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Razzismo, libertà di opinione e (di nuovo) risorgimento

di Fabio Calabrese

Come tutti noi sappiamo, la vicenda di Gianluca Casseri (un uomo che, verosimilmente in un eccesso di follia, spara a due persone per strada e poi si suicida), che di per sé non sarebbe stata che un increscioso fatto di cronaca nera, uno dei tanti che l’imbarbarimento della vita quotidiana ci mette giornalmente sotto gli occhi, se non fosse per il fatto che la circostanza che l’omicida fosse in qualche modo riconducibile alla “destra radicale” (non credo sia il caso ora, di approfondire l’accuratezza di questa definizione, datemela per buona) e che le vittime fossero due immigrati senegalesi, questo episodio è diventato un pretesto per un vero e proprio pogrom sicuramente preparato da tempo e che si aspettava solo l’occasione giusta per mettere in atto contro coloro che ancora sfuggono al plagio del “pensiero unico” liberal-democratico-cristiano-marxista, un pogrom che ha un doppio vantaggio, oltre a quello di criminalizzare i pochi dissidenti che ancora esistono in questa Italia profondamente malata di cristianesimo, di democrazia e di marxismo, quello di offrire una distrazione al pollame italico che un governo sorretto da sospetto unanimismo di centrosinistra e centrodestra si appresta a spennare fiscalmente nella maniera più tragica in obbedienza ai dettami della BCE.



Che la vicenda Casseri sia stata artatamente gonfiata per creare un vero e proprio pogrom mediatico contro il pensiero “non conforme” a cui attribuire la responsabilità di un inesistente “pericolo razzista”, lo si capisce ancora meglio considerando alcuni altri fatti di cronaca a cui la grancassa mediatica di regime si è ovviamente ben guardata dal dare rilievo.

Il 27 luglio 2010 a Pirri (Cagliari), Simone Naitana, un ragazzo di 29 anni è stato sgozzato con una bottiglia rotta da un senegalese che molestava una ragazza che Simone era intervenuto per difendere. Ma veniamo a fatti più recenti avvenuti negli stessi giorni della vicenda Casseri e che, come l’assassinio di Naitana, sono stati ignorati dai mass-media di regime, e non hanno oltrepassato la cronaca locale. Il 10 dicembre 2011 al Parco dello Sport di Arzignano (Vicenza), un “branco” di dieci extracomunitari ha circondato una coppietta di minorenni che passeggiava (di cui non sono state diffuse le generalità). Dopo aver molestato la ragazza, gli immigrati si sono accaniti sul ragazzo, un giovane di 17 anni pestandolo selvaggiamente fino a ridurlo in fin di vita. Il ragazzo, che ha riportato lesioni gravissime, è sopravvissuto per miracolo ma porterà per sempre i segni della brutale aggressione. Gli aggressori sono stati riconosciuti, ma non risulta che la polizia né tanto meno la magistratura abbiano finora fatto qualcosa.

Nemmeno a farlo apposta, il giorno dopo, sempre in Veneto, stavolta a Padova, è avvenuto un episodio dalle conseguenze non così tragiche, ma forse ancor più rivelatore: due negozianti, Nicola Gatto Moretti e Jacopo Gruarin, sono intervenuti per fermare un tunisino che aveva rubato della merce nel vicino emporio della Rinascente. Non soltanto l’extracomunitario ha reagito a calci e pugni, ma i passanti sono intervenuti in difesa di quest’ultimo insultando i due con l’epiteto di “fascisti”. A quanto pare, “fascista” è ormai diventato un appellativo che i malati di patologia cristo-demo-marxista rivolgono a coloro che vogliono essere padroni in casa propria e non intendono piegare la schiena di fronte all’ultimo immigrato se questi ha la pelle più scura della loro.

Soprattutto l’episodio di Arzignano mi ha dolorosamente riportato alla memoria fatti di alcuni anni addietro sui quali i regimi democratici che tiranneggiano oggi l’Europa (“democrazia” è diventato, e diventa ogni giorno di più, sinonimo di negazione della libertà) hanno imposto un colpevole e vergognoso silenzio, al punto che solo grazie al passaparola degli ambienti della cosiddetta “destra estrema” che sono forse oggi l’ultimo baluardo di pensiero realmente libero che esista, se ne sa qualcosa.

