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Pitagorismo, platonismo, cristianesimo

Di Fabio Calabrese

Io leggo sempre i commenti ai miei articoli pubblicati in internet anche se talvolta mi capita di non avere il tempo di rispondere, specialmente quando succede che poche righe di commento richiederebbero una risposta di pagine e pagine, quando un lettore solleva questioni di cui gli sfugge la complessità.
In questo articolo vedrò precisamente di dare una risposta a una questione di questo genere sollevata da un lettore, ma prima vorrei dare alcune risposte che richiedono uno sforzo minore.
Commentando il mio articolo 27 gennaio giorno della memoria, e allora ricordiamoci tutto, Diarmuid Mac Eriu scrive: “E tutti i pagani sterminati dalla Santa Inquisizione”?

Caro Diarmuid, stia tranquillo: l’articolo aveva per oggetto i crimini compiuti durante la seconda guerra mondiale, e non era il caso di risalire troppo indietro nel tempo, ma i delitti del cristianesimo sono segnati, non ce ne scordiamo neppure uno, dal martirio di Ipazia a quello di Giordano Bruno. Voi lo sapete chi ha inventato i campi di concentramento, quale è il primo campo di concentramento della storia? Quello di Skytopolis in Asia Minore, realizzato dai cristiani per deportare e sterminare i pagani, dopo il tradimento di Costantino. Ma verrà il giorno della giusta nemesi, e sbatteremo in faccia ai seguaci di questa pseudo-religione falsa e ipocrita tutte le sue atrocità.
In un commento che non riesco più a trovare (coloro che li fanno hanno sempre la possibilità di rimuoverli dal sito), un lettore mi chiedeva “perché farci del male” citando Piergiorgio Oddifreddi, il matematico autore di Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici, e un commento dello stesso genere me lo sono trovato a una mia analoga citazione in un articolo apparso sul sito del Centro Studi La Runa; allora penso sia meglio chiarire la questione una volta per tutte: nel pensiero di ogni autore sono riconoscibili una pars destruens in cui questi demolisce opinioni che non condivide, e una pars construens, quella propriamente propositiva. Condividere la prima, non significa accettare di necessità anche la seconda.
Oddifreddi ha sviluppato una critica al cristianesimo che ci torna utilissima, e questo vale in particolare per la parte che citavo nel mio articolo, ossia i costi esorbitanti che hanno per noi Italiani, che lo vogliamo o no, che siamo credenti oppure no nella dottrina del Discorso della Montagna, il Vaticano e la Chiesa cattolica. Prendere atto di ciò, non significa di necessità accettare anche l’impostazione laicista, libero-pensatrice, massonica e chi più ne ha più ne metta, dello stesso Oddifreddi. Anzi, come ho detto più volte, a differenza di noi, il cosiddetto “libero pensiero” non potrà mai spingere fino in fondo il coltello nella piaga, perché i suoi esponenti sanno benissimo di non avere nulla da offrire in cambio della “fede”, tranne la visione di un mondo totalmente materiale al termine del cui soggiorno in esso non ci sarebbe altro che la completa cessazione dall’esistenza.
Vittorio Fincati, commentando il mio articolo Settari e cristiani scrive:
“Non capisco tutto questo esaltare il Pitagorismo, che nell’antico mondo pagano fu un fattore di corruzione dell’ordine tradizionale. In quasi tutte le città greche il Pitagorismo fu aspramente combattuto, quasi fosse un Cristianesimo ante-literam. Evola aveva visto giusto nel criticarlo, anche se per Pitagorismo, vorrei precisarlo, si dovrebbe intendere solo il neo-pitagorismo, antico e moderno, perché di quello delle origini non si sa quasi nulla. Comunque Pitagora sentì il bisogno di andare in Oriente, pensando che l’antica Ellade non avesse nulla da dargli… Oggi il pitagorismo o neopitagorismo è solo un contenitore per argomenti che fanno a pugni con la vera tradizione ellenica e romana”.
 Onestamente, ho faticato a capire il senso di questo commento per un motivo molto semplice: nel mio articolo del pitagorismo non parlavo per nulla; come chiunque può constatare leggendolo, non c’è il più piccolo cenno né a favore né contro.
