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Fuori dal cristianesimo

di Fabio Calabrese
 
Questa volta affronteremo il discorso dei rapporti con la religione divenuta dominante nel cosiddetto Occidente da una prospettiva un po’ insolita. E’ vero che, farsi dall’età medievale, la cultura europea si è costruita attorno al cristianesimo, ma questo è avvenuto un po’ allo stesso modo di come un’ostrica costruisce una perla attorno a un corpo estraneo penetrato in essa, allo scopo di minimizzare il danno. L’Europa, potremmo dire, ha costruito la sua cultura attorno al cristianesimo per limitare l’infezione che esso ha rappresentato e rappresenta, per non cadere in un fondamentalismo simile a quello che la “sorella minore” del cristianesimo, la terza in ordine di tempo delle religioni abramitiche, ha imposto ai popoli arabi, nordafricani e mediorientali.
Che nella cultura europea esista da lunga pezza una componente fortemente anticristiana, è da tempo cosa nota: senza risalire all’antichità, al Contro i cristiani di Celso, occorre quanto meno rifarsi al grande Niccolò Machiavelli che, senza mezzi termini ha accusato il cristianesimo di aver effeminato il mondo e averlo dato in preda ai malvagi perché ha reso gli uomini più pronti a sopportare le ingiurie per guadagnarsi il paradiso, che a vendicarle, e contemporaneamente l’ammirazione professata dal Segretario Fiorentino per le religioni antiche che rafforzavano la coesione delle comunità umane invece di disgregarla come la religione del Discorso della Montagna invece fa.



Una linea di pensiero che pensatori e storici della filosofia non si sono troppo preoccupati di indagare, è quella di quegli autori che in età cinque-seicentesca hanno affermato contemporaneamente l’idea di sovranità dello stato superiorem non recognoscens e una forte critica al cristianesimo, riecheggiando forse inconsapevolmente sia il ghibellinismo medievale sia Machiavelli; ad esempio Jean Bodin che, oltre a essere un teorizzatore dello stato assoluto, afferma con due secoli di anticipo rispetto agli illuministi il concetto di religione naturale contrapposto a quello di “religione rivelata” proprio del cristianesimo e delle fedi abramitiche (ed è forse il primo a mettere sullo stesso piano cristianesimo, ebraismo e islam). La stessa linea di pensiero è espressa più tardi da Thomas Hobbes che vi aggiunge un magistrale tocco di ironia: i cristiani sono in realtà degli atei, perché il loro Dio è una sostanza immateriale, una contraddizione logica, qualcosa che non può esistere.
Machiavelli, Bodin, Hobbes, ma in età illuministica lo stesso orientamento di fondo, il rilevare la contraddizione, il conflitto fra valori civici e valori presunti trascendenti, è raccolto da Jean Jacques Rousseau: “Il cristianesimo separa l’uomo dal cittadino”.
Il romanticismo meriterebbe poi un discorso a parte. Nella tradizione manualistica per gli allievi delle scuole superiori, troppo spesso e con troppa disinvoltura lo si presenta semplicemente come anti-illuminismo, come ritorno ai valori religiosi e cristiani, ma le cose sono certamente più complesse, basti pensare a madame De Stael che individua nell’antichità l’età dell’equilibro, della salute, dell’armonia, della bellezza, e nella “modernità” l’era della lacerazione, del conflitto, del malessere esistenziale,  “modernità” che inizia appunto con il cristianesimo. Basterà aggiungere a questi concetti l’idea del recupero della “grande salute” con uno sforzo volontaristico, non rassegnarsi al vulnus cristiano, e avremo la filosofia di Nietzsche.
 Del marxismo, del positivismo, della psicanalisi non meriterebbe proprio di parlare. In questi casi abbiamo una critica “alla religione” come se tutte le religioni fossero uguali e sullo stesso piano e/o come se quello cristiano-abramitico fosse l’unico modello di religione possibile (in realtà è semplicemente l’unico che Marx e Freud, entrambi ebrei profondamente imbevuti di mentalità biblica, sono in grado di concepire). Non parliamo poi del fatto che molto spesso si scopre che questa critica “alla religione” è molto spesso null’altro che una critica all’istituzione ecclesiastica, che salva o addirittura esalta il cristianesimo come dottrina, “Cristo, il primo socialista”; sicuramente non è questa la direzione che ci può interessare; intellettualmente un cul de sac. Il marxismo stesso, poi, in ultima analisi non è che una forma estrema di cristianesimo laicizzato con “l’aldilà” in cui “i proletari” avranno la loro ricompensa posto non nel trascendente, ma al termine del processo storico. Non è certamente un caso che Friedrich Nietzsche, il grande e implacabile critico del cristianesimo, abbia riservato al marxismo lo stesso disprezzo.
