PRESENTAZIONE ERETICAMENTE

Postato da Leonida il 30 Lug 2012

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota, senza compromessi e senza ammiccamenti con il Nemico di sempre, di cui non cerchiamo nè comprensione, nè il plauso

Intervista a Giuseppe Barbera dell’Ass. Pietas

Postato da Leonida il 5 Mar 2013

L'Associazione Tradizionale Pietas è una realtà eterogenea composta prevalentemente da comunità connesse tra loro nell'interesse delle tradizioni greco-romane in Italia. L'approccio alla Tradizione avviene in maniera asettica, evitando forme di fanatismo o visioni faziose che possano alterare la reale comprensione della Tradizione in se stessa. La nostra entità è culturale e non religiosa poiché consideriamo, allo stesso modo degli antichi romani, la Pietas come un corpo di valori nel percorso della filosofia intesa come via di ricerca della sapienza a discapito dell'approccio religioso, reputata come una forma di misticismo che rallenta il cammino della comprensione.

Pagliacci lugubri e sanguinari di Fabio Calabrese

Postato da Leonida il 21 Gen 2013

Dal 1991, dal crollo dell'Unione Sovietica gli Stati Uniti sono rimasti l'unica superpotenza esistente su questo pianeta, non solo, ma è evidente che gli Stati Uniti da allora stanno cercando di espandere il loro dominio a livello mondiale, imponendo dappertutto una democrazia che non è in realtà altro che una forma mascherata di colonialismo. Io credo sia essenziale capire in che mani sia questo sfortunato pianeta e l'altrettanto sfortunata umanità che lo popola, chi sono questi yankee prossimi a essere i padroni di questo mondo , e che in ogni caso si comportano come se lo fossero, mentre l'Italia e l'Europa sconfitte nella seconda guerra mondiale si trovano da settant'anni a vivere in quello che di fatto è un regime di soggezione coloniale.

Il Fuoco Ardente della Memoria

Postato da Leonida il 17 Feb 2013

Nella ricorrenza dell’eccidio inquisitorio di Giordano Bruno non staremo qui, in queste sintetiche riflessioni, a perder tempo nell’inutile disputa tra credenti, laicisti e difensori del libero pensiero, bensì vorremo richiamare l’attenzione sul fulcro della Sapienza che il Nolano volle rappresentare con la sua vita e le sue opere, null’altro essendo realmente di nostro interesse.

Platone e l'Amore di Mario M. Merlino

Postato da Leonida il 06 Feb 2013

Platone c’insegna che con Amore non si scherza. Se ci afferra, dispettoso fanciullo, demone nell’accezione antica, cioè tra la divinità e l’uomo, non ci molla ci travolge ci stravolge. Ecco perché l’oggetto del nostro amore è sempre bello, mentre colui che ama è sempre brutto. Cesare Pavese: ‘E’ buio il mattino che passa senza la luce dei tuoi occhi’… Banchettano gli dei, se la spassano come comuni esseri mortali, e Poros (l’Espediente, il Possesso), avendo assai bevuto, si sdraia sul prato per farsi un sonnellino e digerire, magari tra un rutto e l’altro, cibo e vino.

Abbracciato a un cavallo di Joe Fallisi

Postato da Leonida il 29 Gen 2013

"Morale" ed "etica" rimandando a termini (latini e greci) che indicano i costumi, differenti da popolo a popolo e transeunti; insieme, la sovrastruttura ideologica – esattamente nel senso marxiano – che su di essi viene codificata. Di qui la critica, fin troppo semplice, che di questi concetti è stata fatta (per esempio da Nietzsche). Essi, in realtà, sono inadeguati o del tutto parziali a giudicare il senso della questione. E, en passant, ribadisco come la dichiarazione stessa di appartenenza al genere Homo sapiens e degli eventuali tabù correlati sia TUTTA CULTURALE, cioè accidentale, empirica, non sostanziale





   FRANCESCO INNELLA

CARLO MICHELSTAEDTER:     FRAMMENTI  DA UNA FILOSOFIA OSCURA


Pubblicato nel 1996 da Ripostes - Salerno






















A Carlo Michelstaedter. Il   Grande Risvegliato dell’Occidente






























INTRODUZIONE


Nel saggio su Carlo Michelstaedter, Francesco  Innella ci presenta varie fasi della breve vita del Filosofo Goriziano, che tra l’altro ci ha lasciato pregevoli speculazioni filosofiche nella “ Persuasione e la Rettorica”. Innella  avvalendosi anche  dell’” Epistolario”, edito dalla  casa editrice”Adelphi”, ci fa conoscere un Michelstaedter nel chiuso di una stanza.
Chiudere un discorso o porre la parola fine su Michelstaedter, è un discorso azzardato, perché poco conosciamo dell’infanzia, scarsi i riscontri della scrittrice Iolanda De Blasi, amica di studi di Firenze: i suoi pochi frammenti lasciati vanno analizzati   con certosina  pazienza. Va sottolineato tra l’altro, che gli scritti di Michelstaedter  - morto a solo 23 anni -  hanno ben poco di un filosofo giovane.
Carlo Michelstaedter , visse in un periodo di grandi cambiamenti, di innovazioni tecnologico –industriali, quindi già verso la fine del tardo romanticismo – anche  egli  è un orfano della Grande Cultura. Va ricordato  che nel 1910 , muore il gigante della letteratura mondiale – Tolstoi – con la cui morte si estingue la vera razza degli scrittori; di poi infatti, è arrivata, n nome dell’onestà intellettuale, la forma aberrante della cultura ( partitica ): io lodo te, tu lodi me.
Con questo modo di fare cultura  e di scrivere, ci hanno trascinati nella più vieta rettorica la sposa del nulla – illusiorietà  - per niente in sintonia  con  la cosmogonia. Anche perché viviamo in un’epoca dove non siamo paghi d quello che  possediamo, in cui presto partiamo  per ottenere un oggetto che non ci appagherà mai. E va aggiunto che tutto i mondo è una  grande e squallida periferia delle città americane e, quindi,   senza cultura umanistica , un vero trionfio del materialismo storico , portabandiera della cultura marxista, e del  “ comunismo” americano, quest’ultimo più tragico perché alletta l’uomo a uno  sfrenato consumismo.
Michelsatedter,  è stato un continuatore dell’età classica greca?
Il concetto della libertà greca è autodeterminazione dell’uomo, come ci dimostra Michelstaedter  sempre alla spasmodica  ricerca della libertà, mentre con l’affermazione dell’era scientifica, tutto è rivolto alla massa “ sociale “ – da sempre mal lievitata – ossia per tanti e per nessuno. Quindi presagiva un’umanità celata nella sua essenza materiale cioè quella di essere inghiottita da un disordinato caos. Egli aveva paura di non essere capito neanche dai professori universitari – i farisei della cultura – proprio  perché la maggior parte dei grandi talenti non è uscita dalle Università ,fucine di un mondo novo che stenta ancora a venire…..fuori.
La storia umana è disseminata di roghi e di cacce alle streghe ( invasione da parte del mondo giuridico) e la paura del padrone invisibile del mondo, incombe sul libero pensiero anche alle soglie del 2000, epoca  del” grande dialogo”  della scientificità : il XX secolo va chiudendosi  con un nuovo medioevo, dove tutto  oramai  in nome della scientificità assoluta – e  non relativa – è sotto  processo.
Michelstaedter  è un anticipatore dell’esistenzialismo? O uno che è andato al di là del Gulag  del sapere?
Opure il primo assaggiatore delle nullità della vita?( la seconda più tragica delle ipotesi ) incapace di dipanare il bandolo delle due anime, l’ebraica e la sovrapposta cattolica? Angolazioni , queste, seppellite con la prematura morte e mancanti di altri scritti, oltre a la “ Persuasione e la Rettorica “ – opera maggiore-, il “Dialogo della salute” e n libro di poesie. Va anche detto che leggere la “persuasione e  la Rettorica ”, è come  tuffarsi in un abisso dove ci si trova d’innanzi ad un pensatore pindarico e,allo stesso tempo, eracliteo
Michelstaedter nel suo animo ha avuto un grosso campo di battaglia, da una parte le radici ebraiche- .”- peso  retrivo – atavico –“ e dall’altra la sete di libertà. Ha cercato la libertà nel cristianesimo – confine naturale fra  ebraismo ( antico ) e cattolicesimo ( moderno ) - , perché rispetto all’ebraismo ne concede di più?
Ha anche tentato di estirpare completamente la sua discendenza ebraica trasgredendone  talune norme come ad esempio  il mangiare lardo, ma allo stesso tempo ha obbedito al padre non sposando una donna non ebraica; anche questi fattori evidenziano sempre di più la latente insicurezza che lo ha  accompagnato per tutta la vita. In Firenze nell’età della formazione si acuisce l’antisemitismo esasperato, forse per un senso di colpa, non sappiamo fino a  che punto valido – ‘uomo di pensiero ad un certo  livello deve superare se stesso – e ci fa intendere che l’ebreo, nel profondo dell’intimo,ha un senso di inferiorità oppure avverte una stridente diversità con il mondo circostante, ma gli è impossibile sfuggire al suo destino di ebreo – in quanto è difficile cancellare le acquisizioni  educative dell’infanzia. Lo stesso vale per i meridionali  - e non solo loro-  nel Nuovo  Mondo  terra di conquiste e di nuove “avventure”, dove le città sono piene di quartieri  - ghetto: Chinatown, Litle Italy, San Pedro, entità trasmigrate per esigenze di sopravvivenza, si raggruppano proprio per non perdere l’identità originaria, come vedremo più avanti.
I meridionali  quando emigrano al Nord  Italia, dopo un po’ di tempo diventano i più  antimeridionali – oppressione sociale  predominante  - e non potendo sfuggire  al loro ghetto del “ nuovo sito”, o città, essi sfuggono davanti a una loro “ nuova condizione”, trasferendosi hanno bisogno di stare con i loro simili, cioè con le radici e le tradizioni, anche perché vengono a trovarsi in un mondo che non sarà mai loro. Bisogna stare con la storia: “ l’ultima scoperta” dei Falashià” ,entità  ebraica di stirpe mitotica esistente in Etiopia , attualmente trasferita in massa in Israele – la terra promessa – ne è la prova tangibile. E nessuna rivoluzione può cambiare l’entità di un popolo,il vocabolo:  rivoluzione, è da cancellare dal lessico;l’ultima rivoluzione marxista si è conclusa con l’alba della Perestroika, quindi potremo affermare che il marxismo – teoria scientifica e di concezione atea – non ha mai reciso le radici del popolo russo, anche perché l’interiorità di un popolo è superiore alle leggi che una  nuova rivoluzione detta, e non va dimenticato che in  Russia – anche se scissa – prima della  Rivoluzione d’Ottobre  si mandavano in Siberia gli intellettuali di sinistra, dopo la grande Rivoluzione d’Ottobre si sono mandati in Siberia gli intellettuali revisionisti e la cultura del “processo al sospetto” è la figlia degenere delle rivoluzioni.
L’ebreo errante , in quanto tale può stare benissimo in qualsiasi sito. I Michelstaedter venuti dalla Germania si trasferiscono a Gorizia, zona più prospera rispetto alla Germania degli “opulenti” Lander. Molti tabù sono  costruzioni mentali che l’uomo forgia da se stesso e la diversità esternata non deve essere elevata a cultura superiore – specialmente quando si è “ ospiti” in terra  straniera….
I cristiani nonostante le persecuzioni subite – vere o false –rappresentano la più grande religione del mondo civile, perché è quella che crea meno tabù rispetto alle altre religioni, in virtù  del fatto che non vieta, ma esorta all’osservanza di un insieme di regole .
In ogni  epoca si sono costruiti pregiudizi  di noi cattolici, e non solo: il ritenere la “razza” ebrea  superiore, più intelligente e avida di denaro. Ci viene in mente l’affermazione “conosci te stesso” .
L’uomo per natura e struttura è uguale sotto qualsiasi  latitudine; solo la cultura e la religione l rendono diverso,  e gli umini  sono” uniti “ dall’intolleranza religiosa. Per restare nel discorso della religione ( mina innescata  nell’animo di Michelstaedter ), come disciplina di un popolo, essa non è nient’altro che modo di vivere e basta.
Più o  meno tutte le religioni sono per la salvaguardia dell’uomo rivolto al bene, mentre per gli “ Esseri Pensanti” e filosofi

L’ateismo è la fede spirituale , in quanto, questi si spingono sempre più oltre il limite imposto dalle convenzioni sciali, mentre la fede del credente ha un fine materiale. Difatti l’uomo convenzionale ha sempre pregato per un bene materiale e non per un fine spirituale. L’eterna confusione tra senso religioso e religiosità  esternata continuerà la sua incessante strada lastricata da una  diatriba.

Pensiamo che l’animo di Carlo Michelstaedter è naufragato  anche sulla questione religiosa. In Michelstaedter si è venuto a creare un vuoto assoluto per la  instabilità culturale – sempre in volo per altre mete irraggiungibili – fino a spingerlo al suicidio. Non dimentichiamo che tra gli intellettuali ebrei si annoverano numerosi suicidi. Per tutta la breve esistenza  è stato accompagnato dall’insicurezza come una maledizione; guadandosi in giro presagiva un mondo oramai sordo ed era attanagliato dalla paura di non essere compreso, ad ogni approccio con qualsiasi cosa in breve tempo  seguiva una rottura – uno stato d’animo di estraneità al mondo.

