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Modernità e Meditazione: Massimo Scaligero – Umberto Bianchi

Modernità e Meditazione: Massimo Scaligero – Umberto Bianchi

Uno dei temi che più facilmente ricorre nel dibattito filosofico, è proprio quello sulla conciliabilità tra la Modernità ed una forma di pensiero “altra” impostata, anziché sui soffocanti ed alienanti ritmi della prima, su principi-cardine quali la meditazione ed uno ieratico distacco dalle cose del mondo, in grado di condurre al risultato di un individuo in equilibrio ed armonia con l’intero Essere . Una domanda questa, a cui fanno da correlato logico, tutta una serie di paralleli interrogativi e considerazioni.

A fornire un valido spunto a questa tematica, è Massimo Scaligero (1906-1980), autore di “nicchia” per lo più conosciuto in ambito esoterico e che, invece, dimostra un eclettismo ed una versatilità senza pari. Nell’andare a sfogliare alcuni tra i testi di quella che, senza alcun dubbio, può esser considerata la sua sterminata produzione letteraria, non si può non rimanere piacevolmente sorpresi, sulla capacità che l’autore in questione sa dimostrare nel trattare con la stessa disinvoltura e preparazione, tematiche di stampo filosofico, accanto ad altre di taglio più decisamente esoterico. Questo perché, generalmente, quello dell’esoterismo “si et si”, è un ambito caratterizzato da una cerchia di autori, la cui estrema specializzazione finisce, talvolta, con il rendere tale forma di sapere una specie di contraltare alla conoscenza filosofica di cui, invece, il più delle volte, costituisce un fondamentale risvolto.

Tanto per inquadrare l’orientamento culturale ed i punti di riferimento all’interno dei quali ci stiamo muovendo, Scaligero è seguace di quel Rudolf Steiner (di cui abbiamo diffusamente trattato su Ereticamente…) di cui fu discepolo Giovanni Colazza, esoterista, passato attraverso l’esperienza esoterico-letteraria del Gruppo di Ur, animato da uno stretto rapporto con il filosofo e scrittore di orientamento tradizionalista Julius Evola che, nell’immediato dopoguerra, gli presentò un giovane Massimo Scaligero, (orientalista e reduce da esperienze intellettuali molto vicine al passato Regime Fascista, per quanto riguarda le dottrine sulla razza…) con il quale, altresì, intratteneva un rapporto di altrettanta empatia. Fatto sta che, lo Scaligero ben presto fa sue quelle istanze sapienziali dal Colazza trasmessegli, superando il proprio mentore, arrivando, addirittura, a conferire una propria, particolare, interpretazione alla vulgata steineriana, qui riletta in un’ottica più attenta alla sfera del pensiero umano ed alla autorealizzazione dell’individuo, in rapporto con la sfera del macrocosmo che non, piuttosto, nell’andare a rielaborare ed indagare quella dimensione ontologica (cosmologia, origine dell’Uomo, migrazione delle anime, oltre al suo lato più scientifico-pragmatico, rappresentato da agricoltura bio-dinamica, danza, scuole, etc.), su cui lo Steiner si era già ampiamente soffermato.

Da buon orientalista ed attento studioso delle dottrine Yoga e Zen, Scaligero si fa portatore dell’idea di un Pensiero risultato della stretta interrelazione e coincidenza tra la dimensione dell’immanenza e quella della trascendenza, in grado di dar luogo a quel Pensiero-Azione che, nello specifico delle dottrine Zen, trova nel “satori” o “illuminazione” il proprio momento apicale. Momento che, nelle dottrine Indù trova il proprio corrispettivo, nel concetto magistralmente scolpito nella “Baghavad Gita”, sulla capacità di un’azione imperturbabile, nella temperie del mondo e di cui, la pratica Yoga dovrebbe andare a costituire il substrato operativo. Ma qui, Massimo Scaligero ci pone di fronte ad una prima, e non indifferente, problematica che era già, in parte, stata affrontata dallo Steiner.

L’uomo occidentale di oggi, non ha gli stessi parametri di pensiero di un individuo del passato, orientale od occidentale che sia, Zen, Yogi o Ermetista, che dir si voglia. Le pratiche ascetiche e meditative del passato, ad oggi tornate tanto di voga, erano impostate sul distacco “ sic et simpliciter” della dimensione spirituale dell’individuo da quella prettamente materiale, per connettersi con l’Assoluto. Con Scaligero, invece, al fine di poter pervenire alle radici a-dialettiche, caratterizzate dalla contemporaneità di immanenza e trascendenza, del Pensiero e pertanto, a quel Pensiero Vivente, strettamente connesso con il senso ultimo dell’Essere o Logos, è necessario, per quanto strano o incoerente ciò possa sembrare, sfruttare la forza trainante di quello stesso Pensiero dialettico e svuotato di contenuti, che a noi si presenta nella propria illusoria veste di Oggettività. Guscio vuoto la cui “vis” trainante, ha sì permesso la nascita della Civiltà della Techne, però svuotata di superiori contenuti principiali (metafisica, sic!) e perciò stesso inane, alienante, priva di significazioni che non siano quelle legate ad una discesa dello spirito umano, dalle superiori dimensioni del Logos Solare a quella della infera materia bruta, in una dimensione di meccanica ed ottusa cecità.

