FRANCESCO INNELLA
CARLO MICHELSTAEDTER:
FRAMMENTI DA UNA FILOSOFIA OSCURA
Pubblicato
nel 1996 da Ripostes - Salerno
A Carlo
Michelstaedter. Il Grande Risvegliato
dell’Occidente
Nel saggio su Carlo Michelstaedter,
Francesco Innella ci presenta varie fasi
della breve vita del Filosofo Goriziano, che
tra l’altro ci ha lasciato pregevoli speculazioni filosofiche nella “
Persuasione e la Rettorica”. Innella
avvalendosi anche dell’”
Epistolario”, edito dalla casa
editrice”Adelphi”, ci fa conoscere un Michelstaedter nel chiuso di una stanza.
Chiudere un
discorso o porre la parola fine su Michelstaedter, è un discorso azzardato,
perché poco conosciamo dell’infanzia, scarsi i riscontri della scrittrice
Iolanda De Blasi, amica di studi di Firenze: i suoi pochi frammenti lasciati
vanno analizzati con certosina pazienza. Va sottolineato tra l’altro, che gli
scritti di Michelstaedter - morto a solo
23 anni - hanno ben poco di un filosofo
giovane.
Carlo Michelstaedter ,
visse in un periodo di grandi cambiamenti, di innovazioni tecnologico
–industriali, quindi già verso la fine del tardo romanticismo – anche
egli è un orfano della Grande
Cultura. Va ricordato che nel 1910 ,
muore il gigante della letteratura mondiale – Tolstoi – con la cui morte si
estingue la vera razza degli scrittori; di poi infatti, è arrivata, n nome
dell’onestà intellettuale, la forma aberrante della cultura ( partitica ): io
lodo te, tu lodi me.
Con questo modo di fare
cultura e di scrivere, ci hanno
trascinati nella più vieta rettorica la sposa del nulla – illusiorietà - per niente in sintonia con la
cosmogonia. Anche perché viviamo in un’epoca dove non siamo paghi d quello
che possediamo, in cui presto
partiamo per ottenere un oggetto che non
ci appagherà mai. E va aggiunto che tutto i mondo è una grande e squallida periferia delle città
americane e, quindi, senza cultura
umanistica , un vero trionfio del materialismo storico , portabandiera della cultura
marxista, e del “ comunismo” americano,
quest’ultimo più tragico perché alletta l’uomo a uno sfrenato consumismo.
Michelsatedter, è stato un continuatore dell’età classica
greca?
Il concetto della libertà
greca è autodeterminazione dell’uomo, come ci dimostra Michelstaedter sempre alla spasmodica ricerca della libertà, mentre con
l’affermazione dell’era scientifica, tutto è rivolto alla massa “ sociale “ –
da sempre mal lievitata – ossia per tanti e per nessuno. Quindi presagiva
un’umanità celata nella sua essenza materiale cioè quella di essere inghiottita
da un disordinato caos. Egli aveva paura di non essere capito neanche dai
professori universitari – i farisei della cultura – proprio perché la maggior parte dei grandi talenti
non è uscita dalle Università ,fucine di un mondo novo che stenta ancora a
venire…..fuori.
La storia umana è
disseminata di roghi e di cacce alle streghe ( invasione da parte del mondo
giuridico) e la paura del padrone invisibile del mondo, incombe sul libero
pensiero anche alle soglie del 2000, epoca
del” grande dialogo” della
scientificità : il XX secolo va chiudendosi
con un nuovo medioevo, dove tutto
oramai in nome della
scientificità assoluta – e non relativa
– è sotto processo.
Michelstaedter è un anticipatore dell’esistenzialismo? O uno
che è andato al di là del Gulag del
sapere?
Opure il primo
assaggiatore delle nullità della vita?( la seconda più tragica delle ipotesi )
incapace di dipanare il bandolo delle due anime, l’ebraica e la sovrapposta
cattolica? Angolazioni , queste, seppellite con la prematura morte e mancanti
di altri scritti, oltre a la “ Persuasione e la Rettorica “ – opera maggiore-,
il “Dialogo della salute” e n libro di poesie. Va anche detto che leggere la
“persuasione e la Rettorica ”, è
come tuffarsi in un abisso dove ci si
trova d’innanzi ad un pensatore pindarico e,allo stesso tempo, eracliteo
Michelstaedter nel suo
animo ha avuto un grosso campo di battaglia, da una parte le radici ebraiche-
.”- peso retrivo – atavico –“ e dall’altra
la sete di libertà. Ha cercato la libertà nel cristianesimo – confine naturale
fra ebraismo ( antico ) e cattolicesimo
( moderno ) - , perché rispetto all’ebraismo ne concede di più?
Ha anche tentato di
estirpare completamente la sua discendenza ebraica trasgredendone talune norme come ad esempio il mangiare lardo, ma allo stesso tempo ha
obbedito al padre non sposando una donna non ebraica; anche questi fattori
evidenziano sempre di più la latente insicurezza che lo ha accompagnato per tutta la vita. In Firenze
nell’età della formazione si acuisce l’antisemitismo esasperato, forse per un
senso di colpa, non sappiamo fino a che
punto valido – ‘uomo di pensiero ad un certo
livello deve superare se stesso – e ci fa intendere che l’ebreo, nel
profondo dell’intimo,ha un senso di inferiorità oppure avverte una stridente
diversità con il mondo circostante, ma gli è impossibile sfuggire al suo
destino di ebreo – in quanto è difficile cancellare le acquisizioni educative dell’infanzia. Lo stesso vale per i
meridionali - e non solo loro- nel Nuovo
Mondo terra di conquiste e di
nuove “avventure”, dove le città sono piene di quartieri - ghetto: Chinatown, Litle Italy, San Pedro,
entità trasmigrate per esigenze di sopravvivenza, si raggruppano proprio per non
perdere l’identità originaria, come vedremo più avanti.
I meridionali quando emigrano al Nord Italia, dopo un po’ di tempo diventano i
più antimeridionali – oppressione
sociale predominante - e non potendo sfuggire al loro ghetto del “ nuovo sito”, o città,
essi sfuggono davanti a una loro “ nuova condizione”, trasferendosi hanno
bisogno di stare con i loro simili, cioè con le radici e le tradizioni, anche
perché vengono a trovarsi in un mondo che non sarà mai loro. Bisogna stare con
la storia: “ l’ultima scoperta” dei Falashià” ,entità ebraica di stirpe mitotica esistente in
Etiopia , attualmente trasferita in massa in Israele – la terra promessa – ne è
la prova tangibile. E nessuna rivoluzione può cambiare l’entità di un popolo,il
vocabolo: rivoluzione, è da cancellare
dal lessico;l’ultima rivoluzione marxista si è conclusa con l’alba della
Perestroika, quindi potremo affermare che il marxismo – teoria scientifica e di
concezione atea – non ha mai reciso le radici del popolo russo, anche perché l’interiorità
di un popolo è superiore alle leggi che una
nuova rivoluzione detta, e non va dimenticato che in Russia – anche se scissa – prima della Rivoluzione d’Ottobre si mandavano in Siberia gli intellettuali di
sinistra, dopo la grande Rivoluzione d’Ottobre si sono mandati in Siberia gli
intellettuali revisionisti e la cultura del “processo al sospetto” è la figlia
degenere delle rivoluzioni.
L’ebreo errante , in quanto tale
può stare benissimo in qualsiasi sito. I Michelstaedter venuti dalla Germania
si trasferiscono a Gorizia, zona più prospera rispetto alla Germania degli
“opulenti” Lander. Molti tabù sono
costruzioni mentali che l’uomo forgia da se stesso e la diversità
esternata non deve essere elevata a cultura superiore – specialmente quando si
è “ ospiti” in terra straniera….
I cristiani nonostante le
persecuzioni subite – vere o false –rappresentano la più grande religione del
mondo civile, perché è quella che crea meno tabù rispetto alle altre religioni,
in virtù del fatto che non vieta, ma
esorta all’osservanza di un insieme di regole .
In ogni epoca si sono costruiti pregiudizi di noi cattolici, e non solo: il ritenere la “razza” ebrea superiore, più intelligente e avida di
denaro. Ci viene in mente l’affermazione “conosci te stesso” .
L’uomo per natura e struttura è
uguale sotto qualsiasi latitudine; solo
la cultura e la religione l rendono diverso,
e gli umini sono” uniti “
dall’intolleranza religiosa. Per restare nel discorso della religione ( mina
innescata nell’animo di Michelstaedter
), come disciplina di un popolo, essa non è nient’altro che modo di vivere e
basta.
Più o meno tutte le religioni sono per la
salvaguardia dell’uomo rivolto al bene, mentre per gli “ Esseri Pensanti” e
filosofi
Il pessimismo eracliteo è profuso
nei suoi scritti; la sua mente si lambiccava sull’aforisma:” Pochi sono quelli
che valgono, tanti sono le bestie d’armento” e il suo pensare civile è rivolto
sempre all’età classica, sia nella “ Persuasione” e sia nella “Rettorica”.
Aggiungiamo
che il cosiddetto Occidente è sotto il
peso devastante della rettorica –illusorietà del vivere quotidiano.
Questo sentimento che lo angustiava gli fa presagire il precipitare
dell’umanità verso il baratro della assolutezza
“scientifica”. Oggi alla mancanza di fatti reali e – più o meno –
dimostrabili – dell’onestà intellettuale, si supplisce con lo slogan
devastante: è tutto scientifico, anche le più banali sciocchezze, cioè la scienza come spettacolo. Il non
ragionamento ( rettorica )
Viene
chiamato” constatazione assoluta”( interesse di parte….L’inganno –
predisposizione del grosso animale urbano e democratico, presto a farsi subito
ingannare dai muezzin di piazza ),
mentre il sano ragionamento viene
bollato dalla cultura dominante,con l’epiteto
“ribellione”, rivolta contro le istituzioni ( spesso le istituzioni sono
la cosa più illegale), o peggio ancora: “ contestazione”, così può – in
veste di contestatore – apparire
Michelstaedter, perché troppo radicale e in netto contrasto con la società del
so tempo..
Con
Michelstaedter si viene a incarnare la
figura dell’alfiere della contestazione, cioè del non persuaso : “ Lo
disse Cristo, lo disse Buddha” ed ecco
affiorare il rifiuto della persuasione,
ci chiediamo : cosa si aspetta ancora
l’uomo nell’avvento dei nuovi secoli? ( si comincia a parlare di post-
moderno,post-industriale….. e speriamo che non si cominci a parlare di post-
scientifico).
Con angoscia ci chiediamo : ma è
tutto scoperto? Anche perché l’uomo tecnocratico vive la sua “ intensa”
giornata con angoscia, perché ha violato
il ritmo cosmico – con insistenza si parala di recuperare i tempi
morti…..altra aberrazione della tecnologia avanzata!
In seguito
Michelsaedter, compie l’estremo tentativo di immergersi nella lettura del
Vangelo, e tra l’altro invita a leggerlo anche sua sorella Paula . Tutto gli
scivola tra le mani ( fase della
disillusione ) , sempre più predisposto
a non legarsi a niente. Ma gli
incessanti richiami interiori alle tradizioni e alle radici sono un grido che
non può essere soffocato, pervaso da uno stato perenne
Di insicurezza. Anche dell’amore è
insicuro e qualsiasi legame duraturo lo atterrisce: deduciamo che molta
influenza abbia avuto l’affermazione di Stendhal: “ incapacità d’amare” ( paura del convenzionale ) per cui si
immerge nell’egotismo o più sfrenato.
Nella sua “ Rettorica e Persuasione “è un vulcano
in continua eruzione.Poi cresce sempre di più l’odio viscerale per il mondo
e si chiude completamente verso l’esterno.Questo atteggiamento di
chiusura totale e altre commistioni
fobiche gettano le basi definitive per il suicidio, in quanto viene a trovarsi
faccia a faccia con il muro invalicabile dell’inacessibilità dell’uomo. Brucia
a tappe forzate il calvario della conoscenza: “ per l’uomo comune, più che un
vivere lungo è un lungo morire”, per
accedere al limbo dove Tutto è Nulla. Oramai crede che le radici ebraiche sono
“recise” e non gli rimane nient’altro che lo spazio sospeso tra la terra e il
cielo- spazio del niente assoluto – ma
non lo frena il rimorso dell’aver tralasciato le radici ebraiche, radici che
sono la vera essenza dell’uomo.
Anche i
meridionali, popolo errante, ovunque si
trovano sono posseduti dall’ansia
disperata e dalla nostalgia del ritorno alla propria terra e alla cultura
dell’infanzia (fattore fisiologico -sperimentale). C’è un detto: “ Ogni uomo
resti nella religione di appartenenza”. La storia è piena di massacri in nome
di un dio predominante o di una religione ( maggioranza del posto in cui si
vive ) portabandiera di assolute verità.
Non
esitiamo a chiudere con le parole di Luigi Bianco , in una recensione del libro
di poesie – “ Enigmata” – di Francesco Innella dedicato a Carlo Michelstaedter
: “ Michelstaedter è stato il più grande filosofo italiano del Novecento o quasi”, aggiungiamo a dispetto della cultura ufficiale ….
Dominante,
perché la cultura ufficiale è la grande
figlia illegittima dei salotti e benedetta con l’acqua santa.
Vogliamo
lasciare la porta aperta ad altri studiosi
per la parola conclusiva sul pindarico e oscuro Carlo Michelstaedter , il “
Risvegliato dell’Occidente”…..
L’Europa
deve avere il coraggio di riconquistare “l’Occidente Classico” mutilato dalla Rivoluzione
d’Ottobre ,e battersi per portare in esso la Santa Russia –e che cancelli per
sempre dal “ vocabolario” …..storico -, che la rivoluzione è figlia della
sinistra- progressista- e che i colpi di stato sono i figli degenerati della destra- reazionaria
-.
La
decadenza dell’Europa si chiama : commistione
di socialismo e comunismo -, perché il Nuovo Mondo non è Occidente, né patria
legittima dell’ONU, ma patria degli “ espulsi Forzati.”….
in risalto la mancanza d’essere che governa l’uomo ed il
tentativo di superare questo stato
attraverso la prospettiva di una
coincidenza di se stessi con il mondo.
Lo scoglio
più grande che deve essere abbattuto consiste nel non perdersi nel contatto
con la quotidianità, ma di opporre una
strenua resistenza, che respingendo le illusorietà delle cose e della vita,
permetta di raggiungere la pace con se
stessi.