Probabilmente, il signor Fincati ha equivocato per il fatto che nel testo parlavo del platonismo, che è tutt’altra cosa. Nel testo avevo scritto che negli ultimi secoli dell’impero romano di erano diffusi culti disgregatori della romanità importati dall’oriente fra cui il cristianesimo, il peggiore di tutti, “ma anche ripensamenti della tradizione fin allora accettata che sarebbero potuti essere il punto di partenza di una ricostruzione, neoplatonismo in primis”.
Ciò che avevo in mente era il tentativo di rinascita basato sul neoplatonismo che fu portato avanti dall’imperatore Giuliano. Purtroppo, l’improvvisa e prematura morte in battaglia dell’ultimo imperatore romano degno di questo nome, pose fine a questo tentativo di rinascita che avrebbe potuto salvare l’impero romano e dirigere la storia dell’Europa su binari del tutto diversi.
Benché io non sia un esperto dell’argomento, le riserve espresse da Fincati sul pitagorismo non mi sembrano ingiustificate. Che pitagorismo e orfismo siano collegati, che dall’orfismo Pitagora abbia copiato l’impostazione esoterica della sua scuola, nonché l’alone sacrale che avvolgeva i suoi insegnamenti, è cosa abbastanza nota. Delle religioni misteriche in realtà non sappiamo molto proprio per il loro carattere di dottrine misteriche che perlopiù venivano trasmesse in segreto.
Anni fa, mi presi un rimbrotto piuttosto aspro da qualcuno del nostro ambiente per aver riportato in un mio articolo la teoria secondo la quale le religioni misteriche sarebbero state una sopravvivenza dei culti pelasgi pre-indoeuropei tollerata e poi addirittura protetta dalla legge ufficiale perché dava uno sfogo socialmente innocuo e una speranza ultraterrena ai risentimenti di quella parte della popolazione costretta in una posizione umile e servile, esattamente come avverrà più tardi con il cristianesimo.
Eppure, l’orfismo era una religione orgiastica ed estatica, basata su una sorta di possessione, il furor delle menadi (i suoi adepti erano prevalentemente donne); se dovessimo paragonarlo a qualcosa di moderno, l’accostamento che si presenta spontaneo è con il candomblé brasiliano; sicuramente non è nulla di indoeuropeo. Possiamo anche osservare con una certa ironia che il mito di Orfeo che, sbranato dalle menadi secondo la leggenda e che diventa poi il dio che offre spontaneamente le sue carni per la redenzione dei fedeli, introduce il tema del cannibalismo rituale che è stato poi allegramente copiato dai cristiani con l’invenzione dell’eucaristia. E’ probabile che il racconto dell’Ultima Cena sia apocrifo come lo è il 999 per mille di ciò che è contenuto nei vangeli.
Che simili contaminazioni rendano almeno sospetto il pitagorismo, è il minimo che si possa dire, anche se all’estasi iniziatica Pitagora sostituì l’esercizio della ragione addestrata alla contemplazione degli enti matematici.
Non parliamo poi del fatto che in tempi moderni alcuni pretesi esoteristi si sono appropriati del pitagorismo in un certo modo: l’idea dell’indagine del mondo come calcolo e misura è entrata nell’armamentario massonico simboleggiata dalla squadra e dal compasso, ma di questo almeno, Pitagora non aveva alcuna colpa.
La derivazione del platonismo dal pitagorismo è un argomento complesso: Platone, quanto meno, non era semplicemente il discepolo di Socrate, ma un uomo che aveva una conoscenza profonda di tutto il pensiero che l’aveva preceduto, e che quindi l’aveva in qualche modo influenzato, ma perlomeno la distanza rispetto a concezioni ambigue come quella orfica era significativamente maggiore. Si è spesso discusso se (e affermato che) la famosa frase fatta incidere da Platone sul frontone dell’Accademia “Non entri chi non è matematico” testimonia l’influenza di Pitagora su Platone, ma le cose non stanno così. In greco antico “mathema” significa genericamente “dottrina”, quindi si dovrebbe tradurre: “Non entri chi non è iniziato”. La connessione di questa parola con la scienza dei numeri deriva invece dal pitagorismo, ma all’epoca di Platone non era ancora generalmente accettata.