La materialità deve farsi pertanto motivo di spinta, ricerca e sintesi tra essa stessa e la solare dimensione della ragione di tutte le cose (Logos) per poter addivenire a quel momento di a-dialettica espressione del Pensiero in grado di realizzare quella coincidenza tra le due sfere (Pensiero-Azione…), nel nome di un “satori” occidentale, ma che, badate bene, “satori” non è più…E qui Scaligero nell’elaborare il suo “Pensiero Vivente” sembra sfiorare sul filo del rasoio la dottrina Zen, enunciando un qualcosa che le somiglia all’inverosimile, ma tale non è… Il problema qui non è tanto quello che potrebbe esser paventato da qualche frettoloso lettore, a proposito di una qualche indebita interpolazione testuale, quanto, piuttosto, un altro di ben più vasta portata e natura.

L’uomo contemporaneo ha dei parametri di pensiero differenti da quelli di un individuo del passato, ovverosia usa il proprio cervello, in modo peculiarmente differente da questi. E qui, ci soccorrono tutte quelle elaborazioni lontane dai binari del sapere ufficiale. Tanto per citarne una, la teoria dello studioso americano Julian Janes che nel suo “Il crollo della mente bicamerale e la nascita della coscienza” ci prefigura l’ipotesi di quello che, ad oggi, viene definito uno stato patologico, ovverosia la schizofrenia e che, invece , a detta di questi, rappresentava una modalità d’uso dell’organo cerebrale, in tal modo determinante nell’uomo uno stato di “coscienza sognante” che, in verità, metteva questi in grado di colloquiare ed interagire con piani superiori dell’Essere. La nascita di una coscienza raziocinante ed oggettivante avrebbe, nel corso dei secoli, trascinato via via l’uomo lontano dalla possibilità di tale interazione, con tutto il portato delle odierne, alienanti conseguenze.

E qui ricorrono i motivi enunciati con differenti modalità da Heidegger e da Jaspers, sull’allontanamento dell’uomo occidentale dall’Essere, (Heidegger) e della sua presa di coscienza oggettivante attraverso l’Età Assiale, (Jaspers). Quanto Steiner ed ancor più Scaligero, vengono qui proponendoci, in quel mix di gnostico emanazionismo, ma anche di trascendente immanentismo che tanto risente dei motivi Hegeliani, ma anche delle precedenti istanze ermetiche e rosacruciane, affiancate a motivi di Buddhismo Mahayana, Zen e Yoga/Hindu, altro non risponde che ad una sola ed impellente necessità: quella di addivenire ad una nuova forma di Pensiero Tradizionale, ad una nuova istanza Metafisica, in grado di reggere l’urto dirompente della Modernità Tecno-Economica, adeguata ai nuovi parametri di pensiero dell’uomo globale-occidentale.

Una tematica complessa che deve fare i conti con un non indifferente problema strutturale, rappresentato da quella che in termini “esoterici” viene generalmente definita “legittimazione” e di cui, autori come il Guenon ( ed anche Evola…) si sono fatti gli strenui portabandiera, identificando in talune forme di moderna spiritualità, altri se non delle deviazioni e delle degenerazioni, di preesistenti forme sapienziali e metafisiche, la cui tenuta morale e spirituale si sarebbe consolidata attraverso una plurimillenaria pratica e continuità. Ed a tal proposito, nel loro manifestarsi, le dottrine teosofiche ed antroposofiche, offrono non pochi spunti di perplessità.