Michelstaedter
si oppone alle false realizzazioni
dell’Io , che si possono verificare nel
contesto sociale in cui vive, cioè l’apparato di istituzioni che gli promettono
una realizzazione futura: ossia la Rettorica. Quindi l’uomo solo attraverso la
sua resistenza può respingere dentro di
sé i bisogni che lo legano al mondo, cioè facendo tabula rasa di quelli che
sono i suoi aspetti sociali e rinunciando a vivere in maniera codificata.
Questa
resistenza lo deve per forza portare alla solitudine, che egli deve accettare
senza paura di cedere alle lusinghe della società. E’ solo un’eroica
solitudine, sprezzante del volgo, la strada per la realizzazione della
Persuasione, nessun legame viene accettato, niente ci può essere per il
persuaso, perché altrimenti corre il rischio di legarsi alla vita, come le api
al miele.
Questo
discorso così duro e radicale da parte del filosofo Goriziano è esposto nella sua tesi di laurea:
“ La persuasione e la Rettorica”, che non fu mai data come tesi per il suicidio dell’autore.
E la
domanda che si affaccia a questo punto e che cercherò di chiarire, è questa:
fino a che punto la Persuasione è maturata solo nel contesto di uno studio per
la tesi, o rappresenta effettivamente per Michelstaedter una soluzione per il
suo dissidio con la società borghese dell’epoca?
Per
rispondere a questo interrogativo, bisogna
analizzare l’unico strumento utile per potere avanzare delle ipotesi
sullo sviluppo della personalità del filosofo, cioè l’epistolario, che
racchiude al suo interno molti misteri, che devono essere chiariti, infatti attraverso di esso si può meglio mettere in
risalto la sua personalità ed il suo modo di gestire la vita. Chiaramente
bisogna essere molto accorti nel cogliere gli aspetti della sua vita che si
possono inserire nel suo più generale discorso e che fanno da sottofondo,
determinando le sue scelte future. Nel 1905, all’età di diciotto anni, giunge a
Firenze per studiare pittura e disegno, si iscrive all’Istituto di Studi
Superiori, rinunciando alla facoltà di
matematica dell’Università di Vienna.
Allo studio
della filosofia si uniscono la mistica ebraica, il Vangelo, i presocratici,
i tragici greci, Ibsen, Tetrarca,
Leopardi, che poi convoglieranno nella sua tesi. Ma che cosa emerge dalla sua vita di allora
Ma che cosa
emerge dalla sua vita di allora?
Il distacco
dalla famiglia avvertito come privazione e dolore
L’epistolario di questi primi anni indica che il giovane
filosofo avverte con dolore la lontananza , sia fisica che spirituale dalla sua
famiglia. Tutto questo è indicato chiaramente
in molte lettere scritte, sia ai genitori, che
alla sorella Paula.Questo distacco doloroso dalla sua famiglia si può
più chiaramente comprendere, se si parte dal fatto che la lontananza lo porta fuori da una fitta rete di legami
affettivi, cosa che per un giovane di diciottoanni può naturalmente pesare, ma
anche da un nuovo modo di vivere
ebraico, in cui la famiglia è inserita, anche se più tardi Michelstaedter rifiuterà aspramente il mondo chiuso dell’ebreo. Prima di immergerci nella
lettura delle lettere, che testimoniano come questa diaspora abbia pesato
sull’anima del giovane filosofo Goriziano,si può gettare una luce sulle origini
ebraiche della sua famiglia.
I
Michelstaedter provengono dalla
cittadina tedesca di Michelstadt, vicino
a Darmast in Assia[1] sono di origine ashkenazita[2]
e con molte probabilità si trasferiscono
dall’Europa centrale nel Friuli, nel diciottesimo secolo, attratti dalle
condizioni di vita più favorevoli di quelle esistenti nell’impero germanico.
Qui,
infatti, possono risiedere indisturbati nella
stessa località:hanno il permesso di possedere beni, sia all’interno che
all’esterno del ghetto, beneficiano della tolleranza della chiesa cattolica
locale.
Gli ebrei
di queste zone, grazie alla loro attività di prestavalute, riescono a ricavare molti
utili che investono in piccole attività industriali.
Che con il tempo finiscono per
divenne un pilastro importante per l’economia locale
Un’altra fiorente attività da loro
intrapresa è il banco dei pegni[3].
Il 3 giugno 1887 nasce carlo
Michelstaedter , figlio di Alberto ed
Emma Luzzato. Il nonno paterno è il rabbino Isacco Samuele Reggio. Dopo otto giorni dalla nascita viene
praticato sul bambino il rito della circoncisione e gli viene imposto il nome
di Ghedalià Ram.
Il sabato
successivo al suo tredicesimo compleanno supera le prove di accertamento della
conoscenza della religione ebraica e giura di far parte attiva di Israele. I goriziani di origine ebraica di fatto sono
cittadini austriaci,ma parlano la
lingua italiana e il loro livello culturale è certamente buono ed amano
risiedere non lontano dal centro delle attività cittadine.[4]
Il padre di
Michelstaedter esercita la professione
di cambiavalute e di agente delle Assicurazioni Generali. Dopo il matrimonio
abbandona il ghetto, si inserisce nella vita cittadina, partecipando a tutte le
sue attività economiche, sociali e
culturali. Questo atteggiamento ci fa
capire che è avvenuto, o l’abbandono delle tradizioni ebraiche, o la loro
riduzione a pura formalità.Questo atteggiamento paterno può aver influenzato la
personalità del giovane Michelsaedter, che gà da ragazzo non esprimeva una
condotta lodevole verso le norme imposte dalla religione ebraica. Ma adesso
analizziamo l’epistolario e mettiamo in
risalto, come questa mancanza del nucleo
familiare viene avvertita in maniera
dolorosa.
Lettera
alla famiglia del 1 – 12 – 1905:” Perché
non mi scrivete? E’ il terzo giorno che non ricevo una riga da voi”.[5]
Lettera
alla famiglia del 4- 12- 1905: “ Ancora niente non riesco a capire perché tutto
ad un tratto vi riesca pesante
scrivermi”[6]
Lettera a
Paula del 8 –12 – 1905:” Il campanello che mi annunziava la tua lettera mi
strappò dalle infinite sfere della matematica, nelle quali ero sprofondato
in una vera estasi. Come mi ha fatto piacere, un piacere meraviglioso con
quella tua lettera[7]…”
Carlo
Michelstaedter finisce per incarnare a
Firenze il mito dell’ebreo errante, anche se il suo modo di vivere le
tradizioni ebraiche è molto diluito e solo la lettera gli consente una
costruzione mentale del bel rapporto che ha lasciato alle spalle a Gorizia. La lettera diviene,
pertanto, il segmento esistenziale per lui, riesce attraverso di lei a fermare
sulla carta gli avvenimenti che quotidianamente gli capitano e ricomporli nel
suo vissuto ed è. Dall’altra parte, una conferma ai suoi primi approcci verso la conquista del
mondo, alle sue prime e più significative esperienze. Per questo il silenzio
familiare comporta per lui ansia, perché gli manca lo strumento di riflessione
delle sue azioni. Egli viene bruciato da un’ansia interiore che non riesce a
trattenere.
Lettera
alla famiglia del 1 – 3 – 1906: “ Voi m’avete fatto soffrire molto in quegli
otto giorni di inspiegabile silenzio.E’ una vera azione cattiva da parte
vostra, che mi amareggia tutti i momenti, non mi lascia né pensare, né
studiare, né mangiare, né separare, né dormire”[8]
Lettera alla famiglia del 23- 10 –
1905:” L’idea poi che questo era il primo giorno della mia
lontananza da voi mi spaventa molto e due mesi mi sembrano una eternità”.[10]
Questo distacco genera una sorta di
malinconia, che piano piano si
impossessa della sua persona. Il confronto con il mondo ed i suoi problemi gli
fa capire la futilità delle mete che la vita impone. E’ come inseguire delle
vane illusioni. E’ un essere assorbito nel tempo, senza avere modo di lasciare
nessuna traccia durevole di se stessi. Lo stesso concetto esprimerà più
tardi nella sua tesi “ La persuasione e
la retorica” : “ La vita si misura dall’intensità e non dalla durata”. Ed è
proprio questo bisogno di vivere la vita tutta intera, senza nessuna
interruzione, né nessun cedimento verso il mondo esterno, la sua prima
preoccupazione.
Certamente
l’epistolario fa emergere questo bisogno di vivere intensamente gli avvenimenti
e ci riporta anche una ansia di scoperte che lo divora.
Lettera a
Paula del 10 – 2 – 1906:” L’altra sera appunto si è fatto ( con Oberdofer e un
altro) uno splendido giro che tu godresti tanto r sarebbe bello fare insieme.
Era luna piena ( o quasi ) , un cielo
purissimo, noi siamo saliti alle 9 e mezzo al piazzale Michelangelo, da là per
Arretri, San Giorgio, Poggio Imperiale e porta Romana e a casa. Sul piazzale si
ha una impressione così forte che non è
possibile darne una idea nemmeno lontana. Io mi sentivo scorrere attraverso il
corpo come un’onda di bellezza e mi pareva di immedesimarmi con la natura.”[11]
Il piacere
che Michelstaedter vive in questo
momento è quello estetico come del resto testimonia l’epistolario di questi
primi anni. In lui cresce sempre di più l’ansia di scoprire il bello e di
contemplarlo, forse questa attività lo trasporta in un’altra dimensione,
lontana dagli affanni della vita. Ecco
come descrive Firenze appena giunto.
Lettera
alla famiglia del 26 –10- 1905: “ La stessa mirabile impressione produce il
campanile di Giotto, il quale però nella
sua snellezza acquista un effetto ideale. Li vidi nella luce del tramonto e non
mi parvero opera di uomini, ma cose messe l’ per incanto, diafane immateriali.[12]
Ma insieme a queste descrizioni egli ama
avvicinarsi ai grandi artisti del passato che la città offre. Lettera alla famiglia
del 26 – 11- 1905:” E più interessanti sono le citazioni dantesche che si
trovano dappertutto, sicché pare che lo spirito del poeta vivi e palpiti ancora
trasfuso nella città. Oggi fui a Palazzo
Vecchio e vidi un bel quadro del Botticelli, deve essere dei suoi primi
lavori perché è originale e spontaneo senza
Quel certo che di voluto che c’è
nei pensieri, poi un affresco del Ghirlandaio…. Mi sono fermato a copiare una
statua e mi divertiva a star a sentire la maestria di un cicerone…[13]
SE Gerenze lo affascina per l’arte,
egli è nel contempo anche attratto da città vicine, che sono piene di vivacità,
perché a Michelstaedter piace assaporare i ritmi frenetici che lo possono
portare lontano dalla solitudine e dalla malinconia.
Lettera alla famiglia del 26 – 10 –
1905:” Sono di ritorno dal mio giro. Bologna è una città bellissima piena di
movimento , di luce e di vivacità. E queste cose dopo quel cimitero di Ferrara fanno buona
impressione..”[14]
Comunque Michelstaedter non riesce
a sciogliere questa sua ambivalenza, questo suo continuo oscillare tra stati
d’animo diversi e questo primo periodo che egli vive non prefigura in nessun
modo una possibile teorizzazzione della persuasione.
Egli si
avvicinerà a questa sua futura filosofia in due momenti successivi, che lo
stesso epistolario ci conferma, quando inizierà a scrollarsi di dosso il
retaggio ebraico, con la chiusura totale alle sue tradizioni e con la profonda
crisi affettiva che lo consegnerà alla solitudine ed al rifiuto del mondo
borghese del suo tempo.
Ma adesso è
possibile solo ricavare labili tracce che testimoniano di una personalità
ancora in evoluzione, ma che ha già
sviluppato una profonda sensibilità verso la vita e gli avvenimenti, anche se
spesso non sa destreggiarsi adeguatamente
in essi e non riesce a tagliare
il filo che lo lega alla sua famiglia.
CapII
L’antisemitismo
ebraico
Carlo
Michelstaedter mostra nel periodo di studi fiorentino, un netto rifiuto di
seguire le tradizioni ebraiche. L’epistolario ci descrive di questa sua
continua avversione. Il dato che più stupisce è l’accanimento con cui vuol
colpire quelli che sono i legami con la
sua tradizione. Il padre Alberto, cambiavalute ed Agente delle Assicurazioni Generali, aveva con le sue attività culturali ed economiche favorito l’uscita dal
ghetto della famiglia e ridotto a pura formalismo l’osservanza della religione
ebraica. Ma Michelstaedter supera questo
livello. Egli vuol fare tabula rasa delle sue radici, fino ad estirparle da se
stesso. Se è questo che egli ha inteso fare, avrebbe dovuto trovarsi ben pesto
in uno stato di perdizione, sia perché
annulla una parte importante del suo retaggio culturale, sia perché non è
possibile sostituire in breve tempo una cultura con un’altra. Ma per
Michelstaedter non è così, perché egli
rifiuta due mondi: quello ebraico e quello borghese e quando insieme alla
scoperta della persuasione, egli deve fare i conti con la realtà della
Retorica, che nega la realizzazione dell’uomo,
si rende conto che l’individuo è stritolato negli ingranaggi sociali,
che non gli danno la possibilità di effettuare scelte autonome.
E neanche
bisogna credere a ciò che hanno scritto alcuni studiosi che Michelsatedter ,
con il suo rifiuto di osservare la tradizione ebraica, avrebbe ricevuto un
contraccolpo psichico, che non riuscirà più a risolvere e che tutto questo lo
avrebbe portato al suicidio, invece sarà possibile dimostrare più
avanti, come il gesto si annida in alcune sue intime problematiche che
l’epistolario rivelerà. La Persuasione che più tardi elaborerà è la
dimostrazione dell’integrità della sua forza interiore, senza la quale non è possibile arrivare ad un alto grado di
realizzazione. E allora perché Michelstaedter combatte così aspramente
l’ebraismo?
Perché egli
incarna la forma di antisemitismo ebraico che Otto Weiniger[15]
ha scoperto insieme a quello ariano. Ed il discorso si fa a questo punto difficile ed è arduo
azzardare una interpretazione
Michelstaedter rappresenta la faccia oscura dell’ebraismo,
quel moto di ribellione e di rifiuto delle proprie tradizioni che è presente
nella stessa razza ebraica. Quando
questa svolta avviene nel suo animo, si sente vuoto ed avverte il bisogno di teorizzare la nascita di un nuovo uomo: il persuaso, che dovrà
travolgere tutte le barriere e indicare un nuovo modo di vivere.
