La libreria Tombolini, via Quattro Novembre, Roma, ha esercitato un ruolo di incontro e di diffusione culturale, sovente proponendo pubblicazioni di confine con tanto troppo ciarpame ufficiale e sinistramente ufficializzato. Nella primavera del ’73, con i poliziotti di scorta, uscito da poco dal carcere, vi incontrai Adriano Romualdi. Ci scambiammo un saluto frettoloso, date le circostanze, e fu l’ultimo. Pochi mesi dopo si sarebbe dissanguato tra lamiere contorte in un fosso sulla strada Roma-Fiumicino… E alla libreria Tombolini, salvata da chiusura dal sindaco Veltroni, trovai in vetrina la monografia su Carlo Michelstaedter di Antonio Piromalli. Per 750 lire l’avevo acquistata in pieno clima sessantottino, dopo le occupazioni e Valle Giulia e quel maledettissimo 16 marzo, i libri di Herbert Marcuse e quanto ci fosse d’eretico nel recupero spasmodico del pensiero a sinistra della sinistra, la Sorbona con le bandiere rosse e quelle nere dell’anarchia, la Praga della primavera e dei carrarmati del Patto di Varsavia, che vedemmo occupare piazza San Venceslao con Riccardo, che mi fu fedele amico…Eppure…
Ne Il cammino del cinabro Julius Evola, ripercorrendo le tappe della sua avventura spirituale, scriveva: ‘A parte quanto si inspirava ad un sapere non discorsivo, come ho detto, all’orientamento di base che doveva informare le mie costruzioni speculative contribuirono essenzialmente Nietzsche e Michelstaedter…’. Nietzsche non abbisognava di alcuna, pur se autorevole, presentazione (semmai una costante rilettura per liberarsi da troppe e tante facili e compiacenti suggestioni); Michelstaedter sì. Pochi in Italia – e nessuno all’estero, salvo il Ranke – ne avevano evidenziato la profondità oltre che il suo tragico giovanile darsi la morte. E quei pochi poco lo avevano letto e ancor meno l’avevano inteso. Già il cognome suonava ostico alle melodie mediterranee ed ostico, ancor più, accostarsi a quel suo dire, assoluto ardito definitivo. Quell’irrompere nello spazio dove più congeniale è l’accomodamento e il compromesso. Che possono intendere gli intellettuali svolazzanti simili ad effimere notturne, prigionieri storditi e stordenti del tempo e delle circostanze, timorosi qual sono di bruciarsi le ali presso chi ‘faccia di se stesso fiamma e giunga a consistere nell’ultimo presente’. Meglio, dunque, il ritrarsi o l’adattare l’altrui fuoco alla modestia del proprio calore. Negli anni di contestazione e ribellismo Fabrizio de Andrè avrebbe cantato: ‘Intellettuali d’oggi, idioti di domani…’.
Negli anni, in cui apparve Il cammino del cinabro (Scheiwiller, 1963), Evola esercitava su diversi di noi, ventenni (per l’esattezza 19 anni), una eco notevolissima e ha lasciato di certo una profonda traccia, che non s’intende disconoscere anche quando abbiamo voluto intraprendere altre percorrenze ed affrontare altre lontananze. Del resto lo stesso Evola s’era ostinatamente – e coerentemente – rifiutato di definirsi un maestro ed aveva dileggiato coloro che si facevano suo vanto. Così, nuovi ed eredi al contempo, ci predisponemmo a tracciare sentieri nel bosco e, per dirla con Heidegger, alcuni si resero ‘sentieri interrotti’… chiavistelli alla porta e sbarre alla finestra. Le mura spesse non riuscirono, però, a dissolvere la vocazione a collocarci oltre la linea di resa e, soprattutto, il nostro amore verso tutti coloro che furono ‘disvelatori delle maschere’. Impossibilitato a scrivere la tesi di laurea su Max Stirner ripiegai – per necessità non per modestia – su Carlo Michelstardter e sul ‘suicidio metafisico’ come lo definì Giovanni Papini in un articolo, il primo su di lui in assoluto, pur non conoscendo che frammenti di quel giovane goriziano, che lasciava a ventitré anni la vita, la tesi di laurea su La persuasione e la rettorica, pochi altri scritti, poesie, lettere e una collezione di disegni e caricature. Fu in quella occasione che sentii Evola per telefono, prossimo alla fine, di cui raccolsi poche frasi stanche.
Nella sua opera echeggiano o si respirano i nomi di Kierkegaard Schopenhauer Stirner Nietzsche Ibsen, insomma di coloro che, pur nella difformità d’ogni alterità, disintegrano acquisite e non conquistate certezze; s’insinuano nell’ottimismo d’ogni verità consolatoria; impongono recidere il nodo gordiano tra l’esistenza quale pericolo scelta nientità dolore e la somma delle menzogne a protezione e inganni a barriera affinché ci si possa acconciare nella quotidianità del vivere. E’ l’emergere lucido compartecipe appassionato poetico e rigoroso ‘in una regione estrema ed ancora irredenta della ridente penisola’ di ‘un oscuro studente dal cognome tedesco’ che ‘veniva precisando le coordinate di una conoscenza irriducibilmente estranea all’ottimismo parolaio della filosofia e alla fattività mediocre della scienza positiva’ (citazioni tratte dal lavoro dell’amico Pierpaolo Mura). Partendo dal recupero di quel ‘io voglio’ dell’esule di Sils Maria ad argine saldo dal caos e coscienza di esistere quale perfetta precarietà, in quanto ritenendosi savio e non folle e disperato, egli si trovò ad intraprendere il cammino tracciato dallo Schopenhauer nell’opaca e annichilente assenza di volontà (la ‘noluntas’). Ingenuità filosofica, forse, ma perdonabile perché pagata con un revolver alla tempia il 17 ottobre 1910. Nella sua scrittura concisa nervosa intensa non sono riconoscibili – per fortuna – i tratti burleschi del filosofo cialtrone disegnato da Alfred Kubin né l’ironia facilona del comico Aristofane. Di troppo sangue sono intrise le sue pagine e, sebbene Nietzsche abbia ammonito che il sangue è pessimo testimone della verità, spesso e volentieri lo preferiamo all’inchiostro. Memori che l’esistenza è prima di tutto un vivere in pericolo poi una sofferta testimonianza infine un possibile svelamento di senso o d’alcun senso a fondamento… gioiosamente accolta, comunque e nonostante tutto.
a cura di Ereticamente
A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio? ?xml:namespace>
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.
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