L’interpretazione “ad usum delphini” che sia le prime che le seconde, fanno delle dottrine orientali Hindo-Buddhiste e Zoroastriane al pari della stessa dottrina cristiana (come nel caso di Steiner e degli steineriani…), inducono ad una certa diffidenza, giustificata e sostenuta dall’entusiastica ampollosità di toni e linguaggi da guru che, prima o poi, finiscono con lo sconfinare in vere e proprie confusionarie “teogonie”…

Lo Scaligero, in particolare, nel suo interessante tentativo dell’elaborazione di un nuovo pensiero, “vivente”, in grado cioè di vivere partendo dalle contraddizioni della Modernità per poi oltrepassarle, sembra dimenticare d’improvviso i propri slanci per andare a ricadere in quegli stessi errori e vizi propri di certo Tradizionalismo che, il Nostro pensava, invece, di aver superato alla grande. La dimostrazione più evidente di quanto detto, è l’attacco virulento che in “Zen e Logos” muove alla psicanalisi junghiana, accusata, a suo dire, di aver declinato miti, archetipi, motivi spirituali, all’insegna di un arido ed indagatore materialismo scientifico, finendo con il sottomettere qualunque istanza di pensiero, di motus spirituale “vivente”, alle leggi di un subconscio che rimanda ad una sfera di tellurico materialismo sensista, lontano anni luce da quel Logos Solare a cui l’animo umano dovrebbe, invece, anelare… e qui il Nostro ha dimostrato di non aver assolutamente compreso l’oscura fisiologia spirituale che sovrintende allo sviluppo ed allo svolgimento dell’intera vicenda Occidentale e della Modernità.

Un Occidente le cui principali istanze fondative, a partire dall’universalismo giudaico-cristiano prima, mercantilista-progressista poi, sino all’attuale globalismo liberal-progressista, si autocontraddicono continuamente, andando a generare un fiume carsico che, di tanto in tanto emerge, nel tentativo di modificare il corso della Storia… Romantici contra Illuministi. Irrazionalisti e Vitalisti contra Positivisti e Progressisti e via così… Ed in questa secolare catena di dialettiche contrapposizioni, va inserita la tematica portante degli ultimi trecento anni di filosofia occidentale: quella della demolizione della metafisica, portata avanti sì dall’Illuminismo, ma anche da coloro che, certamente non si possono inserire a pieno titolo in quell’ambito, Vitalisti ed Irrazionalisti in primis e di cui F. Nietzsche costituisce il più eclatante esempio.

In questo continuo sommovimento, determinate istanze partono da certe premesse, per poi arrivare a ben altre conclusioni, contraddicendo quelle di partenza. Un’ altra Modernità poteva sorgere, all’insegna di un Vitalismo ed un Irrazionalismo elevati a direttrici spirituali per l’intero Occidente. Nel nostro caso, la Psicanalisi, inizialmente partita quale innovativa terapia, in grado di dare un’arida definizione scientifica e quantitativa persino agli oscuri moti istintivi dell’animo umano, si fa, invece, chiave di lettura ed interpretazione della realtà intera, connettendo la dimensione del microcosmo umano a quella del macrocosmo universale, all’Essere. Non per nulla, Jung, nella fase più tarda della sua esistenza, sempre più andrà ad appuntare le proprie attenzioni sull’Alchimia non senza aver cercato, tramite il processo di “individuazione” di dare un asse psico-fisico e spirituale ad una frammentata ed incerta anima occidentale…

Esempi potrebbero esservene ancora a bizzeffe, ma a noi ci basti portare alla memoria di chi legge uno tra i molti casi, per far capire l’enorme errore di valutazione di un intero contesto umano e spirituale, quello cosiddetto “tradizionalista”, a cui, a pieno titolo, ci sentiamo di iscrivere anche Scaligero, non senza chiederci, proprio in base a quanto abbiamo poc’anzi descritto, cosa significhino ad oggi “Tradizione” o “Metafisica”, se alla base di talune odierne interpretazioni non vi sia un micidiale equivoco di fondo. Quella “demolizione” della Metafisica di cui abbiamo poc’anzi parlato ha per oggetto, un impianto preordinato di pensiero, un vero e proprio “panoptikon” che, in qualche modo, strangolava ed inibiva il sorgere di una nuova forma di coscienza nell’individuo occidentale.

Questo “panoptikon” si concretizzava nella vecchia “metafisica” catto-protestante, impiantata sull’Aristotelismo, sulla Scolastica e sul Tomismo, sostenuti dal Leviatano di hobbesiana memoria. Ora, per il contesto in cui sorge, “Tradizione” dovrebbe rappresentare una ulteriore espressione di quel processo di “demolizione”, nella sua natura di paradosso concettuale, di magica connessione tra un Individuo Assoluto ed una ritrovata espressione dell’ Essere in un senso quasi parmenideo (Novalis, Evola, ma anche il “reazionario” De Maistre…). In certuni contesti, “Tradizione” finisce, invece, con il divenire una vera e propria tautologia, una specie di visione ontologica compartimentata, unilaterale, mancante della capacità di spaziare oltre quei limiti imposti dalla stretta aderenza ad un assioma, che finisce con l’assumere una valenza di sistema ideologico chiuso.

