazionismo estremo della “destra radicale” e il fatto che quella che dovrebbe essere la nostra area di consenso è “abusivamente” occupata dal fenomeno leghista.

Io ho sempre biasimato l’errore per il quale nei nostri ambienti si tende a considerare l’evoluzionismo darwiniano “una cosa di sinistra”. Il rifiuto dell’evoluzionismo alla fine non lascia altra scelta che quella di cascare nel creazionismo, quindi nello schema concettuale cristiano-abramitico. In realtà, nulla più del concetto darwiniano di selezione naturale è lontano dal buonismo cristiano-democratico. Quanto alla tendenza insita in ogni essere vivente a conservare i propri geni e diffonderli il più possibile nelle generazioni future, cos’altro è se non la riprova scientifica, se ce ne fosse stato bisogno, di quelle “brutte cose” che chiamiamo nazionalismo e razzismo?

 Stavolta invece, scrivendo L’altra faccia della stupidità, invece di arrabbiarmi, mi sono divertito, sono andato a vedere le assurdità le sciocchezze, le corbellerie che si costringono a dire gli evoluzionisti democratici per non arrivare alle ovvie conclusioni “elitarie” e “razziste” della teoria darwiniana.

 La maggior parte dei comunisti che hanno  fatto una brutta fine sono stati trucidati dai loro compagni. Squalo divora squalo e comunista sbrana comunista, è il mio articolo successivo. In particolare, mi sono soffermato sulla storia dei comunisti italiani della Venezia Giulia durante la guerra partigiana 1943-45; Togliatti aveva promesso a Tito le terre a est dell’Isonzo e forse del Tagliamento in cambio dell’aiuto a fare “la rivoluzione” in Italia, e chi non ci è stato, è stato massacrato dai comunisti slavi o fatto cadere in mano ai Tedeschi. Un’altra pagina buia della nostra storia che non trovate di certo nei libri scolastici!

Di sicuro, la crisi economica che oggi stiamo vivendo, non poteva restare fuori dalle mie riflessioni. A mio parere non si tratta affatto di una crisi, vale a dire di un evento non voluto e imprevisto, ma piuttosto di una spoliazione accuratamente preparata e pianificata a tavolino della ricchezza che i popoli d’Europa hanno prodotto con il loro lavoro a favore del capitale finanziario e bancario (in una parola parassitario) messa in atto con quella moneta-trappola che è l’euro, il cui reale significato è la rinuncia degli stati  nazionali a esercitare la sovranità monetaria, cosa che, data l’interdipendenza fra economia e politica, significa la rinuncia alla sovranità tout court. La verità pura e semplice, è che l’avidità di banchieri e finanzieri e i maneggi dei politici ci hanno lasciati con il coltello alla gola, come recita il titolo del mio articolo.

 Sono partito da due fatti di cronaca per scrivere La tracotanza e il servilismo: il primo, il naufragio della nave Costa Concordia, naufragio le cui responsabilità sono state fatte ricadere per intero sul comandante Francesco Schettino (il cui comportamento è stato comunque biasimevole), per nascondere quelle della compagnia armatrice, la Costa Crociere, che è una controllata dell’americana Carnival; il secondo, il vergognoso processo d’appello per il delitto di Perugia dove sono state fatte pressioni enormi, si è mossa perfino la Segretaria di Stato Hillary Clinton con molta maggiore determinazione di quella usata per soccorrere i terremotati di Haiti, per ottenere la scarcerazione della giovane assassina Amanda Knox, un processo-farsa dove le prove che hanno determinato la condanna di primo grado sono state presentate irrimediabilmente deteriorate, mentre la giovane killer a stelle e strisce era presentata dai media USA come una sorta di eroina commuovendo una delle opinioni pubbliche più stupide e manipolabili del mondo.

 Altri casi meno recenti puntano nella stessa direzione: la tragedia del Cermis dove i cavi di una teleferica furono tranciati da un aereo militare yankee che faceva evoluzioni fuori programma a bassa quota, e i cui quattro uomini di equipaggio risultarono ubriachi fradici, quella di Ustica dove il DC 9 dell’Itavia, si sa benissimo nonostante tutte le cortine fumogene alzate per nascondere la verità, fu abbattuto per errore da un caccia americano che cercava di intercettare un velivolo libico, l’uccisione in Irak del nostro funzionario Nicola Calipari da parte di un marine yankee. In tutti questi casi, gli assassini ben identificati non sono stati consegnati alle autorità italiane. Tra gli USA e gli stati “alleati” esistono accordi di estradizione che sono in realtà una barzelletta, perché la verità è che gli USA non tollerano che uno qualsiasi dei loro superuomini ipervitaminizzati e microcefali possa essere processato o detenuto da uno stato straniero, di qualunque cosa si sia reso responsabile. Ci mancherebbe, i servi, quali ci considerano, non possono permettersi di giudicare i padroni! Questi superuomini a stelle e strisce nei quali l’ipertrofia adiposa e muscolare corrisponde puntualmente all’atrofia cerebrale, si considerano i padroni di questo pianeta, e non si accorgono di essere a loro volta dei lacchè, perché tra coloro che li comandano la percentuale dei battezzati è nettamente inferiore a quella dei circoncisi.

