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Libertà Indoeuropea

L’iconografia classica della libertà, raffigurata come divinità femminile coronata e togata, prende le mosse dall’istituzione del culto di Libertas, promossa nel 238 a.e.v. da Tiberio Gracco con la costruzione del primo tempio sull’Aventino. Significativo punto di svolta, ad opera di un tribuno della plebe di cui in questa sede occorre ricordare il nobile tentativo di costruzione di una Repubblica “nazional-popolare” (ci venga perdonato il termine) di “contadini-soldati”. Ma allo stesso tempo, nella “consecratio” del 238, significativamente avvenuta sul colle “plebeo” di Roma, si intravedono anche i primi segni dell’inversione di senso del concetto che lentamente, dai primordi indoeuropei fino ai tempi moderni, porta fino all’idea “moderna”, “emancipata” e “democratica” di libertà all’immagine significativa della monumentale statua dell’isolotto sul fiume Hudson. Cos’era invece, per i progenitori Arii, la libertà? Come si è potuti arrivare alla moderna idea di libertà?Nelle Monarchie dell’antico Oriente, come è noto, il sovrano era il padrone assoluto dei propri sudditi. Gli stessi ministri e dignitari della corona erano considerati servitori del sovrano. Così era nel mondo assiro-babilonese, siriaco, egiziano. Alcune limitazioni sono presenti in Egitto primariamente grazie al forte influsso del culto di Maat, la Giustizia, intesa altresì come limite al potere sovrano; evidente retaggio di influssi razziali atlantico-occidentali all’interno di una popolazione prevalentemente camitica. Tra le stirpi semitiche nomadi, allo stesso modo, il rapporto tra gli uomini e la Divinità è quello di un’assoluta subordinazione dei primi a un Dio geloso e possessivo. Così Baal presso le genti siriache, così Jahvé, originariamente figura minore di divinità lunare nel pantheon cananeo delle origini, poi Dio unico ed esclusivo geloso del patto con il proprio popolo, “Signore Iddio”, “Adonai Elohim”. A suo tempo il buon Evola, sulla scorta del Clauss, correttamente attribuì questa concezione religiosa a un tipo umano partecipe delle “razze dello spirito” “desertica” e “demetrico-lunare”, pronunciandosi a favore del Dio “aristocratico dei Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in piedi e a fronte alta, e che si porta alla testa delle legioni vittoriose – non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio animo”. Affermazioni, quelle dell’Evola di “Imperialismo Pagano”, che pur avendo un effettivo riscontro nella situazione di fatto del cristianesimo delle origini, non tengono conto della concezione bizantina del “Cristo Pantocratore”, di quella occidentale del “Cristo Re” e della croce come “Axis Mundi”, come di altre figure come quella di Michele Arcangelo, solo per ricordarne una; ma la concezione regale non è assente neanche nell’Antico Testamento, da Melchisedec in poi. Si tratta di vere e proprie reviviscenze arie all’interno di un sistema religioso di provenienza allogena, ma riplasmato e rivivificato “a proprio uso e consumo” dalle genti d’Europa. Comunque, la distinzione è posta: il mondo indoeuropeo, sin dalle origini, risulta essere il terreno di elezione del concetto stesso di libertà. Hegel, con con una nota semplificazione, nella sua ossessione triadica identificò le tre fasi storiche interne allo sviluppo dello Spirito Oggettivo, e in particolare dell’idea di Stato, in questi termini: “Negli Stati orientali la libertà è di uno solo, poi negli Stati greco – romani la libertà appartiene a pochi (il Senato, l’aristocrazia), è solo nello Stato tedesco che da Lutero in poi la libertà appartiene a tutti”. Quindi, per Hegel, è nel mondo germanico, a torto o a ragione identificato da buona parte del pensiero romantico prima, razzista, poi, come la quintessenza dello spirito ario, che maggiormente risplende il concetto di libertà. Il supposto primato germanico, come idea di principio, per noi “Romano-Italici” non è accettabile, per l’ovvia considerazione che identificare l’Indoeuropeo tipico con il Germano è un’abissale stortura che non tiene conto che le più fulgide civiltà indoeuropee, da Roma all’Ellade, dall’Iran all’India, si sono sviluppate in un arco spaziale che va dal Mediterraneo alle sponde del Gange. L’esaltazione della figura di Lutero, presentato come eroe nazionale tedesco ma in realtà veicolo di influenze spirituali semitiche e promotore del ritorno allo spirito vetero-testamentario della “Legge”: “Un monaco tedesco, Lutero, giunse a Roma. Questo monaco, con tutti gli istinti vendicativi di un sacerdote malriuscito, a Roma si ribellò contro il Rinascimento (…) Ah questi tedeschi, quanto ci sono costati! (…) Hanno sulla coscienza pure la forma di cristianesimo più disonesta, più inconfutabile che esista: il protestantesimo…”. Tuttavia, bisogna rendere merito a Hegel di avere intuito un aspetto indubbiamente centrale nella questione, ovvero che dal mondo indo-europeo, da lui identificato in modo errato e parziale con il solo mondo germanico, germoglia l’idea di libertà. La radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee deriva dal proto-indoeuropeo “Leudh” (da cui il greco “Eleutherìa” e il latino “Libertas”) o “Frya” (da cui l’omonima parola sanscrita, nonché l’inglese “Freedom” e