Scaligero non è poi così differente da Evola, anche se, rispetto a quest’ultimo, prende una via differente, finendo, nei suoi testi, con il parlare ripetutamente, di “Metafisica”, (confondendo quest’ultima con la “Tradizione”), senza in alcun modo, porsi il problema del significato da questa assunto negli ultimi trecento anni. E così nell’attacco a testa bassa alla Modernità, (nel nome di una immobile e ieratica “Tradizione” o “Metafisica” che dir si voglia), si va perdendo di vista l’obiettivo principale, ovverosia , la possibilità di “cavalcare” e, in caso, esaltare gli aspetti meno conformisti della Modernità medesima, a detrimento dei suoi più deteriori aspetti, rimanendo, invece, irrimediabilmente confinati in splendide “torri d’avorio”.

Ma se, invece, vogliamo cercare di inserire Scaligero a pieno titolo nell’ambito della Modernità e dei suoi paradossi, dai suoi scritti possiamo anche trarre dei positivi spunti d’azione. L’esaltazione del Cristo quale espressione del Logos Solare, accanto al Mithra Tauroctono ed altre simili figure divine, ci offre la possibilità di risolvere positivamente il grande interrogativo circa il Monoteismo e la sua valenza di visione totalizzante alla base dell’attuale Globalizzazione, in cui dall’unicità di un modello in cielo, si passa disinvoltamente all’universale unicità di un modello in terra, quello Tecno Economico, per l’appunto.

In questo caso, la figura di Cristo, (direttamente conseguenziale, non scordiamolo, alla sintesi di età ellenistica tra Platonismo, Ebraismo e Religione Iranica…) quale ulteriore manifestazione-emanazione del Logos Solare in Terra, nell’essere tranquillamente inserita accanto a divinità appartenenti ad altre tradizioni religiose, finisce con l’assumere “motu proprio”, una sincretistica ed enoteistica valenza archetipale, pari a quella di altre consimili figure, come nel caso della “Iside-Sophia”. Questo, anche se si corre il rischio di astrattizzare il principio divino, nel nome di una ricerca all’insegna dell’introspezione.

La sua stessa idea di Meditazione, nel volersi differenziare da altre consimili forme di scuola Yogica o Zen, cercando di sfruttare il lato “oggettivo” e “dialettico” del pensiero occidentale, al fine di addivenire ad una innovativa sintesi Pensiero-Azione, all’insegna di una italica versione dell’heideggeriana “Ereignis”, rischia anche qui di ricadere nel pericoloso vizio di un astrattismo concettuale fine a sé stesso, dato anche da un testo dall’approccio sicuramente allettante, ma non privo di ghirigori ed incoerenze concettuali (come quelle già citate, sulla “Metafisica”…) . Come si può ben vedere, i testi di Scaligero cercano di offrire delle soluzioni sicuramente interessanti al grande problema della Modernità e della natura dell’Occidente, non senza, però, rimanerne strettamente avviluppati e questo, proprio a causa del ricorrere, anche in questo caso, di quella costitutiva ambivalenza, di quella “metafisica” doppiezza che, dell’Occidente, fa un immortale “unicum”.

 UMBERTO BIANCHI

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Categorie: Filosofia, Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 19 Febbraio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Sophiaperennis

    Il trascendente non conosce antichità né modernità, giacché é trascendente e si trova su di un piano al di fuori del tempo. Antichità e modernità sono categorie dell’immanenza, di una temporalità che non riguarda il piano in cui la Sophia perennis, ovvero la Tradizione vive. Lo stesso vale per l’artificioso distinguo fra uomo orientale ed occidentale, fra Oriente ed Occidente: un postulato che viene imposto da certuni, e mai provato, ed assunto fallacemente come un dato di fatto per costruirvi la distorta impalcatura di un pensiero esoterico mancante di fondamenta. Né il tempo, né lo spazio sono categorie in cui si puo’ ingabbiare la Sophia perennis, eterna ed immutabile.

  2. Ovidio Ulissi

    Articolo furbetto, ma di confutatori di Scaligero o Steiner sul mero piano dialettico che presuppongono e insinuano possibilità di superare o ingabbiare nelle retrovie l’insegnamento solare – che ciò che poi conta, si pensi, è praticarlo – nel tradizionalismo cieco, ve ne sono stati a iosa. Oserei dire più dei lettori stessi di Scaligero, evidentemente.
    Sono tutti uguali, presumono superamenti, superamenti dei superamenti dialettici reintegrazione della Tradizione Vera, ma stanno sempre lì al solito punto di partenza, a parlarne. Talvolta come accademici, talvolta come scolaretti ma la sostanza non cambia in quanto i primi sono i secondi con i grembiulini diventati oramai brache ben calzanti. E tocca reinventare la ruota, come esercizio di pazienza svolto all’infinito.