Il pessimismo eracliteo è profuso nei suoi scritti; la sua mente si lambiccava sull’aforisma:” Pochi sono quelli che valgono, tanti sono le bestie d’armento” e il suo pensare civile è rivolto sempre all’età classica, sia nella “ Persuasione” e sia nella “Rettorica”.
Aggiungiamo che il cosiddetto Occidente è sotto il  peso devastante della rettorica –illusorietà del vivere quotidiano. Questo sentimento che lo angustiava gli fa presagire il precipitare dell’umanità verso il baratro della assolutezza  “scientifica”. Oggi alla mancanza di fatti reali e – più o meno – dimostrabili – dell’onestà intellettuale, si supplisce con lo slogan devastante: è tutto scientifico, anche le più banali sciocchezze, cioè  la scienza come spettacolo. Il non ragionamento  (  rettorica )
Viene chiamato” constatazione assoluta”( interesse di parte….L’inganno – predisposizione del grosso animale urbano e democratico, presto a farsi subito ingannare dai muezzin di piazza  ), mentre  il sano ragionamento viene bollato dalla cultura dominante,con l’epiteto  “ribellione”, rivolta contro le istituzioni ( spesso le istituzioni sono la cosa più illegale), o peggio ancora: “ contestazione”, così può – in veste  di contestatore – apparire Michelstaedter, perché troppo radicale e in netto contrasto con la società del so tempo..
Con Michelstaedter  si viene a incarnare la figura dell’alfiere della contestazione, cioè del non persuaso : “ Lo disse  Cristo, lo disse Buddha” ed ecco affiorare il rifiuto  della persuasione, ci chiediamo : cosa si aspetta  ancora l’uomo nell’avvento dei nuovi secoli? ( si comincia a parlare di post- moderno,post-industriale….. e speriamo che non si cominci a parlare di post- scientifico).
Con angoscia ci chiediamo : ma è tutto scoperto? Anche perché l’uomo tecnocratico vive la sua “ intensa” giornata  con angoscia, perché ha violato il ritmo cosmico – con insistenza si parala di recuperare i tempi morti…..altra  aberrazione  della tecnologia avanzata!
In seguito Michelsaedter, compie l’estremo tentativo di immergersi nella lettura del Vangelo, e tra l’altro invita a leggerlo anche sua sorella Paula . Tutto gli scivola tra  le mani ( fase della disillusione ) , sempre  più predisposto a non legarsi a niente. Ma  gli incessanti richiami interiori alle tradizioni e alle radici sono un grido che non può essere soffocato, pervaso da uno stato perenne  
Di insicurezza. Anche dell’amore è insicuro e qualsiasi legame duraturo lo atterrisce: deduciamo che molta influenza abbia avuto l’affermazione di Stendhal: “ incapacità d’amare”  ( paura del convenzionale ) per cui si immerge  nell’egotismo o più sfrenato.
Nella  sua “ Rettorica e Persuasione “è un vulcano in continua eruzione.Poi cresce sempre di più l’odio viscerale per il  mondo  e si chiude completamente verso l’esterno.Questo atteggiamento di chiusura  totale e altre commistioni fobiche gettano le basi definitive per il suicidio, in quanto viene a trovarsi faccia a faccia con il muro invalicabile dell’inacessibilità dell’uomo. Brucia a tappe forzate il calvario della conoscenza: “ per l’uomo comune, più che un vivere  lungo è un lungo morire”, per accedere al limbo dove Tutto è Nulla. Oramai crede che le radici ebraiche sono “recise” e non gli rimane nient’altro che lo spazio sospeso tra la terra e il cielo- spazio  del niente assoluto – ma non lo frena il rimorso dell’aver tralasciato le radici ebraiche, radici che sono la  vera essenza dell’uomo.
Anche i meridionali, popolo errante, ovunque si  trovano  sono posseduti dall’ansia disperata e dalla nostalgia del ritorno alla propria terra e alla cultura dell’infanzia (fattore  fisiologico  -sperimentale). C’è un detto: “ Ogni uomo resti nella religione di appartenenza”. La storia è piena di massacri in nome di un dio predominante o di una religione ( maggioranza del posto in cui si vive ) portabandiera di assolute verità.
Non esitiamo a chiudere con le parole di Luigi Bianco , in una recensione del libro di poesie – “ Enigmata” – di Francesco Innella dedicato a Carlo Michelstaedter : “ Michelstaedter è stato il più grande  filosofo italiano del Novecento  o quasi”, aggiungiamo  a dispetto della cultura ufficiale ….
Dominante, perché la  cultura ufficiale è la grande figlia illegittima dei salotti e benedetta con l’acqua santa.
Vogliamo lasciare la porta aperta  ad altri studiosi per la parola conclusiva sul pindarico e oscuro Carlo Michelstaedter , il “ Risvegliato dell’Occidente”…..
L’Europa deve avere il coraggio di riconquistare “l’Occidente  Classico” mutilato dalla Rivoluzione d’Ottobre ,e battersi per portare in esso la Santa Russia –e che cancelli per sempre dal “ vocabolario” …..storico -, che la rivoluzione è figlia della sinistra- progressista- e che i colpi di stato sono  i figli degenerati della destra- reazionaria -.
La decadenza dell’Europa  si chiama : commistione di socialismo e comunismo -, perché il Nuovo Mondo non è Occidente, né patria legittima dell’ONU, ma patria degli “ espulsi Forzati.”….

VITTORIO ORLANDO







PREMESSA

 

Carlo Michelstaedter è il filosofo della Persuasione, ossia tutto il suo pensiero mette

in risalto  la mancanza d’essere che governa l’uomo ed il tentativo di superare questo  stato attraverso la prospettiva di  una coincidenza di se stessi con il mondo.
Lo scoglio più grande che deve essere abbattuto consiste nel non perdersi nel contatto con  la quotidianità, ma di opporre una strenua resistenza, che respingendo le illusorietà delle cose e della vita, permetta di raggiungere la pace  con se stessi.
Michelstaedter si oppone  alle false realizzazioni dell’Io , che si possono  verificare nel contesto sociale in cui vive, cioè l’apparato di istituzioni che gli promettono una realizzazione futura: ossia la Rettorica. Quindi l’uomo solo attraverso la sua resistenza può respingere  dentro di sé i bisogni che lo legano al mondo, cioè facendo tabula rasa di quelli che sono i suoi aspetti sociali e rinunciando a vivere  in maniera codificata.
Questa resistenza lo deve per forza portare alla solitudine, che egli deve accettare senza paura di cedere alle lusinghe della società. E’ solo un’eroica solitudine, sprezzante del volgo, la strada per la realizzazione della Persuasione, nessun legame viene accettato, niente ci può essere per il persuaso, perché altrimenti corre il rischio di legarsi alla vita, come le api al miele.
Questo discorso così duro e radicale da parte del filosofo  Goriziano è esposto nella sua tesi di laurea: “ La persuasione e la Rettorica”, che non fu mai data  come tesi per il suicidio dell’autore.
E la domanda che si affaccia a questo punto e che cercherò di chiarire, è questa: fino a che punto la Persuasione è maturata solo nel contesto di uno studio per la tesi, o rappresenta effettivamente per Michelstaedter una soluzione per il suo dissidio con la società borghese dell’epoca?
Per rispondere a questo interrogativo, bisogna  analizzare l’unico strumento utile per potere avanzare delle ipotesi sullo sviluppo della personalità del filosofo, cioè l’epistolario, che racchiude al suo interno molti misteri, che devono essere chiariti, infatti  attraverso di esso si può meglio mettere in risalto la sua personalità ed il suo modo di gestire la vita. Chiaramente bisogna essere molto accorti nel cogliere gli aspetti della sua vita che si possono inserire nel suo più generale discorso e che fanno da sottofondo, determinando le sue scelte future. Nel 1905, all’età di diciotto anni, giunge a Firenze per studiare pittura e disegno, si iscrive all’Istituto di Studi Superiori, rinunciando   alla facoltà di matematica dell’Università di Vienna.
Allo studio della filosofia si uniscono la mistica ebraica, il Vangelo, i presocratici, i   tragici greci, Ibsen, Tetrarca, Leopardi, che poi convoglieranno nella sua tesi. Ma che cosa emerge  dalla sua vita di allora
Ma che cosa emerge dalla sua vita di allora?
























Cap. I
Il distacco dalla famiglia avvertito come privazione e dolore


L’epistolario  di questi primi anni indica che il giovane filosofo avverte con dolore la lontananza , sia fisica che spirituale dalla sua famiglia. Tutto questo è indicato  chiaramente in molte lettere scritte, sia ai genitori, che  alla sorella Paula.Questo distacco doloroso dalla sua famiglia si può più chiaramente comprendere, se si parte dal fatto che la lontananza  lo porta fuori da una fitta rete di legami affettivi, cosa che per un giovane di diciottoanni può naturalmente pesare, ma anche  da un nuovo modo di vivere ebraico, in cui la famiglia è inserita, anche se più tardi  Michelstaedter rifiuterà aspramente il mondo  chiuso dell’ebreo. Prima di immergerci nella lettura delle lettere, che testimoniano come questa diaspora abbia pesato sull’anima del giovane filosofo Goriziano,si può gettare una luce sulle origini ebraiche della sua  famiglia.
I Michelstaedter  provengono dalla cittadina tedesca  di Michelstadt, vicino a Darmast in Assia[1]   sono di origine ashkenazita[2] e con molte  probabilità si trasferiscono dall’Europa centrale nel Friuli, nel diciottesimo secolo, attratti dalle condizioni di vita più favorevoli di quelle esistenti nell’impero germanico.
Qui, infatti, possono risiedere indisturbati nella  stessa località:hanno il permesso di possedere beni, sia all’interno che all’esterno del ghetto, beneficiano della tolleranza della chiesa cattolica locale.
Gli ebrei di queste zone, grazie alla loro attività di prestavalute, riescono a ricavare molti utili che investono in piccole attività industriali. 
uesto distacco  Qqqqqqqqqq
 Che con il tempo finiscono per divenne un pilastro importante per l’economia locale
Un’altra fiorente attività da loro intrapresa è il banco dei pegni[3].
Il 3 giugno 1887 nasce carlo Michelstaedter , figlio di Alberto ed  Emma Luzzato. Il nonno paterno è il rabbino Isacco Samuele  Reggio. Dopo otto giorni dalla nascita viene praticato sul bambino il rito della circoncisione e gli viene imposto il nome di Ghedalià Ram.
Il sabato successivo al suo tredicesimo compleanno supera le prove di accertamento della conoscenza della religione ebraica e giura di far parte attiva di Israele.  I goriziani di origine ebraica di fatto sono cittadini austriaci,ma parlano   la lingua italiana e il loro livello culturale è certamente buono ed amano risiedere non lontano dal centro delle attività cittadine.[4]
Il padre di Michelstaedter  esercita la professione di cambiavalute e di agente delle Assicurazioni Generali. Dopo il matrimonio abbandona il ghetto, si inserisce nella vita cittadina, partecipando a tutte le sue attività  economiche, sociali e culturali. Questo  atteggiamento ci fa capire che è avvenuto, o l’abbandono delle tradizioni ebraiche, o la loro riduzione a pura formalità.Questo atteggiamento paterno può aver influenzato la personalità del giovane Michelsaedter, che gà da ragazzo non esprimeva una condotta lodevole verso le norme imposte dalla religione ebraica. Ma adesso analizziamo l’epistolario  e mettiamo in risalto, come  questa mancanza del nucleo familiare  viene avvertita in maniera dolorosa.
Lettera alla famiglia del 1 – 12 – 1905:”  Perché non mi scrivete? E’ il terzo giorno che non ricevo una riga da voi”.[5]
Lettera alla famiglia del 4- 12- 1905: “ Ancora niente non riesco a capire perché tutto ad un tratto  vi riesca pesante scrivermi”[6]

La mancanza  di lettere da casa genera nel suo animo uno stato di ansia che egli non riesce a contenere e solo la lettera ricevuta successivamente riesce a lenirla. E’ come se il mondo di Gorizia, lontano geograficamente, ma presente spiritualmente, nei suoi ricordi, si riaffacciasse attraverso quelle poche righe. Addirittura questo mondo così dolce e familiare riesce con la sua avvenuta rievocazione a far retrocedere in secondo piano la sua normale attività di studente a Firenze.

Lettera a Paula del 8 –12 – 1905:” Il campanello che mi annunziava la tua lettera mi strappò  dalle infinite sfere  della matematica, nelle quali ero sprofondato in una vera estasi. Come mi ha fatto piacere, un piacere meraviglioso con quella tua lettera[7]…”
Carlo Michelstaedter  finisce per incarnare a Firenze il mito dell’ebreo errante, anche se il suo modo di vivere le tradizioni ebraiche è molto diluito e solo la lettera gli consente una costruzione mentale del bel rapporto che ha lasciato  alle spalle a Gorizia. La lettera diviene, pertanto, il segmento esistenziale per lui, riesce attraverso di lei a fermare sulla carta gli avvenimenti che quotidianamente gli capitano e ricomporli nel suo vissuto ed è. Dall’altra parte, una conferma  ai suoi primi approcci verso la conquista del mondo, alle sue prime e più significative esperienze. Per questo il silenzio familiare comporta per lui ansia, perché gli manca lo strumento di riflessione delle sue azioni. Egli viene bruciato da un’ansia interiore che non riesce a trattenere.
Lettera alla famiglia del 1 – 3 – 1906: “ Voi m’avete fatto soffrire molto in quegli otto giorni di inspiegabile silenzio.E’ una vera azione cattiva da parte vostra, che mi amareggia tutti i momenti, non mi lascia né pensare, né studiare, né mangiare, né separare, né dormire”[8]

Ma quando la risposta giunge da casa egli si sente trasformato, rivitalizzato.

Lettera alla famiglia del 14- 6- 1907:” Non vi è cosa più dolce e più sicura che avere in voi la misura costante di quanto sento e penso.”[9]

I primi contatti che egli comincia a costruire a Firenze, con il mondo borghese, quello stesso mondo da cui proviene, genera nel suo animo la paura di non sapersi orientare in esso, per cui la lettera è una sorta si esorcismo  della realtà che lo sostiene nelle difficili scelte quotidiane. Attraverso di essa può aggiustare la mira verso i primi obiettivi  che si è posto. Ma ciò che lo turba e gli vela l’animo di tristezza incontenibile è ogni volta che deve lasciare Gorizia per Firenze.

Lettera alla famiglia del 23- 10 – 1905:” L’idea  poi che  questo era il primo giorno della mia lontananza da voi mi spaventa molto e due mesi mi sembrano una eternità”.[10]
 Questo distacco genera una sorta di malinconia, che  piano piano si impossessa della sua persona. Il confronto con il mondo ed i suoi problemi gli fa capire la futilità delle mete che la vita impone. E’ come inseguire delle vane illusioni. E’ un essere assorbito nel tempo, senza avere modo di lasciare nessuna traccia durevole di se stessi. Lo stesso concetto esprimerà più tardi  nella sua tesi “ La persuasione e la retorica” : “ La vita si misura dall’intensità e non dalla durata”. Ed è proprio questo bisogno di vivere la vita tutta intera, senza nessuna interruzione, né nessun cedimento verso il mondo esterno, la sua prima preoccupazione.
Certamente l’epistolario fa emergere questo bisogno di vivere intensamente gli avvenimenti e ci riporta anche una ansia di scoperte che lo divora.
Lettera a Paula del 10 – 2 – 1906:” L’altra sera appunto si è fatto ( con Oberdofer e un altro) uno splendido giro che tu godresti tanto r sarebbe bello fare insieme. Era  luna piena ( o quasi ) , un cielo purissimo, noi siamo saliti alle 9 e mezzo al piazzale Michelangelo, da là per Arretri, San Giorgio, Poggio Imperiale e porta Romana e a casa. Sul piazzale si ha una impressione così forte  che non è possibile darne una idea nemmeno lontana. Io mi sentivo scorrere attraverso il corpo come un’onda di bellezza e mi pareva di immedesimarmi con la natura.”[11] 
Il piacere che Michelstaedter  vive in questo momento è quello estetico come del resto testimonia l’epistolario di questi primi anni. In lui cresce sempre di più l’ansia di scoprire il bello e di contemplarlo, forse questa attività lo trasporta in un’altra dimensione, lontana  dagli affanni della vita. Ecco come descrive Firenze appena giunto.
Lettera alla famiglia del 26 –10- 1905: “ La stessa mirabile impressione produce il campanile  di Giotto, il quale però nella sua snellezza acquista un effetto ideale. Li vidi nella luce del tramonto e non mi parvero opera di uomini, ma cose messe l’ per incanto, diafane immateriali.[12]
Ma  insieme a queste descrizioni egli ama avvicinarsi ai grandi artisti del passato che la città offre. Lettera alla famiglia del 26 – 11- 1905:” E più interessanti sono le citazioni dantesche che si trovano dappertutto, sicché pare che lo spirito del poeta vivi e palpiti ancora trasfuso nella città. Oggi fui a Palazzo   Vecchio e vidi un bel quadro del Botticelli, deve essere dei suoi primi lavori perché è originale e spontaneo senza
Quel certo che di voluto che c’è nei pensieri, poi un affresco del Ghirlandaio…. Mi sono fermato a copiare una statua e mi divertiva a star a sentire la maestria di un cicerone…[13]
SE Gerenze lo affascina per l’arte, egli è nel contempo anche attratto da città vicine, che sono piene di vivacità, perché a Michelstaedter piace assaporare i ritmi frenetici che lo possono portare lontano dalla solitudine e dalla malinconia.
Lettera alla famiglia del 26 – 10 – 1905:” Sono di ritorno dal mio giro. Bologna è una città bellissima piena di movimento , di luce e di vivacità. E queste cose  dopo quel cimitero di Ferrara fanno buona impressione..”[14]
Comunque Michelstaedter non riesce a sciogliere questa sua ambivalenza, questo suo continuo oscillare tra stati d’animo diversi e questo primo periodo che egli vive non prefigura in nessun modo una possibile teorizzazzione della persuasione.
Egli si avvicinerà a questa sua futura filosofia in due momenti successivi, che lo stesso epistolario ci conferma, quando inizierà a scrollarsi di dosso il retaggio ebraico, con la chiusura totale alle sue tradizioni e con la profonda crisi affettiva che lo consegnerà alla solitudine ed al rifiuto del mondo borghese del suo tempo.
Ma adesso è possibile solo ricavare labili tracce che testimoniano di una personalità ancora in  evoluzione, ma che ha già sviluppato una profonda sensibilità verso la vita e gli avvenimenti, anche se spesso non sa destreggiarsi adeguatamente  in essi e non riesce  a tagliare il filo che lo lega alla sua famiglia.