il tedesco “Freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, derivano parole quali le tedesche “lieben” (amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, a sottolineare che il concetto di libertà ha a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune. Allo stesso modo, è “ingenuus” colui che è stato “generato” libero, cioè in buona sostanza chi può vantare una continuità di stirpe, un lignaggio, a rimarcare la concezione aristocratica della libertà. Si noti anche, in questo caso, l’inversione demonica della parola nel mondo moderno. “Ingenuo” nell’odierna lingua italiana, è stato degradato a sinonimo di “inesperto”, “sprovveduto”, credulone”. Ricordiamoci di quanto scrive Giovenale nella sua Satira III: “Una Roma ingrecata non posso soffrirla, Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia bisogna chiederselo. Ormai da tempo l’Oronte di Siria sfocia nel Tevere e con sé rovescia idiomi, costumi, flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici e le sue ragazze costrette a battere nel circo”. Dietro il rovesciamento di senso della parola “ingenuus”, si intravede una realtà di tipo etnico-culturale, ben descritta dal poeta latino. L’afflusso massiccio di Levantini furbi e intriganti contribuisce a creare una società in cui ormai il denaro, ottenuto quasi sempre con macchinazioni, menzogne e raggiri, è l’unico metro del prestigio sociale. Per cui sono considerati “inesperti”, “sprovveduti” e “creduloni” coloro che, per fedeltà al proprio sangue, ancora osservano l’antico stile romano-italico della parola data, dell’onore, del rispetto. Più tardi, è proprio dallo svilimento mercantile della sfera del politico nella società moderna che deriva l’inversione dei valori, da cui discende il decadimento del vero concetto di Libertà, che va di pari passo con il decadimento dell’idea del vero Stato. Nell’antico mondo indoeuropeo, invece, l’esercizio della libertà era tutt’uno con la preservazione dell’integrità etnica. Si pensi agli “Omoioi” (uguali) di Sparta, alla stessa democrazia ellenica, al Civis romano, alla Sippe germanica e agli Arimanni “uomini liberi” dei Longobardi. La libertà, la partecipazione alla gestione della vita della Comunità e dello Stato, assumeva il connotato pubblicistico e sacrale del dovere e del “munus” piuttosto che quello individualistico e arbitrario del “diritto”. Dovere ereditato attraverso il retaggio gentilizio del sangue. Attraverso i secoli, si pensi all’orgoglioso concetto di libertà dei comuni italiani e delle repubbliche marinare del Medio Evo, dove la fondazione delle libertà comunali va di pari passo con il recupero delle antiche tradizioni latine e romane, come emerge dal nome tipico di “Consoli” attribuito alle massime cariche della Città-Stato. Ciò a prescindere dalla strumentalizzazione che di tale libertà civica fece il complotto guelfo-mercantile contro la legittima autorità imperiale. Si pensi all’esperienza dei civilissimi giudicati sardi e all’epopea di Eleonora d’Arborea, che intorno al 1400 emanò il codice di leggi detto “Carta de Logu” e difese eroicamente la libertà della Sardegna contro l’invasore iberico. Si rammentino le orgogliose lotte per la libertà nazionale dei popoli balcanici contro l’invasore turco, dai Romeni di Vlad ai Serbi, agli Albanesi (oggi tragicamente divisi, ma un tempo uniti sotto il regno di Stefano Dusan “Zar dei Serbi, dei Greci, degli Albanesi e dei Bulgari”), fino alla tragica ed eroica fine di Lazar a Kosovo Polje. Si pensi all’epopea russa di Dmitry Donskoj. Si pensi all’uso più tardo nel mondo germanico, fino al secolo scorso, del titolo di “Freiherr” (libero signore) per identificare gli esponenti dell’aristocrazia, vivaio delle Forze Armate e dell’ufficialità germanica. Si ricordi infine che la libertà per cui combatterono gli uomini del nostro Risorgimento era quella della Patria. Ricorda Giovanni Gentile che nessuno di loro, da Mazzini a Cavour a Ricasoli, “si fece mai scrupolo di anteporre la patria all’idolo della libertà”. Come ricorda Adriano Romualdi, “non col grido “viva il suffragio universale” ma quello di “Roma o morte” partirono le squadre di Garibaldi”. Fu quella la libertà nazionale necessaria alla nascita di una nuova Roma e di una più grande Italia, che costruirà il proprio impero coloniale, trionferà a Vittorio Veneto nel novembre del 1918 e a Roma nell’ottobre del 1922 e solo nel 1945 cederà ai profeti armati della falsa libertà, quella che ancora oggi ci tiene sotto il tallone dei banchieri e degli usurai e delle loro basi NATO.Questa è la vera libertà indoeuropea, non quella dei pensatori liberali, illuministi e democratici: non è quella di Locke o di Voltaire, né quella di Kant, di Mirabeau, di Constant, di Wilson o di Hayek. La vera libertà è un dovere e non è un diritto; è disciplina e non è arbitrio; è distinzione e non è mescolanza; è comunitarismo e non è individualismo; è organicismo e non è contrattualismo; è Stato e non è disordine; è stile e non è conformismo. E’ capacità di tenere la schiena diritta e di non piegarsi mai, nemmeno quando conviene.
LUCA CANCELLIERE
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Categorie: Cancelliere

Pubblicato da admin il 13 Febbraio 2011

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