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Papa Gelasio, San Valentino e i Lupercalia: riflessioni su alcuni aspetti del mese di Febbraio – Andrea Marcigliano

Papa Gelasio, San Valentino e i Lupercalia: riflessioni su alcuni aspetti del mese di Febbraio – Andrea Marcigliano

Quando le coppie di un po’ tutto il nostro mondo occidentale celebrano, se così si può dire, la ricorrenza di San Valentino – facendo felici essenzialmente fabbricanti di cioccolatini, fiorai e gestori di ristoranti – non sono coscienti di trovarsi in prossimità di un mistero. Un mistero estremamente antico, che affonda le sue radici in epoche remote, dove la storia, come comunemente la intendiamo, lascia il passo al Mito, ovvero alla narrazione tradizionale ed immaginifica, al gesto rituale che evoca misteriose porte che conducono ad altri mondi, ad altre realtà. Perché se è vero che la cosiddetta Festa degli Innamorati è entrata in Italia ed in Europa tutta proveniente dall’America – e quindi con quei connotati di cultura di massa e di commercializzazione che ritroviamo anche in altre ricorrenze come Halloween e, ormai, lo stesso Natale – è altresì dato storico che a fissare la memoria di San Valentino al 14 di Febbraio fu papa Gelasio nel 496; lo stesso Gelasio che, appena salito alla Cattedra di Pietro si era duramente lamentato, in una lettera ad Andromaco, princeps Senatus, che a Roma perdurasse l’uso di celebrare, tra il 13 ed il 15 di Febbraio, le Feste “pagane” dei Lupercalia, e questo in spregio all’abolizione di riti e feste non cristiane sancita dall’Editto di Teodosio I, ormai vecchio di un secolo. Cesare Baronio, cardinale e dotto umanista del Rinascimento, ci dice che i Lupercalia furono proibiti proprio da quell’anno, e nel successivo il Pontefice cristiano introdusse la ricorrenza di San Valentino Martire. Che, poi, con lungo percorso secolare che non è qui il luogo di indagare, è divenuta l’odierna Festa degli Innamorati. Quello che ci interessa, piuttosto, è il permanere nel tempo e il riaffiorare prepotente in età contemporanea di un elemento “erotico” connesso con la metà del mese di Febbraio. Mese che è pur sempre quello che coincide con il picco delle influenze stagionali, con le “febbri” dunque. E Febbre è, appunto, il Numen che diede nome a questo mese nel Calendario di Numa; quando il Re Legislatore diede alla città di Roma un calendario luni-solare – per quello che ne sappiamo – introducendo due mesi intercalari fraDicembre e Marzo, le cui Kalende segnavano l’inizio del nuovo anno. Perché il Calendario precedentemente in uso, comunemente detto Romuleo, era di soli dieci mesi, non contemplando i due dell’Inverno profondo; il che fa correre la mente ad un’antichità remota, ben lontana dalla fondazione di Roma, quando i progenitori dei Latini risiedevano presumibilmente molto più a Nord, in dimore sub-artiche, ove i mesi invernali rappresentavano, con il buio ed il gelo, la stasi di ogni attività. Numa, il Re sapiente, sposo della Ninfa Egeria, l’uomo che, secondo Tito Livio, si abbeverava alla stessa fonte di Sapientia Prisca cui si ispirò Pitagora, introdusse altri due Mesi per rendere più esatto – e adatto alle dimore italiche – il Calendario: Gennaio, sacro a Giano, il Dio degli inizi, la Porta, e Febbraio, appunto. Il Mese di Febbre, invocato con la formula “siue Deus, siue Dea”, ché era divinità ambigua, per i latini Febris, Dea, per gli Etruschi Februus, Dio. Mese destinato ai riti di purificazione nella città e nella campagna, in previsione di Marzo, l’inizio del nuovo anno ed il ritorno della Primavera. Perché Febris è nume della purificazione, così come le febbri purificano l’organismo dalle tossine accumulate durante la stagione invernale, e lo preparano, in certo qual modo, alla rinascita.

Centrali nel mese di Febbraio i riti dei Lupercalia. La corsa delle due schiere di Luperculi intorno alle cime del Palatino, l’antico Pallanzio, il Pallanzio Eccelso, come lo evocò in “Davanti alle Terme di Caracalla” il Carducci, che su queste materie ne sapeva molto di più, e molto più approfonditamente, di quanto comunemente si creda. L’Evandrio Colle, perché secondo la tradizione ripresa da Virgilio, era seda di Evandro, re arcade, re sacerdote – un dio, probabilmente, delle origini – che accolse Enea e mandò suo figlio Pallante a combattere e morire al fianco di questi contro Turno e i Rutuli. Evandro greco d’Arcadia, che non rappresenta solo l’ideale riappacificazione fra Troiani e Greci, ma anche, anzi soprattutto, il legame con quel desolato altipiano del Peloponneso che, però, nell’immaginario classico e soprattutto ellenistico era terra priva di conflitti e sofferenze, terra felice di amori fra pastori poeti e ninfe. Terra ultima vestigia dell’Età dell’Oro, dunque, e non è certo un caso che l’Egloga IV di Virgilio parli del mito dell’età aurea proprio nel contesto delle Bucoliche, della poesia idillica pastorale legata all’Arcadia. Ed Evandro era già nel Lazio prima di Enea. Lo accolse e lo iniziò, a quanto si intende, ai Misteri della “Saturnia Tellus”. Perché il Lazio era divenuta la dimora di Saturno dopo la detronizzazione dai cieli. E Saturno è il Dio dell’Età dell’Oro; Evandro il suo Sacerdos e, probabilmente, la sua epifania umana.