    Questi proiettano psichicamente risultati della pratica solare previamente immaginati in modo onanistico, ovvero leggono la prassi come si studiava per l’interrogazione di storia, che è persino un livello necessario e parafrasano parola-parola col fine di trovare quel pelo per cui tutto non è coerente con la dialettica a somiglianza della LORO PERSONALE coerenza logica – non potrebbe essere altrimenti si converrà, ma non si è detto di superare la dialettica? – e su quello ci imbastiscono fantasie. Sull’esoterismo, sulla questione sociale, su tutto.
    E di colpo dopo avere infarcito dapprima il tutto con una sequenza di righe da paraculis perennis, in cui si tessono elogi quello non va più bene, vince la logica e quindi la modernità che però appunto è prodotto del pensiero non vivente.
    Attorno a tali argomenti quando si vuole fare i seri senza esserlo seriamente, si scade sempre in una sciocca parodia di se stessi, è inevitabile. Come quegli inglesi del non-dualismo dialettico, che fanno i meetings per discutere di Sri Ramana con un pazzo sul palco a far proseliti, esaltandosi quando incontrano una contraddizione nelle parole dicendo: “ecco qui Ramana ha sbagliato, qui era dualistico”.
    L’autore dovrebbe rileggersi nel suo sdoppiamento, prima e dopo che scattasse la possessione o non si sa se prima di mangiare il cinghiale e dopo nella fase digestiva. E fare con se stesso come ha fatto con Scaligero che ha scritto ben 36 opere, tra cui “Guarire con il pensiero” , che sembra fatto apposta nella parte prima per rispondere e mostrare la debolezza della tesi dell’articolo.
    Il sensazionalismo silente di una goduria a fuoco lento, che secerne il suo grasso, cola dalle righe di questo tentativo nefasto di orientare da cieco e macchia i monitor: era l’osannato Scaligero così l’ennesimo ingannato mica io si vuol far intendere, per la serie “io sò la volpe che lo ha sgamato” che ridotto ai minimi termini è quel famoso “io sò io e voi…”
    Non fosse che l’articolo porta altra firma avrei pensato che dietro tutto questo vi fosse lo zampino di un professionista in zona Archiati.

    Nel cosiddetto esoterismo, c’è una regola micidiale signori: non esiste la fortuna del dilettante. Nel farsi un nome, nel farsi qualcosa che non si è mai a qualsiasi livello ci si fa del male. Esiste la presunzione del sapere del dilettante e fa peggior danni quando non praticando, insinua di riflesso nefandezze su una pratica – ribadisco solo questo è il senso e quindi su questo si riversa lo scritto del Bianchi -, piuttosto che praticare nefastamente senza insinuare, in quanto nel primo caso fa danno a terzi e magari senza saperlo, come i grulli.

    Pochissimi non sono in grado di contraddirsi interiormente mantenendo la purezza nello scendere negli inferi, perché la dialettica e il sensibile è SEMPRE e in TUTTI mediata da Ahrimane.
    Persino in Scaligero, sì. Di cui peraltro la perniciosità sui termini Metafisica e Tradizione è un pò l’equivalente della vecchia discussione su Triarticolazione – per Steiner – e – Tripartizione – per Scaligero. Due cose diverse perché triarticolazione è più corretto formalmente, perché la società è un organismo specifico, per la tripartizione quella concezione salta. E allora Steiner aveva superato Scaligero, o Scaligero aveva superato Steiner nonostante il tempo?
    Da queste diatribe formali sempre alla moda, sempre distraenti non se ne è ancora usciti, ecco la verità. Si è immaturi rispetto ai tempi e ne pagheremo le conseguenze come umanità tutta.
    Occorre invece preoccuparsi dell’autonomia rispetto agli ostacolatori anche in SE STESSI e poi vedere noi il mondo con quell’occhio interiore al quale per Grazia è concesso attingervi. Niente altro.