Nel 2000 a Stoccolma nella civilissima Svezia, un ragazzo di 23 anni noto come militante di destra, Daniel Wretstrom, fu aggredito da un commando di extracomunitari e ucciso a calci, pugni e sprangate. Anche in questo caso, gli assassini furono riconosciuti. Denunciati, furono “condannati” a pochi mesi di affidamento ai servizi sociali. “Per non parere razzisti”, i giudici svedesi diedero prova di un razzismo repellente, valutando la vita di Daniel Wretstrom meno di un’autoradio.

Più o meno nello stesso periodo, a Parigi, un ragazzo di 19 anni, Fabrice Benichou, che distribuiva per strada un giornale di destra, fu aggredito da un commando sionista e, picchiato a morte, fu lasciato ad agonizzare sul marciapiedi per ore senza che nessuno intervenisse in suo soccorso. Particolare straziante: Fabrice fu lasciato per ore ad agonizzare sull’asfalto, fino a che non trovò la forza di trascinarsi fino a casa e spirare fra le braccia dei genitori. Gli assassini non furono mai perseguiti.

Perché questi fatti sono stati passati sotto silenzio mentre l’omicidio dei due senegalesi è diventato l’occasione (il pretesto) per un’adunata oceanica a Firenze e in altre città italiane, “contro il razzismo” e di una campagna di diffamazione mediatica contro la “destra radicale” ossia l’unica vera opposizione al regime catto-demo-marxista?

La vita di un senegalese vale molto di più di quella di Simone Naitana, di quella del ragazzo di Arzignano, di Daniel Wretstrom, di Fabrice Benichou, di un italiano, di un europeo, oppure la verità chiara, evidente, solare, è che I VERI RAZZISTI SONO LORO, I “COMPAGNI”, a cui va aggiunto il codazzo dei soliti manutengoli cristiani e democratici.

Ultimamente, Adolfo Morganti ha pubblicato sul sito di “Identità europea” un articolo che è una risposta a quello apparso su “Repubblica” il 15 dicembre 2011 a firma di Carlo Bonini e intitolato Neofascisti. Morganti, lo sappiamo, è un esponente dell’orientamento detto “tradizionalismo cattolico”, e nella sua replica ai pennivendoli di “Repubblica” (su “Repubblica”, è noto, non scrivono giornalisti, ma solo pennivendoli e propagandisti di regime) si esprime in difesa di Franco Cardini, studioso medievalista, docente universitario e del pari appartenente all’orientamento cattolico tradizionalista.

Che l’attacco sferrato dal signor Nessuno Bonini contro Franco Cardini, come contro tutta l’area del pensiero non conforme prendendo a pretesto il caso Casseri, sia del tutto inaccettabile, questo è assolutamente ovvio, così come è ovvio che Franco Cardini ha il pieno diritto, come chiunque altro, a esprimere le sue opinioni. Mi permetto di citare un autore che sicuramente Morganti detesta, Voltaire: “Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa professarle liberamente”. Fosse vivo oggi, Voltaire sarebbe sicuramente considerato un pericoloso neofascista.

Detto questo, però, occorre osservare che un’elementare regola tattica dice che si può attaccare in ordine sparso, ma quando ci si deve difendere è meglio serrare i ranghi, ed è certamente sbagliato da parte di Morganti limitarsi a difendere Cardini senza considerare che non è il solo intellettuale della nostra area a essere sotto attacco col pretesto di un collegamento con Gianluca Casseri (come se fosse stato possibile prevedere il suo raptus di follia) e, ad esempio anche il non cristiano Gianfranco De Turris è oggetto di un attacco del genere, che però nel complesso tende a colpire tutta la nostra “Area”.

L’altro punto che è opportuno evidenziare, è che capire che Cardini come tutti coloro che non si piegano al dogma democratico e/o demo-marxista è oggetto di un attacco ingiustificato e inammissibile, non significa di certo sottoscrivere le sue idee.