Tutte queste cose le sappiamo già, sono o dovrebbero essere sedimentate da un pezzo nella nostra cultura e nella nostra Weltanschauung, ma c’è un fatto al quale forse non si è prestata la giusta attenzione: spesso, più spesso di quanto non si pensi, quando ci imbattiamo in un pensatore “cristiano” o “cattolico” particolarmente intelligente e profondo, ci accorgiamo che il suo cristianesimo non è per nulla ortodosso, e che gli sarebbe bastato un piccolo passo in più, uno sforzo intellettuale ulteriore, o magari solo un po’ di maggiore sincerità per uscire del tutto fuori dal cristianesimo.
 Io non ho sicuramente la pretesa che questo elenco sia esaustivo, ma proveremo ad esaminare quattro intellettuali cattolici molto diversi per tempo e luogo: due grandi della nostra letteratura, uno scrittore inglese reputato uno dei più grandi autori del XX secolo, uno scrittore e giornalista militante fra i più “impegnati” e interessanti del “cattolicesimo politico” contemporaneo. Fatte salve le enormi differenze che esistono fra l’uno e l’altro di questi personaggi, parleremo di Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, John R. R. Tolkien, Maurizio Blondet.
Su Dante Alighieri, sulla presenza o meno di un indirizzo esoterico nel pensiero mirabilmente espresso nella Divina Commedia, i critici si accapigliano da secoli. A mio parere, nella sua opera vi sono indizi consistenti di un esoterismo di tipo pagano e celtico-druidico celati (ma nemmeno tanto) “Sotto il velame delli versi strani”.
Dante Alighieri ha un aspetto “celtico” che i critici della letteratura si sono sforzati di ignorare. A volte sospetto che se fosse vissuto nella nostra epoca, sarebbe stato considerato una figura di primo piano del “Celtic Revival” Tanto per cominciare, se si prende in mano la Divina Commedia senza paraocchi, ci si rende facilmente conto di una cosa: Dante conosceva molto bene i poemi del Ciclo Bretone e ne era probabilmente un lettore appassionato; sicuramente questi ultimi sono stati una fonte d’ispirazione non di secondo piano della  Commedia.
Credo che tutti ricorderanno uno degli episodi più toccanti del poema dantesco, quello di Paolo e Francesca. Come è piuttosto noto, in esso la molla che determina l’innamoramento (o meglio, la confessione del reciproco sentimento) dei due, è la lettura della storia d’amore di Lancillotto e Ginevra. “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”. “Galeotto” ossia Galhaut, è lo scudiero che fa da complice alla relazione adulterina fra la regina e il cavaliere.
Di più, l’intero episodio è modellato sulla narrazione della vicenda arturiana: Paolo Malatesta aveva rappresentato il (molto meno avvenente) cugino Gianciotto nel matrimonio per procura con Francesca da Rimini, con un chiaro parallelismo con la vicenda di Lancillotto inviato da Artù a prelevare Ginevra dalla casa paterna. In entrambe le narrazioni si evidenzia il conflitto fra l’amore e i sentimenti di fedeltà e di onore, anche se Gianciotto Malatesta non è certo Artù.
 Forse meno noto è un altro episodio della Divina Commedia nel quale Dante rievoca la tragica conclusione della vicenda arturiana, lo scontro finale tra Artù e Mordred, il figlio incestuoso che questi ha avuto dalla sorella Morgana. In questo scontro, come è noto, Artù uccide Mordred e ne viene a sua volta ferito mortalmente. In esso, Dante raccoglie una tradizione secondo la quale Excalibur si sarebbe infissa nel corpo di Mordred in maniera tanto devastante, vi avrebbe aperto uno squarcio così ampio che un raggio di luce l’avrebbe attraversato sì che la stessa ombra del figlio ribelle ne sarebbe stata trafitta.
 Questo episodio, come molti altri della Divina Commedia si presta a una lettura simbolica su cui si sono esercitati i non molti critici che hanno prestato attenzione a questo particolare aspetto di Dante: la luce che trafigge l’ombra significherebbe la regalità legittima, la regalità sacrale che annienta la sua tragica caricatura, il bruto potere dittatoriale basato unicamente sulla forza.