 Il libro di Jean François Revel La conoscenza inutile (1988), forse l’ultimo classico, il canto del cigno del pensiero liberale, l’ho poi sottoposto a una sorta di recensione dallo stesso titolo. “La conoscenza inutile” è quella degli intellettuali, filosofi, professori, giornalisti di sinistra, che pur essendo in possesso di notevoli conoscenze storiche, economiche, politiche, sociologiche, sono riusciti a obnubilare in sé la consapevolezza di un fatto fondamentale, che i “socialismi reali” dell’Est europeo non erano altro che feroci tirannidi che privavano i loro sudditi sia di benessere sia di libertà. Noi possiamo oggi utilizzare gli argomenti di questo libro (molto interessante l’analisi dell’apertura a sinistra della Chiesa cattolica avvenuta con il Concilio Vaticano secondo, dettata dalla convinzione rivelatasi poi fortunatamente errata, che sarebbe stato il blocco comunista a vincere il confronto con l’Occidente) a condizione di non dimenticare che il liberalismo è un’ideologia del pari deceduta di fronte al fallimento dei suoi due presupposti: che sistema “rappresentativo” significhi libertà e che economia di mercato significhi benessere. Il fallimento del primo di essi è dimostrato dal moltiplicarsi di leggi e fattispecie di reato d’opinione in tutto il cosiddetto “mondo occidentale”, quanto al secondo, non occorrerebbe neppure parlarne, oggi che una spietata logica di mercato sta producendo il crescente immiserimento delle economie “occidentali”.

 Immagino che tutti voi conosciate la leggenda medievale che parla dell’esistenza di un libro, un testo agognato e temuto ma mai letto da nessuno e attribuito a vari autori fra cui il grande Federico II, I tre impostori, dove si denuncerebbero le falsità dei tre fondatori delle tre “grandi” religioni abramitiche: Mosè, Cristo e Maometto. Dovendo scrivere per davvero oggi un libro del genere, gli impostori salirebbero almeno a cinque, perché dovremmo aggiungere all’elenco dei fondatori di false religioni Karl Marx e Sigmund Freud. Ho detto “almeno” perché ce n’è anche un sesto, il sesto impostore cui è dedicato il mio articolo omonimo.

Il nuovo profeta fasullo, H. T. Odum è né più né meno che l’ideologo della globalizzazione. A differenza dei primi tre, ma seguendo la strada di Marx e Freud, ha appoggiato la propria mistificazione non a una presunta rivelazione divina, ma a una presunzione di scienza, alla termodinamica, che ci vuole uno sforzo enorme di fantasia per metterla direttamente in relazione con il mondo delle relazioni umane, politiche, sociali, e di cui avrebbe enunciato il quarto principio:

“Da un certo punto di vista, l’uso di questo principio nell’analisi dell’economia globale implica il fatto che essa si possa muovere verso un’efficienza ottimale solo se la competizione non è frenata da differenze culturali, geografiche, di comunicazione o di legislazione” (Wikipedia).

In altre parole, per rendere il mondo un paradiso occorre far sparire tutte le differenze culturali, etniche, politiche, trasformandolo in un’informe pappa multietnica omologata (sugli standard americani, naturalmente). Non occorre dire che la reale base scientifica di tale “principio” è rigorosamente nulla. Sicuramente il nome di H. T. Odum non è conosciuto come quelli di Marx e Freud (per non parlare della triade Mosè, Cristo, Maometto), tuttavia è chiaro che la sua concezione – o farneticazione – sta guidando la politica americana da almeno un quarto di secolo.

 Lo scorso 8 marzo ho aggiunto Ma che cosa vi aspettavate?, dedicato alle femministe e ai loro supporter progressisti. Costoro vorrebbero darci a intendere che l’ondata di violenze contro le donne, con stupri e omicidi di cui regolarmente le cronache ci danno conto, dipenda da quello che resta di una cultura maschilista, patriarcale, arcaica che invece, secondo ogni logica, dovrebbe andare a estinguersi.