CapII
L’antisemitismo ebraico

Carlo Michelstaedter mostra nel periodo di studi fiorentino, un netto rifiuto di seguire le tradizioni ebraiche. L’epistolario ci descrive di questa sua continua avversione. Il dato che più stupisce è l’accanimento con cui vuol colpire quelli che sono i legami  con la sua tradizione. Il padre Alberto, cambiavalute ed Agente delle Assicurazioni  Generali, aveva con le sue attività  culturali ed economiche favorito l’uscita dal ghetto della famiglia e ridotto a pura formalismo l’osservanza della religione ebraica. Ma Michelstaedter  supera questo livello. Egli vuol fare tabula rasa delle sue radici, fino ad estirparle da se stesso. Se è questo che egli ha inteso fare, avrebbe dovuto trovarsi ben pesto in uno stato di perdizione,  sia perché annulla una parte importante del suo retaggio culturale, sia perché non è possibile sostituire in breve tempo una cultura con un’altra. Ma per Michelstaedter  non è così, perché egli rifiuta due mondi: quello ebraico e quello borghese e quando insieme alla scoperta della persuasione, egli deve fare i conti con la realtà della Retorica, che nega la realizzazione dell’uomo,  si rende conto che l’individuo è stritolato negli ingranaggi sociali, che non gli danno la possibilità di effettuare scelte autonome.
E neanche bisogna credere a ciò che hanno scritto alcuni studiosi che Michelsatedter , con il suo rifiuto di osservare la tradizione ebraica, avrebbe ricevuto un contraccolpo psichico, che non riuscirà più a risolvere e che tutto questo  lo   avrebbe portato al suicidio, invece sarà possibile dimostrare più avanti, come il gesto si annida in alcune sue intime problematiche che l’epistolario rivelerà. La Persuasione che più tardi elaborerà è la dimostrazione dell’integrità della sua forza interiore, senza la quale  non è possibile arrivare ad un alto grado di realizzazione. E allora perché Michelstaedter combatte così aspramente l’ebraismo?
Perché egli incarna la forma di antisemitismo ebraico che Otto Weiniger[15] ha scoperto insieme a quello ariano. Ed il discorso  si fa a questo punto difficile  ed è arduo  azzardare una interpretazione
Michelstaedter  rappresenta la faccia oscura dell’ebraismo, quel moto di ribellione e di rifiuto delle proprie tradizioni che è presente nella  stessa razza ebraica. Quando questa svolta avviene nel suo animo, si sente vuoto ed avverte il bisogno  di teorizzare la nascita  di un nuovo uomo: il persuaso, che dovrà travolgere tutte le barriere e indicare un nuovo modo di vivere.
Egli vede   come la vita preme con i suoi bisogni e le sue illusioni  che la società crea:
“La vita è tutta una dura cosa” e l’uomo schiavo del contingente “ senza nome, senza cognome e senza parenti, senza cose da fare , senza vestiti solo nudo”[16]
davanti a questo scacco, in cui l’anima sembra precipitare in un abisso senza fine e dove il contatto con le cose e gli uomini suscita una sensazione di vertigine, l’uomo deve resistere, deve riscattare se stesso: “ deve avere il coraggio di sentirsi ancora solo, riguardare in  faccia il proprio dolore e di sopportarne tutto il peso”[17].
Se questa è la strada del sacrificio supremo, in cui bisogna estirpare dalla persona le illusioni che lo legano alla vita e creare  il deserto intorno  a lui è impossibile, quindi, seguire o legarsi a qualsiasi   ideologia.
L’ebraismo diventa per Michelstaedter  una palla al piede, di cui bisogna liberarsi, insieme a quelli  che sono gli schemi della società borghese. E’ una posizione importante, che prevede il dischiudersi di nuove avventure spirituali , che hanno bisogno di un terreno vergine per esplicarsi.
In Michelstaedter  il rifiuto di seguire le sue tradizioni non nasce per caso nel suo animo, ma fa parte della sua stessa cultura ebraica.
L’epistolario dimostra come Michelstaedter si rifiuta di seguire i precetti della religione ebraica, arrivando ad infrangerli ed in questa  decisa  trasgressione c’è tutta la volontà di superare una precettistica che gli è stata cucita addosso dal giorno in cui gli fu dato il nome di Ghedalià Ram.
Questa sua ribellione alle tradizioni ebraiche inizia con la trasgressione alle prescrizioni alimentari. Egli ama frequentare i ristoranti di Firenze e non si rifiuta di mangiare arrosto allo spiedo con lardo, il cui consumo è assolutamente proibito.
E può darsi  che questa sua prima infrazione alle regole dietetiche, sia dettata dalla  sua irrequietezza     che da altro, in quando Michelstaedter  è ansioso di fare altre scoperte e  di esprimere il suo talento artistico, con vari schizzi degli avventori che egli incontra casualmente. Ma il vero segnale di intolleranza ci è dato  dal superamento del divieto ebraico scrivere e di viaggiare di sabato, infatti nella lettera all’amico Chiavacci del 24 –4-1909 scrive. “Mi sono fatto mettere l’esame per me solo a sabato 2”.[18]
Ma veri e propri  spunti di rottura  non si vedono ancora chiaramente. Egli è diffidente rispetto alla comunità ebraica di Firenze, che sente di non voler frequentare, ma di cui deve a malavoglia accettare gli inviti.
Lettera dell 11- 3 – 1906  al padre Alberto “ieri c’è stato un ballo del purim, io sono stato invitato da un giovane del comitato che è mio amico. Veramente  non volevo andarci per non trovarmi in un ambiente sionistico, poi per le istanze che mi hanno fatto dovetti andarci…Però in pieno erano persone simpatiche, allegre e gli organizzatori hanno tutt’altro che idee sionistiche…[19].”
Michelsatedter teme che li idee sionistiche, che e egli conosce, possano in qualche modo turbarlo e portarlo a vivere con angoscia questa problematica, ma constatando che queste persone sono simpatiche e non di idee sionistiche, si crea nel suo animo una situazione di fiducia, almeno la sua aggressività non dovrà essere tirata fuori.
Egli ha da percorrere ancora una buona parte del cammino sulla strada dell’ebraismo. E una nota di distinzione è data dal suo interesse per il cattolicesimo, che seduce il suo animo con l’insieme di funzioni religiose, a cui egli assiste insieme alla sua amica russa Nadia Baraden.
E’ proprio l’atmosfera della messa che lo seduce, che gli rende una contemplazione estetica.  Lo stesso influsso subì Osca Wilde, tanto è vero che chiese di convertirsi al cattolicesimo sul letto di morte.
Il filosofo Goriziano attraverso i riti della chiesa, giunge alla lettura del Vangelo che lo entusiasma, tanto da scrivere alla sorella Paula.
Lettera del 27 – 5 – 1909 “  Leggo tra l’altro il Vangelo, e ci trovo con gioia la grandezza e la profondità che aspettavo – tanto superiore alle filosofie e alla scienza moderne.”[20]  
Non bisogna dimenticare che la figura di Cristo insieme a quelle dei grandi spiriti fa parte di coloro che hanno raggiunto la Persuasione, ma il cui insegnamento non fu mai ascoltato dagli uomini.
Parecchie pagine della sua opera maggiore sono dedicate a lui specialmente quando parla dei miracoli che può fare il persuaso.
“ Perciò Cristo ha l’aureola, le pietre diventano pani, gli ammalati risanano e i vili si fanno martiri e gli uomini gridano al miracolo”[21]
Sono cattolici i suoi migliori amici, quelli con i quali condivide le idee più intime, ai quali apre il suo cuore.Ora a voler meglio chiarire l’importanza che la figura di Cristo esercita su Michelstaedter, bisogna tener presente l’intimo legame che si è creato tra i due e che non risente di nessuna affiliazione  religiosa
Il filosofo Goriziano è affascinato dalla capacità di Gesù di rinunciare ad attuare la sua personalità  illusoria, egli, infatti, non diviene vittima del contingente, della retorica del tempo, ma supera tutto questo immergendo la sua persona in un’istanza superiore, abolendo se stesso , egli si fa portavoce di un nuovo mondo da realizzare sulla terra, questo discorso liberandolo dalla temporalità e dal mondo delle cose futili, lo lancia in una dimensione strettamente personale e allo stesso tempo universale.
Il grande dominio di sé  e l’enorme sacrificio richiesto affascina Michelstaedter, che scrive all’amico Enrico Mreule nella lettera del 13 –6-1909” Se uno è salito davvero al calvario non scende più non c’è un dopo per lui che ha vissuto in un attimo tutti i tempi. Cristo è salito al calvario per morire non per accomodarsi alla vita.”[22]
Ed to supremo sacrificio la via per la persuasione, questo salire il proprio calvario, il dover vincere gli aspetti oscuri della propria persona, che ci legano strettamente ai bisogni e alla illusoria aspettativa di poterli in qualche modo realizzare, legandoci sempre di più alla vita e alle sue leggi.
Solo una strenua resistenza libera l’uomo, ma per farlo bisogna accettare di essere soli e guardare in faccia il proprio dolore. Cristo percorre questo cammino e si libera da ogin legame per poter predicare la buona novella, anche se poi tutti lo tradiranno, ma sul suo discorso, come scrive Michelsaedter ci costruiranno la chiesa, relegandolo a puro formalismo religioso.
Ma riprendiamo la nostra analisi dell’atteggiamento antiebraico  del giovane filosofo di Gorizia. Questo  viene fuori più chiaramente, rispetto al suo gusto di trasgressione in una lettera particolare scritta alla sorella Paula del gennaio 1906.: “ Tutti gli ebrei che vengono all’Istituto; meno uno o due , hanno le stesse idee, lo stesso fervore, che studiano tutti al collegio rabbinico . Mi fa l’impressione di una  aberrazione generale. Sono gente che non vive nel nostro mondo che non possono partecipare alla nostra vita:”[23]
Questa lettera alla sorella Paula ci dimostra come sia cambiato l’atteggiamento di Michelstaedter partito da non voler essere coinvolto  da ambienti sionistici, giunge al disprezzo per quest’ultimi, perché lui ha preso coscienza della diversità dell’ebreo e ne sente  dentro di sé tutto l’orrore. Il distacco che si è prodotto è irrimediabile, egli si sente dentro di sé l’ammoscia di dover  vivere come loro; legati agli studi rabbinici e alla sfera del profitto. Non sanno fare altro che servire la retorica del tempo. Egli vede in  loro  l’attaccamento cieco e senza scopo alla vita, che  ci rende schiavi di noi stessi  e degli altri.. Se si vuole percorrere una strada diversa ci si deve opporre, si deve resistere e lui questa opposizione la vive contro i fratelli ebrei, ma anche essenzialmente contro di sé
La forma assunta dal suo antisemitismo è presente nella sua stessa cultura.
Ora con l’aiuto di un altro autore, Otto Weiniger[24], che ha vissuto insieme a Michelstaedter la stessa intima contraddizione, cercherò di sviluppare in maniera più approfondita, il discorso. Prima , però, voglio sgombrare il campo da un pregiudizio che potrebbe pesare sulla mia ricerca e che le può dare delle interpretazioni non volute e non cercate. Il termine antisemitismo non si riferisce, come fino ad oggi è stato inteso ad un odio contro la razza ebraica, ma semplicemente ad una categoria dello spirito , che si è attuata in un certo modo leggiamo in Weiniger lo sviluppo di questo concetto:
“L’ebraismo può essere ritenuto soltanto un orientamento dello spirito, una costituzione psichica[25]
L’ebraismo  si viene  a definire  l’incarnazione platonica di un idea, che entrando a far parte di più individui sviluppa un suo  percorso e che le cose stanno così lo dimostra l’antisemitismo. Gli ariani più autentici non sono antisemiti , anche se la vicinanza può urtarli: “ nello stesso antisemita aggressivo, invece si riscontreranno delle caratteristiche ebraiche e ciò può allora mostrarsi addirittura nella sua fisionomia, quand’anche il suo sangue fosse puro di ogni rapporto semitico”.[26]
Del resto come si fa ad odiare qualcosa, o qualcuno a cui non si somiglia? Se io appartengo  ad una determinata razza che ben conosco mi sarà mi sarà  più facile odiarla, in quanto avrò appreso  fin dalla nascita un determinato bagaglio di conoscenze e tradizioni.
Infatti Weiniger aggiunge: “ Non si odia qualcuno con cui non si abbia somiglianza di sorta. Spesso è solo l’altra persona a far  sì che ci avvediamo di quali tratti sgradevoli e bassi abbiamo in noi”[27].
E ancora continua: “ Così si spiega perché i più avvelenati fra gli antisemiti si trovano tra gli ebrei. Perché gli ebrei del tutto ebraici al pari degli ari completamente ariani, non nutrono alcun sentimento antisemita; tra i restanti le nature più grossolane pongono in atto il loro antisemitismo solo nei riguardi degli altri, giudicandoli senza essere giudicati; e solo pochi fanno cominciare il proprio antisemitismo da se stessi.”[28]
E dal mondo interiore di Carlo Michelstaedter che questa strada si diparte; che inizia a prendere coscienza e si sviluppa, prima una inconscia ribellione alle usanze ed ai costumi ebraici, poi l’odio contro  la sua stessa razza.
Ora risulta  più chiaramente da dove nasce in Michelstaedter questo odio contro la sua stessa razza. Le motivazioni sono profonde e radicate, egli cerca in tutti i modi di togliersi  di dosso un  retaggio culturale che non sente suo. E’ viva in lui l’esigenza di distinguersi in tutti i modi dalle ristrette concezioni ebraiche, perché già sente nel suo animo la configurazione di un altro modo di percepire le cose ed il mondo, una viva forza interiore comincia ad animarlo, a prendere possesso di lui a spingerlo a distinguersi da un mondo angusto.
Questa avversione all’ebraismo diventa necessaria:
“ Chiunque odia  il carattere ebraico lo odia anzitutto dentro di sé: che lo perseguiti nell’altro è solo un tentativo di separarsi in tal modo dall’elemento ebraico di dividersi  da esso  localizzandolo interamente nel suo simile in modo da illudersi per un attimo di essere liberi. L’odio è un fenomeno di proiezione come l’amore: l’uomo odia solo chi gli ricorda  spiacevolmente se stesso”.[29]
 La stessa diffidenza di Michelstaedter  verso gli ambienti sionistici, che suo malgrado è costretto  a frequentare  per non dare un dispiacere ai genitori e anche per vincere la solitudine, a Firenze si concretizza  in una paura di poter essere contaminato da un modo di pensare e di gestire la vita in maniera diversa.
L’ebreo viene ad assumere, per il filosofo Goriziano, un modo di vivere negativo, verso il quale prova repulsione.
“l’antisemitismo dell’ebreo, dunque , prova che nessuno, conoscendo l’ebreo, lo sente come qualcosa di amabile: nemmeno l’ebreo.”[30]
Quindi l’ebreo rappresenta un mondo oscuro al cui interno è racchiusa una fitta ragnatela di regole ataviche, che più opprimono, anziché  far liberare l’individuo  e questo perché l’ebraismo non e “ né una razza, né una confessione, né una letteratura”[31].
E se l’ebreo rappresenta niente più che un’idea, vediamo questa sua tipologia non reggere in un mondo prevalentemente maschile, il cui ideale è quello di rilanciare l’idea di un individuo  che sappia crearsi il suo destino e guidare gli altri sul sentiero della conoscenza. Questa strada che Michelstaedter   sente dentro di sé gli fa rifiutare il mondo israelitico. Come è possibile voler costruire la persuasione se prima non si libera l’uomo da ogni vincolo e da ogni debolezza?
E l’uomo ebraico ha nel suo carattere molte debolezze che lo avvicinano più al mondo della donna che all’ideale di mascolinità.
“ Così per menzionare subito un’analogia con la donna al vero ebreo manca quella nobiltà interiore che ha per conseguenza la dignità del proprio io  e la stima dell’io altrui, poiché l’ebreo come la donna, non ha un io e quindi nemmeno un valore proprio. Donde la sua donnesca sete di titoli..”[32]
ma quello che lo contraddistingue ancora è che non riesce a possedere se stesso:” Il vero ebreo come la vera donna vivono entrambi solo nella specie e non come  individualità”
davanti a questo quadro così sconcertante Michelstaedter ha ben pesato di reagire, prima  con il rifiuto , poi con aperta ostilità. Il suo modo di pensare non solo diverge
dall’ebraismo, ma è tutto teso superarlo, in una visione diversa, verso un discorso più ampio;  ma questo suo combattere l’ebraismo può anche essere inteso come un percorso interno all’ebraismo stesso, magari egli non è stato capace di andare oltre il rifiuto di seguire i suoi costumi e non si sa fino a che punto è riuscito a confrontarsi con la forma interna del sionismo; magari può aver tentato di cambiare le cose,oppure presagiva una visione spirituale che da lì a poco sarebbe germogliata nel suo animo. Del resto, come scrive Weiniger l’unica strada possibile per l’ebreo è “che  gli ebrei dovrebbero aver superato l’ebraismo, prima che possono essere maturi per il sionismo. A tale scopo, però, occorrerebbe che gli ebrei capissero se  stesi e combattessero contro di sé, occorrerebbe che intimamente volessero vincere l’ebraismo in loro”
E’ questa l’unica strada possibile che Weiniger  indica e che può portare al superamento dell’ebraismo per essere maturi per il sionismo.
Michelstaedter fallisce in pieno, la sua rabbia il suo disgusto per le sue tradizioni non bastano a tranciare di netto un rapporto, o a svilupparlo verso nuove costruzioni mentali. Due ipotesi potrebbero spiegare il suo atteggiamento. La prima è che non abbia  seguito la strada del sionismo, perché sentiva maturare dentro di sé una nuova visione : la persuasione che già comincia ad affacciarsi  nei suoi studi per la tesi. La seconda è che egli è rimasto un antisemita viscerale che odia le sue radici più profonde  fino a reciderle  del tutto,ma da questo atteggiamento ricava solo dissociazione  psichica, una insicurezza, un relegare tutto un mondo nei sotterranei della sua anima, dove cresce e si sviluppa in maniera abnorme.
Perché non abbia voluto superare il suo antisemitismo in una sintesi superiore che lo avrebbe messo al riparo da ogni squilibrio, non lo si può sapere, né tantomeno è possibile ricavarne tracce dall’epistolario.





























