L’imposizione della mezzaluna.
L’etnia dei così detti “turchi” si muove dall’Asia Centrale, da un vasto territorio situato vicino la Mongolia, attorno al VI secolo. Destinazione: la penisola anatolica, l’odierna area occupata dalla Turchia, ma dove dimorano anche lacerti di popolazioni avverse ai turchi, come i Curdi.
Scrivono Biasutti e Gomez-Tabanera: «I Turchi appaiono per la prima volta nella storia universale del VI secolo, con la fondazione di due grandi imperi nomadi, di struttura schiavista e feudale» (Biasutti R., Gomez-Tabanera J-M, L’Asia Centrale, in Le Razze e i popoli della Terra, Vol. II, Torino 1967, p. 480). Secondo talune iscrizioni «il termine turk non designava da principio nessuna tribù o popolo, ma era semplicemente espressione dell’idea di potenza o di fortezza» (Ivi).
I Turchi si convertono alla religione islamica tra il X e l’XI secolo. La loro spinta espansiva giunge ad assediare Costantinopoli (Bisanzio) nell’anno 1453, sotto la guida del sultano Maometto II. Il 29 maggio la capitale si arrende e con essa l’ultimo lembo dell’Impero Romano d’Oriente; poi tocca alla Grecia. Oggi la gran parte dei turchi che occupa la penisola anatolica è sunnita.
Santa Sofia, cattedrale ufficiale dell’impero Bizantino, è tramutata in moschea e tale rimane fino al 1931 per essere “convertita” in museo nel 1935. La dea greca Artemide aveva per simbolo la “falce di luna” (o impropriamente “mezzaluna”), ed era la divinità protettrice di Bisanzio–Costantinopoli. Il suo simbolo compariva sulle monete, su numerosi edifici della capitale dell’Impero e anche sulla cattedrale Santa Sofia. Con la conquista il sultano e i mussulmani adottarono il simbolo a loro estraneo, ma reputato “magico” e “di buon auspicio”, ovvero la “falce di luna”. Oggi la cattedrale di Santa Sofia è stata riconvertita in moschea per il fermo intento del “presidente” della repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdogan, massone affiliato alla loggia Hathor Pentalpha.
Tra il non palesare e l’auspicare…
I capi dei Governi francese, inglese e russo dichiarano, almeno sulla carta, che non intendono entrare in guerra contro l’Impero ottomano. Tra le righe, ogni tanto, emerge invece qualche pensiero detto ma non ad alta voce che tutti, unanimemente, desiderano che il “problema turco” sia presto e definitivamente risolto.
Sia come sia nel marzo del 1821 il Popolo greco si ribella al giogo turco e le repressioni ottomane non si fanno attendere. Una per tutte, si ricorda la strage della popolazione greca dell’isola di Chio da parte dei mussulmani, che risparmiano solo chi si converte all’Islam. Nel frattempo i turchi chiedono l’appoggio della flotta egiziana.
Il 6 luglio 1827 a Londra si firma un trattato tra Francia, Russia e Regno Unito, ma con il beneplacito dell’impero austroungarico, inteso ad appoggiare l’indipendenza greca e facendo cessare il conflitto, lasciando sì la Gracia indipendente come nazione, ma all’interno dell’Impero turco. Le rispettive flotte dei tre Stati partono alla volta del Peloponneso, con l’ordine di non ingaggiare battaglia con la flotta turca, ma di proteggere gli interessi e la vita del popolo greco. Come dire: “fare la frittata ma senza rompere le uova”. Ora, dal momento che la “storia” diventa sempre più una questione di opinioni, e di “pressioni politiche”, basiamoci sui nudi e crudi dati di fatto.
20 ottobre 1827.
Sir Edward Codrington, ammiraglio della flotta inglese, è sull’Asia, un veliero di ottantaquattro cannoni. Giusto 22 anni prima aveva vittoriosamente combattuto a Trafalgar (21 ottobre 1805) sull’Orion, agli ordini dell’ammiraglio sir Horatio Nelson. Per la Francia abbiamo l’ammiraglio Henry de Rigny e per la Russia un olandese, l’ammiraglio Lodevijk van Heiden. Sostanzialmente, come già accennato, gli ordini sono di prevenire ulteriori massacri, impedendo che la flotta turco-egiziana appoggi le truppe di terra nell’usuale modalità tenuta nei confronti dei civili, ovvero morte o conversione.
La coalizione si dirige alla volta della baia di Navarino, nel Peloponneso (la “Morea” di veneziana memoria), con un totale di dieci vascelli, altrettante fregate (qualcheduno scrive 11) e quasi altrettante unità minori. In rada, disposta a ferro di cavallo, attende la flotta turca ed egiziana comandata dall’egiziano Ibrahim Pascià con tre vascelli, diciassette fregate e una cinquantina di unità minori. Anche in questo caso non si concorda sul numero delle navi mussulmane presenti, ma poco importa ai fini ultimi della faccenda. Diciamo che una flotta ha meno navi ma più cannoni, l’altra un numero maggiore di legni ed uomini, ma meno armi da fuoco.
Le navi della coalizione sono riunite innanzi alla baia greca il giorno 17 ottobre, ovvero quando giunge il dispaccio che informa di un ennesimo massacro ai danni dei greci. Codrington se ne duole, protesta con i turchi, ma pare che il tutto non sortisca effetto alcuno; il 20 ottobre rompe ogni indugio e con l’Asia guida la flotta dentro la baia di Navarino. Ovviamente il governatore mussulmano della piazzaforte a presidio della rada dichiara che le sue artiglierie sono pronte a sparare, ma alle parole non fa seguire i fatti. La flotta anglo-franco-russa sfila all’interno e si schiera parallelamente alla disposizione avversaria. Sono le ore 14 circa.
Pare che l’elemento scatenante sia il movimento di uno o più brulotti turchi, a cui fa seguito l’invio di una scialuppa da parte del capitano Thomas Fellowes, comandante della Dartmouth, per intimare che tali imbarcazioni non si muovano in direzione delle navi inglesi. Il timoniere viene ucciso da colpi di fucile sparati dai turchi, ma un’altra scialuppa inglese si fa avanti per ribadire che nessuno si deve muovere. A quel punto pare che le micce di alcuni brulotti siano accese e la salva d’una nave egiziana investa la Sirène di de Rigny. L’ordine di aprire il fuoco a volontà rimbalza da una parte all’altra degli schieramenti e in poco meno di quattro ore la flotta turco-egiziana cessa di esistere. Il tutto è sottolineato dall’esplosione della santabarbara dell’ammiraglia turca: secondo talune fonti rimangono a galla solo una manciata di brigantini crivellati, quattro corvette e una fregata ridotta a un rottame disalberato. Le perdite della coalizione sono tutt’altro che elevate e si parla di navi danneggiate ma non affondate, poco meno di duecento morti e probabilmente il doppio o triplo di feriti. I turchi hanno un migliaio di morti e circa tremila feriti, con le batterie costiere ridotte al silenzio.
Conclusioni.
Entro un paio d’anni la Grecia ottiene la libertà. La marina da guerra turca non si riprende dal colpo subito e la battaglia in acque greche segna la fine delle battaglie navali a vela. Si ricorda che proprio in acque greche, un po’ più a nord, a Lepanto (7 ottobre 1571), era cominciata l’epopea delle battaglie navali a vela con le sei Galeazze veneziane che avevano scompaginato la flotta mussulmana, dando modo alla coalizione cristiana di batterla in larga misura.
Il resto è tutta un’altra storia.