Egli
vede come la vita preme con i suoi
bisogni e le sue illusioni che la
società crea:
“La vita è
tutta una dura cosa” e l’uomo schiavo del contingente “ senza nome, senza
cognome e senza parenti, senza cose da fare , senza vestiti solo nudo”[16]
davanti a
questo scacco, in cui l’anima sembra precipitare in un abisso senza fine e dove
il contatto con le cose e gli uomini suscita una sensazione di vertigine,
l’uomo deve resistere, deve riscattare se stesso: “ deve avere il coraggio di
sentirsi ancora solo, riguardare in
faccia il proprio dolore e di sopportarne tutto il peso”[17].
Se questa è
la strada del sacrificio supremo, in cui bisogna estirpare dalla persona le
illusioni che lo legano alla vita e creare
il deserto intorno a lui è
impossibile, quindi, seguire o legarsi a qualsiasi ideologia.
L’ebraismo
diventa per Michelstaedter una palla al
piede, di cui bisogna liberarsi, insieme a quelli che sono gli schemi della società borghese.
E’ una posizione importante, che prevede il dischiudersi di nuove avventure
spirituali , che hanno bisogno di un terreno vergine per esplicarsi.
In
Michelstaedter il rifiuto di seguire le
sue tradizioni non nasce per caso nel suo animo, ma fa parte della sua stessa
cultura ebraica.
L’epistolario
dimostra come Michelstaedter si rifiuta di seguire i precetti della religione
ebraica, arrivando ad infrangerli ed in questa
decisa trasgressione c’è tutta la
volontà di superare una precettistica che gli è stata cucita addosso dal giorno
in cui gli fu dato il nome di Ghedalià Ram.
Questa sua
ribellione alle tradizioni ebraiche inizia con la trasgressione alle
prescrizioni alimentari. Egli ama frequentare i ristoranti di Firenze e non si
rifiuta di mangiare arrosto allo spiedo con lardo, il cui consumo è
assolutamente proibito.
E può
darsi che questa sua prima infrazione
alle regole dietetiche, sia dettata dalla
sua irrequietezza che da
altro, in quando Michelstaedter è
ansioso di fare altre scoperte e di
esprimere il suo talento artistico, con vari schizzi degli avventori che egli
incontra casualmente. Ma il vero segnale di intolleranza ci è dato dal superamento del divieto ebraico scrivere
e di viaggiare di sabato, infatti nella lettera all’amico Chiavacci del 24
–4-1909 scrive. “Mi sono fatto mettere l’esame per me solo a sabato 2”.[18]
Ma veri e
propri spunti di rottura non si vedono ancora chiaramente. Egli è
diffidente rispetto alla comunità ebraica di Firenze, che sente di non voler
frequentare, ma di cui deve a malavoglia accettare gli inviti.
Lettera dell 11- 3 – 1906 al padre Alberto “ieri c’è stato un ballo del
purim, io sono stato invitato da un giovane del comitato che è mio amico.
Veramente non volevo andarci per non
trovarmi in un ambiente sionistico, poi per le istanze che mi hanno fatto
dovetti andarci…Però in pieno erano persone simpatiche, allegre e gli
organizzatori hanno tutt’altro che idee sionistiche…[19].”
Michelsatedter
teme che li idee sionistiche, che e egli conosce, possano in qualche modo
turbarlo e portarlo a vivere con angoscia questa problematica, ma constatando
che queste persone sono simpatiche e non di idee sionistiche, si crea nel suo
animo una situazione di fiducia, almeno la sua aggressività non dovrà essere
tirata fuori.
Egli ha da
percorrere ancora una buona parte del cammino sulla strada dell’ebraismo. E una
nota di distinzione è data dal suo interesse per il cattolicesimo, che seduce
il suo animo con l’insieme di funzioni religiose, a cui egli assiste insieme
alla sua amica russa Nadia Baraden.
E’ proprio l’atmosfera
della messa che lo seduce, che gli rende una contemplazione estetica. Lo stesso influsso subì Osca Wilde, tanto è
vero che chiese di convertirsi al cattolicesimo sul letto di morte.
Il filosofo
Goriziano attraverso i riti della chiesa, giunge alla lettura del Vangelo che
lo entusiasma, tanto da scrivere alla sorella Paula.
Lettera del
27 – 5 – 1909 “ Leggo tra l’altro il
Vangelo, e ci trovo con gioia la grandezza e la profondità che aspettavo –
tanto superiore alle filosofie e alla scienza moderne.”[20]
Non bisogna
dimenticare che la figura di Cristo insieme a quelle dei grandi spiriti fa
parte di coloro che hanno raggiunto la Persuasione, ma il cui insegnamento non
fu mai ascoltato dagli uomini.
Parecchie
pagine della sua opera maggiore sono dedicate a lui specialmente quando parla
dei miracoli che può fare il persuaso.
“ Perciò
Cristo ha l’aureola, le pietre diventano pani, gli ammalati risanano e i vili
si fanno martiri e gli uomini gridano al miracolo”[21]
Sono cattolici i suoi migliori
amici, quelli con i quali condivide le idee più intime, ai quali apre il suo
cuore.Ora a voler meglio chiarire l’importanza che la figura di Cristo esercita
su Michelstaedter, bisogna tener presente l’intimo legame che si è creato tra i
due e che non risente di nessuna affiliazione
religiosa
Il filosofo
Goriziano è affascinato dalla capacità di Gesù di rinunciare ad attuare la sua
personalità illusoria, egli, infatti,
non diviene vittima del contingente, della retorica del tempo, ma supera tutto
questo immergendo la sua persona in un’istanza superiore, abolendo se stesso ,
egli si fa portavoce di un nuovo mondo da realizzare sulla terra, questo
discorso liberandolo dalla temporalità e dal mondo delle cose futili, lo lancia
in una dimensione strettamente personale e allo stesso tempo universale.
Il grande
dominio di sé e l’enorme sacrificio
richiesto affascina Michelstaedter, che scrive all’amico Enrico Mreule nella
lettera del 13 –6-1909” Se uno è salito davvero al calvario non scende più non
c’è un dopo per lui che ha vissuto in un attimo tutti i tempi. Cristo è salito
al calvario per morire non per accomodarsi alla vita.”[22]
Ed to supremo sacrificio la via per
la persuasione, questo salire il proprio calvario, il dover vincere gli aspetti
oscuri della propria persona, che ci legano strettamente ai bisogni e alla
illusoria aspettativa di poterli in qualche modo realizzare, legandoci sempre
di più alla vita e alle sue leggi.
Solo una strenua resistenza libera
l’uomo, ma per farlo bisogna accettare di essere soli e guardare in faccia il
proprio dolore. Cristo percorre questo cammino e si libera da ogin legame per
poter predicare la buona novella, anche se poi tutti lo tradiranno, ma sul suo
discorso, come scrive Michelsaedter ci costruiranno la chiesa, relegandolo a puro
formalismo religioso.
Ma riprendiamo la nostra analisi
dell’atteggiamento antiebraico del
giovane filosofo di Gorizia. Questo
viene fuori più chiaramente, rispetto al suo gusto di trasgressione in una
lettera particolare scritta alla sorella Paula del gennaio 1906.: “ Tutti gli
ebrei che vengono all’Istituto; meno uno o due , hanno le stesse idee, lo
stesso fervore, che studiano tutti al collegio rabbinico . Mi fa l’impressione
di una aberrazione generale. Sono gente
che non vive nel nostro mondo che non possono partecipare alla nostra vita:”[23]
Questa lettera alla sorella Paula
ci dimostra come sia cambiato l’atteggiamento di Michelstaedter partito da non
voler essere coinvolto da ambienti
sionistici, giunge al disprezzo per quest’ultimi, perché lui ha preso coscienza
della diversità dell’ebreo e ne sente
dentro di sé tutto l’orrore. Il distacco che si è prodotto è
irrimediabile, egli si sente dentro di sé l’ammoscia di dover vivere come loro; legati agli studi rabbinici
e alla sfera del profitto. Non sanno fare altro che servire la retorica del
tempo. Egli vede in loro l’attaccamento cieco e senza scopo alla vita,
che ci rende schiavi di noi stessi e degli altri.. Se si vuole percorrere una
strada diversa ci si deve opporre, si deve resistere e lui questa opposizione
la vive contro i fratelli ebrei, ma anche essenzialmente contro di sé
La forma assunta dal suo
antisemitismo è presente nella sua stessa cultura.
Ora con
l’aiuto di un altro autore, Otto Weiniger[24],
che ha vissuto insieme a Michelstaedter la stessa intima contraddizione,
cercherò di sviluppare in maniera più approfondita, il discorso. Prima , però,
voglio sgombrare il campo da un pregiudizio che potrebbe pesare sulla mia
ricerca e che le può dare delle interpretazioni non volute e non cercate. Il
termine antisemitismo non si riferisce, come fino ad oggi è stato inteso ad un
odio contro la razza ebraica, ma semplicemente ad una categoria dello spirito ,
che si è attuata in un certo modo leggiamo in Weiniger lo sviluppo di questo
concetto:
“L’ebraismo
può essere ritenuto soltanto un orientamento dello spirito, una costituzione
psichica[25]
L’ebraismo si viene
a definire l’incarnazione
platonica di un idea, che entrando a far parte di più individui sviluppa un suo percorso e che le cose stanno così lo
dimostra l’antisemitismo. Gli ariani più autentici non sono antisemiti , anche
se la vicinanza può urtarli: “ nello stesso antisemita aggressivo, invece si
riscontreranno delle caratteristiche ebraiche e ciò può allora mostrarsi
addirittura nella sua fisionomia, quand’anche il suo sangue fosse puro di ogni
rapporto semitico”.[26]
Del resto
come si fa ad odiare qualcosa, o qualcuno a cui non si somiglia? Se io
appartengo ad una determinata razza che
ben conosco mi sarà mi sarà più facile
odiarla, in quanto avrò appreso fin
dalla nascita un determinato bagaglio di conoscenze e tradizioni.
Infatti
Weiniger aggiunge: “ Non si odia qualcuno con cui non si abbia somiglianza di
sorta. Spesso è solo l’altra persona a far
sì che ci avvediamo di quali tratti sgradevoli e bassi abbiamo in noi”[27].
E ancora
continua: “ Così si spiega perché i più avvelenati fra gli antisemiti si
trovano tra gli ebrei. Perché gli ebrei del tutto ebraici al pari degli ari
completamente ariani, non nutrono alcun sentimento antisemita; tra i restanti
le nature più grossolane pongono in atto il loro antisemitismo solo nei
riguardi degli altri, giudicandoli senza essere giudicati; e solo pochi fanno
cominciare il proprio antisemitismo da se stessi.”[28]
E dal mondo
interiore di Carlo Michelstaedter che questa strada si diparte; che inizia a
prendere coscienza e si sviluppa, prima una inconscia ribellione alle usanze ed
ai costumi ebraici, poi l’odio contro la
sua stessa razza.
Ora
risulta più chiaramente da dove nasce in
Michelstaedter questo odio contro la sua stessa razza. Le motivazioni sono
profonde e radicate, egli cerca in tutti i modi di togliersi di dosso un
retaggio culturale che non sente suo. E’ viva in lui l’esigenza di
distinguersi in tutti i modi dalle ristrette concezioni ebraiche, perché già
sente nel suo animo la configurazione di un altro modo di percepire le cose ed
il mondo, una viva forza interiore comincia ad animarlo, a prendere possesso di
lui a spingerlo a distinguersi da un mondo angusto.
Questa
avversione all’ebraismo diventa necessaria:
“ Chiunque
odia il carattere ebraico lo odia
anzitutto dentro di sé: che lo perseguiti nell’altro è solo un tentativo di
separarsi in tal modo dall’elemento ebraico di dividersi da esso
localizzandolo interamente nel suo simile in modo da illudersi per un
attimo di essere liberi. L’odio è un fenomeno di proiezione come l’amore:
l’uomo odia solo chi gli ricorda
spiacevolmente se stesso”.[29]
La stessa diffidenza di Michelstaedter verso gli ambienti sionistici, che suo malgrado
è costretto a frequentare per non dare un dispiacere ai genitori e
anche per vincere la solitudine, a Firenze si concretizza in una paura di poter essere contaminato da
un modo di pensare e di gestire la vita in maniera diversa.
L’ebreo
viene ad assumere, per il filosofo Goriziano, un modo di vivere negativo, verso
il quale prova repulsione.
“l’antisemitismo
dell’ebreo, dunque , prova che nessuno, conoscendo l’ebreo, lo sente come
qualcosa di amabile: nemmeno l’ebreo.”[30]
Quindi
l’ebreo rappresenta un mondo oscuro al cui interno è racchiusa una fitta
ragnatela di regole ataviche, che più opprimono, anziché far liberare l’individuo e questo perché l’ebraismo non e “ né una razza,
né una confessione, né una letteratura”[31].
E se
l’ebreo rappresenta niente più che un’idea, vediamo questa sua tipologia non
reggere in un mondo prevalentemente maschile, il cui ideale è quello di
rilanciare l’idea di un individuo che
sappia crearsi il suo destino e guidare gli altri sul sentiero della
conoscenza. Questa strada che Michelstaedter
sente dentro di sé gli fa rifiutare il mondo israelitico. Come è
possibile voler costruire la persuasione se prima non si libera l’uomo da ogni
vincolo e da ogni debolezza?
E l’uomo
ebraico ha nel suo carattere molte debolezze che lo avvicinano più al mondo
della donna che all’ideale di mascolinità.
“ Così per
menzionare subito un’analogia con la donna al vero ebreo manca quella nobiltà
interiore che ha per conseguenza la dignità del proprio io e la stima dell’io altrui, poiché l’ebreo
come la donna, non ha un io e quindi nemmeno un valore proprio. Donde la sua
donnesca sete di titoli..”[32]
ma quello
che lo contraddistingue ancora è che non riesce a possedere se stesso:” Il vero
ebreo come la vera donna vivono entrambi solo nella specie e non come individualità”
davanti a
questo quadro così sconcertante Michelstaedter ha ben pesato di reagire,
prima con il rifiuto , poi con aperta
ostilità. Il suo modo di pensare non solo diverge
dall’ebraismo,
ma è tutto teso superarlo, in una visione diversa, verso un discorso più
ampio; ma questo suo combattere
l’ebraismo può anche essere inteso come un percorso interno all’ebraismo
stesso, magari egli non è stato capace di andare oltre il rifiuto di seguire i
suoi costumi e non si sa fino a che punto è riuscito a confrontarsi con la
forma interna del sionismo; magari può aver tentato di cambiare le cose,oppure
presagiva una visione spirituale che da lì a poco sarebbe germogliata nel suo
animo. Del resto, come scrive Weiniger l’unica strada possibile per l’ebreo è
“che gli ebrei dovrebbero aver superato
l’ebraismo, prima che possono essere maturi per il sionismo. A tale scopo,
però, occorrerebbe che gli ebrei capissero se
stesi e combattessero contro di sé, occorrerebbe che intimamente
volessero vincere l’ebraismo in loro”
E’ questa
l’unica strada possibile che Weiniger
indica e che può portare al superamento dell’ebraismo per essere maturi
per il sionismo.