  Che l’Accademia platonica fosse, come la scuola pitagorica, portatrice di un insegnamento che poteva essere divulgato all’esterno e di una dottrina riservata ai soli iniziati, ritenendo che determinate conoscenze non potessero essere trasmesse che attraverso il contatto diretto da maestro ad allievo mediante anni di vita in comune e di condivisione delle esperienze, questa è una caratteristica di tutte le scuole filosofiche antiche e che trova precisi paralleli nelle scuole vediche dell’India e nelle scuole druidiche del mondo celtico, riflettendo forse una concezione di fondo tipicamente indoeuropea.
Tuttavia, a confondere le idee c’è anche il fatto che i cristiani hanno pescato nel platonismo a piene mani e – oserei dire – senza ritegno.
Avete presente le quattro virtù cardinali del catechismo cattolico: sapienza, giustizia, fortezza temperanza? E’ una scopiazzatura platonica, sono le virtù delle tre classi previste dalla Repubblica (sapienza = filosofi, fortezza = guerrieri, custodi, temperanza = lavoratori), più la giustizia che deve essere comune a tutte e tre; ma le scopiazzature da Platone non si limitano a questo. Platonica è la dottrina dell’immortalità dell’anima, di cui non si trova il minimo riscontro nella bibbia. Gli antichi Ebrei e i primi cristiani non credevano nell’immortalità dell’anima ma nella resurrezione, in pratica che Dio li avrebbe riportati in vita alla fine dei tempi, li avrebbe giudicati e assegnato a ciascuno il suo destino di salvezza o di dannazione.
 La sovrapposizione delle due dottrine ha creato una situazione alquanto curiosa: se immediatamente dopo la morte si va incontro al destino ultraterreno, a cosa serve il giudizio finale? Non diventa una sorta di inutile doppione? Evidentemente la coerenza non era il forte dei padri della Chiesa, ma non è strano che nessuno o assai pochi in due millenni abbiano notato che c’è qualcosa che non va in quel che la Chiesa ci insegna (predica!) avvenga nel post mortem?
La teoria cristiano-medievale delle tre funzioni che sanciva la società per ordini feudale (clero, nobiltà e terzo stato) ha una somiglianza superficiale con la concezione espressa da Platone nella Repubblica, ma questa somiglianza è solo apparente. Può il pensiero politico della Chiesa medievale essersi ispirato al platonismo? (a quel poco di Platone che si conosceva attraverso Cicerone e sant’Agostino, poiché l’Occidente europeo ignorava il greco); se si può rispondere in modo affermativo, bisogna aggiungere, “a patto di fraintenderlo completamente”.
La seconda e la terza classe platonica, i guerrieri e i lavoratori, potrebbero trovare grosso modo una corrispondenza nei bellatores e nei laboratores della teoria delle tre funzioni medievale, ma gli orantes, il clero, non c’entrano proprio nulla con i filosofi platonici. Il culto di una divinità trascendente come scopo principale di una vita volta all’aldilà, non l’interesse per la comunità, la fede (con quel di irrazionale che questo termine contiene e che Platone avrebbe sicuramente disapprovato), non la conoscenza in vista del bene della polis.
Oh certo, nell’Età di Mezzo, almeno fino all’età comunale e all’avvento di un nuovo ceto borghese e mercantile, il clero è stato la classe colta, anzi la classe alfabeta, e ha tratto notevoli vantaggi da ciò, perché signori feudali, sovrani e imperatori dipendevano da essa che, avendo il monopolio dell’alfabetismo, era indispensabile nell’amministrazione degli stati e dei feudi, e molto spesso i vescovi diventarono signori feudali, accumulando una ricchezza scandalosa in un’epoca di generale pauperismo, ma cos’era questa cultura: sostanzialmente la conoscenza delle “Scritture” e i residui mal compresi della cultura classica.
Perché la Chiesa ha continuato a usare il latino secoli e secoli dopo che questo aveva cessato di essere una lingua parlata? Per ammirazione verso il mondo romano? Andiamo! Non esistono valori più antitetici di quelli romani e quelli cristiani, e il cristianesimo ha soffocato la romanità. L’alfabeto latino, quello che noi usiamo ancora oggi, è composto di una ventina di segnetti, è enormemente più semplice dei geroglifici egizi o degli ideogrammi cinesi, un “non addetto ai lavori” avrebbe potuto con relativa facilità imparare o intuire il valore fonetico di ciascuno di essi e impadronirsene; scrivere in una lingua diversa da quella parlata era una “saggia precauzione” per mantenere il monopolio ecclesiastico dell’alfabeto.