    I testi di Scaligero sono stati indirettamente violentati, fatica sprecata. Ciò è previsto e ciò è la norma, nulla di sconvolgente.
    Quei invece sono tutti una lunga meditazione che riaccendono nell’abbraccio di un libro la Luce, perché attingono da quel movimento senza interferenze egoiche. E’ un discorso del tutto inverso a quello che viene fatto nell’articolo dalla seconda parte in poi, perché presume che Scaligero si preoccupasse maniacalmente della ricerca terminologica e della coerenza fino all’impazzimento neurotico tipo i filosofi dei 2 secoli scorsi. Quei pensieri, anche del libro apparentemente più formale, vanno invece ripensati in modo vivo da capo tutte le volte si riprendono in mano. E’ un’operazione che supera la lettura: è un perenne esercizio della concentrazione applicato all’atto del leggere per riaccendere l’intuizione.
    E pensare che c’è pure scritto tutto, ad esempio, nel Trattato del pensiero vivente o in Dell’Amore immortale! E come si può scrivere del pensiero vivente se non lo si percepisce? Non mandiamo all’aria Aristotele dai, da presupposti sbagliati si perviene a conclusione errate. Sempre.
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    Forse vive in una torre d’avorio il nostro alienato scrittore: dialettica. Al momento senza via d’uscita e ciò rammarica, perché è un tipo intelligente, un masturbatore mentale di quelli tosti quindi adatto alla Via Solare di cui ha colto perlomeno il senso formale. Ma di contro non esce dalle secche cede al canto delle sirene del fare il primo della classe fra coloro che anelano alla libertà di pensiero e scrive solo delle sue prigionie. Se poi c’era uno che si premurava di dire sempre di curare gli aspetti pratici della vita e di non fare interferire gli esercizi nell’organizzazione pratica della giornata che andava ben curata e svolta naturalmente era proprio Colazza, da buon discepolo di Steiner, che era un dottore di alto livello e svolgeva sovente gran parte delle pratiche tra le 3 e le 5 del mattino e poi agiva di conseguenza.

    Su Jung poi a proposito, Scaligero aveva ragione da vendere. Prego di riportare per intero le parti di testo dove OGNI VOLTA lo Scaligero nel testo citato parla di Jung, perché tra i vari “come si è visto prima” senza dare al lettore tutti i riferimenti per la completezza di questo vedere, in modo che si faccia giudizio autonomo e non una grattata superficiale del già superficiale scritto, sono una di quelle cose che squalificano l’articolo e la sua finale appendice a margine in maiuscolo.

    Per i lettori che non si accontentano di spasmi galvanici preconfezionati, Scaligero ha lasciato anche 2 libri non da poco. Pratici.
    Uno è “Manuale pratico della meditazione”, l’altro è “Tecniche della concentrazione interiore”. Che sono sufficienti da soli se presi con retto rigore a mandare in vacca gli intenti birichini degli ostacolatori.
    Spero non sia indicazione del tutto inutile perché ho sentore che qui la volontà di superare il limite di cui si discute è quella da circolo del tè delle vecchiarelle. Si spera sempre non sia così.

  3. Sophiaperennis

    Personalmente, anche se non condivido certi pensieri sulla modernità proposti nell’articolo, trovo l’articolo di Bianchi, come del resto gli altri suoi articoli pubblicati in questa sede, assai ricco di spunti e molto interessante. Un articolo che fa riflettere, che pone interrogativi e che proprio per questo riesce ad essere “materia viva” e non lettera morta.

  4. Ovidio Ulissi

    Il guaio e parimenti l’antidoto del pensiero che comunemente usiamo è che riflette sempre, anche su di un articolo su Monica Bellucci. Il punto vero, che rende progressivamente viva la materia inerte – resuscitando al pari le forme percepite del Bianchi come della Bellucci se visti dal vero – è quanto voglia se stesso nel riflesso cortocircuitando il sonnambulismo di veglia che sparpaglia questa attenzione di qualità pessima che ci troviamo di default, come un dono meccanico.
    E in quanto donata, ingannevole perché fondata a prescindere sull’erronea percezione istintiva del pre-esistere degli oggetti al pensiero che li pensa.
    L’articolo non mette poi accento su di una conseguenza che va esplicitata: se la Via Solare sfrutta il pensiero ossessivo scientifico per riempirsi di proprio contenuto, ciò implica che può e ad un certo punto fino a che non si stabilizza lo shift percettivo ESIGE essere eseguito OVUNQUE e in QUALUNQUE condizione. Certo non se si guida l’auto, ma al letto in ospedale seduto sull’autobus, in coda, allo stadio, durante una conferenza noiosa, sulla Luna… . E’ l’uomo invece che ha smarrito il senno come il furioso Orlando, perché cosa altro vorrebbe di più adatto da inserirsi operativamente nella modernità di questo regalo offertogli?
    Niente rituale del cuscino sotto il culo per terra alle ore 18 in camera dopo il lavoro che finisce alle 19 con l’incenso per fare zazen in tuta ginnica per ridurre lo stress. E quella è già di per sé una vera torre d’avorio perché crea un ennesimo frame quotidiano in cui si immobilizzano le energie coscienti in spazi di abitudine consolidati da cui poi è più difficile liberarsi.