Michelstaedter
fallisce in pieno, la sua rabbia il suo disgusto per le sue tradizioni non bastano
a tranciare di netto un rapporto, o a svilupparlo verso nuove costruzioni
mentali. Due ipotesi potrebbero spiegare il suo atteggiamento. La prima è che
non abbia seguito la strada del
sionismo, perché sentiva maturare dentro di sé una nuova visione : la
persuasione che già comincia ad affacciarsi
nei suoi studi per la tesi. La seconda è che egli è rimasto un
antisemita viscerale che odia le sue radici più profonde fino a reciderle del tutto,ma da questo atteggiamento ricava
solo dissociazione psichica, una
insicurezza, un relegare tutto un mondo nei sotterranei della sua anima, dove
cresce e si sviluppa in maniera abnorme.
Perché non
abbia voluto superare il suo antisemitismo in una sintesi superiore che lo
avrebbe messo al riparo da ogni squilibrio, non lo si può sapere, né tantomeno
è possibile ricavarne tracce dall’epistolario.
Il disagio
affettivo e la chiusura in se stesso
Michekstaedter , oltre a
dimostrarsi attento e vigile, rispetto ai suoi studi, che frequenta con zelo,
si immerge anche nella vita circostante, che poi riporta nei suoi schizzi e
disegni. Ama frequentare teatri, riunioni mondane, ciò che lo spinge è sempre
il suo desiderio di vincere la solitudine e la malinconia.
E’ solo vivendo la vita in maniera
frenetica che può nascondere a se stesso una forte nevrosi che lo macera
interiormente. Ma che cosa lo mette in crisi con se stesso?
La ricerca
di una maggiore stabilità intellettuale, il voler raggiungere un punto fermo
nella vita. Egli inizia a comprendere la sua unicità, ma non riesce a superare
la solitudine vissuta come inadeguatezza verso il mondo.Il filosofo Goriziano
fa il possibile per allontanare da se stesso questa oppressione spirituale, ma
non ci riesce, rimanendo in un certo senso intrappolato in questa
dimensione.
Ora punto di passaggio tra l’attivismo sfrenato
e la chiusura verso gli altri è
rappresentato dal disagio affettivo. Il
rapporto che deve averlo più influenzato è quello con Nadia Baraden signora russa divorziata di alcuni anni più
anziana di lui, tra di loro nasce una
forte attrazione intellettuale, ma anche
sentimentale.
Lettera ad
Alberto Michelstaedter del 27 – 5 – 1907: “ Ho incontrato sul mio cammino una
donna intellettualmente superiore, e mi sono affezionato lei; e per
quanto fossimo pienamente liberi di fare ciò che volevamo, siamo sempre
stati nei termini della più semplice
cameraderie e d’una amicizia puramente intellettuale; non ho mai perdutola
testa per lei, la sua amicizia mi fece bene e la sua morte tragica mi lasciò un
mesto ricordo indelebile.[33]
Il suicidio
della giovane russa deve aver scosso il
giovane filosofo, tanto ve che la sua
famiglia preoccupata per lui e per le conseguenze psicologiche che questo gesto
dell’amica può causargli..
Lettera
alla famiglia del 15 – 4 – 1907:” Non vi rattristate per
me. Sono più forte di quando credete.
A Firenze lavorerò , sarò calmo e
normale”[34]
Invece si comincia a delineare, attraverso il
contatto con questa donna e le sue maturazioni personali, l’orrore di
entrare in un mondo diverso, governato da leggi che lui non capisce e rifiuta.
Anche se non siamo ancora nel discorso della persuasione e ne tantomeno in
quello della rettorica, si affaccia in lui, in maniera perentoria, il rifiuto verso il mondo borghese.
Lettera a
Iolanda De Blasi del 25 – 4 – 1907 : “ Mi sento talvolta debole e piccolo e
vedo con orrore il treno “ trasporto animali” avvicinarsi che dovrebbe portarmi
nel mondo borghese, trionfalmente cretino!1 no, no , piuttosto soccombere mi gridò
una voce amica”.[35]
E la voce
che grida queste parole estreme è di
Nadia Baraden, ma accanto a questa grossa crisi che lo colpisce, che sembra non
dargli tregua,riesce ad affiorare ancora
la sua esigenza affettiva, il suo cuore può palpitare per un’altra donna, che
può fargli dimenticare il ricordo dei tragici avvenimenti fiorentini. Una donna
si affaccia nella sua vita: Iolanda De Blasi,
nata a Catanzaro nel 1888, collega di Michelstaedter all’Istituto di
Studi Superiori. Autrice di romanzi e novelle e di un’importante antologia
della letteratura femminile italiana dalle origini all’ottocento.
Traduttrice dell’Iliade, nella cui
prefazione rievoca gli anni e le persone
da lei conosciute, dimenticandosi dell’amico di Gorizia.
Questo
rapporto sembra scivolar tra le crisi che ancora attanagliano l’animo del
giovane filosofo e l’amore, arrivando ad esprimersi in un gran numero di
contraddizioni e di atteggiamenti
opposti.
Michelstaedter
vive, oltre alla sua insicurezza, anche il netto rifiuto di accettare l’idea di
un suo futuro matrimonio con Iolanda.
Lettera a
Iolanda De Blasi del 6 – 5 – 1907: “ Iolanda io non sono placido e felice come
mi sentivo in questi giorni d’ebbrezza. E intendimi bene, quanto io sento per
te nulla e scemato. Ma sento che è lontano, quanto io voglio e non è fuori di
me che voglio lacuna cosa, ma in me sento che onestamente non posso promettere
di me nel futuro un marito, un babbo tranquillo, sento che forse farò soffrire
quanti mi amano. Sento che è dubbia la lotta che combatto, che incerto,
pericoloso è l’esito.[36].
Ma
nonostante queste sue crisi, decide di scrivere alla famiglia su questo nuovo rapporto.
Lettera
alla famiglia del 20 – 5 – 1907: “ Quando nell’ultima vi parlavo di qualche
cosa di nuovo e di felice che mi fa star bene e che mi ha fatto ritrovare la
vita non dicevo una frase…. Questa
cosa….e una ragazza alla quale voglio bene”[37]
Nella
lettera alla madre vi è un significativo accostamento tra le due donne: Nadia
Baraden e Iolanda De Blasi e dalla
lettera emerge chiaramente come il filosofo Goriziano abbia ridotto a pura
figura ideale il ricordo dell’amica
scomparsa: Lettera ad Emma
Michelstaedter del 22 – 5 – 1907 :” Tu
mamma mi vedi triste, perché? E come ora pensavi triste così mi penserai
insensibile quando saprai che non lo sono. No, invece ho sofferto realmente la
morte di Nadia , ed ora ne ho un dolce
e triste ricordo. E tu mamma non mi dirai, come qualche maligno che non conosce
né le mie relazioni con Nadia puoi dire che io gioco da capriccio, che passo da
una sciocchezza all’altra
superficialmente, che non sono capace di sentimento forte. Vedi io te lo
dicevo spesso,io ero per lei un amico e lei per me un’amica; nell’intimità
delle nostre relazioni avevamo uno spesso scambio di idee, la sua conversazione mi attraeva, io le
volevo bene e le voglio ancora bene quando uno ne può volere ad una figura
ideale.Ma questo non ha niente a che fare con
l’amore e può persistere perfettamente accanto a questo:”[38]
E’ chiaro
che queste due donne non si sovrappongono nella mente di Michelstaedter , ma
convivono bene, perché una appartiene al mondo ideale , ad una figura che abita
l’immaginario, l’altra invece, assume contorni più reali che lo conducono ad un
coinvolgimento personale. Le sue
battaglie contro il mondo borghese sembrano cessate, anzi la figura dell’amore
gli fa fare progetti di matrimonio. Egli riesce ad immaginare un tipo di vita
che più tardi combatterà assiduamente :
la retorica, ma l’amore riesce a trasportarlo nella dimensione del sogno e
dell’illusione.
Lettera
alla famiglia del 20 –5 – 1907: “ Ed ho sentito di volerle bene infinitamente ,
e non ho voluto più che lei fosse nella necessità continua di mentire, ed ho
voluto che dicesse tutto ai suoi . Io
fra 2 0 3 anni me la prendo”.[39]
Ma anche
questo amore è destinato a non durare e naufraga per l’opposizione dei genitori del filosofo che non vogliono il matrimonio
con una ragazza non ebrea e Michelstaedter obbedisce a ciò che i suoi gli
chiedono e scioglie la relazione.
Lettera ad Alberto Michelstedter :” Il tuo dolore mi
fece profonda tristezza e le tue parole mi suonano dentro in tutta la loro intensità. Vedo chiaramente tutto quanto
in questi due anni ti ho chiesto egoisticamente, mentre non t’ho dato nessuna
soddisfazione, nessuna garanzia di successo. E mi decisi a fare quello che in
fondo mi consigli di fare e lo feci oggi. Le dissi che le davo completa libertà
di pensare, di amare e di fare, che le proibivo di scrivermi e che io avrei
fatto lo stesso.”[40]
Così questo
amore finisce non per sua volontà ma per le pressioni familiari.Dopo questa
seconda delusione il suo cuore di indurisce e tutta la sua persona piomba nella
solitudine affettiva. Nel suo animo prende corpo l’impossibilità di amare e
potersi accostare ad un’altra donna.
Dobbiamo
aspettare l’agosto del 1908 per trovare
un altro amore, che fa palpitare il suo
cuore, ma che non libera dall’incertezza di effettuare un nuovo passo, sebbene
questo sentimento ritorna ad agitarlo e a creargli moti dubbi interiori.Questa
nuova donna è Argia Casini , la depositaria delle sue poesie. Nella
lettera Gaetano Chiavacci del 4- 8 – 1909, Michelstaedter
descrive così i suoi sentimenti: “ Una sera tardi mentre la bora rendeva selvaggio il mare e ci
fischiava agli orecchi stetti con lei per un’ ora sulla terrazza del nostro albergo senza dir
parola – solo di quando in quando io accennavo a lei o lei a me un chiarore
indistinto all’orizzonte, una vela che fuggiva l’uragano…. Le altre sere si
passeggiava lungo il mare, al lume delle stelle, senza mai parlare di noi, anzi
parlando il meno possibile…. Io non le ho
mai detto
Una parola
un po’ personale, non solo, ma nemmeno una cosa detta con intenzione, non le ho
mai parlato più intimamente di me stesso
– ne ho cercato che lei lo facesse di sé. Pure io sto tanto volentieri con lei
e lei con me – e a me pare che come io
conosco lei intimamente lei deve conoscere me ……
Tu dici”
falla finita, dimmi che sei nuovamente imbecillito, che presto rifarai le commedie delle promissioni, che
ricominci con i tuoi istrionismi –e finirai allo stesso modo”Forse chi lo sa –
al caso sarei istrione e come prima – mi credo capace di qualunque porcheria.
Ma il fatto è che
non è il caso- il mio cuore deve
essere come una pera succhiata .Sento qualcosa di molto speciale per lei,
desidero di starci insieme più di ogni altra cosa- pure non credo che questo
sia amore e forse la perderò e dal punto di vista di contatto rientreremo l’un
l’altro nella sfera dell’ombra…….
Proprio
così questo vuol dire che non sono più capace
di sentire l’amore, che anche questo mi sfugge come tutto il resto:” [41]
la testimonianza di questa lettera ci dimostra
chiaramente l’impossibilità di amare di Carlo Michelstaedter che è nel contempo
incapacità di orizzontarsi nella vita, di effettuare delle scelte valide. La
dolorosa chiusura in se stesso, dopo la delusione amorosa,dopo che Nadia,
Iolanda e Argia sono passate nell’intima
sfera personale, lo lascia vuoto e arido, con la sensazione di non poter effettuare delle scelte nella vita, con la
suprema decisione di non voler più vivere la vita degli altri, ma di cercare un nuovo modello, che possa essere
di riscatto anche per tutti gli uomini. Da un moto interiore di sofferenza,
giunge la luce per la nascita di una nuova speculazione, da questa chiusura in
se stesso,l’idea grandiosa di riscattare l’umanità dal suo dolore e dalle
illusioni della vita; ma prima di questo percorso spirituale, egli attraverso
le poesie ci fa toccare con mano la sua dimensione
affettiva.Tutte e tre le donne dono presenti
in esse, descritte in situazioni diverse, trasfigurate dall’arte del
poeta e trasportate su di un piano ideale, dove niente le potrà toccare nella
dimensione che hanno raggiunto.Per chi volesse leggere le poesie di
Michelstaedter potrà trovare nel volume ampie tracce del suo vissuto affettivo
e ricostruire il suo itinerario amoroso. Io provo soltanto a suggerire quali poesie leggere.
Si può
iniziare con quella dedicata a Nadia Baraden che ha per titolo: “ Sibila il
vento nel camin antico”[42]
In questa poesia per la donna vi è una
descrizione spirituale che avvicina a noi questo personaggio misterioso che ha
influito sulla personalità di Carlo Michelsatedeter . La poesia :” A che mi
guari fanciulla”[43] e dedicata a Iolanda De Blasi appena conosciuta a Firenze,
nell’Istituto di Studi Superiori; mentre
“ Senti Iolanda come e triste il sole “[44]
è sempre dedicata a Iolanda De Blasi ,
ma dopo che l’infatuazione della fanciulla è passata per l’opposizione del
padre. La poesia: “ Amico mi circonda il vasto mare”[45]
e quelle successive, sono tutte dedicate ad Argia Cassini , conosciuta a
Firenze nell’ agosto del 1908, E per concludere questo capitolo, voglio
segnalare il dialogo dal titolo::”Dialogo tra Carlo e Nadia”[46].