Cap.III

Il disagio affettivo e la chiusura in se stesso

Michekstaedter , oltre a dimostrarsi attento e vigile, rispetto ai suoi studi, che frequenta con zelo, si immerge anche nella vita circostante, che poi riporta nei suoi schizzi e disegni. Ama frequentare teatri, riunioni mondane, ciò che lo spinge è sempre il suo desiderio di vincere la solitudine e la malinconia.
E’ solo vivendo la vita in maniera frenetica che può nascondere a se stesso una forte nevrosi che lo macera interiormente. Ma che cosa lo mette in crisi con se stesso?
La ricerca di una maggiore stabilità intellettuale, il voler raggiungere un punto fermo nella vita. Egli inizia a comprendere la sua unicità, ma non riesce a superare la solitudine vissuta come inadeguatezza verso il mondo.Il filosofo Goriziano fa il possibile per allontanare da se stesso questa oppressione spirituale, ma non ci riesce, rimanendo in un certo senso intrappolato in questa dimensione. 
Ora  punto di passaggio tra l’attivismo  sfrenato  e la chiusura  verso gli altri è rappresentato dal disagio  affettivo. Il rapporto che deve averlo più influenzato è quello con Nadia Baraden   signora russa divorziata di alcuni anni più anziana di lui, tra di loro  nasce una forte attrazione  intellettuale, ma anche sentimentale.
Lettera ad Alberto Michelstaedter del 27 – 5 – 1907: “ Ho incontrato sul mio cammino una donna intellettualmente superiore, e mi sono affezionato lei;  e per  quanto fossimo pienamente liberi di fare ciò che volevamo, siamo sempre stati nei termini della più  semplice cameraderie e d’una amicizia puramente intellettuale; non ho mai perdutola testa per lei, la sua amicizia mi fece bene e la sua morte tragica mi lasciò un mesto  ricordo indelebile.[33]
Il suicidio della giovane russa deve aver scosso  il giovane filosofo, tanto  ve che la sua famiglia preoccupata per lui e per le conseguenze psicologiche che questo gesto dell’amica può causargli..
Lettera alla famiglia del 15 – 4 – 1907:” Non vi rattristate  per  me. Sono più forte di quando credete.  A Firenze  lavorerò , sarò calmo e normale”[34]
 Invece si comincia a delineare, attraverso il contatto con questa  donna  e le sue maturazioni personali, l’orrore di entrare in un mondo diverso, governato da leggi che lui non capisce e rifiuta. Anche se non siamo ancora nel discorso della persuasione e ne tantomeno in quello della rettorica, si affaccia in lui, in maniera perentoria,  il rifiuto verso il mondo borghese.
Lettera a Iolanda De Blasi del 25 – 4 – 1907 : “ Mi sento talvolta debole e piccolo e vedo con orrore il treno “ trasporto animali” avvicinarsi che dovrebbe portarmi nel mondo borghese, trionfalmente cretino!1 no, no , piuttosto soccombere mi gridò una voce amica”.[35]
E la voce che  grida queste parole estreme è di Nadia Baraden, ma accanto a questa grossa crisi che lo colpisce, che sembra non dargli tregua,riesce ad affiorare  ancora la sua esigenza affettiva, il suo cuore può palpitare per un’altra donna, che può fargli dimenticare il ricordo dei tragici avvenimenti fiorentini. Una donna si affaccia nella sua vita: Iolanda De Blasi,  nata a Catanzaro nel 1888, collega di Michelstaedter all’Istituto di Studi Superiori. Autrice di romanzi e novelle e di un’importante antologia della letteratura femminile italiana dalle origini all’ottocento. Traduttrice  dell’Iliade, nella cui prefazione rievoca gli anni  e le persone da lei conosciute, dimenticandosi dell’amico di Gorizia.
Questo rapporto sembra scivolar tra le crisi che ancora attanagliano l’animo del giovane filosofo e l’amore, arrivando ad esprimersi in un gran numero di contraddizioni e di atteggiamenti  opposti.
Michelstaedter vive, oltre alla sua insicurezza, anche il netto rifiuto di accettare l’idea di un suo futuro matrimonio con Iolanda.
Lettera a Iolanda De Blasi del 6 – 5 – 1907: “ Iolanda io non sono placido e felice come mi sentivo in questi giorni d’ebbrezza. E intendimi bene, quanto io sento per te nulla e scemato. Ma sento che è lontano, quanto io voglio e non è fuori di me che voglio lacuna cosa, ma in me sento che onestamente non posso promettere di me nel futuro un marito, un babbo tranquillo, sento che forse farò soffrire quanti mi amano. Sento che è dubbia la lotta che combatto, che incerto, pericoloso è l’esito.[36].
Ma nonostante queste sue crisi, decide di scrivere alla famiglia su questo  nuovo rapporto.
Lettera alla famiglia del 20 – 5 – 1907: “ Quando nell’ultima vi parlavo di qualche cosa di nuovo e di felice che mi fa star bene e che mi ha fatto ritrovare la vita non dicevo una  frase…. Questa cosa….e una ragazza alla quale voglio bene”[37]
Nella lettera alla madre vi è un significativo accostamento tra le due donne: Nadia Baraden e Iolanda De Blasi e  dalla lettera emerge chiaramente come il filosofo Goriziano abbia ridotto a pura figura ideale il ricordo dell’amica  scomparsa: Lettera ad  Emma Michelstaedter  del 22 – 5 – 1907 :” Tu mamma mi vedi triste, perché? E come ora pensavi triste così mi penserai insensibile quando saprai che non lo sono. No, invece ho sofferto realmente la morte di   Nadia , ed ora ne ho un dolce e triste ricordo. E tu mamma non mi dirai, come qualche maligno che non conosce né le mie relazioni con Nadia puoi dire che io gioco da capriccio, che passo da una sciocchezza all’altra  superficialmente, che non sono capace di sentimento forte. Vedi io te lo dicevo spesso,io ero per lei un amico e lei per me un’amica; nell’intimità delle nostre relazioni avevamo uno spesso scambio di idee,  la sua conversazione mi attraeva, io le volevo bene e le voglio ancora bene quando uno ne può volere ad una figura ideale.Ma questo non ha niente a che fare con  l’amore e può persistere perfettamente accanto a questo:”[38] 
E’ chiaro che queste due donne non si sovrappongono nella mente di Michelstaedter , ma convivono bene, perché una appartiene al mondo ideale , ad una figura che abita l’immaginario, l’altra invece, assume contorni più reali che lo conducono ad un coinvolgimento  personale. Le sue battaglie contro il mondo borghese sembrano cessate, anzi la figura dell’amore gli fa fare progetti di matrimonio. Egli riesce ad immaginare un tipo di vita che più tardi  combatterà assiduamente : la retorica, ma l’amore riesce a trasportarlo nella dimensione del sogno e dell’illusione.
Lettera alla famiglia del 20 –5 – 1907: “ Ed ho sentito di volerle bene infinitamente , e non ho voluto più che lei fosse nella necessità continua di mentire, ed ho voluto  che dicesse tutto ai suoi . Io fra 2 0 3 anni me la prendo”.[39]
Ma anche questo amore è destinato a non durare e naufraga  per l’opposizione dei genitori  del filosofo che non vogliono il matrimonio con una ragazza non ebrea e Michelstaedter obbedisce a ciò che i suoi gli chiedono  e scioglie la relazione.
Lettera  ad Alberto Michelstedter :” Il tuo dolore mi fece profonda tristezza e le tue parole mi suonano dentro in tutta la  loro intensità. Vedo chiaramente tutto quanto in questi due anni ti ho chiesto egoisticamente, mentre non t’ho dato nessuna soddisfazione, nessuna garanzia di successo. E mi decisi a fare quello che in fondo mi consigli di fare e lo feci oggi. Le dissi che le davo completa libertà di pensare, di amare e di fare, che le proibivo di scrivermi e che io avrei fatto lo stesso.”[40]
Così questo amore finisce non per sua volontà ma per le pressioni familiari.Dopo questa seconda delusione il suo cuore di indurisce e tutta la sua persona piomba nella solitudine affettiva. Nel suo animo prende corpo l’impossibilità di amare e potersi accostare ad un’altra donna.
Dobbiamo aspettare l’agosto del 1908  per trovare un altro amore, che fa palpitare  il suo cuore, ma che non libera dall’incertezza di effettuare un nuovo passo, sebbene questo sentimento ritorna ad agitarlo e a creargli moti dubbi interiori.Questa nuova donna è Argia Casini , la depositaria delle sue poesie. Nella lettera  Gaetano   Chiavacci del 4- 8 – 1909, Michelstaedter descrive così i suoi sentimenti: “ Una sera tardi mentre  la bora rendeva selvaggio il mare e ci fischiava agli orecchi stetti con lei per un’ ora  sulla terrazza del nostro albergo senza dir parola – solo di quando in quando io accennavo a lei o lei a me un chiarore indistinto all’orizzonte, una vela che fuggiva l’uragano…. Le altre sere si passeggiava lungo il mare, al lume delle stelle, senza mai parlare di noi, anzi parlando il meno possibile…. Io non le ho  mai detto
Una parola un po’ personale, non solo, ma nemmeno una cosa detta con intenzione, non le ho mai parlato più intimamente  di me stesso – ne ho cercato che lei lo facesse di sé. Pure io sto tanto volentieri con lei e lei con me – e a me pare che  come io conosco lei intimamente lei deve conoscere me ……
Tu dici” falla finita, dimmi che sei nuovamente imbecillito, che presto  rifarai le commedie delle promissioni, che ricominci con i tuoi istrionismi –e finirai allo stesso modo”Forse chi lo sa – al caso sarei istrione e come prima – mi credo capace di qualunque porcheria. Ma il fatto  è  che  non è  il caso- il mio cuore deve essere come una pera succhiata .Sento qualcosa di molto speciale per lei, desidero di starci insieme più di ogni altra cosa- pure non credo che questo sia amore e forse la perderò e dal punto di vista di contatto rientreremo l’un l’altro nella sfera dell’ombra…….
Proprio così questo vuol dire che non sono più capace  di sentire l’amore, che anche questo mi sfugge come tutto il resto:” [41] 
la  testimonianza di questa lettera ci dimostra chiaramente l’impossibilità di amare di Carlo Michelstaedter che è nel contempo incapacità di orizzontarsi nella vita, di effettuare delle scelte valide. La dolorosa chiusura in se stesso, dopo la delusione amorosa,dopo che Nadia, Iolanda e Argia sono passate nell’intima  sfera personale, lo lascia vuoto e arido, con la sensazione di non poter  effettuare delle scelte nella vita, con la suprema decisione di non voler più vivere la vita degli altri, ma  di cercare un nuovo modello, che possa essere di riscatto anche per tutti gli uomini. Da un moto interiore di sofferenza, giunge la luce per la nascita di una nuova speculazione, da questa chiusura in se stesso,l’idea grandiosa di riscattare l’umanità dal suo dolore e dalle illusioni della vita; ma prima di questo percorso spirituale, egli attraverso le poesie  ci  fa toccare con mano la sua dimensione affettiva.Tutte e tre le donne dono presenti  in esse, descritte in situazioni diverse, trasfigurate dall’arte del poeta e trasportate su di un piano ideale, dove niente le potrà toccare nella dimensione che hanno raggiunto.Per chi volesse leggere le poesie di Michelstaedter potrà trovare nel volume ampie tracce del suo vissuto affettivo e ricostruire il suo itinerario amoroso. Io provo soltanto  a suggerire quali poesie leggere.  
Si può iniziare con quella dedicata a Nadia Baraden che ha per titolo: “ Sibila il vento nel camin antico”[42]
 In questa poesia per la donna vi è una descrizione spirituale che avvicina a noi questo personaggio misterioso che ha influito sulla personalità di Carlo Michelsatedeter . La poesia :” A che mi guari fanciulla”[43]  e dedicata a Iolanda  De Blasi appena conosciuta a Firenze, nell’Istituto di Studi Superiori;  mentre “ Senti Iolanda come e triste il sole “[44] è sempre dedicata a Iolanda  De Blasi , ma dopo che l’infatuazione della fanciulla è passata per l’opposizione del padre. La poesia: “ Amico mi circonda il vasto mare”[45] e quelle successive, sono tutte dedicate ad Argia Cassini , conosciuta a Firenze nell’ agosto del 1908, E per concludere questo capitolo, voglio segnalare il dialogo dal titolo::”Dialogo tra Carlo e Nadia”[46]. Il sottotitolo è chi si attacca alla vita è già giudicato” In esso attraverso il colloquio ideale con la giovane russa ormai scomparsa, il filosofo Goriziano prende in esame il tema della gelosia, ma che è gia stato ampiamente inserito nell’ottica della persuasione: “In ciò che fai e non sia cio che fai”
In esso si può cogliere l’amore di Carlo per questa donna, anche se è solo una ipotesi ; ma il modo struggente con il quale è scritto, mi fa propendere  per questa ipotesi.