    Se non si medita e ci si mette alla prova secondo i canoni moderni è inutile riferirsi a un superamento di Scaligero, va compreso questo: l’importanza del praticare prima di parlare di una Via. Sempre. Scaligero scriveva libri e articoli perché? Perché prima le ha studiate e provate quelle d’oriente e ha visto che eccetera eccetera…e poi ha percorso tutta una strada venendo iniziato da un maestro in carne come Colazza. Io non so che maestro abbia Bianchi oltre alla sua buona mente logica che gli permette di scrivere talvolta articoli ben formulati, certo, però la logica mente sempre in fatto di realtà ultime. Figuriamoci era inadatta a tratti pure per Scaligero che era vero poeta e imprimeva in parole una certa quantità di moto spirituale, però da qui a mettere l’essere di Scaligero nel calderone del tradizionalismo ci vuole la sfacciataggine e l’astuzia non di Bianchi, che essenzialmente è di sicuro meglio di così, ma dell’ostacolatore ahrimanico.

    Non è quindi un fatto di un “personalmente”, che è inevitabile e legittimo, sebbene le opere vadano almeno lette interamente per far sussistere un bambolotto parlante su quelle opere. Ciò non sposta però di una virgola il focus sul significato della dialettica che si vuole andare a colpire. E’ invece un buon segno comprendere anche la GRAVITA’ oggettiva di un articolo come questo per la sufficienza con la quale nella seconda parte viene svisata l’Opera nelle modalità già descritte nel commento precedente per quel cavillo formale.
    Il senso delle opere di Scaligero è invece scardinare appunto il riflesso personale. Non “personalmente” allora, ma “assolutamente” ovvero obiettivamente intuito dall’Io essere Io, come è vero senza dubbio che quello che abbiamo davanti è un albero, senza bisogno che ce lo dimostri l’esperto.
    E’ fuori strada il punto di vista di chi scrive l’articolo semmai perché fa tutto quello che gli stessi libri dicono di non fare in tutto il filone proprio, da Steiner a Ur!

    Ed è grave anche perché questo può gettare confusione sui ricercatori giovanissimi che si muovono in queste acque difficili per le prime volte, gettando dubbi laddove questi sono il prodotto che quella Via intende superarli prima di discuterne.
    Poi magari i ragazzini di oggi non sceglieranno questa Via, ne sceglieranno un’altra oppure non ne faranno di nulla. Va bene non c’è da persuadere alcuno con operazioni di marketing chiesastico. Però quando si va a toccare in qualche modo il succo di un insegnamento e la comunità orientatrice le informazioni vanno date nella totalità, con riferimento alle fonti, alla pratica e all’esperienza. Un testo come Dell’Amore immortale ad esempio è tutto fuori che un’opera di fantasia filosofeggiante e va intesa per quello che è, non per quella che non è, che è il lettore che non è mai in ultima istanza non Scaligero e se ne sovverte l’ordine non ha capito e continua a fare lo scimmiotto accademico. Nel caso allora se vi andrà un giorno, buone meditazioni.