Ma soprattutto, quello che ci fa comprendere l’abisso che separa la concezione platonica da quella cristiano-medievale delle “tre funzioni” è il fatto che in quest’ultima manca completamente il senso della giustizia come l’intendeva Platone, ossia l’uomo giusto al posto giusto per il bene della comunità. Null’altro che il caso di nascita determina l’appartenenza alla classe aristocratica dei bellatores o a quella plebea dei laboratores; agli orantes, al clero si può accedere su base volontaria, ma pagando ciò con la rinuncia ad avere discendenza legittima, senza contare che fra gli ecclesiastici si ripropone la distinzione fra “alto” clero di estrazione aristocratica e “basso” clero di origine plebea, sempre a prescindere da capacità e meriti ma in ragione esclusiva del caso di nascita, siamo insomma agli antipodi dell’idea platonica di giustizia.
Per comprender come realmente stiano le cose, è necessario in primo luogo capire chi siano i filosofi nel pensiero platonico e cosa significhi davvero filosofia per Platone. Tradizionalmente, si divide la fase “sapienziale” da quella “filosofica”del pensiero greco con un periodo intermedio rappresentato dai presocratici, i pensatori anteriori a Socrate che in qualche modo non sarebbero stati ancora dei filosofi nel senso più stretto del termine, tuttavia Giorgio Colli, il nostro maggiore studioso del pensiero greco, faceva notare che la parola “filosofia” che significa “amore per la sapienza” fu usata per la prima volta da Platone, ma in Platone essa ha ancora il significato di una sapienza perduta da ritrovare, mentre l’idea “moderna” della filosofia come un sapere mai prima posseduto da inventare ex novo, nasce solo con Aristotele (1). E’ solo a questo punto che nasce l’accezione “moderna” di filosofia, nella quale, come faceva notare Cicerone, riceve maggiore considerazione una stravaganza inventata ex novo che ripetere una verità già detta da altri. La vera “linea di faglia” non passa fra Socrate e il pensiero precedente, ma fra Platone da una parte, Aristotele e i pensatori posteriori dall’altra.
Ora, si osservino bene i rapporti temporali: con Socrate, maestro di Platone siamo già a dopo la guerra del Peloponneso che è considerata l’evento che pone fine alla civiltà ellenica classica, e con Aristotele che fu il precettore di Alessandro Magno, siamo già nell’ellenismo.
In pratica, non considerando la fase sapienziale ma unicamente quella filosofica del pensiero greco, e riducendo tutto quanto sta prima di Socrate nella categoria dei precursori sui quali non è il caso di soffermarsi troppo, con una specie di gioco di prestidigitazione, è proprio il pensiero della grecità classica che è stato fatto scomparire dalla nostra vista.
Tra la sapienza ellenica e la “filosofia” ellenistica corre, potremmo dire, la stessa distanza che c’è fra Leonida che si immola alle Termopili con i suoi trecento spartiati per sbarrare la strada ai Persiani, ed Aristotele che si pone al servizio di Filippo II di Macedonia, il re straniero che minaccia l’indipendenza delle città greche.
L’aspetto più interessante e forse più rilevante della sapienza greca è il suo contenuto etico, che è bene illustrato da un episodio riguardante Solone, forse il più noto dei Sette Savi della tradizione ellenica. Solone fu invitato alla corte di Creso, il re di Lidia il cui stesso nome è diventato sinonimo di ricchezza. Dopo avergli mostrato i suoi tesori, Creso chiese al saggio greco se riteneva che egli fosse un uomo felice. Solone rispose negativamente, ed allora Creso gli domandò:
“Chi conosci tu più felice di me?”
Solone rispose citando un qualsiasi cittadino ateniese che aveva onorevolmente servito la sua città in guerra, era onesto e stimato dai suoi concittadini, aveva una moglie fedele e dei figli devoti.
Anni più tardi, Creso mosse guerra a Ciro, il re dei Persiani e fu pesantemente sconfitto e catturato. Mentre stava per essere messo a morte, invocò ripetutamente il nome di Solone, avendo finalmente compreso l’insegnamento del saggio greco. Incuriosito da quell’invocazione, Ciro chiese a Creso di che si trattasse, e questi gli narrò dell’incontro avvenuto anni prima con il sapiente greco. Allora il re dei Persiani graziò Creso e lo perdonò, pago di poter godere almeno del riflesso della saggezza di Solone.
