di MARIO M. MERLINO
Canto VI dell’Iliade. Ettore, mentre si reca carico d’armatura ed armi al combattimento, incontra Andromaca, che gli si para di fronte, supplichevole e affranta. Da una parte l’angoscia della donna, già carica di tanti lutti e tanta solitudine, desiderosa che il marito non si esponga oltre misura in battaglia; dall’altra il senso del dovere del guerriero, che pur colmo di trepidante tenerezza per la moglie ed il figlio, sa che il suo compito sta nel rincuorare le file dei troiani con la sua presenza in prima fila. E’ il seme gettato nella cultura greca e raccolto dai grandi tragici – si pensi ad Agamennone conteso tra l’amore per la figlia Ifigenia e il comando assegnatogli di guidare l’esercito dei greci sotto le mura di Troia – tra il sentire privato e la funzione pubblica.
Di tutto il Poema forse trattasi della pagina più suggestiva e commovente. Di certo la più carica di umanissimi accenti. Forse l’unica che ha spinto generazioni di studenti all’ascolto e non all’insofferenza per la versione in prosa o l’obbligo di impararne versi a memoria. E di essa se ne conserva il ricordo ben più di una nozione acquisita. Ettore il troiano, Ettore l’uomo, Ettore che è destinato a soccombere tramite intrigo della dea Athena e per mano di colui che gioca la sua giovinezza nell’illusione e nella tracotanza dell’invincibilità del sangue degli dei. Poi, per mezzo d’impostura, la città verrà distrutta con il ferro ed il fuoco. Ettore lo sconfitto che, imperituro, percorre i secoli, dono di un acheo, un nemico, uno dei vincitori che ha saputo scrivere versi imperituri.
Che egli sia esistito nella carne nelle ossa e nel sangue è oramai elemento privo d’alcuna importanza come è d’altrettanto modestissimo interesse chiedersi se Omero, l’acheo, l’avversario, la voce dei vincitori sia esistito quale singolo facitore di versi o rappresenti l’espressione corale dell’animo greco. Omero ci ha descritto Ettore e l’eroe ha fatto sì che l’autore, pur ‘cieco’(o-meros), forgiasse di luminosa vista l’Occidente. Perché sotto lo stesso cielo vincitori e vinti sono carnefici e vittime, accomunati dal medesimo destino. Sono gli dei, essi soli, ad innalzare gli uni sugli aurei altari e gli altri riversare sulla nuda polvere. Con disegno insindacabile e intraducibile. Questa è la ‘pietas’, da non confondersi con le deformazioni cristiane – e Nietzsche ha ben svelato quanto di sottinteso e sprezzante si cela in esse. Di questa ‘pietas’ Dante ne raccoglie l’eco quando ci descrive Ulisse proteso ad andare oltre…
La condizione umana è, al fondo e infine, lo stare sospesi tra il nulla resosi libero da fraintendimenti e maschere variopinte e l’essere, ingannatore, eternamente proteso ad essere inganno e darne volto con significati e valenze. Omero l’acheo, erede dei distruttori di Ilio, è a sua volta il vinto da quella seconda ondata di cavalieri indoeuropei, i Dori, che discesero verso il Mediterraneo e invasero l’Ellade. Anche Omero, è possibile, conobbe l’amaro fiele della sconfitta e patì, è probabile, la catena del servaggio. Questo gli consentì d’intendere Ettore e preservarne la memoria. Più dell’amore per le ragioni dei vinti, più del riconoscimento del valore, la ‘pietas’ l’indusse a vergare imperituri versi… Ricordava Evola quel monaco indù che, durante la rivolta dei Cipaies nel 1857, si rivolgeva al soldato britannico che lo stava per infilzare con la baionetta ‘non m’inganni, anche tu sei dio!’…
Lo scorrere del tempo, l’ottenebramento, il disperato cercare rifugio nel ‘pagus’ e vedere in esso il regno delle favole, della superstizione. E, successivamente, lo spirito illuminista e giacobino stabilì, senza contraddittorio, che la ragione (la propria) era bene e l’errore (sempre altrui) male. La ghigliottina, il filo spinato, l’ospedale psichiatrico… Allora Ettore e Andromaca alle Porte Scee esprimono non soltanto la ‘pietas’ di Omero; essi parlano di altra ‘pietas’, la memoria a vittoria dell’annichilimento del tempo e delle circostanze. Ecco perché essi vivono, sono appunto poesia, restano con il nome ed il gesto.
La parola si fa esistenza, senza di essa l’oblio. Ritrovo una pagina di Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry: ‘E rivide un tempio al dio del Sole, un tempio degli Incas del Perù. Pietre diritte sulle montagne. Senza di loro che cosa sarebbe rimasto d’una civiltà potente, che premeva con tutto il peso delle sue pietre sull’uomo del giorno d’oggi come un rimorso? In nome di quale durezza, in nome di quale strano amore, il capo di un popolo antico, comandando alle folle di issare quel tempio sulla montagna, le costrinse ad erigere la loro eternità?’ E la risposta scaturisce da quanto, oscura e segreta che possa essere, è la voce di ciò che permane, di ciò che conta, ‘quel capo di popoli delle epoche lontane, se non ebbe forse pietà della sofferenza dell’uomo, ebbe però pietà, e immensamente, della sua morte. Non della sua morte individuale, ma pietà della specie che un mare di sabbia avrebbe cancellato: così aveva spinto il suo popolo ad erigere almeno delle pietre che il deserto, non avrebbe potuto seppellire’.
Ettore e Andromaca, Omero, i templi sulle Ande… un momento di eterno prima che nuove angosce costringano l’uomo a percorrere strani, inutili forse, interiori e verso l’orizzonte cammini…
a cura di Ereticamente
A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio? ?xml:namespace>
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.
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