Sul Palatino si trovava, anzi si trova visto che è stata riscoperta da recenti scavi archeologici, la grotta detta Lupercale, ove secondo la tradizione la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo. Lì il pastore Faustolo avrebbe ritrovato i due Gemelli, per affidarli poi alle cure di sua moglie Acca Larentia. Acca Larentia è però anche il nome della leggendaria prostituta che fu offerta dal custode del tempio – con la focaccia di farro e l’anfora di vino, in pagamento d’una partita a dadi perduta – al dio Ercole nell’ultima notte dei Saturnali, sotto il regno di Tullo Ostilio. In memoria della quale, il 23 Dicembre si celebravano i Larentialia. In realtà si tratta di una divinità femminile presumibilmente di origine Etrusca, una Prostituta divina protettrice del popolo e legata alla fertilità delle donne. Tema erotico, dunque, che si riconnette con il rituale della corsa dei Luperci, che cominciava proprio in quella grotta, dove, per altro, era uso iniziare i giovani Luperci con un rito che comprendeva l’uso del latte e del sangue. Due schiere di dodici giovani nobili – i Fabiani e i Quinctiales, cosiddetti probabilmente dalle antiche famiglie dei Fabi e dei Quinzi, in origine depositarie del ruolo sacerdotale, ma che potevano anche evocare la coppia gemellare del mito, il dualismo Romolo/Remo – che, nudi, avvolti solo di pelli di capri sacrificati, correvano intorno all’antica Città Quadrata – il nucleo originale di Roma – flagellandosi con fruste di pelle, mentre le donne lungo la via si accalcavano per ricevere colpi di frusta e, secondo fonti più tarde, per toccare la pelle sudata dei Luperci. Gesti che garantivano la fecondità alle sterili, come ricorda ancora Shakespeare all’inizio del Giulio Cesare. Un rituale che trovava forti corrispondenze con quello falisco degli Hirpi Sorani, i Lupi Sorani, che si celebrava con modalità consimili sul Monte Soratte. E che trova, però, anche molte affinità con la celtica Imbolc, la magica Notte di Mezzo Inverno di shakespeariana memoria, anch’essa in Febbraio e legata al sacrificio dei capri ed alla fertilità delle donne.

La corsa dei Luperci, per altro, doveva essere estremamente coinvolgente, anzi sconvolgente e suggestiva, se è vero che in una Roma ormai totalmente (o quasi) cristiana e dimentica del significato del rito, si continuava a celebrare, con sdegno di papa Gelasio. L’immagine di queste figure di “capri” che correvano ululando intorno alla città, ed erano quindi lupi e armenti, prede e predatori insieme, evoca suggestioni remote ed inquietudini mai sopite nelle coscienze degli uomini. L’antitesi tra la città e l’agro coltivato da un lato, e la selva selvaggia dall’altro, l’antitesi fra Faunus – cui erano sacri i Lupercalia nella sua accezione di Lupercus– protettore delle greggi e Silvanus, il dio delle selve e degli animali selvatici. L’antitesi, in senso più lato, fra Cosmo e Caos, che ci rimanda al dualismo Apollo/Dyoniso. E richiama alla mente l’orgia dionisiaca, l’ebrezza delle Baccanti, il Coro dei Capri da cui nacque, appunto, la Tragedia greca. E, in fondo, la corsa dei Luperci altro non era che una sacra rappresentazione primordiale, una forma di teatro rituale. E come i riti dionisiaci presentavano un intenso significato “erotico”, così i Lupercalia romani. Dove i giovani Luperci ci appaiono come sciamani capaci di incarnare, nell’ebrezza della corsa, gli Spiriti degli animali totemici invocati, il Lupo, e sacrificati, il Capro. Tecnica di estasi sciamanica che ci riporta, ancora una volta, ad ere remote, quando i proto-latini ancora dovevano varcare le nostre Alpi, e probabilmente vagavano ben oltre il grande bosco mitteleuropeo, nelle distese delle steppe eurasiatiche. Quelle distese da dove sempre sono venuti popoli che innalzavano il simbolo del Lupo, basti pensare ai Turchi Osmanidi, figli del Lupo Grigio, o allo stesso Gengiz Khan, il Gran Lupo Azzurro.

L’elemento dionisiaco, ovvero della corsa, dell’ebrezza, della simbiosi con spiriti animali, e pertanto l’elemento erotico ed orgiastico è palesemente sotteso alle Celebrazioni del Febbraio romano. Il mese della febbre, ma anche il mese nel quale si cominciano ad avvertire i primi fremiti del risveglio della natura. E gli animali cominciano a provare i primi calori. Le feste di mezzo Inverno, come i Lupercalia, si legano proprio a questa attesa, via via più intensa con l’incedere dei giorni, dell’inizio del nuovo anno. Che, secondo il Calendario di Numa, cominciava proprio il Primo di Marzo, il mese sacro al Progenitore Marte. Né, a ben pensarci, la riforma calendariale di Cesare ha davvero mutato le cose: infatti, i due mesi di Gennaio e Febbraio restano comunque con un valore intercalare. Il primo come porta del nuovo anno, il secondo come periodo di purificazione in attesa del vero inizio, che resta comunque Marzo. Purificazione che, come si accennava, aveva un forte risvolto erotico ed orgiastico, in quanto rappresentava il momento in cui il Caos faceva irruzione nel Cosmo. Silvano minacciava Fauno.L’ordine veniva sconvolto per poi tornare ad essere. Probabilmente l’origine del nostro Carnevale.

Andrea Marcigliano
Senior Fellow de “Il Nodo di Gordio”

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 21 Febbraio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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