Vivere secondo virtù è per la Sapienza greca l’unico modo per essere felici, una virtù concepita allo stesso modo della virtus romana come conformità alla propria natura, e l’uomo non è separabile dal cittadino, né la virtù dall’esercizio dei doveri civici. Tale separazione, ci spiegherà più tardi J. J. Rousseau, avviene con il cristianesimo ed è caratteristica di esso.
La filosofia presocratica, come abbiamo visto, è il prolungamento della sapienza greca (ma forse dovremmo parlare di filosofia pre-aristotelica, visto che la rottura avviene con Aristotele, ed ancora Platone conserva un valore, uno spessore ed un significato che dopo di lui non si riscontrano più).
Democrito sottolinea il valore della libertà per l’uomo:
“Preferisco vivere libero e povero in una democrazia, piuttosto che essere uno schiavo ricoperto d’oro sotto una tirannide”.
Sotto una tirannide, infatti, non si può nemmeno dire di essere ricchi ma solo degli schiavi coperti d’oro, poiché il tiranno può toglierti in qualsiasi momento quel che ritieni tuo.
Naturalmente, fosse vissuto nella nostra epoca, avesse conosciuto le nostre democrazie piene di limitazioni alla libertà di pensiero, nelle quali esiste il reato d’opinione, Democrito si sarebbe reso conto che “democrazia” può ben essere il nome di una tirannide ipocritamente mascherata.
La sapienza greca o la filosofia presocratica (la seconda è il prolungamento della prima) sono ben consce della tragicità dell’esistenza. L’uomo ellenico è un uomo adulto, da solo di fronte alla tragicità dell’esistenza e all’ineluttabilità del destino, ma capace di affrontarlo con orgoglio come di vivere con passionalità fino all’ebbrezza (in maniera meno composta del romano) le gioie della vita, a differenza del giudeo-cristiano che è una personalità psicologicamente infantile, totalmente dipendente dal suo Dio-padre-padrone.
“Da dove i viventi hanno origine”, spiega un memorabile frammento di Anassimandro, “là essi necessariamente ritornano. Essi pagano l’uno all’altro il fio dell’ingiustizia commessa vivendo”.
L’esistenza è una catena ciclica cui i viventi, ossia tutti noi, siamo connessi, destinati a tornare là da dove siamo venuti nell’eterno ripetersi di nascite e morti. Vivere significa commettere ingiustizia, causare e ricevere dolore, un’ingiustizia di cui tutti noi salderemo immancabilmente il conto con il nostro trapasso.
Analizzando i concetti espressi, vi troviamo una grande complessità: la vita, l’esistenza, prima di tutto è ciclica; inevitabilmente, prima o poi, ogni cosa deve ritornare a quel nulla, a quel non essere originario dal quale è emersa.
Io direi che qui sono avvertibili anche le somiglianze con il pensiero indiano e buddista: la vita come violenza ed il desiderio, l’istinto vitale come causa di sofferenza, che a sua volta costituisce un karma che andrà espiato, e ci dà l’impressione di essere molto vicini ad un originario fondo di pensiero indoeuropeo per ignorare il quale storici della filosofia ed orientalisti hanno dovuto spingere al massimo la settorialità delle rispettive discipline.
Questa somiglianza diventa ancor più evidente se consideriamo altri aspetti della filosofia presocratica, ad esempio Anassimene, successore di Anassimandro alla guida della scuola ionia: la sua concezione dell’aria come “arché”, come principio primordiale da cui tutte le cose derivano, è – alla lettera – identica alla concezione indiana del “prana”.
Eraclito ha scritto che “Omero ed Esiodo che supplicavano gli dei di dare pace al mondo, non erano consapevoli di pregare per la sua morte”, poiché l’essenza stessa della vita è il conflitto. “La guerra è madre e regina di tutte le cose”.
È una visione che potremmo definire un nichilismo aristocratico, capace di osservare con occhio lucido tutta la tragicità e la precarietà della condizione umana senza cercare scappatoie soprannaturali, è una visione che presuppone un’umanità sana che riesce ad apprezzare gli aspetti positivi dell’esistenza pur essendo conscia della loro caducità, laddove il cristianesimo vuole l’uomo malato per poterlo “redimere”.