 E qui salta subito all’occhio il paragone con Tolkien. Come è arcinoto, negli anni ’70 Il Signore degli Anelli ebbe un successo enorme tra gli hippies californiani, fino al punto da essere considerato una vera e propria “bibbia” del movimento hippy. La distruzione dell’anello del potere, dell’anello di Sauron, era vista come il simbolo della distruzione “del potere” in quanto tale, di ogni autorità, Il Signore degli Anelli era letto insomma in chiave anarchica.
Nessuna interpretazione del capolavoro tolkieniano potrebbe in realtà essere più scorretta, più falsa di questa, che va considerata un fraintendimento voluto. Chiunque lo legga senza avere in testa interpretazioni precostituite, ben si rende conto che contro il bruto potere tirannico di Sauron si eleva la concezione del potere legittimo, del potere sacrale incarnato dall’autorità regale di Aragorn e da quella magico-sacerdotale (druidica, verrebbe da dire) di Gandalf.
Dante e Tolkien mostrano entrambi di credere alla regalità sacrale, un’autorità regia che è “sacra” di per sé, senza aver ricevuto la sua sacralità da altri, che è “pontificale” nel preciso senso di costituire un ponte fra l’umano e il divino, e questo basta da solo a rendere quanto meno sospetto il cristianesimo di entrambi.
Già la scelta politica di Dante (che finì per pagarla con l’esilio) è tale da farcelo sentire vicino. Dante era “guelfo” per il semplice fatto che dal 1266 (quando il poeta aveva un anno) con la calata in Italia di Carlo d’Angiò, i guelfi avevano acquistato dappertutto una netta preminenza, ma i guelfi fiorentini si erano divisi in “bianchi” e “neri”, e mentre i “neri” rimanevano guelfi a tutto tondo, nella “parte bianca” fiorentina avevano finito per ripresentarsi le istanze del ghibellinismo, la difesa dell’autonomia comunale dall’ingerenza del papato e la simpatia per l’almeno temporaneamente eclissata causa imperiale. Dante era ovviamente un “bianco”, e forse più vicino ai ghibellini di altri, tant’è che ghibellino è stato spesso considerato da interpreti posteriori, a cominciare da Giosuè Carducci che lo chiamò “ghibellin fuggiasco”. Quando i fuorusciti bianchi e ghibellini si unirono nel tentativo di rientrare in Firenze, tentativo culminato nella sconfitta della battaglia di Lastra, invitarono Dante a partecipare all’impresa, ma egli ricusò, considerando giustamente l’impresa troppo azzardata.
 (C’è un fatto che io ho sempre trovato molto curioso riguardo a questo episodio: in molti studi critici e commenti alla Divina Commedia quest’evento viene ricordato come la battaglia DELLA Lastra, si tratta invece della battaglia DI Lastra, Lastra a Signa che oggi venendo da nord coincide con l’ultimo casello autostradale prima di Firenze; questo fatto mi fa pensare che molti critici hanno pontificato sul nostro sommo poeta senza essersi mai degnati di visitare la Toscana e i luoghi danteschi).
 E come dimenticare il vigoroso, intenso ritratto che Dante ha dedicato a Farinata degli Uberti, il leader dei ghibellini fiorentini? Di certo in tutta la Commedia Dante non ha omaggiato di nulla di simile un qualsiasi capofazione guelfo.
 Un capitolo a parte è rappresentato dal discorso sui cavalieri Templari. Senza dubbio, le motivazioni che portarono il papa e il re di Francia a sopprimere nella maniera brutale che sappiamo l’ordine dei Templari, furono di tipo economico e politico, perché i “Poveri cavalieri di Cristo” erano diventati troppo ricchi e troppo potenti, ma a livello profondo i monaci guerrieri costituivano una figura di combattente sacrale che la Chiesa aveva dovuto evocare durante le crociate, ma che rimaneva estranea al cristianesimo, ed è questo il motivo per il quale i Templari continuano dopo secoli ad affascinare coloro che cercano una spiritualità alternativa al cristianesimo “ufficiale”.
 Dante si schiera nettamente dalla parte dei Templari; ha scritto nel Purgatorio:
“Veggio lo novo Pilato [Filippo il Bello re di Francia e persecutore dei Templari come Pilato lo fu di Cristo] sì crudele che ciò [lo schiaffo di Anagni e l’oltraggio a papa Bonifacio VIII] nol sazia, ma sanza decreto porta nel Tempio le cupide vele”.