Io devo ribadire, come ho già affermato in altri articoli, che il cosiddetto “tradizionalismo cattolico” è una contraddizione assoluta. “Tradizione” significa radicamento in un’identità che è etnica, culturale e storica, mentre “cattolicesimo” è una branca del cristianesimo, religione per sua natura mondialista, cosmopolita, tendente allo sradicamento. E’ proprio nel cristianesimo che democrazia, marxismo, tutti i veleni che intossicano la cultura europea e oggi danno esca al razzismo anti-bianco hanno la loro origine.

Dà veramente fastidio constatare la dissonanza rappresentata da un sito che si denomina “Identità europea” e ha per simbolo X P il monogramma cristico “chi” e “ro”, cioè il simbolo di una religione nata in Medio Oriente, sostanzialmente estranea all’Europa, e che sull’Europa si è imposta con la violenza dissolvendo le sue religioni e gran parte della sua cultura nativa.

Non basta, perché Morganti ha pensato bene di aggiungere al suo articolo, anche se la cosa c’entra come i cavoli a merenda, una postilla di odio antirisorgimentale (ma il cristianesimo non era la religione dell’amore?).

Per chi è alieno da fanatismi e dogmatismi, è chiaro che su tutta la questione risorgimentale, che è una questione fondamentale in quanto implica la nostra identità storica come nazione, occorre dare una risposta articolata su più livelli, lontana sia dall’esaltazione acritica che abbiamo visto dispiegare in occasione del centocinquantenario, sia dalla denigrazione preconcetta di parte cattolica (perché l’aver perso il potere temporale è un boccone che non sono ancora riusciti a mandare giù).

Per prima cosa occorre dire che, a mio parere, i pacchi di retorica celebrativa che si sono sprecati in occasione di questa ricorrenza del secolo e mezzo andrebbero rispediti in toto al mittente, ma non in nome del clericalismo antiitaliano alla Morganti e simili.

Il fatto è che di questa celebrazione si sono impadroniti i “compagni” che hanno dato fondo a un profluvio di retorica, come se ci credessero davvero, e per un motivo bassamente contingente di politica spicciola, ossia infastidire quelli della Lega Nord.

Vogliamo scherzare! Dal 1848, da quando Karl Marx lanciò il suo bugiardo slogan mondialista “Proletari di tutto il mondo unitevi!”, costoro hanno sempre ferocemente combattuto il principio di nazionalità, e soprattutto in Italia dopo la seconda guerra mondiale hanno fatto a gara a dileggiare in tutti i modi possibili tutto ciò che, sia pure alla lontana, sapesse di Patria.

Voglio citare un fatto: io sono nato e vivo a Trieste, città su di un confine ancora “caldo”, e sono un insegnante, lavoro in un ambiente, quello della scuola, dove i “rossi” hanno ancora, per disgrazia dell’Italia, una schiacciante egemonia culturale.

Nel 2004 il comune di Trieste organizzò una cerimonia per ricordare il cinquantenario della restituzione di Trieste all’Italia, e chiese alle varie scuole cittadine di inviare ciascuna una delegazione di studenti, inviando a ognuna un certo numero di copie dell’inno di Mameli che i ragazzi avrebbero dovuto cantare, e di bandierine tricolori. Non solo i presidi (tutti regolarmente di sinistra) decisero unanimemente di boicottare la manifestazione, ma uno di costoro, preside di un liceo scientifico che era stato candidato del centrosinistra alla presidenza della provincia di Trieste, fece pubblicamente e platealmente bruciare bandierine e inni nel cortile della scuola.

Da allora sono passati sette anni, non settanta, e vedere costoro di colpo trasformati in ferventi patrioti per ordine di partito, può soltanto fare schifo.