Il tratto forse più caratteristico del pensiero platonico è lo stretto collegamento fra etica e politica, la ricerca del bene che non può che avvenire contemporaneamente a livello individuale e sociale, perché lo stato non è altro che l’uomo proiettato in grande, e le suddivisioni sociali riproducono quelle dell’animo umano, ma qui Platone non fa altro che esprimere forse con la maggiore consapevolezza una concezione che era tipica dell’antichità precristiana, non solo greca.
Come ha scritto lo storico della filosofia Domenico Massaro:
“La riflessione di Platone trova nella politica la sua giustificazione più profonda. Il punto di partenza della ricerca platonica, infatti, è proprio il desiderio di elaborare una riflessione in grado di orientare la società verso il bene. Platone attraverso la filosofia intende fornire una rinnovata visione dell’essere e dell’uomo capace di sostenere un progetto politico radicalmente nuovo (…).
Al termine del loro processo formativo, i filosofi hanno l’obbligo di impegnarsi nella vita civile per infondervi la perfezione e l’ordine contemplati nel mondo ideale, si tratta di un cammino impegnativo e difficile” (2).
Il senso di questo impegno, l’alto livello di etica civile, Platone l’esprime bene in un celebre passo del Critone:
“Più della madre e e più del padre e più degli altri progenitori presi tutti insieme è da onorare la patria, ella è più di costoro venerabile e santa, e in più augusto luogo collocata da dei e da uomini di senno. La patria si deve rispettare e più del padre si deve obbedire e adorare, anche nelle sue collere; o si deve persuaderla o si ha da fare ciò che ella ordina di fare, e soffrire, se ella ci ordina di soffrire, con cuore silenzioso e tranquillo” (3).
Platone ha un senso altissimo dell’eticità civica, esprime forse la consapevolezza più profonda che solo nella  civitas l’uomo è veramente tale, ma in ciò non ha fatto altro, probabilmente, che esprimere con la massima intensità una consapevolezza propria dell’età antica.
 Io mi scuso dell’insistenza, ma si tratta davvero di una pagina fondamentale, con cui mi richiamo all’intervista concessa dal filosofo Massimo Cacciari al giornalista Maurizio Blondet e da questi riportata nel libro Gli “adelphi” della dissoluzione, e che ho già citato più volte, ma credo che raramente abbiamo avuto modo di vedere con maggiore chiarezza in cosa consistesse la visione etica degli antichi:
“ Ethos, o per i latini Mos, non è affatto ciò che noi oggi intendiamo per “etico” o “morale”. Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la “dimora”, l’abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno “etico” per sua scelta o volontà. Egli apparteneva a un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere (…).
Ogni società tradizionale ha, o meglio è, un ethos. Ogni società tradizionale, come un albero rovesciato, ha la sua radice nella legge divina, nel nomos. La legge della polis, dice Erodoto, è l’immagine di Dike [la dea della Giustizia]. Un ethos impone all’uomo valori che non è a scegliere, a decidere, ma a cui appartiene” (4).
La stessa opinione è asserita da uno storico, A. Passerin d’Entreves che ci spiega che:
“La contrapposizione, il dualismo del bene individuale e del bene dello Stato sono assolutamente estranei al pensiero greco: l’associazione politica rappresenta la piena attuazione del fine individuale, quindi la forma più alta della vita. E così come il pensiero greco non conobbe la distinzione tra vita politica e vita morale, non conobbe la distinzione tra Stato e Chiesa. Si potrebbe dire anzi, che la polis è, a un tempo, e Chiesa” (5).
Né, ci spiega un altro storico, G. Falco, le cose andavano in maniera sostanzialmente diversa per il mondo romano:
“La religione antica, di cui Roma è l’erede, vive ad una vita stessa con lo stato, da esso deriva, lo guida coi suoi misteriosi responsi, ne storna i pericoli, ne consacra i trionfi; essa non è una chiesa, ma una cittadinanza in comunione con le sue divinità che la prosperano e la proteggono ” (6).
Tutto ciò che il cristianesimo ha ripreso da Platone va considerato fraintendimento o scopiazzatura, perché il cristianesimo significa l’irruzione sulla scena del mondo antico di un punto di vista opposto e antitetico, che distrugge l’ethos antico e separa il destino dell’uomo da quello della sua civitas.
Di nuovo D’Entreves ci spiega:
“ Il cristianesimo segna la definitiva proiezione dell’ideale morale fuori e al di là della via politica, proiezione venuta preparandosi e compiendosi nella dissoluzione dell’ideale classico e nella rivendicazione nuovi valori disgiunti e talora antagonisti alla vita politica” (7).