 
Cap 4

Il naufragio di fronte alla realtà e la ricerca di stabilità interiore


Michelstedter avverte l’impossibilità di mantenere in  un punto fermo la sua identità, rispetto alla molteplicità di situazioni che intende seguire e che si pongono rispetto a lui in maniera diversa; egli  si sente tiranneggiato da opposte tendenze, senza riuscire a decidersi verso nessuna di  loro.
E’ come sw mille prospettive lo invitassero a dover compiere delle scelte che lui non può, o che non sa fare.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 4 – 8 – 1908:” Non riesco più a ritrovarmi, il mio cervello è come un mare ondeggiante, che riflette tutte le luci, che rispecchia tutte le cose e tutti i cieli – ma nel punto che li rispecchia li infrange- ma il fondo resta tiepido e non sa il vigore e la forma della vita”[47]
La vita corre troppo veloce per lui e la sua mente scivola su mille avvenimenti, egli non riesce a filtrare le cose, ma solo rimescolarle dentro di sé, senza che sia possibile nessuna sintesi. Questa situazione lo lacera interiormente. Il suo Io  diviso gli genera angoscia , determina l’impossibilità si una scelta opportuna; la sua è proprio  una inibizione all’azione. Tutto questo gli comporta una pericolosa forma di malinconia che significa vuoto nel presente, solo  in apparenza sembra che la sua vita abbia subito una frenetica accelerazione, ma non è riuscito ad approdare a nessun punto fermo. Il ricordo della sua vita passata, di tutte le esperienze che ha avuto, che egli ha bruciato troppo in fretta , gli fanno percepire la sensazione del tempo che passa e che si avvicina sempre più alla morte.
In questo Michelstaedter anticipa la futura filosofia esistenzialista del vivere per la morte, quando più tardi affermerà  che è proprio la paura della morte a non far raggiungere la persuasione. Ma ora il filosofo Goriziano coglie solo il trascorrere disumano del tempo.
Lettera alla sorella Paula del 12 – 4 – 1908 “ E’ strano, anch’io quando mi ripenso qualche anno fa , o rileggo cose scritte allora provo impressione di cosa finita e morta e mi guardo allo specchio e mi meraviglio di non  vedere un cadavere”[48]
L’orrore di poter rimanere fuori dalla vita , di non essere capace di inserirsi gravano sul suo animo, lo affliggono senza lasciarlo respirare. Il suo pensiero va alle donne che ha amato e che non ci sono più, a Nadia, con la quale aveva un rapporto spirituale importante, a Iolanda che dovette allentare  ed infine ad Argia, la depositaria della sue poesie.
E non ci sono grandi idee da realizzare, grandi intuizioni su cui  poter  lavorare e da cui trarre qualcosa e da cui trarre qualcosa, è la vita spicciola, quotidiana, quella fatta di relazioni, a sfuggirgli.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 4- 6 – 1908:” Mi accorgo sempre più con orrore che sono condannato a restare per sempre fuori dalla vita, grande, intensa, passionale…..
Mi pare che ogno cosa della vita mi sfugga quando io stanco di aspettare le maggiori mi rivolgo  a quelle, come quando al ballo trovi che , mentre  la ragazza che a te piace ti passa avanti    al braccio  di un altro, tutte le altre sono già impegnate per la quadriglia e resti solo e scuro in un angolo e non ti siedi perché temi di   dare una  brutta piega ai calzoni “.[49]
Un sentimento  di timidezza e di inadeguatezza prendono posto in lui facendo venir meno quella sua voglia di vivere la vita in maniera frenetica.
Una paralisi interiore lo blocca nei suoi atteggiamenti e non è paura della vita, ma il riconoscersi in essa. E’ un brancolare nel buio, senza poter trovare laq luce che illumina il cammino.
Sembra che, in questo periodo, ci sia solo la morte interiore. Il nulla è uno stato morale e psicologico che molti grandi uomini hanno attraversato e non solo i grandi, ma anche coloro che si sono dedicati ad una vera ricerca personale che ha posto in essere   un radicale cambiamento.
Quando si desidera  realmente cambiare se stessi, allora la vita circostante perde ogni valore e significato e questa operazione di trasformazione interiore non è indolore, ma rappresenta un vero  r proprio calvario per chi lo vive.
Si tratta di tagliare tutti i ponti  con la realtà, con un vita codificata dagli altri a cui si è sempre obbedito, senza mai replicare niente. E questo  volersi volontariamente  escludere comporta anche il prendere coscienza del proprio nulla, delle illusioni che benevolmente ci si è costruiti  per potersi riparare in qualche modo dalla vita. E solo quando questa morte interiore sarà total e ci  sembrerà di affondare nel nulla, allora ecco che una luce improvvisa riempirà la tenebra e un nuovo modo di vivere  sarà libero di uscire e di attuarsi.
Anche per Michelstaedter questo periodo di sbandamento è necessario. L’angoscia e la caducità della vita gli aprono prospettive per la ricerca di una nuova forma di permanenza  che non ha ancora  il ruolo essenziale che poi ricoprirà nella  persuasione.
Questa  necessità del permanenza è una sorta di difesa personale che può salvarlo dal vuoto interiore, da cui sembra  non sapere uscire, e , nel contempo, gli da la possibilità di potersi porre in maniera in  maniera  radicale rispetto alla realtà. Si tratta di trovare una via d’uscita alla propria crisi ed anche fermare l’angoscia del tempo che passa e che tutto cancella.
Il giovane filosofo non potendo fare a meno del suo  sfrenato attivismo , con il suo girare per case e musei, trova in questa concezione un momentaneo riparo, anche se poi questo concetto  sarà importante per la realizzazione della Persuasione, infatti il primo passo che il persuaso dovrà fare è quello di permanere cioè non farsi travolgere dalle cose e dagli avvenimenti della vita, ma opporre una strenua resistenza che lo porterà a guardare in faccia il dolore della vita e la illusorietà di essa.
Solo allora potrà essere pronto per il passo successivo che è quella di una radicale solitudine dal mondo e con la volontà di  creare  il deserto  intorno a sé.
Ma se il concetto di permanenza si è in seguito, nella sua opera maggiore, allargato a questo significato, ora per lui non è nient’altro che una sorta di difesa personale, che  non si lega ad una istanza   filosofica, ma bensì artistica, è l’arte che gli da per prima la folgorazione di una nuova possibilità esistenziale.Il concetto di permanenza lo sviluppa in una  lettera alla sorella Paula,  in cui parla della IX sinfonia di Beethoven.
Lettera alla sorella Paula del 30-5 – 1909 “….  L’ha chiamata  il  tema della gioia, ma è  una gioia tragica, che spaventa, è qualche cosa di macabro, come una danza sui sepolcri. Pare che la vita di tutti  i tempi che devono venire si consumi vertiginosamente in quell’orgia e si sente che il limite è l’annientamento”.[50]
L’artista è riuscito a trasfigurare il tempo a cui è asservito come tutti gli alti uomini e giunge  alla liberazione, al tempo della pace ed è questa la strada che Michelstaedter  vuol percorrere, L’arte come grande modello di plasticità e di equilibrio, al sicuro dalle trame del mondo e dalle sue illusioni.
Ma egli non effettua una scelta decisiva in questo campo, sebbene possieda un grande talento artistico, ne sono prova i suoi numerosi disegni e le poesie, decide di non sposare definitivamente  il campo dell’arte e nel contempo la vita intorno a lui  continua il suo corso normale, tra passeggiate e corse di automobili.
L’arte rappresenta una presa di coscienza di fronte alla illusorietà  della vita.Solo l’artista coglie il disegno segreto che soggiace a tutte le cose, quel dolore che l’uomo comune fugge, stordito da tutto ciò che lo allontana da se stesso, che preferisce vivere in questo modo per sfuggire all’angoscia.
Lettera a Paula  del  30 – 5 – 1909:” Il silenzio della persona arrivata all’ultimo dolore: della nullità del proprio dolore; come dice  Leopardi  di sé “ fra poco in me quest’ultimo dolore anco fu spento e di più far lamento valor non mi restò”. L’uomo arrivato alla vita universale – e che ha perduto  ogni coscienza individuale. In lui vive e soffre ogni cosa dell’universo. E quando chi sa per quale misterioso incidente, si risveglia alla vita per davvero che per la sua bocca tutto l’universo come tutte le cose si levi dal dolore a un’ultima illusione orgiastica di vita libera:”[51]
L’arte riesce a dare a Michelstaedter  l’idea di questo uomo giunto alla vita universale, che ha perduto la coscienza di se stesso, che ha rinunciato al proprio  Io  per far sì che tutta la rappresentazione drammatica dell’universo possa rivivere  ed è questo uomo al di fuori della storia, il primo essere vicino al persuaso che libero da istanze estetiche e anche dalla retorica della società, lancerà la  sfida a se stesso e al mondo  e proporrà una vita diversa e difficile che nessuno sarà in grado di cogliere per la paura di perdere il cantuccio tranquillo che la società gli ha dato, magari venendo a patti con le proprie angosce e paure.
La grande intuizione che l’arte riesce a dare al filosofo di Gorizia si trasferisce su di un piano diverso e cioè che la ricerca della propria identità è una ricerca in se stesi, in quello  che bisogna essere e in nient’altro, avendo la forza di divenire quello che si è.
Quindi, anziché abbracciare fedi che esaltano solo il dolore e portano a una visione basata sul nulla, si deve avere il coraggio e la forza di scoprire i disinganno della vita e respingere l’attaccamento cieco ad esso, che continua a premere con i bisogni incessantemente.
L’idea di permanenza si è ormai  formata in Michelstaedter  ed anche se gli è derivata da un campo diverso dal suo, è su questa  grande intuizione che egli comprende e costruisce la sua filosofia successiva, che altrimenti non sarebbe venuta alla luce.
Egli possiede adesso un punto fermo da cui per partire per sviluppare le sue idee, conquista il primo grandino, che lo porterà verso un ascesa graduale  e senza intoppi, anzi sarà talmente alta la vetta, che riuscirà a distanziarsi dal volo basso delle cornacchie.



