Dandoci l’immagine delle vele simili a quelle di un vascello di corsari saraceni che entrano nel Tempio, nelle capitanerie templari per rapinare e saccheggiare.
Questo, lo sappiamo, è solo il punto d’attacco di un discorso molto ampio e complesso (che a Dante non doveva essere estraneo) perché i Templari avevano le loro posizioni di forza soprattutto in Francia e nelle Isole Britanniche (le regioni europee a più forte impronta celtica, guarda caso), e se in Francia furono brutalmente sopraffatti, nelle Isole Britanniche continuarono ad agire indisturbati semplicemente cambiando denominazione, e uno dei luoghi templari per eccellenza, la cappella di Rosslyn in Scozia è indicata da una radicata tradizione come probabile nascondiglio del mistico oggetto noto come Santo Graal.
E’ verosimile che Dante fosse all’oscuro di tutto ciò? A conti fatti, non molto. La presenza in Dante di un esoterismo o meno, è stata in passato oggetto di dibattiti roventi. Di sicuro si può dire che il movimento letterario del Dolce Stil Novo cui Dante apparteneva, era collegato al movimento semi-esoterico dei Fedeli d’Amore (per i quali l’amore carnale era visto come strumento per elevarsi verso l’Amore divino, una concezione che echeggia molte cose, da Platone al tantrismo), e sicuramente il suo approccio al cristianesimo era molto poco ortodosso; si può sospettare anzi che non fosse affatto un cristiano, che si limitasse a mostrarsi tale per quel tanto che serviva a evitare uno sgradevole interessamento delle autorità ecclesiastiche.
Un verso in particolare della Divina Commedia avuto il potere di sconcertare i commentatori più accorti:
“Et ella giudica et persegue Fortuna suo regno come il loro gli altri dei”.
Ci rimanda a una sorta di politeismo nel quale “Dio” (ma può essere davvero il Dio cristiano?) non è l’unica divinità, ma piuttosto il leader di un pantheon complesso e articolato. Non è l’unico indizio di politeismo che si trova nella Commedia. In un altro passo, Dante fa risalire la litigiosità e la bellicosità dei fiorentini all’influenza di Marte cui la città era dedicata nell’antichità, e ruderi di una statua del dio della guerra sarebbero stati ancora visibili al tempo del poeta.
Non è tutto. Qualche anno fa, nel corso di un’edizione del Triskell, il festival celtico triestino, mi capitò di avere un interessante colloquio, non ricordo con chi, ma di certo uno degli studiosi del fenomeno celtico in tutti i suoi aspetti, anche i più inconsueti, che onorano (non si può usare un altro termine) della loro presenza il festival, mi fece notare che la traduzione più corrente del motto skianz, nerz, karantez, che accompagna il simbolo del triskell, la triplice spirale che simboleggia la religione celtica, e individua il significato dei tre principi cosmici, della triade rappresentata dal simbolo del triskell, ossia “forza, coraggio, amore”, è verosimilmente sbagliata, e al posto di “coraggio” si dovrebbe tradurre “sapienza”.
Mi vennero subito in mente le parole che Dante nella Commedia ha immaginato incise sull’architrave della porta della città di Dite:
“Fecemi la Divina Potestate, la Suprema Sapienza, il Primo Amore”.
Tre principi cosmici piuttosto che tre persone come nella trinità cristiana; gli stessi simboleggiati nel triskell.
 Ma chi era in realtà Dante Alighieri? Sembrerebbe un druido sopravvissuto o riemerso dopo un lungo buio di secoli.
La maggior parte di coloro che hanno avuto la (s)ventura di studiare Alessandro Manzoni sui banchi di scuola, i Promessi sposi e gli Inni sacri, la maggior parte di noi, si è fatta l’idea che egli abbia rappresentato il massimo della bigotteria cattolica, la personificazione del devoto baciapile. Le cose, però, non stanno affatto in questo modo, e il primo indizio che ci permette di scoprirlo è il fatto che I promessi sposi è un testo che si trova all’Indice, quel famoso elenco di libri la cui lettura era un tempo proibita e oggi ancora sconsigliata dalla Chiesa ai buoni fedeli.
Tanto per capirci, le opere di Karl Marx non sono mai state messe all’Indice. Cosa c’è dunque nel romanzo di Manzoni che alle autorità ecclesiastiche è apparso per la fede cristiana più pericoloso delle affermazioni dell’uomo che ha più radicalmente negato qualsiasi trascendenza e affermato che “La religione è l’oppio dei popoli”?