E Falco aggiunge:
“Il cristianesimo dissociava, per così dire, il cittadino dal credente… trasferiva la religiosità dalla comunanza politica e dalle pubbliche sorti, alla coscienza e al destino individuale, l’interesse vitale dalla terra al cielo, dalle cure mondane alle speranze ed alle ultraterrene” (8).
Ma ancora una volta, più chiaro e senza peli sulla lingua è Cacciari:
“ Il Cristianesimo è stato dirompente rispetto ad ogni ethos” (…). Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (…). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell’Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L’ethos antico era una religione civile (…). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l’uomo (…). Uno stato doloroso: il Cristianesimo getta l’uomo nella libertà come un è gettato in [un] mare in tempesta” (9).
“ Libertà”, s’intende dai legami di stirpe, di civitas, di appartenenza, libertà specchietto per le allodole, libertà solo apparente, che serve a sostanziare un autoritarismo ferreo che più avanti culminerà nelle persecuzioni antipagane e poi nei roghi dei cosiddetti eretici e delle presunte streghe.
La parte più vitale, più importante dell’insegnamento di Platone è la sua dottrina etico-politica, il suo concetto di giustizia, un ideale che avrebbe molto da insegnarci e che a mio modesto avviso si può dire che a venticinque secoli di distanza, ancora non è stato compreso. Il fulcro attorno al quale ruota il pensiero politico platonico è la sua idea di giustizia. “Iustitia est suum cuique tribuere”, “Giustizia è dare a ciascuno il suo”, diceva Cicerone. Appena si passa dalla dimensione individuale a quella pubblica, “il suo” va inteso come la collocazione sociale corrispondente alle proprie attitudini, capacità e meriti. Giustizia che richiede una continua opera di vigilanza e selezione da parte dei filosofi e dei guardiani.
Non averne afferrato in due millenni e mezzo il reale significato, è una delle ragioni per cui ancora oggi sulla nostra scena politica si contrappongono una “destra” e una “sinistra” entrambe anacronistiche e basate su errori simmetrici; “a destra” la presunzione che questa corrispondenza sia assicurata dal caso di nascita (o, nella variante liberale, dalle leggi del mercato) o puramente e semplicemente la difesa del privilegio; “a sinistra” la pretesa dell’assoluta uguaglianza degli uomini e/o che le differenze siano solo il prodotto dell’ambiente/vantaggio sociale.
La Chiesa cattolica, ancorata a posizioni “di destra”, di conservazione e tutela dei propri privilegi fino al 1962, con il Concilio Vaticano II è passata “a sinistra”, non per schierarsi dalla parte dei poveri e dei deboli, ma nella convinzione fortunatamente rivelatasi errata, che sarebbe stato il comunismo a uscire vincitore dal lungo braccio di ferro della Guerra Fredda, non è avanzata verso la comprensione del reale nemmeno di un millimetro, ma ha solo cambiato un errore con un altro non meno grave.
 Io non vorrei dire che il pensiero di Platone conserva ancora una modernità, un’attualità, perché mi parrebbe di insultare il grande filosofo greco accostandolo a quella lunga serie di aberrazioni che conosciamo come modernità; direi piuttosto che il pensiero di Platone ha una validità che è atemporale.
Egli in ogni caso, contro tutte le influenze mediorientali, abramitiche, non-europee, cristianesimo per primo, rappresenta la metafisica autoctona dell’Europa.

Note
1.    Giorgio Colli: La sapienza greca, Adelphi 1990.
2.    Domenico Massaro: Il pensiero che conta, vol. 1, Paravia 2008, pag. 245-246.
3.    Platone: Critone in Opere, Laterza, Bari 1974.
4.    Maurizio Blondet: Gli “adelphi” della dissoluzione, Ares, Milano 2000.
5.    Alessandro Passerin D’Entreves: La filosofia politica medioevale, Giappichelli, Torino 1934.
6.    Giorgio Falco: La Santa Romana repubblica, Ricciardi, Napoli 1966.
7.    Alessandro Passerin D’Entreves: Op. cit.
8.    Giorgio Falco: Op. Cit.
9.    Maurizio Blondet: Op. cit
.

 .

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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 21 Febbraio 2012

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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