Cap.5
La tesi di laurea

Nel 1908 Michelstaedter sviluppa la tesina che gli è assegnata dal professore Guido  Mazzoni su “L’orazione pro Quinto Ligario”, nel rileggere la traduzione duecentesca del testo, egli perde di vista i connotati più strettamente fisiologici e sviluppa una sua intuizione.
In una lettera al padre del 31- 5- 1908, cos’ scrive:” Non sono lavori fatti per me. Ma ora ne sono quasi fuori e il materiale raccolto mi servirà non solo per il breve lavoro che presenterò martedì a Mazzoni , ma quello che più importa per il lavoro obbligatorio di latino. L’unica cosa che mi interessò sono le osservazioni che ho potuto fare sull’eloquenza e sulla persuasione.”[52]
Ormai  egli ha sviluppato un suo tema personale che preferisce allargare a nuove conoscenze  che non siano strettamente filologiche.  E si fa assegnare la tesi dal professore Girolamo Vitelli sui concetti di persuasione e retorica in Platone e Aristotele, Gorgia, il Sofista, Parmenide.
 La retorica e la Metafisica  aristotelica diventano il suo materiale di lavoro. Il tema sviluppato nella tesina assume per lui un significato più ampio ed egli comincia ad approfondire un suo discorso personale, che rompe gli schemi usuali e trasforma Platone ed Aristotele non più in due personaggi, ma in due grandi miti del pensiero umano.
Lo studio approfondito  gli fa rendere conto che tutta la storia razionale dell’occidente è sotto il peso della retorica.
Lettera a Gaetano Chiavacci dell’11 – 2 -  1909 :” per quello spiraglio della retorica ho contemplato cose tanto interessanti che ora mi  secca maledettamente limitarmi a quelle meschinità- ma ormai  in omni….. et omnia nihil”.[53]
 Nella prefazione della sua tesi di laurea, Michelstaedter indica  chiaramente le fonti da cui ha sviluppato il suo lavoro i presocratici, Parmenide , Eraclito, Empedocle, l’Ecclesiaste,  Cristo, i tragici greci, Sofocle, Eschilo, Tetrarca dei Trionfi, Leopardi, Ibsen, Beethoven.
Certamente  per lui non è semplice governare questo materiale e mettere a confronto  tematiche diverse, ma riesce a delineare un filo conduttore , che ormai poggia sui concetti di persuasione e di retorica.
E non è possibile  accusarlo di eclettismo, ma egli può rivendicare l’eco di un messaggio antico ed immodificabile, che sempre ha attraversato il genere umano nel corso della sua storia.
“ Lo dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle; ma Aristotele li trattò da naturalisti inesperti, lo disse Socrate, ma ci fabbricarono su 4 sistemi. Lo disse L’Ecclesiaste ma lo trattarono e lo spiegarono come un libro sacro che non poteva dire niente che fosse in contraddizione con l’ottimismo  della Bibbia; lo disse Cristo e ci fabbricarono su la Chiesa…… e agli italiani lo proclamò  Petrarca , lo ripeté con dolore Leopardi – ma gli uomini furono grati  dei bei versi e se ne fecero  generi letterari….. Se io lo ripeto  per quanto so   e posso, così che non può divertir nessuno, né con dignità filosofica né con conoscenza artistica, ma da povero pedone  che misura con i suoi passi  il terreno, non pago l’entrata in nessuna delle categorie stabilite  - né faccio precedente a nessuna nuova categoria e nel migliore dei casi avrò fatto una tesi di laurea.”[54]
Si può senz’altro affermare che il pensiero di Michelstaedter  che si forma nel filone della filosofia presocratica, si allaccia ad un altro grande maestro della cultura, cioè a Nietzche, anche se fra i  due  vi è sostanzialmente una grossa differenza; li accomuna l’amore per i filosofi  presocratici.
Nella terza inattuale  si legge;” Schpoenhauer come educatore.” “In ogni tempo interesserà il sapere che cosa  abbia detto dell’esistenza  Empedocle. Il suo giudizio ha un grosso peso tanto che non fu contraddetto da nessun giudizio opposto di un altro filosofo della stessa grande epoca. Egli parla più chiaramente  di tutti, ma in sostanza – cioè se apriamo le orecchie- dicono tutti lo stesso”[55]
Ma l’influsso più importante che il filosofo Goriziano ha subito è dovuto a due grandi personalità del passato: Leopardi e Tolstoi.
Egli rivive in pieno il pessimismo leopardiano, anzi ne dà un ulteriore sviluppo, nel senso che  lo trasporta in uno svolgimento più vigoroso ed attuale.
Lettera ad Enrico Mreule del  13 – 6 – 1909: “ Nei confronti  con Leopardi o coi professionisti del pessimismo volevo dire che ogni sapere dell’uomo è pessimismo, ma ogni affermazione di questo sapere è ottimismo;  professione di pessimismo come pessimismo, non come sapere, è una posizione disonesta retorica: Chi è giunto col suo sapere tanto avanti che non gli resta alcuna fede, che ha consumato tutta la propria fede, che è giunto a quello che è il pessimismo in senso proprio, che cosa gli è il suo sapere?
Che gli vale la fede che tutta negativa? C’è un mistico francese un certo Amiel , che ha detto ingenuamente e in buona fede una frase che par fabbricata apposta per caratterizzare satiricamente che parla per dire che non ha bocca:” Così il tuo sviluppo sarà armonioso  e la pece del cielo potrà irragiarsi dalla tua fronte;  sempre a condizione che la tua pace sia fatta e che tu sia salito al calvario:”[56]
Per quanto riguarda Tolstoi non bisogna dimenticare un articolo che Michelstaedter pubblica sullo scrittore, sul Corriere friulano, del 18 – 9 – 1908, in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita del gigante della letteratura mondiale.
“ Giovane è tutto ciò che diviene; vecchio non solo ma morto è ciò che è già divenuto. Guardiamo intorno a noi: noi viviamo in un mondo di cadaveri, cadaveri che mangiano, devono, dormono, ma non cessano di essere cadaveri…..
Ma io vedo il vecchio possente con la candida barba e i capelli agitati dal vento e la faccia volta al sole ritto e solo in mezzo alla pianura sterminata,   e mi chiedo se quest’uomo può avere un’età, se quella sua forza sempre uguale di evoluzione verso un ideale lontano, qual suo divenire morale non costituiscano una giovinezza più durevole che ogni più reale giovinezza.”[57]
Ora la verità che egli ha scoperto e che tutti questi grandi hanno detto, diviene per lui il punto di partenza della sua tesi, il problema principale da cui sviluppare i concetti di persuasione e di retorica, ma qual’è questa terribile verità che l’uomo comune non vuole ascoltare?
 Che cerca di allontanare da sé?
“ Né alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente,  ché  tanto è vita,  non si , quanto si continua, e si continua nel futuro, quanto manca del vivere. Che se si possedesse ora qui tutta e di niente mancasse se niente l ‘aspettasse nel futuro, non si continuerebbe, cesserebbe di essere vita”[58]
Cioè che vivere consiste nell’inseguire la vita, nel promettere la propria persona nel futuro fatto di attesa e di rinuncia. Si riesce solo ad inseguire la vita, ma nel momento che la si è raggiunta si è espulsi con la morte.
L’uomo a contatto con le cose e le persone non acquista se stesso, ma lo perde e, preso da questo moto terribile che non può fermare cerca inutilmente di conquistare quelle illusioni  che gli si prospettano ma  l’unica vera certezza  che egli raggiungerà sarà la morte che lo espellerà dalla vita.
Ma le istituzioni, la cultura, la rettorica, in effetti, fanno sì che questa verità non possa raggiungere l’uomo  e che gli venga nascosta in modo fa farlo vivere senza coscienza di sé e sempre più legato al gioco illusorio delle cose. Ormai Michelstaedter  sente di dover sviluppare questa sua tesi, che per lui ha il sapore di una scoperta eccezionale, di una verità irrinunciabile.
Decide di lavorare su quelle che sono alcune tracce e a mettere a confronto tematiche diverse, sforzandosi di trovare il  filo conduttore s cui poggiare il concetto di persuasione e decide subito di abbandonare Firenze, dove ha completato gli studi.
 Lettera alla sorella Paula del 6 –6 –1909:”La partenza la farò prima che potrò…. Fra 4 o 5 giorni comincerò a preparami e,dato l’esame, non ho più niente che mi tenga qui”[59]
Ritorna a casa dove per più di un anno si dedica al lavoro della tesi si isola da tutto e da tutti.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 28 – 11-1909” L’ obbligo di scrivere giornalmente contro mia voglia, il senso che, per quanto lontano mi sembri dalla giusta attività, pur è questo ciò che la giustizia vuole da me, mi  da una ripugnanza per le chiacchiere parlate o scritte, e poiché mi sono  affidato quasi impersonalmente al tempo, la paura che perdendo tempo perderei  ogni criterio del mio compito..”[60]
Contemporaneamente al lavoro della sua tesi, scrive il :  “Dialogo della salute”, una profonda meditazione del rapporto tra la vita e la morte, alla luce della filosofia parmenidea e socratica, egli ha consapevolezza che il suo lavoro non sarà capito dia suoi professori.
Lettera alla sorella Paula del 3 – 6 – 1909: “ Tanto poi per quei professori è tutto buono; per loro è come  arabo,non hanno via e criteri per dire se va bene o male; tutt’al più potrebbero rifiutare.”[61]
Non fu mai discussa, come tesi di laurea, per il suicidio dell’autore; uscirà postuma nel 1913. Al suo interno  sono delineate due categorie di pensiero e di vita importanti: la persuasione e la rettorica, che sono due momenti decisivi per lo sviluppo spirituale dell’uomo.
Persuaso  è colui che riesce a resistere  alla costruzione di identità illusorie e che attraverso la resistenza alle cose e alla  temporalità, riesce a costruirsi un futuro diverso da come la società vorrebbe che fosse.
La persuasione è un atto che spinge la persona a trasformare se stesso  e il mondo e non cedere alla lusinga del futuro, che tutto promette all’uomo, ma che in effetti nulla può dargli se non la prospettiva della morte.
Michelstaedter indica qual è  la strada per raggiungere la persuasione. Egli scrive nella sua opera maggiore: “ La Persuasione e la Rettorica che: “ Chi vuol avere un attimo solo la sua vita,essere un attimo persuaso di ciò che fa – deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente ultimo, come se fosse certa la morte e nell’oscurità crearsi da sé la vita. A chi ha la sua vita nel presente, la morte nulla toglie;  poiché niente in lui chiede di continuare; niente è in lui per paura della morte- niente è così perché così è dato a lui dalla nascita come necessario alla vita.
E la morte non toglie ciò che è nato. Non toglie quello che ha gia preso dal di che uno è nato, che perché nato vive nella paura della morte; che vive per vivere, vive perché vive – perché è nato. – Ma chi vuol avere la sua vita non deve credersi nato, e vivo, soltanto perché e nato – né sufficiente la sua vita da essere così continuata e difesa dalla morte.”[62]
Alla persuasione si oppone la rettorica:
“ La società allevando e ammaestrando l’uomo secondo regole stabilite lo adula e gli fa credere che è una persona, che ha dei diritti, gli da la sicurezza di fronte agli altri. Essa diventa un padrone migliore degli altri padroni; perché richiede solo docilità alle regole. Quanto più l’uomo  obbedisce alla società legando ad essa la famiglia, i  figli, ricevendo in cambio il diritto di proprietà, tanto più egli attraverso il proprio futuro  che crede assicurato, si è reso schiavo del futuro altrui, di tutti gli altri. Ma l’uomo è felice perché ha il diritto di proprietà che è un diritto sul lavoro altrui:”[63]
L’individualità dell’uomo è ridotta ad un semplice meccanismo e la società si prende cura di lui dalla nascita alla morte, lasciandogli solo l’ illusione  di poter fare delle scelte.
Questi due temi così importanti  per Michelstaedter gli diedero  la certezza di essere andato oltre il compito di una semplice tesi di laurea e di aver lottato contro l’aridità della vita e delle istituzioni.
Lettera alla famiglia  del 30 – 3 – 1909: “  Nei  momenti che sento un po’ di entusiasmo nel lavoro arido, mi par di lottare per la vita e per il sole contro quell’aridità e quell’oscurità della filosofia universitaria, di lottare per il sole e per l’aria del   Valentin – dì essere un falco, che manda via le cornacchie dalla cima del monte. E’ vero che lavoro per una rovina e che tanto le cornacchie alla cima non ci arrivano, e che continueranno sempre a chiamare cima quella pianura sudicia dove stanno, che continueranno sempre a mangiare cadaveri- ma la vita e la morte – e che non c’è forza al mondo che possa tirarle da quelle illusioni – che resteranno sempre cornacchie. E che in fondo tale vale una cornacchia che un falco.Che in un modo o nell’altro tutte e due mangiano per vivere e vivono per mangiare; vivono e mangiano per morire. Ma lasciatemi almeno per questi mesi l’illusione che valga realmente un falco. Perché soltanto così le cornacchie finiranno col darmi la cittadinanza onoraria fra loro- voglio dire la laurea. Ma questa laurea me la fanno pagare cara proprio.”[64]
Michelstaedter  riesce così bene a delineare nella sua tesi la drammatica contrapposizione tra la persuasione e la retorica, tra una vita autentica ed una  alienata ed è consapevole che l’uomo  nasce ignaro alla vita e che un meccanismo più grande di lui lo schiaccia, se egli non è capace di reagir;  infatti nessun uomo raggiunge mai se stesso, realizza la sua individualità libera di fronte al mondo. Ma è anche vero che  raggiungere la persuasione è difficile, in quanto non c’è nessuna strada percorribile, nessun tracciato da seguire, ma ognuno deve trovare in se stesso la forza necessaria, trovare il coraggio di sopportare la  solitudine, senza cedere alle lusinghe della vita E’ un discorso duro, radicale, che non lascia respiro all’uomo  che vuol incamminarsi su questa strada.
Ciò che si nasconde  all’interno  della sua tesi di laurea è la disperata rincorsa a quella permanenza di fronte alla cose che lui aveva intuito a Firenze, quando studente muoveva i suoi primi passi tra la vita attiva e il bisogno di scoperte artistiche.
Ma alle spalle di questa intuizione aleggiano gravi motivi personali che lo accompagnano come un’ombra fino al suicidio.





