La cosa interessante, tuttavia, non è questa, la cosa interessante è stato vedere il comportamento a livello di semplici militanti; ne ho conosciuti alcuni che non solo sono anch’essi diventati patrioti di colpo, gli stessi che fino a l’altro ieri si facevano venire travasi di bile quando giocava la nazionale di calcio, perché quello sventolio di tricolori sugli spalti dello stadio gli sapeva di fascismo, ma si sono autoconvinti di esserlo sempre stati. “Contrordine, compagni”. Quando Giovanni Guareschi disegnava la figura del trinariciuto che cambia idea per ordine di partito, probabilmente credeva di tratteggiare una caricatura, ma in realtà ha fatto un ritratto anche troppo realistico.

Ho visto diversi “compagni” girare con la coccardina sul bavero dove in precedenza stava la spilletta con la falce e martello o Che Guevara; io non l’ho messa per non essere infettato dalla loro puzza di carogna, ma è chiaro che il nostro amore per l’Italia prescinde del tutto da simili miserie.

Non pensare “in blocco”, vedere le differenze e le contraddizioni, non è un sintomo di debolezza, ma al contrario di profondità di pensiero e quindi di forza, e allora dobbiamo renderci conto che sotto il manto risorgimentale si vanno a coprire due fenomeni del tutto differenti fra i quali sia gli esaltatori acritici sia i denigratori del risorgimento non operano nessuna distinzione. Una cosa è stata l’insorgenza spontanea del nostro popolo contro una secolare oppressione, oppressione della quale la Chiesa cattolica ha una diretta e pesantissima responsabilità, perché i papi pur di mantenere in vita il loro miserabile staterello proprio nel centro della Penisola sono stati sempre pronti a richiamare sul nostro suolo un invasore dopo l’altro, tutt’altra cosa è stata l’azione di uomini che a un certo punto si sono impadroniti di essa per finalità del tutto diverse; l’azione della massoneria tesa a sovvertire l’ordine europeo per sostituire al potere delle aristocrazie del sangue quello delle oligarchie del denaro, e che è stata responsabile diretta del declino del nostro continente che a causa di ciò, attraverso due guerre mondiali, ha finito per trasformarsi da centro del mondo in periferia del dominio americano. Il non distinguere fra le due cose è ciò che io chiamo il grande equivoco, e non a caso, questo è il titolo di un ampio saggio sull’argomento che mi è stato pubblicato sul n. 70 de “L’uomo libero” e di cui vorrei consigliarvi caldamente la lettura.

Io penso che non dobbiamo alcuna gratitudine alla massoneria se il qualche modo, almeno in parte, il nostro riscatto nazionale è stato un non voluto effetto collaterale della sua azione. Tutte le volte che si è trattato di scegliere fra l’interesse dell’Italia e quello della loggia, i massoni hanno scelto quest’ultimo, dimostrando al di là di ogni dubbio quale fosse la loro vera “patria”.

Due esempi: nel 1860 i garibaldini repressero con estrema durezza l’insurrezione contadina di Bronte. In questa località siciliana c’era la cosiddetta ducea di Nelson, il feudo che i Borboni avevano concesso all’ammiraglio vincitore di Trafalgar, lì c’erano interessi inglesi da tutelare. Secondo esempio: nel 1870 allo scoppio del conflitto franco-prussiano, i garibaldini intervengono in aiuto alla Francia, eppure la Francia di Napoleone III era l’ostacolo all’annessione di Roma, lo scoglio che ancora rimaneva da superare per il raggiungimento dell’unità nazionale.

Chiarito questo, si può non essere né dalla parte della Chiesa né da quella della massoneria, ma semplicemente da quella dell’Italia, del nostro popolo, della nostra gente, e allora scompare anche l’apparente contraddizione fra l’essere italiani e l’essere europei.

Riguardo alla pubblicazione de Il grande equivoco, devo purtroppo lamentarmi che, dopo essere uscito su “L’uomo libero”, è stato ripreso da alcuni siti dell’Area con un commento di Giorgio Vitali (il primo l’avrà pubblicato commentandolo, poi gli altri avranno copiato articolo e commento). In tutta sincerità, leggendo quello che diceva Vitali al riguardo, mi chiedevo, se io fossi più emotivo di quanto non sono, se avrei dovuto mettermi a ridere o a piangere.

In sostanza, Vitali riconosceva la fondatezza delle mie argomentazioni, ma – precisava – anche il clericalismo ha le sue colpe. E lo viene a dire a me?