Per rispondere a questa domanda, occorre tenere conto da un lato delle complicità sotterranee che sono esistite anche prima del Concilio Vaticano II tra marxismo e cristianesimo, dall’altro capire un po’ più approfonditamente questa figura chiave della cultura romantico-risorgimentale.
Ricordiamo per prima cosa il contesto familiare in cui fu educato Alessandro Manzoni: era nipote di uno degli illuministi italiani più detestati dalla Chiesa, Cesare Beccaria. Beccaria, che era un giurista, fu autore del trattato Dei delitti e delle pene in cui denunciava la mostruosità dei sistemi giudiziari del suo tempo, la sproporzione fra crimini e pene, il frequente ricorso alla tortura che spingeva spesso gli innocenti a confessare colpe inesistenti per paura o per sottrarsi alla sofferenza. In sistemi di questo genere che è quasi assurdo definire “giuridici”, la Chiesa cattolica, soprattutto a partire dal Concilio di Trento, ma anche in precedenza, aveva grandissima parte, aveva fatto ricorso in grande stile alla tortura, al rogo, ad atrocità di ogni genere allo scopo di reprimere gli “eretici”. Lo Stato della Chiesa fu fino alla sua scomparsa nel 1870 uno dei più retrivi d’Europa, con una legislazione che prevedeva l’uso della pena di morte anche per piccoli reati, e fino alla sua soppressione fu uno degli ultimi in Europa a mantenere quella “simpatica” eredità della rivoluzione francese che era la ghigliottina.
 Nell’appendice poi espunta dei Promessi sposi, La storia della Colonna Infame, Manzoni ha chiaramente dimostrato di non essersi molto discostato dalle idee illuministiche del nonno neppure dopo la conversione.
Riguardo alla sua famosa conversione, sarebbe il caso di avere le idee più chiare di quanto non avvenga di solito: Manzoni fu convertito dalla moglie, Enrichetta Blondel, che non era cattolica ma aderiva a una variante considerata eretica di cristianesimo, il giansenismo.
La storia di questo movimento religioso è una di quelle cose su cui sarebbe utile essere meglio informati ma che “stranamente” sembra che la nostra “cultura ufficiale” non abbia nessuna voglia di approfondire. Esso prende il nome dal suo fondatore, Cornelius Jansen, vissuto nel XVII secolo, che fu vescovo della città belga di Ypres. Si tratta di una regione dove i cattolici vengono a stretto contatto con i protestanti. Ne abbiamo parlato più volte: il protestantesimo non ha la religiosità tutta esteriore, basata sulla pomposità dei riti del cattolicesimo, né la sua complessa ed efficiente organizzazione gerarchica che ne fa una potente macchina di potere, ciò non togli però che vi si trovino un’ossessione biblica, un fondamentalismo che ben difficilmente si trovano nel mondo cattolico, ed è ben difficile o impossibile decidere quale delle due varianti del cristianesimo sia la più deleteria.
 Ciò non toglie però che le obiezioni dei protestanti contro il cattolicesimo con cui Jansen doveva confrontarsi, fossero perfettamente fondate; egli cercò allora di dare vita a una religione più autentica, basata maggiormente sull’interiorità e il sentimento e adottando un maggior rigore morale. Si aspettò la morte del suo fondatore per dichiarare il giansenismo formalmente eretico, ma fin da subito esso dovette subire gli attacchi dei gesuiti, nonostante che in sua difesa si schierasse un intellettuale del calibro di Blaise Pascal con le Lettere provinciali. Evidentemente, la religiosità che il cattolicesimo riconosce come propria non è, non può essere quella di Cornelius Jansen, ma quella che Moliere ha così efficacemente ritratto nel Tartufo.
 Peggio ancora, Manzoni era sempre, oltre che un sospetto giansenista, parte del movimento risorgimentale. C’è un passo tagliato della tragedia Adelchi in cui egli esorta il papa a rinunciare alla sovranità temporale per il bene dell’unità italiana, un passo che sorprende per la sua ingenuità: Manzoni non aveva capito fino in fondo quel che invece era chiarissimo a Machiavelli, che il cattolicesimo è soprattutto potere.