  5. umberto bianchi

    “Masturbatore mentale, dilettante, furbetto”…già per il linguaggio sgarbato ed isterico con cui ha inteso confutare quanto da me scritto, il sigr. Ulissi non meriterebbe risposta alcuna. D’altronde, si sa, la Rete è luogo dove le peggiori pulsioni, le più infime e telluriche frustrazioni possono essere urlate, vomitate e sfogate senza problema alcuno. La Rete è sede eletta e regno di quei leoni e leoncelli “da tastiera”, che nella vita reale si fanno presuntuosi ed intolleranti portatori di verità assolute e dogmatiche e che reagiscono con disordinato livore e risentimento, non appena avvertano l’esistenza di qualcuno che osi mettere in dubbio la veridicità delle loro asserzioni…E certo chi scrive deve aver toccato il nervo scoperto e deve averci azzeccato, per esser stato fatto oggetto da parte del signore di cui sopra, di una simile reazione. D’altronde costui non concepisce il fatto che non si possano scrivere decine di libri, far da maestri di meditazione e quant’altro, cercare di creare un nuovo sistema di pensiero, entrare in polemica con altri, lasciare una forte impronta spirituale di sè e poi non ricevere delle osservazioni critiche. Troppo bello ed assolutamente irreale…Anzitutto, chi scrive nell’analizzare il pensiero di Scaligero ( al quale, tra,l’altro, non sono state assolutamente lesinate note di merito ed interesse…) ha voluto effettuare un’analisi critica del pensiero di questo, cercando di rilevarne quelle che, a parere di chi scrive, ne sono le evidenti contraddizioni con il senso ultimo della vicenda occidentale. Quel senso che si invera in un plurisecolare percorso all’insegna di una doppiezza e contraddizione che ne fa un vero e proprio “unicum”. Ed in questo, mi si permetta, lo Scaligero nel suo nobile tentativo di superare le aporie di certo tradizionalismo, non è riuscito a penetrare appieno lo spirito della Modernità. E la critica a Jung e ad un percorso che, al pari di altri consimili, partito da premesse materialistiche ha effettuato una robusta virata verso lidi “altri”, è una patente dimostrazione di quanto qui asserito. Scaligero commette il medesimo errore di certe forme di tradizionalismo ottuso e bigotto, per cui “si stava meglio quando si stava peggio” e la Modernità va buttata nel cesso “tout court”. Spiace urtare la settaria sensibilità di chi ha fatto di certe letture e frequentazioni il proprio vangelo di vita ed ora, vede che esistono anche delle critiche ragionate ai “mostri sacri”, d’altronde la vita è movimento, spinta in avanti, creazione “ex nihilo”, magia e non malinconico ed ottuso affidarsi ad eteree e statiche suggestioni, senza neanche tentare di capire come realmente le cose stanno….D’altrone, ad oggi, ad imperversare nella società occidentale, non sono certo il pensiero e la pratica scaligeriani, ma le suggestioni del pensiero Tecno.Economico il che, caro signor “Ulissi” significa che, anche nel pensiero del buon Scaligero, c’è qualcosa che non quadra perfettamente o come dovrebbe. D’altronde quello dell’umano pensiero è un percorso, irto di difficoltà e problematiche e non una soluzione sicura ed anestetizzante a cui, invece, gente come lei, dal cervello formattato da comodi e preconfezionati evangeli, invece aspira. D’altronde , caro signore, se avesse saputo leggere e capire quanto ho detto, non avrebbe avuto tanta adirata reazione. Esiste l’alienazione da Pensiero Tecno Economico, nei suoi risvolti informatici, televisivi, da carta stampata e quant’altro, ma esiste anche l’alienazione, la cecità dei settari, di coloro che, per insicurezza, mancanza di raziocinio, debolezza, hanno bisogno di un “maestro”, di un “capetto”, di un libretto in cui riporre le proprie misere spoglie spirituali….cattolici, testimoni di Geova, neopagani alla amatriciana, massoncelli, settucole varie e chi più ne ha, più ne metta….Vede Ulissi, io ancora sono un uomo libero e, non avendo (contrariamente a lei…) buttato il cervello all’ammasso, ho imparato a pensare con la mia di testa e non con quella di un altro, poss’anche chiamarsi Scaligero o chissà come…La critica, l’analisi, lo scambio, l’interagire è ciò che vivifica e dà carattere di perennità ad un pensiero o ad una qualsivoglia istanza e non la stasi e la acritica accettazione che fanno degli uomini degli alienati e degli schiavi. “Vivere quel pensiero per poi giudicare..”, beh io me ne frego di dover provare un certo pensiero, me ne frego delle scuolette e dei maestrucoli da strapazzo o di chi pretende di farmi pensare come vuole lui. Non ci sono riusciti i marxisti negli anni ’70, quando Roma e l’Italia erano rosse scuro, non ci riusciranno certo le sfigate settucole post- moderne ed i loro altrettanto sfigati rappresentanti…la mia pratica io l’ho fatta e la faccio vivendo, caro signore, la Vita reale con sanguigna passione. La mia iniziazione, io l’ho fatta sbucciandomi le nocche delle mani sulla faccia dei compagni, negli anni ’70, andando a donne, viaggiando per tutto il mondo in solitario, lavorando tra la gente, ma anche studiando e leggendo, cercando di integrare via via Sapere ed Azione in una sintesi più conforme possibile all’antico e sacro simbolo della Labris “Pensiero-Azione” , che si traduce nel tentativo di potenziare la connessione del proprio Io con l’Essere, sino a fare di questo l’Essere stesso, il Principio primo, attraverso la vita reale e non attraverso sterili ed onanistici esercizi all’interno di qualche lercia sala da tè, magari sotto l’effetto di qualche bicchiere di grappa o di qualche tirata di cannabis di troppo.. Ed a quelli che come Lei parlano da maestrucoli inaciditi e risentiti dico che, di un grande autore come Scaligero, non hanno capito nulla, trasformandone il messaggio in una forma di ottuso settarismo fine a sè stesso. Pertanto sigr. Ulissi, prima di sparare a zero, usando un linguaggio veramente indecoroso, si sciacqui la bocca e cerchi, se ci arriva, di capire e di riflettere sul senso reale di ciò che uno scrive.

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