Il sottotitolo è chi si attacca alla vita è già giudicato” In esso attraverso
il colloquio ideale con la giovane russa ormai scomparsa, il filosofo Goriziano
prende in esame il tema della gelosia, ma che è gia stato ampiamente inserito
nell’ottica della persuasione: “In ciò che fai e non sia cio che fai”
In esso si
può cogliere l’amore di Carlo per questa donna, anche se è solo una ipotesi ;
ma il modo struggente con il quale è scritto, mi fa propendere per questa ipotesi.
Michelstedter avverte
l’impossibilità di mantenere in un punto
fermo la sua identità, rispetto alla molteplicità di situazioni che intende
seguire e che si pongono rispetto a lui in maniera diversa; egli si sente tiranneggiato da opposte tendenze,
senza riuscire a decidersi verso nessuna di
loro.
E’ come sw mille prospettive lo
invitassero a dover compiere delle scelte che lui non può, o che non sa fare.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 4 –
8 – 1908:” Non riesco più a ritrovarmi, il mio cervello è come un mare
ondeggiante, che riflette tutte le luci, che rispecchia tutte le cose e tutti i
cieli – ma nel punto che li rispecchia li infrange- ma il fondo resta tiepido e
non sa il vigore e la forma della vita”[47]
La vita corre troppo veloce per lui
e la sua mente scivola su mille avvenimenti, egli non riesce a filtrare le
cose, ma solo rimescolarle dentro di sé, senza che sia possibile nessuna
sintesi. Questa situazione lo lacera interiormente. Il suo Io diviso gli genera angoscia , determina
l’impossibilità si una scelta opportuna; la sua è proprio una inibizione all’azione. Tutto questo gli
comporta una pericolosa forma di malinconia che significa vuoto nel presente,
solo in apparenza sembra che la sua vita
abbia subito una frenetica accelerazione, ma non è riuscito ad approdare a
nessun punto fermo. Il ricordo della sua vita passata, di tutte le esperienze
che ha avuto, che egli ha bruciato troppo in fretta , gli fanno percepire la
sensazione del tempo che passa e che si avvicina sempre più alla morte.
In questo Michelstaedter anticipa
la futura filosofia esistenzialista del vivere per la morte, quando più tardi
affermerà che è proprio la paura della
morte a non far raggiungere la persuasione. Ma ora il filosofo Goriziano coglie
solo il trascorrere disumano del tempo.
Lettera alla sorella Paula del 12 –
4 – 1908 “ E’ strano, anch’io quando mi ripenso qualche anno fa , o rileggo
cose scritte allora provo impressione di cosa finita e morta e mi guardo allo
specchio e mi meraviglio di non vedere
un cadavere”[48]
L’orrore di poter rimanere fuori
dalla vita , di non essere capace di inserirsi gravano sul suo animo, lo
affliggono senza lasciarlo respirare. Il suo pensiero va alle donne che ha
amato e che non ci sono più, a Nadia, con la quale aveva un rapporto spirituale
importante, a Iolanda che dovette allentare
ed infine ad Argia, la depositaria della sue poesie.
E non ci sono grandi idee da
realizzare, grandi intuizioni su cui
poter lavorare e da cui trarre
qualcosa e da cui trarre qualcosa, è la vita spicciola, quotidiana, quella
fatta di relazioni, a sfuggirgli.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 4-
6 – 1908:” Mi accorgo sempre più con orrore che sono condannato a restare per
sempre fuori dalla vita, grande, intensa, passionale…..
Mi pare che ogno cosa della vita mi
sfugga quando io stanco di aspettare le maggiori mi rivolgo a quelle, come quando al ballo trovi che ,
mentre la ragazza che a te piace ti
passa avanti al braccio di un altro, tutte le altre sono già
impegnate per la quadriglia e resti solo e scuro in un angolo e non ti siedi
perché temi di dare una brutta piega ai calzoni “.[49]
Un sentimento di timidezza e di inadeguatezza prendono
posto in lui facendo venir meno quella sua voglia di vivere la vita in maniera
frenetica.
Una paralisi interiore lo blocca
nei suoi atteggiamenti e non è paura della vita, ma il riconoscersi in essa. E’
un brancolare nel buio, senza poter trovare laq luce che illumina il cammino.
Sembra che, in questo periodo, ci
sia solo la morte interiore. Il nulla è uno stato morale e psicologico che
molti grandi uomini hanno attraversato e non solo i grandi, ma anche coloro che
si sono dedicati ad una vera ricerca personale che ha posto in essere un radicale cambiamento.
Quando si desidera realmente cambiare se stessi, allora la vita
circostante perde ogni valore e significato e questa operazione di
trasformazione interiore non è indolore, ma rappresenta un vero r proprio calvario per chi lo vive.
Si tratta di tagliare tutti i
ponti con la realtà, con un vita
codificata dagli altri a cui si è sempre obbedito, senza mai replicare niente.
E questo volersi volontariamente escludere comporta anche il prendere
coscienza del proprio nulla, delle illusioni che benevolmente ci si è
costruiti per potersi riparare in
qualche modo dalla vita. E solo quando questa morte interiore sarà total e
ci sembrerà di affondare nel nulla,
allora ecco che una luce improvvisa riempirà la tenebra e un nuovo modo di
vivere sarà libero di uscire e di
attuarsi.
Anche per
Michelstaedter questo periodo di sbandamento è necessario. L’angoscia e la
caducità della vita gli aprono prospettive per la ricerca di una nuova forma di
permanenza che non ha ancora il ruolo essenziale che poi ricoprirà
nella persuasione.
Questa necessità del permanenza è una sorta di
difesa personale che può salvarlo dal vuoto interiore, da cui sembra non sapere uscire, e , nel contempo, gli da
la possibilità di potersi porre in maniera in
maniera radicale rispetto alla
realtà. Si tratta di trovare una via d’uscita alla propria crisi ed anche
fermare l’angoscia del tempo che passa e che tutto cancella.
Il giovane
filosofo non potendo fare a meno del suo
sfrenato attivismo , con il suo girare per case e musei, trova in questa
concezione un momentaneo riparo, anche se poi questo concetto sarà importante per la realizzazione della
Persuasione, infatti il primo passo che il persuaso dovrà fare è quello di
permanere cioè non farsi travolgere dalle cose e dagli avvenimenti della vita,
ma opporre una strenua resistenza che lo porterà a guardare in faccia il dolore
della vita e la illusorietà di essa.
Solo allora
potrà essere pronto per il passo successivo che è quella di una radicale
solitudine dal mondo e con la volontà di
creare il deserto intorno a sé.
Ma se il
concetto di permanenza si è in seguito, nella sua opera maggiore, allargato a
questo significato, ora per lui non è nient’altro che una sorta di difesa
personale, che non si lega ad una
istanza filosofica, ma bensì artistica,
è l’arte che gli da per prima la folgorazione di una nuova possibilità
esistenziale.Il concetto di permanenza lo sviluppa in una lettera alla sorella Paula, in cui parla della IX sinfonia di Beethoven.
Lettera
alla sorella Paula del 30-5 – 1909 “….
L’ha chiamata il tema della gioia, ma è una gioia tragica, che spaventa, è qualche
cosa di macabro, come una danza sui sepolcri. Pare che la vita di tutti i tempi che devono venire si consumi
vertiginosamente in quell’orgia e si sente che il limite è l’annientamento”.[50]
L’artista è
riuscito a trasfigurare il tempo a cui è asservito come tutti gli alti uomini e
giunge alla liberazione, al tempo della
pace ed è questa la strada che Michelstaedter
vuol percorrere, L’arte come grande modello di plasticità e di
equilibrio, al sicuro dalle trame del mondo e dalle sue illusioni.
Ma egli non
effettua una scelta decisiva in questo campo, sebbene possieda un grande
talento artistico, ne sono prova i suoi numerosi disegni e le poesie, decide di
non sposare definitivamente il campo
dell’arte e nel contempo la vita intorno a lui
continua il suo corso normale, tra passeggiate e corse di automobili.
L’arte
rappresenta una presa di coscienza di fronte alla illusorietà della vita.Solo l’artista coglie il disegno
segreto che soggiace a tutte le cose, quel dolore che l’uomo comune fugge,
stordito da tutto ciò che lo allontana da se stesso, che preferisce vivere in
questo modo per sfuggire all’angoscia.
Lettera a
Paula del 30 – 5 – 1909:” Il silenzio della persona
arrivata all’ultimo dolore: della nullità del proprio dolore; come dice Leopardi
di sé “ fra poco in me quest’ultimo dolore anco fu spento e di più far
lamento valor non mi restò”. L’uomo arrivato alla vita universale – e che ha
perduto ogni coscienza individuale. In
lui vive e soffre ogni cosa dell’universo. E quando chi sa per quale misterioso
incidente, si risveglia alla vita per davvero che per la sua bocca tutto
l’universo come tutte le cose si levi dal dolore a un’ultima illusione
orgiastica di vita libera:”[51]
L’arte
riesce a dare a Michelstaedter l’idea di
questo uomo giunto alla vita universale, che ha perduto la coscienza di se
stesso, che ha rinunciato al proprio
Io per far sì che tutta la
rappresentazione drammatica dell’universo possa rivivere ed è questo uomo al di fuori della storia, il
primo essere vicino al persuaso che libero da istanze estetiche e anche dalla
retorica della società, lancerà la sfida
a se stesso e al mondo e proporrà una
vita diversa e difficile che nessuno sarà in grado di cogliere per la paura di
perdere il cantuccio tranquillo che la società gli ha dato, magari venendo a
patti con le proprie angosce e paure.
La grande
intuizione che l’arte riesce a dare al filosofo di Gorizia si trasferisce su di
un piano diverso e cioè che la ricerca della propria identità è una ricerca in
se stesi, in quello che bisogna essere e
in nient’altro, avendo la forza di divenire quello che si è.
Quindi,
anziché abbracciare fedi che esaltano solo il dolore e portano a una visione
basata sul nulla, si deve avere il coraggio e la forza di scoprire i disinganno
della vita e respingere l’attaccamento cieco ad esso, che continua a premere
con i bisogni incessantemente.
L’idea di
permanenza si è ormai formata in
Michelstaedter ed anche se gli è
derivata da un campo diverso dal suo, è su questa grande intuizione che egli comprende e
costruisce la sua filosofia successiva, che altrimenti non sarebbe venuta alla
luce.
Egli
possiede adesso un punto fermo da cui per partire per sviluppare le sue idee,
conquista il primo grandino, che lo porterà verso un ascesa graduale e senza intoppi, anzi sarà talmente alta la
vetta, che riuscirà a distanziarsi dal volo basso delle cornacchie.
La tesi di
laurea
Nel 1908 Michelstaedter sviluppa la
tesina che gli è assegnata dal professore Guido
Mazzoni su “L’orazione pro Quinto Ligario”, nel rileggere la traduzione
duecentesca del testo, egli perde di vista i connotati più strettamente
fisiologici e sviluppa una sua intuizione.
In una lettera al padre del 31- 5-
1908, cos’ scrive:” Non sono lavori fatti per me. Ma ora ne sono quasi fuori e
il materiale raccolto mi servirà non solo per il breve lavoro che presenterò
martedì a Mazzoni , ma quello che più importa per il lavoro obbligatorio di
latino. L’unica cosa che mi interessò sono le osservazioni che ho potuto fare
sull’eloquenza e sulla persuasione.”[52]
Ormai egli ha sviluppato un suo tema personale che
preferisce allargare a nuove conoscenze
che non siano strettamente filologiche.
E si fa assegnare la tesi dal professore Girolamo Vitelli sui concetti
di persuasione e retorica in Platone e Aristotele, Gorgia, il Sofista,
Parmenide.
La retorica e la Metafisica aristotelica diventano il suo materiale di
lavoro. Il tema sviluppato nella tesina assume per lui un significato più ampio
ed egli comincia ad approfondire un suo discorso personale, che rompe gli
schemi usuali e trasforma Platone ed Aristotele non più in due personaggi, ma
in due grandi miti del pensiero umano.
Lo studio
approfondito gli fa rendere conto che
tutta la storia razionale dell’occidente è sotto il peso della retorica.
Lettera a
Gaetano Chiavacci dell’11 – 2 - 1909 :”
per quello spiraglio della retorica ho contemplato cose tanto interessanti che
ora mi secca maledettamente limitarmi a
quelle meschinità- ma ormai in omni….. et omnia nihil”.[53]
Nella prefazione della sua tesi di laurea,
Michelstaedter indica chiaramente le
fonti da cui ha sviluppato il suo lavoro i presocratici, Parmenide , Eraclito,
Empedocle, l’Ecclesiaste, Cristo, i
tragici greci, Sofocle, Eschilo, Tetrarca dei Trionfi, Leopardi, Ibsen,
Beethoven.
Certamente per lui non è semplice governare questo
materiale e mettere a confronto
tematiche diverse, ma riesce a delineare un filo conduttore , che ormai
poggia sui concetti di persuasione e di retorica.
E non è
possibile accusarlo di eclettismo, ma
egli può rivendicare l’eco di un messaggio antico ed immodificabile, che sempre
ha attraversato il genere umano nel corso della sua storia.
“ Lo
dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle; ma Aristotele li trattò da
naturalisti inesperti, lo disse Socrate, ma ci fabbricarono su 4 sistemi. Lo
disse L’Ecclesiaste ma lo trattarono e lo spiegarono come un libro sacro che
non poteva dire niente che fosse in contraddizione con l’ottimismo della Bibbia; lo disse Cristo e ci
fabbricarono su la Chiesa…… e agli italiani lo proclamò Petrarca , lo ripeté con dolore Leopardi – ma
gli uomini furono grati dei bei versi e
se ne fecero generi letterari….. Se io
lo ripeto per quanto so e posso, così che non può divertir nessuno,
né con dignità filosofica né con conoscenza artistica, ma da povero pedone che misura con i suoi passi il terreno, non pago l’entrata in nessuna
delle categorie stabilite - né faccio
precedente a nessuna nuova categoria e nel migliore dei casi avrò fatto una
tesi di laurea.”[54]
Si può
senz’altro affermare che il pensiero di Michelstaedter che si forma nel filone della filosofia
presocratica, si allaccia ad un altro grande maestro della cultura, cioè a
Nietzche, anche se fra i due vi è sostanzialmente una grossa differenza;
li accomuna l’amore per i filosofi
presocratici.