I promessi sposi  è un romanzo che ha molti motivi per spiacere alle autorità ecclesiastiche: un personaggio di primo piano è don Abbondio, un ecclesiastico che vi fa una figura miseranda, colto in tutta la sua miseria e meschinità di umo pavido e debole, ma soprattutto con il personaggio della monaca di Monza tratta un problema che per la Chiesa è estremamente spinoso, quello delle monacature e delle “vocazioni” forzate, dell’enorme quantità di vite rovinate dall’istituzione ecclesiastica nel corso dei secoli. Notiamo che da quando i cambiamenti della società hanno permesso di non dover più avviare i figli cadetti al sacerdozio o al monachesimo per mantenere intatto il patrimonio familiare, “le vocazioni” sono vertiginosamente crollate.
 Una delle ragioni per le quali I promessi sposi è stato messo, ed è tuttora, all’Indice (che – ricordiamolo – esiste ancora oggi, anche se non più nella forma dei libri “proibiti” ma semplicemente “sconsigliati”), è probabilmente anche il fatto che esso sia stato scelto dallo stato italiano unitario e promosso a libro di testo non tanto per i suoi meriti letterari ma come modello “standard” di lingua italiana. In altre parole, la Chiesa cattolica ha continuato a lungo a vivere come un’usurpazione il fatto che gli Italiani con il risorgimento si fossero ripresi ciò che era loro, ciò che era stato loro sottratto per secoli e i “successori di Pietro” avevano avuto una parte determinante nel defraudarli.
In ogni caso, Alessandro Manzoni è forse l’esempio più lampante del fatto che un intellettuale cattolico, se è davvero una persona intelligente e in buona fede, consciamente o inconsciamente, non può vivere il cristianesimo e soprattutto il cattolicesimo altro che come una soffocante camicia di forza mentale.
 In questo contesto è impossibile non fare riferimento a John R. R. Tolkien; l’autore inglese è forse l’esempio più evidente del totale contrasto fra le dichiarazioni ostentate di cristianesimo e di cattoliticità e la mentalità profonda che emerge dall’analisi della sua opera, che è di tutt’altro segno e dove una componente pagana emerge con tutta chiarezza, ma all’autore del Signore degli anelli ho dedicato un’ampia analisi nello scritto Miti e simboli del paganesimo e del cristianesimo al quale vi rimando, tuttavia qui sarà il caso di riportare almeno una breve sintesi. 
Tolkien apparteneva alla minoranza cattolica inglese, che è una minoranza estremamente ristretta. Quando avviene di appartenere a un gruppo di questo tipo, ci spiegano i sociologi, più esso è minoritario, più è forte il senso di appartenenza ad esso dei suoi componenti, ed è una sorta di status ascritto che ha poco a che vedere con la visione del mondo che una persona si forma attraverso le esperienze nel corso della sua esistenza. Per questo motivo, non dovremmo stupirci troppo del fatto che le dichiarazioni di cristianesimo di Tolkien siano continuamente contraddette dalla Weltanschauung che emerge dalla sua opera letteraria; da essa se ne può desumere innanzi tutto una morale che non è certo quella cristiana, che non impone davvero di porgere l’altra guancia ai nemici, ma di fronteggiarli con le armi in pugno.
 Non certo cristiana ma pagana e specificamente celtica è la concezione della regalità sacrale incarnata nel  Signore degli anelli dalla figura di Aragorn. Il cristianesimo per sua natura non ammette altro potere non dico sacrale, ma nemmeno autonomo nella sfera civile che non dipenda dall’investitura da parte della Chiesa, e tutti sappiamo come questa pretesa durante l’età medievale abbia creato un conflitto permanente, una sorta di grande guerra civile europea a bassa intensità fra guelfi e ghibellini.
 Il cristianesimo e la Chiesa cattolica pretendono di essere “nel mondo, ma non del mondo”. Se questa pretesa non fosse altro che una vanteria priva di fondamento, se davvero l’ideale avesse un peso maggiore dei calcoli politici, noi ci aspetteremmo che la Chiesa cattolica facesse quadrato attorno a qualcuno, soprattutto se “dei suoi”, che viene attaccato per la colpa di cercare onestamente la verità e tentare di farla conoscere…infatti!        
Infatti il giornalista Maurizio Blondet allora collaboratore dell’ “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana che all’indomani dell’attentato dell’11 settembre 2001 fece uno splendido lavoro investigativo sull’attentato delle Twin Towers mettendo in evidenza tutte le contraddizioni e i punti oscuri della versione ufficiale dei fatti, che rendono  estremamente improbabile che essa sia la verità, e danno invece ben più credibilità all’ipotesi che l’attentato sia stato organizzato dagli stessi servizi segreti americani per provocare un’ondata emotiva di utile sdegno patriottico, e condensò i risultati della sua ricerca nel libro Auto-attentato in USA, ebbe come premio per il lavoro fatto, il licenziamento, la perdita dell’impiego.