 Provatevi a guardarvi intorno senza paraocchi. Noi oggi viviamo in un mondo dove i grandi datori di cultura, di modi di pensiero e di modelli di comportamento sono i media. Nella nostra cultura mediatica, in pratica, non è presente alcun modello maschile positivo nei rapporti con l’altro sesso. Questo non lascia alle persone psicologicamente più deboli che due possibilità, o interiorizzare a propria volta dei modelli di comportamento femminili (dell’omosessualità oggi non si parla se non per dichiararla “normale”, ma io sono sicuro che è in aumento) o vedere nella superiorità in puri termini di forza fisica rispetto alla donna l’estremo mezzo per affermare la propria virilità. Non ci si sa comportare da uomini perché, specie ai più giovani, nessuno l’ha insegnato. Certamente, il fatto che i media presentino costantemente modelli di donne aggressive, dominatrici, vincenti anche in termini di pura forza fisica, influenza sia il comportamento femminile, sia l’immaginario maschile, fa sì che nella donna si veda più l’avversario con cui confrontarsi anche fisicamente, che la differenza e la complementarità da rispettare. La violenza contro le donne è precisamente il risultato di ciò che le femministe e i loro sodali hanno costruito, e allora, mie care (e miei cari) ma che cosa vi aspettavate?

Noi sappiamo che per decenni la sinistra si è dedicata alla denigrazione sistematica di tutto ciò che è nazionale (trovando per la verità in questo una buona spalla nella Chiesa che ha sempre mirato ad un’Italia quanto meno caserma e quanto più sacrestia possibile), non solo, ma ha fatto una vera e propria, pesantissima opera di censura per nascondere agli Italiani certe atroci verità come gli eccidi delle foibe commessi dai partigiani comunisti slavi contro la nostra gente, e la tragedia dell’esodo, delle centinaia di migliaia di nostri connazionali costretti a fuggire per salvarsi la pelle dalle loro terre passate sotto gli artigli sanguinari della Jugoslavia. Poi nel 2004 (ed è forse l’unico merito che si può riconoscere al governo Berlusconi) è stata istituita la Giornata del Ricordo, gli Italiani sono stati finalmente informati della tragedia calata sui loro connazionali del confine orientale, della quale erano stati tenuti all’oscuro per sessant’anni.

In realtà la cosa non ha costituito un problema eccessivo per “i compagni”, usi a cambiare idea per ordine di partito così come cambiano la camicia, che dall’oggi al domani per parare il colpo, si sono trasformati in ferventi patrioti, un patriottismo di cui hanno fatto grande sfoggio nell’occasione dei centocinquanta anni nazionali, prima di tutto per dare fastidio alla Lega e poi, cosa infinitamente più preoccupante, per far passare grazie a quest’involucro di patriottismo retorico e artefatto, il progetto dell’attribuzione della cittadinanza a qualsiasi figlio di immigrati, magari scodellato dalla madre su un barcone di clandestini appena entrato nelle nostre acque territoriali. La loro Italia, l’Italia multietnica è l’Italia che non vogliamo: una nazione non è né un territorio né un ordinamento giuridico: una nazione è la sua gente. Se essa scompare per effetto dell’invasione allogena e del meticciato, allora la nazione cessa di esistere, non c’è più nulla da preservare, non c’è alcun futuro. Nuovi patrioti, i “compagni”? No, vecchie canaglie che conosciamo bene.

 L’ultimo articolo è cosa di oggi: parliamo dei risultati delle ultime amministrative che hanno visto la clamorosa – anche se prevedibile – ascesa della protesta e dell’antipolitica. Che dire di costoro? Fidarsi è bene, recita un proverbio, ma non fidarsi è meglio, e io trovo preoccupante che i “cinque stelle” (della guida Michelin?) di Beppe Grillo siano subito andati a collocarsi “a sinistra” assieme a Di Pietro e Vendola. “A sinistra” ci sono solo vecchiume ideologico, idee stantie e tanta, tantissima ipocrisia. Un’ “alba dorata” per l’Italia deve ancora sorgere. Per ora, siamo in piena notte.

 Questo è quanto, ma è chiaro che è un discorso che non finisce qui. Io rimango al mio posto e continuerò a produrre i miei “scritti di combattimento” come amo chiamarli. Un mezzo, forse l’unico che ho, per lottare contro un sistema marcio e alimentare la speranza nel futuro, per me, per i miei figli, per tutti noi. 

      

        

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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 Giugno 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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