Nella terza
inattuale si legge;” Schpoenhauer come
educatore.” “In ogni tempo interesserà il sapere che cosa abbia detto dell’esistenza Empedocle. Il suo giudizio ha un grosso peso
tanto che non fu contraddetto da nessun giudizio opposto di un altro filosofo
della stessa grande epoca. Egli parla più chiaramente di tutti, ma in sostanza – cioè se apriamo le
orecchie- dicono tutti lo stesso”[55]
Ma
l’influsso più importante che il filosofo Goriziano ha subito è dovuto a due
grandi personalità del passato: Leopardi e Tolstoi.
Egli rivive
in pieno il pessimismo leopardiano, anzi ne dà un ulteriore sviluppo, nel senso
che lo trasporta in uno svolgimento più
vigoroso ed attuale.
Lettera ad
Enrico Mreule del 13 – 6 – 1909: “ Nei
confronti con Leopardi o coi
professionisti del pessimismo volevo dire che ogni sapere dell’uomo è
pessimismo, ma ogni affermazione di questo sapere è ottimismo; professione di pessimismo come pessimismo,
non come sapere, è una posizione disonesta retorica: Chi è giunto col suo
sapere tanto avanti che non gli resta alcuna fede, che ha consumato tutta la
propria fede, che è giunto a quello che è il pessimismo in senso proprio, che
cosa gli è il suo sapere?
Che gli
vale la fede che tutta negativa? C’è un mistico francese un certo Amiel , che
ha detto ingenuamente e in buona fede una frase che par fabbricata apposta per
caratterizzare satiricamente che parla per dire che non ha bocca:” Così il tuo
sviluppo sarà armonioso e la pece del
cielo potrà irragiarsi dalla tua fronte;
sempre a condizione che la tua pace sia fatta e che tu sia salito al
calvario:”[56]
Per quanto
riguarda Tolstoi non bisogna dimenticare un articolo che Michelstaedter
pubblica sullo scrittore, sul Corriere friulano, del 18 – 9 – 1908, in
occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita del gigante della
letteratura mondiale.
“ Giovane è
tutto ciò che diviene; vecchio non solo ma morto è ciò che è già divenuto.
Guardiamo intorno a noi: noi viviamo in un mondo di cadaveri, cadaveri che
mangiano, devono, dormono, ma non cessano di essere cadaveri…..
Ma io vedo
il vecchio possente con la candida barba e i capelli agitati dal vento e la
faccia volta al sole ritto e solo in mezzo alla pianura sterminata, e mi chiedo se quest’uomo può avere un’età,
se quella sua forza sempre uguale di evoluzione verso un ideale lontano, qual
suo divenire morale non costituiscano una giovinezza più durevole che ogni più
reale giovinezza.”[57]
Ora la
verità che egli ha scoperto e che tutti questi grandi hanno detto, diviene per
lui il punto di partenza della sua tesi, il problema principale da cui
sviluppare i concetti di persuasione e di retorica, ma qual’è questa terribile
verità che l’uomo comune non vuole ascoltare?
Che cerca di allontanare da sé?
“ Né alcuna
vita è mai sazia di vivere in alcun presente,
ché tanto è vita, non si , quanto si continua, e si continua
nel futuro, quanto manca del vivere. Che se si possedesse ora qui tutta e di
niente mancasse se niente l ‘aspettasse nel futuro, non si continuerebbe,
cesserebbe di essere vita”[58]
Cioè che
vivere consiste nell’inseguire la vita, nel promettere la propria persona nel
futuro fatto di attesa e di rinuncia. Si riesce solo ad inseguire la vita, ma
nel momento che la si è raggiunta si è espulsi con la morte.
L’uomo a
contatto con le cose e le persone non acquista se stesso, ma lo perde e, preso
da questo moto terribile che non può fermare cerca inutilmente di conquistare
quelle illusioni che gli si prospettano
ma l’unica vera certezza che egli raggiungerà sarà la morte che lo
espellerà dalla vita.
Ma le
istituzioni, la cultura, la rettorica, in effetti, fanno sì che questa verità
non possa raggiungere l’uomo e che gli
venga nascosta in modo fa farlo vivere senza coscienza di sé e sempre più
legato al gioco illusorio delle cose. Ormai Michelstaedter sente di dover sviluppare questa sua tesi,
che per lui ha il sapore di una scoperta eccezionale, di una verità irrinunciabile.
Decide di
lavorare su quelle che sono alcune tracce e a mettere a confronto tematiche
diverse, sforzandosi di trovare il filo
conduttore s cui poggiare il concetto di persuasione e decide subito di
abbandonare Firenze, dove ha completato gli studi.
Lettera alla sorella Paula del 6 –6 –1909:”La
partenza la farò prima che potrò…. Fra 4 o 5 giorni comincerò a preparami
e,dato l’esame, non ho più niente che mi tenga qui”[59]
Ritorna a
casa dove per più di un anno si dedica al lavoro della tesi si isola da tutto e
da tutti.
Lettera a
Gaetano Chiavacci del 28 – 11-1909” L’ obbligo di scrivere giornalmente contro
mia voglia, il senso che, per quanto lontano mi sembri dalla giusta attività,
pur è questo ciò che la giustizia vuole da me, mi da una ripugnanza per le chiacchiere parlate
o scritte, e poiché mi sono affidato
quasi impersonalmente al tempo, la paura che perdendo tempo perderei ogni criterio del mio compito..”[60]
Contemporaneamente
al lavoro della sua tesi, scrive il :
“Dialogo della salute”, una profonda meditazione del rapporto tra la
vita e la morte, alla luce della filosofia parmenidea e socratica, egli ha
consapevolezza che il suo lavoro non sarà capito dia suoi professori.
Lettera
alla sorella Paula del 3 – 6 – 1909: “ Tanto poi per quei professori è tutto
buono; per loro è come arabo,non hanno
via e criteri per dire se va bene o male; tutt’al più potrebbero rifiutare.”[61]
Non fu mai
discussa, come tesi di laurea, per il suicidio dell’autore; uscirà postuma nel
1913. Al suo interno sono delineate due
categorie di pensiero e di vita importanti: la persuasione e la rettorica, che
sono due momenti decisivi per lo sviluppo spirituale dell’uomo.
Persuaso è colui che riesce a resistere alla costruzione di identità illusorie e che
attraverso la resistenza alle cose e alla
temporalità, riesce a costruirsi un futuro diverso da come la società
vorrebbe che fosse.
La
persuasione è un atto che spinge la persona a trasformare se stesso e il mondo e non cedere alla lusinga del
futuro, che tutto promette all’uomo, ma che in effetti nulla può dargli se non
la prospettiva della morte.
Michelstaedter
indica qual è la strada per raggiungere
la persuasione. Egli scrive nella sua opera maggiore: “ La Persuasione e la
Rettorica che: “ Chi vuol avere un attimo solo la sua vita,essere un attimo
persuaso di ciò che fa – deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente
ultimo, come se fosse certa la morte e nell’oscurità crearsi da sé la vita. A
chi ha la sua vita nel presente, la morte nulla toglie; poiché niente in lui chiede di continuare;
niente è in lui per paura della morte- niente è così perché così è dato a lui
dalla nascita come necessario alla vita.
E la morte
non toglie ciò che è nato. Non toglie quello che ha gia preso dal di che uno è
nato, che perché nato vive nella paura della morte; che vive per vivere, vive
perché vive – perché è nato. – Ma chi vuol avere la sua vita non deve credersi
nato, e vivo, soltanto perché e nato – né sufficiente la sua vita da essere
così continuata e difesa dalla morte.”[62]
Alla
persuasione si oppone la rettorica:
“ La
società allevando e ammaestrando l’uomo secondo regole stabilite lo adula e gli
fa credere che è una persona, che ha dei diritti, gli da la sicurezza di fronte
agli altri. Essa diventa un padrone migliore degli altri padroni; perché
richiede solo docilità alle regole. Quanto più l’uomo obbedisce alla società legando ad essa la
famiglia, i figli, ricevendo in cambio
il diritto di proprietà, tanto più egli attraverso il proprio futuro che crede assicurato, si è reso schiavo del
futuro altrui, di tutti gli altri. Ma l’uomo è felice perché ha il diritto di
proprietà che è un diritto sul lavoro altrui:”[63]
L’individualità
dell’uomo è ridotta ad un semplice meccanismo e la società si prende cura di
lui dalla nascita alla morte, lasciandogli solo l’ illusione di poter fare delle scelte.
Questi due
temi così importanti per Michelstaedter
gli diedero la certezza di essere andato
oltre il compito di una semplice tesi di laurea e di aver lottato contro
l’aridità della vita e delle istituzioni.
Lettera alla
famiglia del 30 – 3 – 1909: “ Nei
momenti che sento un po’ di entusiasmo nel lavoro arido, mi par di
lottare per la vita e per il sole contro quell’aridità e quell’oscurità della
filosofia universitaria, di lottare per il sole e per l’aria del Valentin – dì essere un falco, che manda via
le cornacchie dalla cima del monte. E’ vero che lavoro per una rovina e che
tanto le cornacchie alla cima non ci arrivano, e che continueranno sempre a
chiamare cima quella pianura sudicia dove stanno, che continueranno sempre a
mangiare cadaveri- ma la vita e la morte – e che non c’è forza al mondo che
possa tirarle da quelle illusioni – che resteranno sempre cornacchie. E che in
fondo tale vale una cornacchia che un falco.Che in un modo o nell’altro tutte e
due mangiano per vivere e vivono per mangiare; vivono e mangiano per morire. Ma
lasciatemi almeno per questi mesi l’illusione che valga realmente un falco.
Perché soltanto così le cornacchie finiranno col darmi la cittadinanza onoraria
fra loro- voglio dire la laurea. Ma questa laurea me la fanno pagare cara
proprio.”[64]
Michelstaedter riesce così bene a delineare nella sua tesi
la drammatica contrapposizione tra la persuasione e la retorica, tra una vita
autentica ed una alienata ed è consapevole
che l’uomo nasce ignaro alla vita e che
un meccanismo più grande di lui lo schiaccia, se egli non è capace di
reagir; infatti nessun uomo raggiunge
mai se stesso, realizza la sua individualità libera di fronte al mondo. Ma è
anche vero che raggiungere la
persuasione è difficile, in quanto non c’è nessuna strada percorribile, nessun
tracciato da seguire, ma ognuno deve trovare in se stesso la forza necessaria,
trovare il coraggio di sopportare la
solitudine, senza cedere alle lusinghe della vita E’ un discorso duro,
radicale, che non lascia respiro all’uomo
che vuol incamminarsi su questa strada.
Ciò che si
nasconde all’interno della sua tesi di laurea è la disperata
rincorsa a quella permanenza di fronte alla cose che lui aveva intuito a
Firenze, quando studente muoveva i suoi primi passi tra la vita attiva e il
bisogno di scoperte artistiche.
Ma alle
spalle di questa intuizione aleggiano gravi motivi personali che lo
accompagnano come un’ombra fino al suicidio.
Persuaso è l’individuo che riesce a
poggiare sicuro sulla sua identità, il primo passo per raggiungere la
persuasione è raccogliersi nella propria persona e da qui estendere la propria
resistenza verso la realtà
Anche se Michelstaedter sostiene che l’uomo non raggiunge mai se
stesso vivendo nella realtà che lo circonda, comunque il passo necessario per
l’individuo, che vuole iniziare questo percorso, è quello almeno di crearsi un
Io forte e resistente, infatti chi è sicuro in se stesso, può più facilmente
permanere. E’ più facile per lui opporre una strenua resistenza alla
illusorietà delle cose , alla necessità del bisogno, liberarsi dalla
catena di illusioni, che lo lega agli
altri uomini.
L’uomo
persuaso, sicuro in se stesso, estende verso la realtà la forma della sua
permanenza. Leggiamo, infatti, cosa dice Michelstaedter nella “Persuasione e nella Retorica”:” No, egli deve permanere, non
andar dietro a quelli fingendoseli fermi perché essi lo attraggono verso il
futuro, egli deve permanere seppure vuole ch’essi gli siano presenti, che siano
suoi veramente.
Egli deve resistere senza posa alla corrente della
sua propria illusione; s’egli cede in un
punto e si concede a ciò che a lui si concede, nuovamente si dissolve
la sua vita, ha preso la persona della fame per aver fame ancora nel prossimo istante, mentre questo istante
doveva essere l’ultimo per lui.” [65]
Il rapporto
con la realtà diventa drammatico, non è possibile per il persuaso accettare
nessuna correlazione, senza correre il rischio di mettere in discussione se
stesso, attraverso sia il rapporto con gli altri, che sempre ci modifica, sia
per la vana attesa di un futuro migliore.
L’uomo don
deve correlativizzarsi, non deve perdere se stesso con i suoi sogni per il
futuro e deve tener presente che l’unica
certezza è la morte, che lo espellerà dalla vita, lasciandogli un pugno di
mosche in mano, attraverso questa presa di coscienza deve scattare una forma di
resistenza, che facendogli respingere questi falsi rapporti, gli deve far
preferire ad essi la propria solitudine, con il disprezzo di tutti i bisogni a
cui gli altri si vendono. “ Solo, nel deserto egli vive una vertiginosa vastità e profondità di vita,
mentre la fiamma accelera il tempo ansiosa sempre del futuro e muta un presente
vuoto col prossimo, la stabilità dell’individuo preoccupa infinito tempo
nell’attualità e arresta il tempo. Ogni suo attimo è un secolo della vita degli
altri- fiche egli faccia di se stesso fiamma e giunga a consistere nell’ultimo
presente
In questo
egli sarà persuaso – ed avrà nella
persuasione la pace.”[66]
Una
conquista disperata del presente, della propria individualità, una strenua
resistenza e una duratura permanenza sono tutto ciò che caratterizza il
persuaso . Costui deve essere un uomo che attiva la propria potenza e la
estende a uomini e cose, senza però esercitare violenza, ma con un messaggio
d’amore, che deve attrarre gli altri per quella stessa via.
“ Perciò
nella sua presenza, nei suoi atti, nelle sue parole si rileva , si enuclea, si
fa vicina, concreta una vita che trascende la miopia degli uomini: perciò
Cristo ha l’aureola, le pietre diventano pani, gli ammalati risanano, i vili
gridano al miracolo. Perciò ogni sua parola è luminosa, perché con profondità
di nessi l’un alle altre legandosi , crea la presenza di ciò che è lontano.