 Per un cattolico, essere troppo sincero è pericoloso, ma è probabile che già prima di allora Maurizio Blondet fosse un cattolico alquanto atipico. Nel libro pubblicato nel 2000 Gli “adelphi” della dissoluzione, Blondet riporta un’intervista che ebbe modo di fare al filosofo Massimo Cacciari nella quale  l’accusa al cristianesimo di essere la causa remota della dissoluzione dell’ethos tradizionale della cultura europea, di avere la responsabilità diretta di tutti i fenomeni patologici della modernità, è riportata con una chiarezza solare che ci aspetteremmo da un Nietzsche o da un Evola, non certo da esponenti dell’intellettualità cattolica. Mi sono richiamato tante volte a questo brano, che a mio parere è fondamentale per capire la crisi di valori dell’epoca che stiamo vivendo, che adesso ho quasi pudore a riportarlo per l’ennesima volta:
“ Il Cristianesimo è stato dirompente rispetto ad ogni ethos” (…). Il  Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (…). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell’Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L’ethos antico era una religione civile (…). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l’uomo (…). La secolarizzazione totale che viviamo [è] figlia della sovversione originaria operata dal Cristianesimo”.
Nel corso dell’intervista, Blondet non esprime alcun moto di dissenso o di perplessità circa queste asserzioni, anzi, sembra condividerle pienamente, come si desume anche dal fatto che le ha riportate nel suo libro; il che, lo si ammetterà, per un cattolico intransigente, collaboratore di un giornale portavoce della CEI, è perlomeno strano.
Essendo, da quel che i suoi scritti lasciano intendere, un uomo di grande acume e profonda onestà intellettuale, Maurizio Blondet ha dimostrato più di altri di vivere il cristianesimo come una vera e propria camicia di forza intellettuale, con la consapevolezza che il conflitto fra la fede che si crede di dover professare e ciò che dicono la ragione e la sensibilità morale, può raggiungere livelli laceranti.
In uno scritto che mi dispiace di dover citare a memoria, del 2010, apparso sul suo sito “Effedieffe”, Blondet esprimeva delle profonde perplessità circa l’Antico Testamento, soprattutto là dove un Dio ben lontano dal mostrarsi “padre di tutte le genti” appare l’istigatore del più feroce sciovinismo etnico ebraico e, più che giustificare o invitare, ordina al “popolo eletto” la guerra, la violenza, lo sterminio delle altre popolazioni, la dimostrazione di un livello etico estremamente basso, preistorico, che lo stesso Blondet definisce “Un residuo dell’Età del Ferro”.
Considerazioni validissime e penetranti, alle quali si potrebbe aggiungere solo che occorre davvero chiedersi quanta cecità, quanta incapacità di vedere quello che si ha sotto gli occhi, ci voglia per ritenere “ispirato da Dio” un libro che propaganda ed esalta simili mostruosità.
 A dire il vero, però, io ho l’impressione che sia proprio questo aspetto violento e preistorico della bibbia a spiegare la persistente fascinazione che essa continua ad avere negli Stati Uniti: gli yankee sono “un popolo” (un’accozzaglia multietnica) che mentre ha conosciuto un imponente sviluppo tecnologico, mentalmente e culturalmente, dal livello della cultura  europea da cui la maggior parte di loro proviene (o proveniva in passato, perché oggi i bianchi di origine europea stanno diventando una minoranza negli States), è regredito a una condizione da trogloditi.
Tuttavia lo scritto di Blondet che evidenzia forse meglio il distacco dell’autore dal giudeo-cristianesimo, dalla mentalità abramitica (che a me pare indiscutibile, sebbene lui stesso si ostini a non riconoscerlo), è probabilmente un altro, uno scritto del 2007 che egli presenta come una semiseria “divagazione domenicale”, proprio perché invece è una tematica di una serietà scottante.
L’articolo del 18.12.2007 parte prendendo spunto da un reportage sull’Iran del giornalista Bernard Guetta cui l’autore affianca la sua personale conoscenza di donne iraniane, che:
«hanno un’aria meno islamica possibile e persino i veli, leggerissimi e sciolti, sembrano portati più che altro per sedurre. … Chiunque sia stato in Iran conosce quelle seduzioni, quegli sguardi, quei veli civettuoli e così contrari a quelli che si vedono in Arabia, o anche sulle marocchine integraliste di Milano.