E’ un esempio direi tipico di quello che io chiamo pensare a blocchi; tipo: “se parli male della massoneria, devi per forza essere un clericale” o “se parli male della Chiesa, devi per forza essere un massone”.

Io non so se è sempre stato così o se è il frutto di una moderna diseducazione, però di fatto la vera indipendenza di pensiero è una cosa estremamente rara, e la maggior parte della genti tende a pensare per facili schematismi, riflessi condizionati, abitudini (ed è per questo che è così facilmente manipolabile). Questo è vero, ad esempio, anche per i cosiddetti liberi pensatori che nella maggior parte dei casi sono capaci di tutto tranne che di pensare liberamente; i tipi, per intenderci, alla Partito Radicale – Oriana Fallaci. Ricordo una volta una discussione molto accesa con alcuni di loro, dove ebbi davvero modo di stupirmi che quello spirito critico che dimostravano nei confronti del paranormale, del soprannaturale, della miracolistica cattolica, svaniva di colpo per lasciare il posto al più supino dogmatismo se si parlava degli Stati Uniti o di Israele.

Io non appartengo a nessuna scuola di pensiero, perché non ho bisogno che nessuno mi dica quello che devo pensare. Io penso con la mia testa e non ho paura di dire quello che penso.

Se vi piace è così, e se non vi piace è così lo stesso.

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Categorie: Saggio, Senza categoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 Dicembre 2011

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Riccardo

    Come al solito mi ritrovo d’accordo con le tue affermazioni. Il fatto che vengano ignorati i crimini commessi dagli immigrati nei confronti della nostra popolazione e, per di più, vengano condannate (dall’opinione pubblica come dalla “giustizia”) in questo modo le reazioni del nostro popolo nei confronti di un male che sta infettando la nostra Patria (già contaminata dal cristianesimo e dall’indifferenza). Voglio soffermarmi sulla tua ultima battuta che espone il tuo pensiero: “Io non appartengo a nessuna scuola di pensiero, perché non ho bisogno che nessuno mi dica quello che devo pensare. Io penso con la mia testa e non ho paura di dire quello che penso”. Trovo più che giusto ciò che dici. Infatti il vero gentile (gentile da gens) segue un dogma di libertà e non di verità. Il dogma di verità non può essere messo in discussione, è quello e basta. Il dogma di libertà invece è molto più elastico e permette alla mente e allo spirito di essere liberi. La libertà del nostro pensiero è una delle maggiori virtù del genere umano, ma che non tutti sanno sfruttare. Ragionando nel dogma (nel principio) di libertà non potrai essere condannato per le tue idee personali, almeno non da noi gentili! Nella tua idea si rispecchia in molti aspetti anche la mia. Mi fa molto piacere continuare a leggere i tuoi articoli.

    P.S.: non ti do del “tu” per mancanza di rispetto o per confidenza, ma perché lo trovo più corretto e fluido nell’esprimere la propria opinione “senza veli”.

  2. Anonymous

    Contro ogni censura e privazione di Libertà. Il pensiero non può e non deve subire processi…Nessuno di noi ha bisogno di qualcuno che ci dice come pensare come essere. noi siamo qul che siamo per questo non siamo deboli. Eugenio

  3. Primula Nera

    Sono d’accordo con questo articolo, l’unica cosa su cui faccio un piccolo appunto è la frase attribuita a Voltaire, ma in realtà opera della scrittrice Evelyn Beatrice Hall in una biografia romanzata su Voltaire stesso.
    Aggiungo che il gesto di Casseri è stato, ovviamente, orribile, l’uccisione di gente disarmata va contro ogni etica cavalleresca.Ma mi spiace anche che questo atto folle, abbia condannato a una sorta di “damnatio memoriale”le opere di questo autore che era un intellettuale di spessore, e ad esempio”La chiave del caos”, scritto insieme a Rulli, è un romanzo storico-fantastico straordinario, un capolavoro assoluto, dove convivono meravigliosamente le influenze di autori come Meyrink, Lovecraft e Perutz.

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