Cap 6
La ricerca della permanenza ed il suicidio


Persuaso è l’individuo che riesce a poggiare sicuro sulla sua identità, il primo passo per raggiungere la persuasione è raccogliersi nella propria persona e da qui estendere la propria resistenza verso la realtà
Anche se Michelstaedter  sostiene che l’uomo non raggiunge mai se stesso vivendo nella realtà che lo circonda, comunque il passo necessario per l’individuo, che vuole iniziare questo percorso, è quello almeno di crearsi un Io forte e resistente, infatti chi è sicuro in se stesso, può più facilmente permanere. E’ più facile per lui opporre una strenua resistenza alla illusorietà delle cose , alla necessità del bisogno, liberarsi dalla catena  di illusioni, che lo lega agli altri uomini.
L’uomo persuaso, sicuro in se stesso, estende verso la realtà la forma della sua permanenza. Leggiamo, infatti, cosa dice Michelstaedter nella  “Persuasione e nella  Retorica”:” No, egli deve permanere, non andar dietro a quelli fingendoseli fermi perché essi lo attraggono verso il futuro, egli deve permanere seppure vuole ch’essi gli siano presenti, che siano suoi veramente.
Egli  deve resistere senza posa alla corrente della sua propria illusione; s’egli cede in  un punto  e si concede a ciò  che a lui si concede, nuovamente si dissolve la sua vita, ha preso la persona della fame per aver fame ancora  nel prossimo istante, mentre questo istante doveva essere l’ultimo per lui.” [65]
Il rapporto con la realtà diventa drammatico, non è possibile per il persuaso accettare nessuna correlazione, senza correre il rischio di mettere in discussione se stesso, attraverso sia il rapporto con gli altri, che sempre ci modifica, sia per la vana attesa di un futuro migliore.
L’uomo don deve correlativizzarsi, non deve perdere se stesso con i suoi sogni per il futuro e deve tener presente  che l’unica certezza è la morte, che lo espellerà dalla vita, lasciandogli un pugno di mosche in mano, attraverso questa presa di coscienza deve scattare una forma di resistenza, che facendogli respingere questi falsi rapporti, gli deve far preferire ad essi la propria solitudine, con il disprezzo di tutti i bisogni a cui gli altri si vendono. “ Solo, nel deserto egli vive una  vertiginosa vastità e profondità di vita, mentre la fiamma accelera il tempo ansiosa sempre del futuro e muta un presente vuoto col prossimo, la stabilità dell’individuo preoccupa infinito tempo nell’attualità e arresta il tempo. Ogni suo attimo è un secolo della vita degli altri- fiche egli faccia di se stesso fiamma e giunga a consistere nell’ultimo presente
In questo egli sarà  persuaso – ed avrà nella persuasione la pace.”[66]
Una conquista disperata del presente, della propria individualità, una strenua resistenza e una duratura permanenza sono tutto ciò che caratterizza il persuaso . Costui deve essere un uomo che attiva la propria potenza e la estende a uomini e cose, senza però esercitare violenza, ma con un messaggio d’amore, che deve attrarre gli altri per quella stessa via.
“ Perciò nella sua presenza, nei suoi atti, nelle sue parole si rileva , si enuclea, si fa vicina, concreta una vita che trascende la miopia degli uomini: perciò Cristo ha l’aureola, le pietre diventano pani, gli ammalati risanano, i vili gridano al miracolo. Perciò ogni sua parola è luminosa, perché con profondità di nessi l’un alle altre legandosi , crea la presenza di ciò che è lontano.
Egli può far le cose lontane nelle apparenze vicine così che anche quello che di questo soltanto vive, vi senta un senso ch’egli ignorava, e muovere il cuore di ognuno. Il giusto è buono a ogni cosa; chi a  nessuna cosa sia giusto sa fare ogni cosa.”
Il persuaso non cerca la potenza per dominare il mondo,ma egli vuol sottrarre se stesso  da quella fitta rete di illusioni che la vita gli ha dato con la nascita e che gli toglierà con la morte.
E non è neanche il caso di abbracciare una fede che sostenga la illusorietà dell’Io, cosa alquanto cara  alle filosofie orientali e al buddismo in particolare e neanche la conquista di un ipotetico Nirvana, tutte queste cose sono estranee alla filosofia di Carlo Michelstaedter , anche se egli ha considerato Buddha uno spirito  che ha raggiunto la persuasione.
Vale la pena  per un attimo addentraci  in questa sostanziale differenza, onde sgombrare il campo  da inutili confusioni. E sarà utile riportare  in questa mia indagine, le parole di un altro filosofo italiano: Giuseppe Rensi, che meglio di chiunque altro ha analizzato  la teoria buddista dell’insistenza dell’Io  e del conseguente Nirvana.
“ Questa interpretazione da un lato va incontro a una mortale contraddizione, con la dottrina del Karmam , giacché l’Io  non ha nulla di sostanziale, se non è non un fiammeggiare  che solo in apparenza è solo quello, ma in realtà si produce mediante il rapidissimo succedersi e avvicendarsi le una alle altre di cangianti molecole d’ossigeno, allora non si vede né come né per quale ragione ( ed è questa  un’obiezione  che è stata spesso sollevata  dai monaci buddisti, con grande irritazione del maestro, ma senza che esso sapesse soddisfacentemente risolverla )  le azioni compiute da una fase o momento di questo Io , semplice  processo fermentativo ( non cosa fermentata)  possono ripercuotersi sopra una fase successiva, precisamente al modo che  in quella psicologia contemporanea, che analogamente  al pensiero buddista riduce l’Io al pensiero che passa, è difficile giustificare  perché il pensiero  che passa oggi nel corpo che porta un dato nome possa essere punito per ciò che ha compiuto ieri un pensiero diverso da esso, solo per il fatto che anche questo passava nel corpo del medesimo nome.
Inoltre in queste interpretazioni viene in luce la pura mitologia sulla quale il lato speculativo del buddismo si regge. Perché in ogni morte di persona umana noi vediamo la fiamma- io spegnersi. Ritenere che una nuova fiamma che si accende sia la prosecuzione  di quei processi di combustione che abbiamo visto spegnersi, è altrettanto arbitrario e fantastico, quanto il pensare che la fiamma che accendo stasera su questa candela sia la continuazione  di quella che ho acceso iersera su di un’altra candela……… Infine l’interpretazione in discorso  mette capo al nono senso più palese. Vi si manifesta, in  piena luce, quella quasi direi amara ironia  con cui li lato speculativo del buddismo ci  illude , e ci delude, quello che l’immortalità è uguale a non vita, che affinché vi sia l’immortalità è uguale a non vita, che affinché ci sia immortalità occorre che non ci sia vita. Ironico vuoto finale tanto necessariamente insito  nel buddismo che anche l’altra interpretazione è ben lungi da sfuggirgli. E poi e soprattutto resta, con tale interpretazione, in pieno rilievo l’assurdo della concezione di un  Io  come mero processo senza principio a cui  nella inesistenza di un substrato o persona a cui il processo appartenga che sia responsabile della direzione di esso, si condannano sacrifici inernarabbili e costanti per secoli e secoli col premio della prospettiva del nulla.
Il nulla conquistato faticosamente  mediante l’ascesi più apra, questo lo stridente non senso e l’ironia  che sta a base del buddismo. Esso dice: sacrificati, rinnega te stesso, annienta ogni tuo desiderio, estirpa la sete del vivere, perché così otterrai la beatitudine, l’uscita dal dolore con l’estinzione.
Tu sei immortale nel nulla. Diventa perfetto e santo e allora riuscirai a morire.  Quasichè il semplice fatto della morte non mostrasse visibilmente che ognuno senza bisogno di essere santo e perfetto questa beatitudine dell’estinzione è compartita.”[67]     
Dopo questa riflessione del  Rensi viene evidente la notevole differenza tra il buddismo e la filosofia di Michelstaedter,il quale considera l’Io  un processo naturale ed esistente in sé, che non ha bisogno di doversi negare in una ascesi , ma al contrario deve far valere la sua più reale ed intima individualità, cosa questa che sfugge  agli uomini perché non riescono ad opporre una adeguata resistenza alla realtà circostante, ma cedendo in se stessi, finiscono con il cedere in tutto; non si tratta di intraprendere le mortificazioni del corpo, che già significa negare un valore, ma di rafforzarsi e sapersi isolare dalle tentazioni dei propri bisogni.
L’unica vicinanza tra Buddha e il filosofo Goriziano sta nel fatto che tutti e due considerano l’Io  che vuol realizzarsi  nella vita, come soggetto all’illusione ed entrambi condannano la vita come desiderio incessante verso le cose, senza poterle in  nessun modo ottenere.
Fin quando l’uomo  non è capace di arrestarsi, di piegare la sua volontà ad una grande resistenza, non può raggiungere la persuasione.
Entrambi condannano la illusorietà della vita ed essere l’uomo una poca cosa, soggetto ad un’interminabile cambiamento.
Quindi l’unica illusione che la vita attua nei confronti  dell’uomo è di allontanarlo da se stesso, il meccanismo della Retorica, poi finisce  per complicare  di più le cose, in quanto l’uomo sentendosi vile e debole è portato a seguire, come possibile, una qualsiasi realizzazione  futura, che quest’ultima gli propone, in questo modo, legandosi di più alla vita finirà solo per soffrire e cercare dei palliativi  al suo dolore , si venderà alle illusioni di un futuro migliore che mai si realizzerà.
Carlo Michelstaedter ha ben delineato il cammino che bisogna intraprendere per giungere sulla strada della persuasione e nell’epistolario degli ultimi anni di vita  troviamo tutta la sua ricerca per raggiungere una maggiore stabilità interiore, che lo possa inserire nella prospettiva di realizzare un obbiettivo importante.
Egli cerca di effettuare delle scelte, che possono portare a compimento le sue aspirazioni, ma si sente interiormente diviso, incapace di raggiungere una continuità nelle sue azioni.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 4 – 8 -  1908: “ Il tormento interrotto delle intenzioni passate e del lavoro futuro, delle aspirazioni  diverse e insoddisfatte; la coscienza della mia nullità in questo mondo che vive  sia d’azioni che di pensiero, che d’arte; della mia vita che si dissolve in una prospettiva di che?
Nella  illusione di un formarsi progressivo che non esiste di un accumulare che non avviene- o avviene come quello della sabbia che l’onda porta e poi disperde.”[68]
Quindi Michelstaedter è in questo momento alla ricerca di un  nuovo metro di valore verso la vita, dove inserire il discorso della persuasione, ma si sente disorientato, perché  non sa quale scelta effettuare, ma oltre a tutto questo subisce un vero e proprio naufragio rispetto alla realtà: l’incapacità di cogliere le cose , la sensazione che tutto fugge via.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 4- 8- 1908: “ Non sono più buono a nulla. Tutto mi passa attraverso rapido come se il mio cervello non fosse un punto o una massa di punti.[69]
Michelstaedter non riesce in nessun modo a chiarire a se stesso da dove derivi la sua incapacità di cogliersi nella vita e  di non sentirla soltanto come estranea e lontana, sebbene rifiuti gli orpelli del mondo borghese e cerchi ad ogni costo una reale alternativa ad esso, tuttavia si sente l’animo straziato dal dolore per una identità mai raggiunta. Egli desidera ardentemente di non  tentennare nelle sue scelte, ma di permanere. La coscienza del dolore, come diminuzione del presente e della gioia, come vana speranza del futuro, gli aprono la consapevolezza interiore di due punti basilari per il suo lavoro e nel contempo gli danno la certezza che tutto il genere umano sia soggetto a questa grande illusione.
Tutti vivono nel dolore e nella sofferenza e per estraniarsi da esso preferiscono aspettare una ipotetica gioia nel futuro, che mai verrà, lettera alla sorella Paula del 5 –5 –1909:” Ma  così è:  il dolore è una diminuzione presente acuta, la gioia nbon è che una vaga speranza del futuro, ed è impossibile godere di quello che si ha se non fosse per vanità. Un fiasco vive solo nel desiderio del vino; del resto tanto vale un fiasco pieno che uno vuoto; il fiasco soffre quando viene vuotato e potrebbe godere soltanto se si compiacesse davanti allo specchio di vedersi pieno. M’accorgo che ricomincio a sognare.[70]
La tragica morte del fratello contribuisce, oltre a creare dolore e sconforto nella famiglia, a a farlo sempre più ripiombare nella  angoscia, in quella sensazione di solitudine e di sconforto ed ad allontanarlo sempre più dal mondo.
Sembra che un vero uomo abbia abbandonato la vita, per lasciare tutti gli altri nella loro  futile ed inutile attività quotidiana.
Lettera a Gaetano Chiavacci del 22 – 6 – 1909:” Quanto a noi tutti – in mezzo a balli e alle passeggiate ci arrivò un telegramma che ci dava semplicemente la notizia  che mio fratello di New York è morto – per me è paglia sul fuoco. Quattro anni fa, quando fu qui l’ultima  volta, io partivo per Firenze con una smisurata speranza – ora il mio più forte desiderio era di stringere dopo tanta  freddezza, di disillusioni la sua mano di uomo veramente diritto, sano, e bello di corpo e di mente, onesto tra queste mandrie di degenerati  e di disonesti.”[71]
La morte tragica del fratello fa affiorare dentro di lui il ricordo dell’amica russa Nadia Baraden che “ giocava nella zona inconscia come pulsione sollecitatoria all’atto suicida.”[72]
Ma Michelstaedter riesce a resistere alla tragicità degli eventi e riprende il cammino sulla strada della ricerca della permanenza. Si tratta  di reagire ad un modo codificato di esistere e di opporre una radicale alternativa all’uomo, che possa dare un senso alla sua vita. Certo egli deve essere  in grado di abbracciare il carico di dolore che gli deriva dalla vita e da questo proiettarsi verso la vera gioia. Il filosofo Goriziano non si nasconde che ognuno può riuscire in questa impresa, ma deve essere in grado di salire il proprio calvario, cioè quel mondo di insufficienza che ci  spinge sempre più a legarci alla vita e agli uomini.
Le figure storiche di Cristo, Buddha e Platone  diventano per  lui  i maestri  che hanno iniziato questo cammino, che è  lo stesso della persuasione della necessità di consistere davanti al mondo che vuole solo dare illusioni all’uomo. Questa tensione  per la conquista  di sé è sempre esistita nei grandi uomini, insieme al loro messaggio più autentico , che porta su questa strada, anche se mai nessuno ha voluto seguirla.
Lettera ad Enrico Mreule del 13 – 6 – 1909:” Se uno è davvero salito al calvario non scende più e non c’è un dopo per lui, che ha vissuto in un attimo tutti i tempi. Cristo  è salito al   Calvario  per morire non per accomodarsi alla vita. A me pare che questa gente finché ha avuto fede è vissuta. Per la grandezza della loro vita dovevano avere più grande speranza, perché sentivano tanta sicurezza nelle loro affermazioni che dovevano credere nella realtà del loro criterio. Penso a Buddha a cristo e a Leopardi  fin quasi alla morte  e penso anche a Platone il cui bene non è proprio  un accettare la vita ma era ricco di tutte le negazioni della vita.”[73] 
Michelstedter riesce a comprendere che l’unica forma di permanenza, l’unica possibilità di ricostruire la sua identità è lo sviluppare un discorso che possa chiaramente indicare agli uomini come la loro vita sia povera ed inserita nel dolore, che tutto avvolge senza lasciare la possibilità di nessuna via d’uscita, se non dei palliativi momentanei , che allentano la morsa della sofferenza.
Il filosofo Goriziano si sente sulla strada giusta che non lo porta in un’oasi di pace, ma nel mondo della lotta interiore. Egli ha potuto ricostruirsi interiormente , anche attraverso la solitudine e l’aspra lotta con se stesso.
Intanto un evento viene a dargli  conferma di questa strada intrapresa: la partenza per L’Argentina  dell’amico Enrico Mreule, il quale coniuga la risoluzione di un suo problema personale, quello di non voler fare il militare con  volersi accostare al mondo della persuasione.
Il 28 –11- 1909 il giovane si imbarca a Trieste, senza avvisare nessuno e dicendo ai genitori che gli serve un po’ di denaro per un viaggio in Grecia; ad accompagnarlo all’imbarco è l’amico Nino Paternolli, mentre Michelstaedter , nel momento  in cui la nave parte, sale sull’abbaino  della soffitta e guarda  in direzione di Trieste , quasi a voler immaginare l’amico che ha intrapreso il viaggio. In effetti Enrico Mreule e Carlo vivono in simbiosi. Il gesto di Mreule viene ritenuto da Michelstaedter giusto.
Lettera ad Enrico Mreule del 28 –11- 1909:” Così per quanto  lontano ti porti l’interrotto pulsare dell’elica, fra quali genti resterà chiaro e immutabile. E tu esperimenterai  il valore concreto, in rapporto alla vita, di quella indifferenza che nell’inerzia ricadeva su se stessa, con infinito tormento. Già lo hai sperimentato in queste ultime settimane – già noi che senza saperlo siamo stati attratti invincibilmente a te nella vita grigia della nostra adolescenza, fra la volgarità dei più;abbiamo conosciuto che cosa sia una coscienza sicura e dignitosa, e nella decisione che hai preso e nel modo che l’hai  messa in atto, e nel modo come gli uomini e le cose  del mondo si sono determinate a tuo riguardo appena tu hai  compiuto  il primo atto della vita.”[74]
Rico davanti al mare infinito che lo circonda risente la voce di Michelsatedter: “ Rico tu sai consistere nel presente”.
Sbarcato in Argentina rifiuta di insegnare alla Dante Alighieri di Bahia Blanca, perché l’insegnamento è rettorica e non si può fuggire da un contesto sociale per entrare in un altro, del resto anche scrivere è rettorica, ha  portato con sé alcuni libri: i tragici greci, Schopenhauer , i discorsi di Buddha e gli piace leggere e prendere appunti  ai margini delle pagine. Poi insieme ad un tedesco compre bovini, pecore ed equini e si sposta a cavallo nella pampa a pascolare le bestie. Si costruisce una capanna, un letto di tavole per dormire e quando  si sente divorato dalla fame ammazza una pecora, ogni tanto soddisfa i suoi bisogni sessuali  con una indiana. Nel 1911 viene a conoscenza dall’amico Paternolli del suicidio di Michelstaedter, si ammala seriamente  di scorbuto e lascia la  Patagonia. Ritorna a Gorizia nel 1922, insegna in una scuola religiosa, nel 1933 sposa Anita Predonzani, maestra. Il matrimonio fallisce, compra quattro ettari di terreno  e intreccia una relazione con una sua vecchia amica . Muore nel 1959.
Enrico Mreule, pur fuggendo dalia vita borghese  per inseguire il miraggio della persuasione, non riesce a consistere per molto tempo e, piegato dalla malattia , è costretto a ritornare in patria e a chiudere per sempre con il suo tentativo.
Egli non ha ceduto subito, anzi ha lottato contro i suoi bisogni  elementari , prima di cedere. Se la voce di Carlo Michelstaedter  lo ha accompagnato  nella sua memoria  durante il viaggio, è anche vero che  in quella desolata solitudine egli ha ricostruito  l’ambiente ideale, dove fiorivano i discorsi con l’amico filosofo. Ma chiusa la parentesi dell’avventura di  Mreule  ci si rende conto  che la persuasione è solo possibile come una dura lotta interiore, che deve portare l’uomo  a non cedere davanti alle lusinghe  della società, ma altrettanto esiste  una serie opposizione per la conquista  si se stessi ed è la Retorica, che il filosofo Goriziano incontra sulla sua strada attraverso lo studio di Platone ed Aristotele.
E’ lei a creare l’illusione di una possibilità futura per l’uomo ad inserirlo nei suoi meccanismi fin dalla nascita, per poi abbandonarlo con la morte, è lei che lo costringe  al lavoro, che lo protegge quando è malato e lo difende nei suoi diritti. La società stessa è costituita  per annullare l’uomo ed inserirlo in varie retoriche.
Ognuno di loro si arroga la volontà di sapere che cosa l’uomo ha bisogno, di dirigerlo verso i suoi fini particolari, o quelli più generali, ma facendo questo l’uomo diventa una macchina e perde ogni peculiarità umana.
Il meccanismo della retorica nasce dalla stessa insufficienza umana, non c’è nessuno che lo abbia costruito o inventato.
“ L’uomo quando sente l’insufficienza della sua persona e si sente mancare di fronte a ciò che esce dalla sua potenza si volge a cercare quelle posizioni dove il senso attuale della sua persona lo aveva adulato altra volta colla voce del piacere: “ tu sei”,  o in quelle che prodighe di piacere gli  altri egli conosca. Ma nel punto ch’egli fa questo, già fuori del giro sono della sua potenza.”[75]
Quindi l’uomo ha paura e non riesce a sostenere la sua persona, ecco che cede alle lusinghe della società e si pone al di fuori di sé. Lo stesso meccanismo della retorica è descritto da Michelstaedter  in una lettera a Marino Caliterna dell’11 –11 – 1909:” Lo sai  come fanno i deportati inglesi nei grandi penitenziari del regno? C’è un grande cilindro che ruota intorno all’asse longitudinale, lungo la superficie convessa corrono a giusta distanza tavole, come gradini. Su questa lunga fila salgono i deportati, da una in  altra facendo girare il cilindro con il loro peso e restando sempre fermi allo stesso posto: chi non sale è travolto da sotto.”[76]
L’uomo sociale è simile al forzato inglese, egli non è libero di seguire un percorso, ma deve adeguarsi a quello che la società gli impone.
“ L’uomo che ha assunto la persona sociale per cui crebbe  usurpando l’inadeguata sicurezza che l’ambiente gli offriva, ha fondato  la sua vita sulla contingenza delle cose e delle persone, e della carità di queste vivendo da queste dipende pel suo futuro , né ha in sé il vigore di conservarsi ciò che non per suo valore gli appartiene.”[77]
 Michelstaedter è riuscito  perfettamente a teorizzare la  Persuasione ed ha colto delle difficoltà di chi volesse avventurarsi nel tempo della  Retorica che e poi la vera durata  esistenziale dell’uomo, appena egli si affaccia alla vita dove viene ammaestrato agli scopi futuri della società.
“ Fin dai primi doveri che gli si impongono tutto lo sforzo reale tende a renderlo indifferente a quello che fa, perché pure lo faccia secondo le regole con tutta oggettività”.[78]
Da una parte il dovere dall’altra il piacere. La  Retorica è l’unico tempo reale, che lo raggira e lo consegna alla morte, l’unica realtà dietro a tutte le illusioni. Ogni tanto l’uomo sente il peso della sua insufficienza, ma non resistendo al dolore, trova subito dei palliativi a cui appendersi: il lavoro, la carriera, la donna amata facendosi sfuggire l’occasione di una possibile rivincita su se stesso e sulla vita.
Allora una grande angoscia lo possiede. “ Egli si sente già morto da tempo e pur vive e teme di morire. Di fronte al tempo  che viene lento ed inesorabile, egli si sente impotente come un morto a curar la sua vita e soffre ogni attimo il dolore della morte.Questo  dolore accomuna tutte le cose che vivono r non hanno in sé persuasione, che come vivono temono la morte”.[79]
Se questa è la vera situazione dell’uomo, Michelstaedter  ha saputo così ben evidenziare il processo che posrta alla persuasione e alla retorica, nel contempo non vuole vivere come tutti gli altri, entrare nel mondo della retorica culturale , o in quella del lavoro, o della carriera. Il suo Io già debole, che poggia sulla sua malsicura identità non può dargli quella spinta interiore per la realizzazione della persuasione e davanti al terrore della retorica che lui stesso ha evocato, preferisce il suicidio.
La lettera alla madre del 10 – 9 – 1910  ne contiene tutti i presupposti e ci fa capire che questo gesto è in lui maturato per liberarsi della retorica e la raggiungere la persuasione nella morte. Egli vince la paura del suicidio ed in un sol gesto esce fuori da un inferno che ha attraversato.
“ Tu guardi gli altri giovani che sono al caffè con le loro famiglie e pensi a me con tristezza. No – non pensare a me con tristezza: essi hanno vuota la vita e l’avranno sempre vuota – e la riempiono delle preoccupazioni per la carriera data dagli altri, la riempiono di vani piaceri che lasciano loro la bocca amara, stirano la loro noia attraverso tutti gli anni e i giorni della loro vita attraverso i loro lavori oscuri ed insensati, i loro piaceri insipidi, le loro relazioni familiari, o d’amicizia, o di patria ottuse e vuote.”[80]
L’unica realtà è quella che “ ci illude d’esser vivi, soltanto perché non siamo morti”:
la teorizzazione della Persuasione finisce e non può essere più sviluppata nella pratica della vita reale  e Michelstaedter  ha il merito di avere ben rappresentato il mondo piatto  e anonimo della vita sociale, ed anche la tremenda  debolezza dell’uomo; il suo discorso non lascia intravedere nulla di buono per lui se non riesce a ricrearsi  nella sua potenza.
“ Egli non può possedere  se stesso, aver la ragione in sé, quanto è necessitato ad attribuire valore alla propria persona determinata nella cose e alle cose delle quali abbisogna per continuare. Ché da questa è via via distratto nel tempo. Il suo avvenire alla vita immortale;  il suo nascere nella altrui volontà; il premio intorno a cui  gira gli è dato, e date gli sono le cose ch’ei dice sue.”[81]
Davanti a questa sconfitta ontologica dell’uomo la scelta dell’autodistruzione, per Michelstaedter  rappresenta un mettere a tacere una volta per  sempre quella sua lotta interiore che mai è riuscito a portalo verso il compimento di se stesso. Ma il messaggio al mondo che il filosofo Goriziano ha lasciato è quello di tentare una possibile resistenza alla realtà, che tende a disumanizzare le persone, a trovare una propria  via autonoma  tra i clamori  della vita, prima che la morte possa toglierci dal gioco, certo ci vuole coraggio a non dare ascolto alle voci che possono frastornarci. Se Michelstaedter  ha scelto la morte, come rifiuto supremo  di una realtà che non ha più nulla di umano, nel contempo tutta la   sua tesi si può raccogliere  nel tentativo  di fermare quella permanenza che gli era balenata  nella coscienza, fin da quando era studente a Firenze.
Questo percorso lo ha portato dalla possibile scelta di una vita diversa,, alla morte per non averla trovata. A chi si avvicina al pensiero del filosofo Goriziano  e volesse tentare la sua stessa strada, deve essere consapevole che nessuno potrà fare le scelte al posto suo e che in tanti saranno a mostrargli  gli allettamenti della vita, che lo poeteranno lontano dalla persuasione e dalla forza necessaria per compiere lo sforzo supremo, e quando si troverà faccia a faccia con la solitudine, preferirà continuare a dimenticare se stesso e a manipolare gli altri. E Michelstaedter  resterà un autore scomodo da leggere  in fretta, né lo so potrà considerare  soltanto un filosofo come tanti, magari più sfortunato. Lo sgomento che ci coglie davanti alla lettura  dei suoi testi, non è altro che la voce della nostra coscienza, che sa che  non viviamo mai all’altezza di noi stessi, ma che l’unica vera opportunità di realizzarsi e di mettere a tacere gli altri che preferiscono vivere nella dimenticanza e nella alienazione.

