Egli può
far le cose lontane nelle apparenze vicine così che anche quello che di questo
soltanto vive, vi senta un senso ch’egli ignorava, e muovere il cuore di
ognuno. Il giusto è buono a ogni cosa; chi a nessuna cosa sia giusto sa fare ogni cosa.”
Il persuaso
non cerca la potenza per dominare il mondo,ma egli vuol sottrarre se
stesso da quella fitta rete di illusioni
che la vita gli ha dato con la nascita e che gli toglierà con la morte.
E non è
neanche il caso di abbracciare una fede che sostenga la illusorietà dell’Io,
cosa alquanto cara alle filosofie
orientali e al buddismo in particolare e neanche la conquista di un ipotetico
Nirvana, tutte queste cose sono estranee alla filosofia di Carlo Michelstaedter
, anche se egli ha considerato Buddha uno spirito che ha raggiunto la persuasione.
Vale la
pena per un attimo addentraci in questa sostanziale differenza, onde
sgombrare il campo da inutili
confusioni. E sarà utile riportare in
questa mia indagine, le parole di un altro filosofo italiano: Giuseppe Rensi,
che meglio di chiunque altro ha analizzato
la teoria buddista dell’insistenza dell’Io e del conseguente Nirvana.
“ Questa
interpretazione da un lato va incontro a una mortale contraddizione, con la
dottrina del Karmam , giacché l’Io non
ha nulla di sostanziale, se non è non un fiammeggiare che solo in apparenza è solo quello, ma in
realtà si produce mediante il rapidissimo succedersi e avvicendarsi le una alle
altre di cangianti molecole d’ossigeno, allora non si vede né come né per quale
ragione ( ed è questa un’obiezione che è stata spesso sollevata dai monaci buddisti, con grande irritazione
del maestro, ma senza che esso sapesse soddisfacentemente risolverla ) le azioni compiute da una fase o momento di
questo Io , semplice processo
fermentativo ( non cosa fermentata)
possono ripercuotersi sopra una fase successiva, precisamente al modo
che in quella psicologia contemporanea,
che analogamente al pensiero buddista
riduce l’Io al pensiero che passa, è difficile giustificare perché il pensiero che passa oggi nel corpo che porta un dato
nome possa essere punito per ciò che ha compiuto ieri un pensiero diverso da
esso, solo per il fatto che anche questo passava nel corpo del medesimo nome.
Inoltre in
queste interpretazioni viene in luce la pura mitologia sulla quale il lato
speculativo del buddismo si regge. Perché in ogni morte di persona umana noi
vediamo la fiamma- io spegnersi. Ritenere che una nuova fiamma che si accende
sia la prosecuzione di quei processi di
combustione che abbiamo visto spegnersi, è altrettanto arbitrario e fantastico,
quanto il pensare che la fiamma che accendo stasera su questa candela sia la
continuazione di quella che ho acceso
iersera su di un’altra candela……… Infine l’interpretazione in discorso mette capo al nono senso più palese. Vi si
manifesta, in piena luce, quella quasi
direi amara ironia con cui li lato
speculativo del buddismo ci illude , e
ci delude, quello che l’immortalità è uguale a non vita, che affinché vi sia
l’immortalità è uguale a non vita, che affinché ci sia immortalità occorre che
non ci sia vita. Ironico vuoto finale tanto necessariamente insito nel buddismo che anche l’altra
interpretazione è ben lungi da sfuggirgli. E poi e soprattutto resta, con tale
interpretazione, in pieno rilievo l’assurdo della concezione di un Io
come mero processo senza principio a cui
nella inesistenza di un substrato o persona a cui il processo appartenga
che sia responsabile della direzione di esso, si condannano sacrifici
inernarabbili e costanti per secoli e secoli col premio della prospettiva del
nulla.
Il nulla
conquistato faticosamente mediante
l’ascesi più apra, questo lo stridente non senso e l’ironia che sta a base del buddismo. Esso dice: sacrificati,
rinnega te stesso, annienta ogni tuo desiderio, estirpa la sete del vivere,
perché così otterrai la beatitudine, l’uscita dal dolore con l’estinzione.
Tu sei
immortale nel nulla. Diventa perfetto e santo e allora riuscirai a morire. Quasichè il semplice fatto della morte non
mostrasse visibilmente che ognuno senza bisogno di essere santo e perfetto
questa beatitudine dell’estinzione è compartita.”[67]
Dopo questa
riflessione del Rensi viene evidente la
notevole differenza tra il buddismo e la filosofia di Michelstaedter,il quale
considera l’Io un processo naturale ed
esistente in sé, che non ha bisogno di doversi negare in una ascesi , ma al
contrario deve far valere la sua più reale ed intima individualità, cosa questa
che sfugge agli uomini perché non
riescono ad opporre una adeguata resistenza alla realtà circostante, ma cedendo
in se stessi, finiscono con il cedere in tutto; non si tratta di intraprendere
le mortificazioni del corpo, che già significa negare un valore, ma di
rafforzarsi e sapersi isolare dalle tentazioni dei propri bisogni.
L’unica
vicinanza tra Buddha e il filosofo Goriziano sta nel fatto che tutti e due
considerano l’Io che vuol
realizzarsi nella vita, come soggetto
all’illusione ed entrambi condannano la vita come desiderio incessante verso le
cose, senza poterle in nessun modo
ottenere.
Fin quando
l’uomo non è capace di arrestarsi, di
piegare la sua volontà ad una grande resistenza, non può raggiungere la
persuasione.
Entrambi
condannano la illusorietà della vita ed essere l’uomo una poca cosa, soggetto
ad un’interminabile cambiamento.
Quindi
l’unica illusione che la vita attua nei confronti dell’uomo è di allontanarlo da se stesso, il
meccanismo della Retorica, poi finisce
per complicare di più le cose, in
quanto l’uomo sentendosi vile e debole è portato a seguire, come possibile, una
qualsiasi realizzazione futura, che
quest’ultima gli propone, in questo modo, legandosi di più alla vita finirà
solo per soffrire e cercare dei palliativi
al suo dolore , si venderà alle illusioni di un futuro migliore che mai
si realizzerà.
Carlo
Michelstaedter ha ben delineato il cammino che bisogna intraprendere per
giungere sulla strada della persuasione e nell’epistolario degli ultimi anni di
vita troviamo tutta la sua ricerca per
raggiungere una maggiore stabilità interiore, che lo possa inserire nella
prospettiva di realizzare un obbiettivo importante.
Egli cerca
di effettuare delle scelte, che possono portare a compimento le sue
aspirazioni, ma si sente interiormente diviso, incapace di raggiungere una
continuità nelle sue azioni.
Lettera a
Gaetano Chiavacci del 4 – 8 - 1908: “ Il
tormento interrotto delle intenzioni passate e del lavoro futuro, delle
aspirazioni diverse e insoddisfatte; la
coscienza della mia nullità in questo mondo che vive sia d’azioni che di pensiero, che d’arte;
della mia vita che si dissolve in una prospettiva di che?
Nella illusione di un formarsi progressivo che non
esiste di un accumulare che non avviene- o avviene come quello della sabbia che
l’onda porta e poi disperde.”[68]
Quindi
Michelstaedter è in questo momento alla ricerca di un nuovo metro di valore verso la vita, dove
inserire il discorso della persuasione, ma si sente disorientato, perché non sa quale scelta effettuare, ma oltre a
tutto questo subisce un vero e proprio naufragio rispetto alla realtà:
l’incapacità di cogliere le cose , la sensazione che tutto fugge via.
Lettera a
Gaetano Chiavacci del 4- 8- 1908: “ Non sono più buono a nulla. Tutto mi passa
attraverso rapido come se il mio cervello non fosse un punto o una massa di
punti.[69]
Michelstaedter
non riesce in nessun modo a chiarire a se stesso da dove derivi la sua
incapacità di cogliersi nella vita e di
non sentirla soltanto come estranea e lontana, sebbene rifiuti gli orpelli del
mondo borghese e cerchi ad ogni costo una reale alternativa ad esso, tuttavia
si sente l’animo straziato dal dolore per una identità mai raggiunta. Egli
desidera ardentemente di non tentennare
nelle sue scelte, ma di permanere. La coscienza del dolore, come diminuzione
del presente e della gioia, come vana speranza del futuro, gli aprono la
consapevolezza interiore di due punti basilari per il suo lavoro e nel contempo
gli danno la certezza che tutto il genere umano sia soggetto a questa grande
illusione.
Tutti
vivono nel dolore e nella sofferenza e per estraniarsi da esso preferiscono
aspettare una ipotetica gioia nel futuro, che mai verrà, lettera alla sorella
Paula del 5 –5 –1909:” Ma così è: il dolore è una diminuzione presente acuta,
la gioia nbon è che una vaga speranza del futuro, ed è impossibile godere di
quello che si ha se non fosse per vanità. Un fiasco vive solo nel desiderio del
vino; del resto tanto vale un fiasco pieno che uno vuoto; il fiasco soffre
quando viene vuotato e potrebbe godere soltanto se si compiacesse davanti allo
specchio di vedersi pieno. M’accorgo che ricomincio a sognare.[70]
La tragica
morte del fratello contribuisce, oltre a creare dolore e sconforto nella
famiglia, a a farlo sempre più ripiombare nella
angoscia, in quella sensazione di solitudine e di sconforto ed ad
allontanarlo sempre più dal mondo.
Sembra che
un vero uomo abbia abbandonato la vita, per lasciare tutti gli altri nella
loro futile ed inutile attività
quotidiana.
Lettera a
Gaetano Chiavacci del 22 – 6 – 1909:” Quanto a noi tutti – in mezzo a balli e
alle passeggiate ci arrivò un telegramma che ci dava semplicemente la
notizia che mio fratello di New York è
morto – per me è paglia sul fuoco. Quattro anni fa, quando fu qui l’ultima volta, io partivo per Firenze con una
smisurata speranza – ora il mio più forte desiderio era di stringere dopo
tanta freddezza, di disillusioni la sua
mano di uomo veramente diritto, sano, e bello di corpo e di mente, onesto tra
queste mandrie di degenerati e di
disonesti.”[71]
La morte
tragica del fratello fa affiorare dentro di lui il ricordo dell’amica russa
Nadia Baraden che “ giocava nella zona inconscia come pulsione sollecitatoria
all’atto suicida.”[72]
Ma
Michelstaedter riesce a resistere alla tragicità degli eventi e riprende il
cammino sulla strada della ricerca della permanenza. Si tratta di reagire ad un modo codificato di esistere
e di opporre una radicale alternativa all’uomo, che possa dare un senso alla
sua vita. Certo egli deve essere in
grado di abbracciare il carico di dolore che gli deriva dalla vita e da questo
proiettarsi verso la vera gioia. Il filosofo Goriziano non si nasconde che
ognuno può riuscire in questa impresa, ma deve essere in grado di salire il
proprio calvario, cioè quel mondo di insufficienza che ci spinge sempre più a legarci alla vita e agli
uomini.
Le figure
storiche di Cristo, Buddha e Platone
diventano per lui i maestri
che hanno iniziato questo cammino, che è
lo stesso della persuasione della necessità di consistere davanti al
mondo che vuole solo dare illusioni all’uomo. Questa tensione per la conquista di sé è sempre esistita nei grandi uomini,
insieme al loro messaggio più autentico , che porta su questa strada, anche se
mai nessuno ha voluto seguirla.
Lettera ad
Enrico Mreule del 13 – 6 – 1909:” Se uno è davvero salito al calvario non
scende più e non c’è un dopo per lui, che ha vissuto in un attimo tutti i
tempi. Cristo è salito al Calvario
per morire non per accomodarsi alla vita. A me pare che questa gente
finché ha avuto fede è vissuta. Per la grandezza della loro vita dovevano avere
più grande speranza, perché sentivano tanta sicurezza nelle loro affermazioni
che dovevano credere nella realtà del loro criterio. Penso a Buddha a cristo e
a Leopardi fin quasi alla morte e penso anche a Platone il cui bene non è
proprio un accettare la vita ma era
ricco di tutte le negazioni della vita.”[73]
Michelstedter
riesce a comprendere che l’unica forma di permanenza, l’unica possibilità di
ricostruire la sua identità è lo sviluppare un discorso che possa chiaramente
indicare agli uomini come la loro vita sia povera ed inserita nel dolore, che
tutto avvolge senza lasciare la possibilità di nessuna via d’uscita, se non dei
palliativi momentanei , che allentano la morsa della sofferenza.
Il filosofo
Goriziano si sente sulla strada giusta che non lo porta in un’oasi di pace, ma
nel mondo della lotta interiore. Egli ha potuto ricostruirsi interiormente ,
anche attraverso la solitudine e l’aspra lotta con se stesso.
Intanto un
evento viene a dargli conferma di questa
strada intrapresa: la partenza per L’Argentina
dell’amico Enrico Mreule, il quale coniuga la risoluzione di un suo
problema personale, quello di non voler fare il militare con volersi accostare al mondo della persuasione.
Il 28 –11-
1909 il giovane si imbarca a Trieste, senza avvisare nessuno e dicendo ai
genitori che gli serve un po’ di denaro per un viaggio in Grecia; ad
accompagnarlo all’imbarco è l’amico Nino Paternolli, mentre Michelstaedter ,
nel momento in cui la nave parte, sale
sull’abbaino della soffitta e
guarda in direzione di Trieste , quasi a
voler immaginare l’amico che ha intrapreso il viaggio. In effetti Enrico Mreule
e Carlo vivono in simbiosi. Il gesto di Mreule viene ritenuto da Michelstaedter
giusto.
Lettera ad
Enrico Mreule del 28 –11- 1909:” Così per quanto lontano ti porti l’interrotto pulsare
dell’elica, fra quali genti resterà chiaro e immutabile. E tu
esperimenterai il valore concreto, in
rapporto alla vita, di quella indifferenza che nell’inerzia ricadeva su se
stessa, con infinito tormento. Già lo hai sperimentato in queste ultime
settimane – già noi che senza saperlo siamo stati attratti invincibilmente a te
nella vita grigia della nostra adolescenza, fra la volgarità dei più;abbiamo
conosciuto che cosa sia una coscienza sicura e dignitosa, e nella decisione che
hai preso e nel modo che l’hai messa in
atto, e nel modo come gli uomini e le cose
del mondo si sono determinate a tuo riguardo appena tu hai compiuto
il primo atto della vita.”[74]
Rico
davanti al mare infinito che lo circonda risente la voce di Michelsatedter: “
Rico tu sai consistere nel presente”.