(…).
Ma colpiscono i lineamenti di quelle avvenenze iraniane: sono indubitabilmente, palesemente indo-europei. In altri tempi, si sarebbe detto di razza ariana, come infatti sono i persiani (…).
basta percorrere le strade e le case dell’India, l’eleganza delle figlie e delle mogli dei maharaja, la pelle bianca, la sinuosa figura e l’alta statura e talora gli occhi neroblù, per sentirsi fra «gente nostra»… è la sensazione che ebbero i greci delle falangi di Alessandro nell’Afghanistan allora buddhista – ancor oggi, certi poliziotti pashtun hanno profili barbuti da Pericle e da bronzi di Riace, cui manca solo l’elmo ellenico – e appena si affacciarono in India.
La lingua in qualche modo somigliava, si stupirono gli jonici.
Ma ancor più della lingua, doveva colpire qualcosa di essenziale: un certo rilievo orgoglioso del corpo, del corpo umano. Questo è forse, profondamente, ciò che fa di un arya un arya: l’eloquenza del corpo.
In India, la comunione si rivela nell’arte del Gandhara. La scultura alla greca fu subito, con intima simpatia, adottata in India. Ci restano quei Buddha giovinetti, dal corpo appena velato da panneggi di mussola trasparente, evocazione di atleti greci dalla grazia adolescente, amorosamente scolpiti da Skopas e da Fidia. Le giovinette nel fiore della pubertà, le korai ben panneggiate, mai nude, ma dal piccolo seno rilevato e rivelato dell’arte arcaica ellenica (…).
Anche oggi il sari indiano copre le gambe, ma rileva il seno, e mostra nude le braccia – le bianche braccia – e la curva del ventre. E il bramino giovane e casto va col il petto nudo senza imbarazzo, come un giovane ateniese del tempo di Fidia. Lieve, l’orgoglio ariano del corpo – regale e divino, atletico e adolescente – resta nell’induismo più puritano.
L’Islam ha coperto tutti i corpi, anche quelli ariani, anche quelli africani.
Dico la verità (e gli amici musulmani mi perdonino questa piccola malignità), fanno benissimo a coprire le loro donne, caviglie e volto, in informi abiti che non rivelano nulla. Le donne arabe e beduine, semite, ci guadagnano a non mostrarsi. Ma le donne iraniane ci guadagnano eroticamente a mostrarsi, e lo sanno benissimo: indomabile, l’orgoglio ariano del corpo vince le velature musulmane, la fa leggere e trasparenti, seduttive. Stiamo parlando della Persia, la più antica delle culture ariane (…).
Non a caso l’Islam vieta la raffigurazione del corpo umano, ne teme l’eros implicito, l’ombra di «divinità» immanente che rivela quando è perfetto”.
Il corpo come divinità immanente, come esteriorizzazione dell’anima, come rivelazione dell’innata, istintiva superiorità dell’uomo indoeuropeo, l’esistenza delle diverse “razze dell’anima”, precisamente quel che c’è bisogno di comprendere per confutare definitivamente l’universalismo giudeo-cristiano e islamico, e tutti i deleteri miti egualitari, democratici e marxisti che dal cristianesimo sono derivati.
Ne abbiano raggiunto la piena consapevolezza o meno, l’esame del pensiero di questi autori “cristiani”: Dante, Manzoni, Tolkien, tre scrittori, con tutte le differenze del caso, fra i più eminenti della letteratura mondiale, a cui ci sentiamo di accostare anche il nostro Blondet, dimostra con chiarezza una cosa, che i miti cristiani sono idoli vuoti e, come insegnava il grande Friedrich Nietzsche, basta percuoterli col martello di un intelletto vivace per avvertire il suono falso che ne emana.
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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 20 Aprile 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Riccardo

    Ottimo, come sempre, questo articolo del prof. Calabrese. Interessanti le considerazioni su Dante e su Manzoni … e davvero singolari quelle “razziali” vergate dal cattolico “sui generis” Blondet 🙂

  2. Anonymous

    Devo inserire una rettifica e scusarmi. Il titolo del libro di Giancarlo Tranfo menzionato nell’articolo non è “La corona di spine” ma “La croce di spine”.
    Fabio Calabrese

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