                                                      



[1] Cfr. S. Campailla, A Ferri corti con la vita, Gorizia , il Comune, 1974, pag. 11
[2] Cfr Ada Geiger, Dialoghi torno a Michelstaedter, Gorizia, Biblioteca Statale Isontina, 1983, pag.46
[3] Cfr Orietta  Altieri , Dialoghi intorno a Micjhelstaedter ,Gorizia, Biblioteca Statale Isontina,1983, pag. 36
[4] Cfr. Ada  Geiger, Dialoghi intorno a Michelsaedter, Gorizia, Biblioteca Statale  Isontina,1983,pag.46
[5] Epistolario.pag.66
[6] Epistolario,pag.69
[7] Epistolario, pag.71
[8] Epistolario,pag.106
[9] Epistolario,pag.71
[10] Epistolario, pag. 14
[11] Epistolario,pag.102
[12] Epistolario, pag.25
[13] Epistolario,pag.51
[14] Epistolario, pag.25











[15] Otto Weininger,Sesso e carattere, edizioni Studio  Tesi
[16] Carlo Michelstaedter La persuasione e la Retorica,Adelphi,pag.58
[17] La  Persuasione e la Retorica, Adelphi, pag.83
[18] Epistolario, pag.315
[19] Epistolario, pag111
[20] Epistolario, Pag. 381
[21] La Persuasione e la Retorica. Adelphi, pag.88
[22] Epistolario, pag.505






[23] Epistolario, pag.91
[24] Otto Weininger, Sesso e carattere, Edizioni. Studio  Tesi.

[25] Otto Weinger,Sesso e carattere.Edizione Studio Tesi, pag.395
[26] Otto Weininger Sesso e carattere.edizioni Studio Tesi, pag.396
[27] Otto Weininger, Sesso e carattere. Edizioni Studio  Tesi, pag.396
[28] Otto Weininger , Sesso e carattere. Edizione Studio tesi,pag.396
[29] Otto Weininger. Sesso  e carattere . Studio  Tesi, pag.396
[30] Otto Weiniger.Sesso e carattere. Studio tesi., pag.397
[31] Otto Weiniger. Sesso e carattere.Studio Tesi, pag.398
[32] Otto Weiniger. Sesso e carattere.Studio tesi, pagg.404 –407
[33] Epistolario, pag.223
[34]Epistolario, pag.197
[35] Epistolario, pag.203
[36] Epistolario,pag 209
[37] Epistolario, pag.213
[38] Epistolario, pag. 217
[39] Epistolario, pag. 218
[40] Epistolario, pag.220
[41] Epistolario, pag.330
[42]  Carlo  Michestaedter Poesie,Adelphi, pag.43
[43] Poesie, pag.46
[44] Poesie , pag48
[45] Poesie, pag,52
[46] Carlo Michelstaedter  Il dialogo della salute. Adelphi,pag52






























[47] Epistolario, pag. 330
[48] Epistolario, pag.311
[49] Epistolario, pag.330
[50] Epistolario, pag. 382
[51] Epistolario, pag.382
[52] Epistolario, pag.300
[53] Epistolario, pag350
[54] La Persuasione e la retorica, Adelphi, pag.35
[55] F. Nietzsche, Schopenhauer come educatore.Newton Compton editore, pag. 411
[56] Epistolario, pag. 395
[57] C. Michelsstaedter, Tolstoi, , in Corriere friulano,del 18- 9 - 1908
[58] La  Persuasione e le Retorica, Adelphi, pag 40
[59] Epistolario, pag 391
[60] Epistolario, pag. 418
[61] Epistolario, pag.392
[62] La persuasione e la rettorica, pag.69
[63] Piromalli, Michelsatedter, Castoro editore, pag.72
[64] Epistolario,pag.355
[65] La Persuasione e la Retorica, Adelphi, pag.71
[66]La  Persuasione e la Retorica, Adelphi, pag.88
[67] Giuseppe Rensi. La filosofia dell’assurdo, Adepti, pag.148
[68]Epistolario, pag.336
[69] Epistolario, pag. 330
[70] Epistolario, pag. 366
[71] Epistolario, pag.352
[72] S, Campailla, A ferri corti con la vita,Gorizia , il Comune, 1974, pag. 115
[73] Epistolario, pag. 395
[74] Epistolario, pag.420
[75] La persuasione e la Retorica, Adelphi, pag. 106
[76] Epistolario, pag. 415
[77] La persuasione e la  Retorica, Adelphi, pag. 155
[78] La Persuasione e la   Retorica, Adelphi, pag. 187
[79] La Persuasione e la  retorica, Adelphi, pag.59
[80] Epistolario, pag.450
[81] La Persuasione e la  Retorica, Adelphi, pag.54


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a cura di Ereticamente


A) Nella seconda parte del Suo splendido “EX ORIENTE LUX, MA SARA’ VERO?” Lei definisce il Cristianesimo “Colonizzazione spirituale”. Vuole spiegarcelo meglio?
In effetti, non è molto complesso o arduo da capire: l'Europa è stata colonizzata, invasa dal cristianesimo che le è stato imposto perlopiù con la violenza: hanno cominciato gli imperatori “romani” rinnegati, Costantino e Teodosio, hanno proseguito Carlo Magno e i cavalieri Teutonici, poi ancora i crociati francesi che distrussero la Provenza per annientare il movimento cataro. I “sermoni” con cui l'Europa è stata convertita al cristianesimo sono consistiti principalmente in stragi, saccheggi, deportazioni.


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    Devo questa volta spezzare una lancia in favore degli ebrei. Per dovere d'onestà intellettuale, per chiarezza. Dal mio punto di vista la critica del giudaismo-talmudismo ne comporta necessariamente un'altra, altrettanto profonda, del cristianesimo ufficiale, in specie cattolico (senza dimenticare mostri come Lutero e Calvino).




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    LA MORTE DI ANDREOTTI

    ■■■ Quando la televisione ha dato la notizia, questa mattina, ho avuto due polluzioni. Il fegato ha gridato: uno di meno! Il cervello è stato come sempre più assennato, ed ha cominciato a paragonare il Giulio con lo spettacolo odierno. La comparazione è tutta a vantaggio di Andreotti. I media nei prossimi giorni ci scaricheranno tonnellate di commenti, di analisi, di retorica osannante e, qualche volta, denigrante. Giulio Andreotti se lo merita:in un mondo di mezze calzette, nel bene e nel male si erge almeno come un professionista della politica. Non lo ritengo uno statista (l’ultimo in Italia lo abbiamo –forse- ammazzato tanti anni fa), ma di sicuro uno dei pochi professionisti politici di questo bello e dannato Paese.
    Ebbe una ottima scuola: imboscato in Vaticano durante la guerra, insieme a De Gasperi ( Degasperi, meglio) fu allievo di preti e cardinaloni. Hai detto niente! Si dice che mentre l’Alcide parlava con dio, il Giulio preferiva parlare con i parroci ed i vescovi. Oggi sembra strano, ma nel dopo guerra il Vaticano era fortemente anticomunista. Ed Andreotti incarnò la punta di diamante anti PCI. Poi cambiò e aggregò i comunisti e facilitò il compromesso storico. Di certo era intelligente, astuto, furbo, cinico, senza scrupoli.




    POESIA E GUERRA

    JUAN PABLO VITALI

    Fratello Boero

    ■■■ La poesia e la guerra sono nate insieme. Quando l'uomo brancola nella morte, sente inevitabilmente il bisogno di vincolarsi a qualcosa di più alto di lui, superandola. I popoli indoeuropei ci hanno lasciato ampie prove di tale intento.
    Non so se pensavamo Esattamente la stessa cosa. Possibilmente no. Ma da giorni mi gira e rigira Per la testa questo poema Fratello Boero. Gli altri non sanno Quello che fu portare il pianoforte Fino alla casa vicino al fiume E come nelle terre solitarie E spietate, suonasse Mozart Per la prima volta. Noi sì lo sappiamo.




    Bastoni e barricate
    _________________

    ::: MARIO M. MERLINO

    ■■■ Pochi mesi addietro mi trovavo a cena d’amici con altri ospiti. Fra costoro un giornalista de Il Sole 24 Ore di cui non rammemoro il cognome, sebbene sia considerato un analista di valore. Inevitabile che il conversare abbia seguito la piega verso l’attuale crisi economica e finanziaria di carattere mondiale. Qualcuno, memore di letture scolastiche marxiane e forse nostalgico della propria giovinezza trascorsa negli anni della contestazione, faceva riferimento alle ricorrenti cicliche crisi del sistema capitalista. Altri al ‘giovedì nero’ del 1929 quando dagli Stati Uniti si sparse a macchia d’olio una crisi che alimentò, secondo alcuni storici, l’affermarsi del totalitarismo e la convinzione che fosse suonata la campana a morte del capitalismo.
    La convinzione sempre più diffusasi - e mi tornavano a mente le considerazioni dell’amico Giano Accame - come le ‘demoplutocrazie’ fossero rappresentate da governi imbelli e asserviti alle lobbyes ebraiche (perché oggi, no?) e ormai composte da una popolazione svirilizzata e senile. Errore fatale perché nell’eterna guerra del sangue contro l’oro quest’ultimo è pronto a tutto pur di salvare se stesso, riaffermare il proprio predominio e potenziarsi.

    Continua a leggere...»




    RESISTENZA

    Francesco Innella

    Carlo MICHELSTAEDTER: frammenti da una filosofia oscura

    ■■■ Nel saggio su Carlo Michelstaedter, Francesco Innella ci presenta varie fasi della breve vita del Filosofo Goriziano, che tra l’altro ci ha lasciato pregevoli speculazioni filosofiche nella “ Persuasione e la Rettorica”. Innella avvalendosi anche dell’” Epistolario”, edito dalla casa editrice”Adelphi”, ci fa conoscere un Michelstaedter nel chiuso di una stanza. Chiudere un discorso o porre la parola fine su Michelstaedter, è un discorso azzardato, perché poco conosciamo dell’infanzia, scarsi i riscontri della scrittrice Iolanda De Blasi, amica di studi di Firenze: i suoi pochi frammenti lasciati vanno analizzati con certosina pazienza. Va sottolineato tra l’altro, che gli scritti di Michelstaedter - morto a solo 23 anni - hanno ben poco di un filosofo giovane.
    Carlo Michelstaedter , visse in un periodo di grandi cambiamenti, di innovazioni tecnologico –industriali, quindi già verso la fine del tardo romanticismo – anche egli è un orfano della Grande Cultura. Va ricordato che nel 1910 , muore il gigante della letteratura mondiale – Tolstoi – con la cui morte si estingue la vera razza degli scrittori; di poi infatti, è arrivata, n nome dell’onestà intellettuale, la forma aberrante della cultura ( partitica ): io lodo te, tu lodi me.

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