Sbarcato in
Argentina rifiuta di insegnare alla Dante Alighieri di Bahia Blanca, perché
l’insegnamento è rettorica e non si può fuggire da un contesto sociale per
entrare in un altro, del resto anche scrivere è rettorica, ha portato con sé alcuni libri: i tragici greci,
Schopenhauer , i discorsi di Buddha e gli piace leggere e prendere appunti ai margini delle pagine. Poi insieme ad un
tedesco compre bovini, pecore ed equini e si sposta a cavallo nella pampa a
pascolare le bestie. Si costruisce una capanna, un letto di tavole per dormire
e quando si sente divorato dalla fame
ammazza una pecora, ogni tanto soddisfa i suoi bisogni sessuali con una indiana. Nel 1911 viene a conoscenza
dall’amico Paternolli del suicidio di Michelstaedter, si ammala seriamente di scorbuto e lascia la Patagonia. Ritorna a Gorizia nel 1922,
insegna in una scuola religiosa, nel 1933 sposa Anita Predonzani, maestra. Il
matrimonio fallisce, compra quattro ettari di terreno e intreccia una relazione con una sua vecchia
amica . Muore nel 1959.
Enrico
Mreule, pur fuggendo dalia vita borghese
per inseguire il miraggio della persuasione, non riesce a consistere per
molto tempo e, piegato dalla malattia , è costretto a ritornare in patria e a
chiudere per sempre con il suo tentativo.
Egli non ha
ceduto subito, anzi ha lottato contro i suoi bisogni elementari , prima di cedere. Se la voce di
Carlo Michelstaedter lo ha accompagnato nella sua memoria durante il viaggio, è anche vero che in quella desolata solitudine egli ha
ricostruito l’ambiente ideale, dove
fiorivano i discorsi con l’amico filosofo. Ma chiusa la parentesi
dell’avventura di Mreule ci si rende conto che la persuasione è solo possibile come una
dura lotta interiore, che deve portare l’uomo
a non cedere davanti alle lusinghe
della società, ma altrettanto esiste
una serie opposizione per la conquista
si se stessi ed è la Retorica, che il filosofo Goriziano incontra sulla
sua strada attraverso lo studio di Platone ed Aristotele.
E’ lei a
creare l’illusione di una possibilità futura per l’uomo ad inserirlo nei suoi
meccanismi fin dalla nascita, per poi abbandonarlo con la morte, è lei che lo
costringe al lavoro, che lo protegge
quando è malato e lo difende nei suoi diritti. La società stessa è
costituita per annullare l’uomo ed
inserirlo in varie retoriche.
Ognuno di
loro si arroga la volontà di sapere che cosa l’uomo ha bisogno, di dirigerlo
verso i suoi fini particolari, o quelli più generali, ma facendo questo l’uomo
diventa una macchina e perde ogni peculiarità umana.
Il
meccanismo della retorica nasce dalla stessa insufficienza umana, non c’è
nessuno che lo abbia costruito o inventato.
“ L’uomo quando
sente l’insufficienza della sua persona e si sente mancare di fronte a ciò che
esce dalla sua potenza si volge a cercare quelle posizioni dove il senso
attuale della sua persona lo aveva adulato altra volta colla voce del piacere:
“ tu sei”, o in quelle che prodighe di
piacere gli altri egli conosca. Ma nel
punto ch’egli fa questo, già fuori del giro sono della sua potenza.”[75]
Quindi
l’uomo ha paura e non riesce a sostenere la sua persona, ecco che cede alle
lusinghe della società e si pone al di fuori di sé. Lo stesso meccanismo della
retorica è descritto da Michelstaedter
in una lettera a Marino Caliterna dell’11 –11 – 1909:” Lo sai come fanno i deportati inglesi nei grandi
penitenziari del regno? C’è un grande cilindro che ruota intorno all’asse
longitudinale, lungo la superficie convessa corrono a giusta distanza tavole,
come gradini. Su questa lunga fila salgono i deportati, da una in altra facendo girare il cilindro con il loro
peso e restando sempre fermi allo stesso posto: chi non sale è travolto da
sotto.”[76]
L’uomo
sociale è simile al forzato inglese, egli non è libero di seguire un percorso,
ma deve adeguarsi a quello che la società gli impone.
“ L’uomo
che ha assunto la persona sociale per cui crebbe usurpando l’inadeguata sicurezza che l’ambiente
gli offriva, ha fondato la sua vita
sulla contingenza delle cose e delle persone, e della carità di queste vivendo
da queste dipende pel suo futuro , né ha in sé il vigore di conservarsi ciò che
non per suo valore gli appartiene.”[77]
Michelstaedter è riuscito perfettamente a teorizzare la Persuasione ed ha colto delle difficoltà di
chi volesse avventurarsi nel tempo della
Retorica che e poi la vera durata
esistenziale dell’uomo, appena egli si affaccia alla vita dove viene
ammaestrato agli scopi futuri della società.
“ Fin dai
primi doveri che gli si impongono tutto lo sforzo reale tende a renderlo
indifferente a quello che fa, perché pure lo faccia secondo le regole con tutta
oggettività”.[78]
Da una
parte il dovere dall’altra il piacere. La
Retorica è l’unico tempo reale, che lo raggira e lo consegna alla morte,
l’unica realtà dietro a tutte le illusioni. Ogni tanto l’uomo sente il peso
della sua insufficienza, ma non resistendo al dolore, trova subito dei
palliativi a cui appendersi: il lavoro, la carriera, la donna amata facendosi
sfuggire l’occasione di una possibile rivincita su se stesso e sulla vita.
Allora una
grande angoscia lo possiede. “ Egli si sente già morto da tempo e pur vive e
teme di morire. Di fronte al tempo che
viene lento ed inesorabile, egli si sente impotente come un morto a curar la
sua vita e soffre ogni attimo il dolore della morte.Questo dolore accomuna tutte le cose che vivono r
non hanno in sé persuasione, che come vivono temono la morte”.[79]
Se questa è
la vera situazione dell’uomo, Michelstaedter
ha saputo così ben evidenziare il processo che posrta alla persuasione e
alla retorica, nel contempo non vuole vivere come tutti gli altri, entrare nel
mondo della retorica culturale , o in quella del lavoro, o della carriera. Il
suo Io già debole, che poggia sulla sua malsicura identità non può dargli
quella spinta interiore per la realizzazione della persuasione e davanti al
terrore della retorica che lui stesso ha evocato, preferisce il suicidio.
La lettera
alla madre del 10 – 9 – 1910 ne contiene
tutti i presupposti e ci fa capire che questo gesto è in lui maturato per
liberarsi della retorica e la raggiungere la persuasione nella morte. Egli
vince la paura del suicidio ed in un sol gesto esce fuori da un inferno che ha
attraversato.
“ Tu guardi
gli altri giovani che sono al caffè con le loro famiglie e pensi a me con
tristezza. No – non pensare a me con tristezza: essi hanno vuota la vita e
l’avranno sempre vuota – e la riempiono delle preoccupazioni per la carriera
data dagli altri, la riempiono di vani piaceri che lasciano loro la bocca
amara, stirano la loro noia attraverso tutti gli anni e i giorni della loro
vita attraverso i loro lavori oscuri ed insensati, i loro piaceri insipidi, le
loro relazioni familiari, o d’amicizia, o di patria ottuse e vuote.”[80]
L’unica
realtà è quella che “ ci illude d’esser vivi, soltanto perché non siamo morti”:
la
teorizzazione della Persuasione finisce e non può essere più sviluppata nella
pratica della vita reale e
Michelstaedter ha il merito di avere ben
rappresentato il mondo piatto e anonimo
della vita sociale, ed anche la tremenda
debolezza dell’uomo; il suo discorso non lascia intravedere nulla di
buono per lui se non riesce a ricrearsi
nella sua potenza.
“ Egli non
può possedere se stesso, aver la ragione
in sé, quanto è necessitato ad attribuire valore alla propria persona
determinata nella cose e alle cose delle quali abbisogna per continuare. Ché da
questa è via via distratto nel tempo. Il suo avvenire alla vita immortale; il suo nascere nella altrui volontà; il
premio intorno a cui gira gli è dato, e
date gli sono le cose ch’ei dice sue.”[81]
Davanti a
questa sconfitta ontologica dell’uomo la scelta dell’autodistruzione, per
Michelstaedter rappresenta un mettere a
tacere una volta per sempre quella sua
lotta interiore che mai è riuscito a portalo verso il compimento di se stesso.
Ma il messaggio al mondo che il filosofo Goriziano ha lasciato è quello di
tentare una possibile resistenza alla realtà, che tende a disumanizzare le
persone, a trovare una propria via
autonoma tra i clamori della vita, prima che la morte possa
toglierci dal gioco, certo ci vuole coraggio a non dare ascolto alle voci che
possono frastornarci. Se Michelstaedter
ha scelto la morte, come rifiuto supremo
di una realtà che non ha più nulla di umano, nel contempo tutta la sua tesi si può raccogliere nel tentativo
di fermare quella permanenza che gli era balenata nella coscienza, fin da quando era studente a
Firenze.
Questo
percorso lo ha portato dalla possibile scelta di una vita diversa,, alla morte
per non averla trovata. A chi si avvicina al pensiero del filosofo
Goriziano e volesse tentare la sua
stessa strada, deve essere consapevole che nessuno potrà fare le scelte al
posto suo e che in tanti saranno a mostrargli
gli allettamenti della vita, che lo poeteranno lontano dalla persuasione
e dalla forza necessaria per compiere lo sforzo supremo, e quando si troverà
faccia a faccia con la solitudine, preferirà continuare a dimenticare se stesso
e a manipolare gli altri. E Michelstaedter
resterà un autore scomodo da leggere
in fretta, né lo so potrà considerare
soltanto un filosofo come tanti, magari più sfortunato. Lo sgomento che
ci coglie davanti alla lettura dei suoi
testi, non è altro che la voce della nostra coscienza, che sa che non viviamo mai all’altezza di noi stessi, ma
che l’unica vera opportunità di realizzarsi e di mettere a tacere gli altri che
preferiscono vivere nella dimenticanza e nella alienazione.
[1] Cfr. S. Campailla, A
Ferri corti con la vita, Gorizia , il Comune, 1974, pag. 11
[2] Cfr Ada Geiger, Dialoghi
torno a Michelstaedter, Gorizia, Biblioteca Statale Isontina, 1983, pag.46
[3] Cfr Orietta Altieri , Dialoghi intorno a
Micjhelstaedter ,Gorizia, Biblioteca Statale Isontina,1983, pag. 36
[4] Cfr. Ada Geiger, Dialoghi intorno a Michelsaedter,
Gorizia, Biblioteca Statale
Isontina,1983,pag.46
[5] Epistolario.pag.66
[6] Epistolario,pag.69
[7] Epistolario, pag.71
[8] Epistolario,pag.106
[9] Epistolario,pag.71
[10] Epistolario, pag. 14
[11] Epistolario,pag.102
[12] Epistolario, pag.25
[13] Epistolario,pag.51
[15] Otto Weininger,Sesso e
carattere, edizioni Studio Tesi
[16] Carlo Michelstaedter La
persuasione e la Retorica,Adelphi,pag.58
[17] La Persuasione e la Retorica, Adelphi, pag.83
[18] Epistolario, pag.315
[19] Epistolario, pag111
[20] Epistolario, Pag. 381
[21] La Persuasione e la
Retorica. Adelphi, pag.88
[23] Epistolario, pag.91
[24] Otto Weininger, Sesso
e carattere, Edizioni. Studio Tesi.
[25] Otto Weinger,Sesso e
carattere.Edizione Studio Tesi, pag.395
[26] Otto Weininger Sesso e
carattere.edizioni Studio Tesi, pag.396
[27] Otto Weininger, Sesso
e carattere. Edizioni Studio Tesi,
pag.396
[28] Otto Weininger , Sesso
e carattere. Edizione Studio tesi,pag.396
[30] Otto Weiniger.Sesso e
carattere. Studio tesi., pag.397
[31] Otto Weiniger. Sesso e
carattere.Studio Tesi, pag.398
[32] Otto Weiniger. Sesso e
carattere.Studio tesi, pagg.404 –407
[33] Epistolario, pag.223
[34]Epistolario, pag.197
[35] Epistolario, pag.203
[36] Epistolario,pag 209
[37] Epistolario, pag.213
[38] Epistolario, pag. 217
[39] Epistolario, pag. 218
[40] Epistolario, pag.220
[41] Epistolario, pag.330
[43] Poesie, pag.46
[44] Poesie , pag48
[45] Poesie, pag,52
[47] Epistolario, pag. 330
[48] Epistolario, pag.311
[49] Epistolario, pag.330
[50] Epistolario, pag. 382
[51] Epistolario, pag.382
[52] Epistolario, pag.300
[53] Epistolario, pag350
[54] La Persuasione e la
retorica, Adelphi, pag.35
[55] F. Nietzsche, Schopenhauer
come educatore.Newton Compton editore, pag. 411
[56] Epistolario, pag. 395
[57] C. Michelsstaedter, Tolstoi,
, in Corriere friulano,del 18- 9 - 1908
[58] La Persuasione e le Retorica, Adelphi, pag 40
[59] Epistolario, pag 391
[60] Epistolario, pag. 418
[61] Epistolario, pag.392
[62] La persuasione e la
rettorica, pag.69
[63] Piromalli, Michelsatedter,
Castoro editore, pag.72
[64] Epistolario,pag.355
[65] La Persuasione e la
Retorica, Adelphi, pag.71
[66]La Persuasione e la Retorica, Adelphi, pag.88
[67] Giuseppe Rensi. La
filosofia dell’assurdo, Adepti, pag.148
[68]Epistolario, pag.336
[69] Epistolario, pag. 330
[70] Epistolario, pag. 366
[71] Epistolario, pag.352
[72] S, Campailla, A ferri
corti con la vita,Gorizia , il Comune, 1974, pag. 115
[73] Epistolario, pag. 395
[74] Epistolario, pag.420
[75] La persuasione e la
Retorica, Adelphi, pag. 106
[76] Epistolario, pag. 415
[77] La persuasione e la Retorica, Adelphi, pag. 155
[78] La Persuasione e la Retorica, Adelphi, pag. 187
[79] La Persuasione e la retorica, Adelphi, pag.59
[80] Epistolario, pag.450
[81] La Persuasione e la Retorica, Adelphi, pag.54
a cura di Ereticamente
A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio? ?xml:namespace>
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.
continua a leggere...












